Vita di Marx

Franz Mehring (1919)


Traduzione di Fausto Codino e Mario Alighiero Manacorda.

Trascrizione del sito archive.org, riprodotta per ragioni di studio (learning purposes).

Controllo ortografico di: Leonardo Maria Battisti, dicembre 2018


INDICE

Prefazione
I - GLI ANNI GIOVANILI
1. Casa e scuola
2. Jeeny von Westphalen

II – IL DISCEPOLO DI HEGEL
1. Il primo anno a Berlino
2. I Giovani hegeliani
3. La filosofia dell'autocoscienza
4. La dissertazione di laurea
5. Gli «Anecdota» e la «Rheinische Zeitung»
6. Il Landtag renano
7. Cinque mesi di lotta
8. Ludwig Feuerbach
9. Nozze ed esilio

III – L’ESILIO A PARIGI
1. I «Deutsch-Französische Jahrbücher»
2. Una prospettiva filosofica
3. «La questione ebraica»
4. Civiltà francese
5. Il «Vorwärts» e l’espulsione

IV – FRIEDRICH ENGELS
1. Ufficio e caserma
2. Civiltà inglese
3. La «Sacra famiglia»
4. Un’opera fondamentale per il socialismo

V – L’ESILIO A BRUXELLES
1. L’«Ideologia tedesca»
2. Il vero socialismo
3. Weitling e Proudhon
4. Il materialismo storico
5. La «Deutsche Brüsseler Zeitung»
6. La Lega dei Comunisti
7. Propaganda a Bruxelles
8. Il «Manifesto comunista»

VI – RIVOLUZIONE E CONTRORIVOLUZIONE
1. Le giornate di febbraio e marzo
2. Le giornate di giugno
3. La guerra contro la Russia
4. Le giornate di settembre
5. La democrazia di Colonia
6. Freiligrath e Lassalle
7. Le giornate dell’ottobre e del novembre
8. Un colpo mancino
9. Un altro colpo vigliacco

VII – L’ESILIO A LONDRA
1. La «Neue Rheinische Revue»
2. Il caso Kinkel
3. La scissione nella Lega dei Comunisti
4. Vita d’esule
5. Il «Diciotto brumaio»
6. Il processo dei comunisti di Colonia

VIII – ENGELS-MARX
1. Genio e società
2. Un’amicizia senza pari

IX – GUERRA DI CRIMEA E CRISI
1. Politica europea
2. David Urquhart. Harney e Jones
3. Famiglia e amici
4. La crisi del 1857
5. «Per la critica dell’economia politica»

X – RIVOLGIMENTI DINASTICI
1. La guerra italiana
2. Il contrasto con Lassalle
3. Nuove lotte fra emigrati
4. Intermezzi
5. «Herr Vogt»
6. Fatti domestici e personali
7. L'agitazione di Lassalle

XI – GLI INIZI DELL’INTERNAZIONALE
1. La fondazione
2. Indirizzo inaugurale e statuti
3. La rottura con Schweitzer
4. La prima Conferenza di Londra
5. La guerra tedesca
6. Il Congresso di Ginevra

XII – IL CAPITALE
1. I dolori del parto
2. Il primo volume
3. Il secondo e terzo volume
4. Le accoglienze al «Capitale»

XIII – L’APOGEO DELL’INTERNAZIONALE
1. Inghilterra, Francia, Belgio
2. La Svizzera e la Germania
3. L’agitazione di Bakunin
4. L’Alleanza della Democrazia Socialista
5. Il Congresso di Basilea
6. Imbrogli a Ginevra
7. La Comunicazione confidenziale
8. Amnistia irlandese e plebiscito francese

XIV – IL TRAMONTO DELL’INTERNAZIONALE
1. Fino a Sedan
2. Dopo Sedan
3. La guerra civile in Francia
4. L’Internazionale e la Comune
5. L’opposizione bakuninista
6. La seconda Conferenza di Londra
7. Il bacillo della scissione nell’Internazionale
8. Il Congresso dell’Aia
9. Postumi

XV – L’ULTIMO DECENNIO
1. Marx nella sua casa
2. La socialdemocrazia tedesca
3. Anarchismo e guerra d’oriente
4. Luci dell’alba
5. Ombre del crepuscolo
6. L’ultimo anno

Note dell'autore

A Clara Zetkin-Zundel
erede dello spirito marxista

Prefazione

Questo libro ha la sua piccola storia. Quando si trattò di pubblicare il carteggio tra Marx ed Engels, la signora Laura Lafargue fece dipendere il suo consenso, per quel ch’era necessario, dalla mia partecipazione alla redazione come suo fiduciario; in una sua delega in data 10 novembre 1913, ella mi incaricò di provvedere alle note, agli schiarimenti, alle cancellature che io ritenessi indispensabili.

Tuttavia io non feci alcun uso pratico di questa delega. Tra gli editori, o piuttosto l’editore Bernstein — Bebel infatti non dette che il nome all’impresa — e me non si manifestarono divergenze sostanziali d’opinione, e, nelle intenzioni stesse della mia committente, non ebbi né motivo, né diritto, e naturalmente nemmeno voglia di guastargli il mestiere senza una necessità assoluta o sia pure urgente.

Ma in compenso, nel lungo lavoro intorno a questo carteggio mi divenne più compiuta l’immagine che io mi ero fatta di Karl Marx in studi durati decine d’anni, e così nacque involontariamente in me il desiderio di dare una cornice biografica a questa immagine, tanto più che sapevo che la signora Lafargue1 ne avrebbe avuto una grande gioia. Io mi ero conquistato la sua amicizia e la sua fiducia, perché ella mi riteneva non certo il più dotto o il più acuto tra i discepoli di suo padre, ma soltanto quello che era penetrato più a fondo nella sua umanità ed era perciò capace di raffigurarla nel modo più somigliante. Sia a voce che per iscritto ella mi aveva spesso assicurato che taluni dei ricordi mezzo svaniti della sua casa paterna erano divenuti di nuovo freschi e vivi in lei grazie a una descrizione nella mia storia del partito, e che taluni dei nomi spesso uditi dai suoi genitori soltanto grazie a me da semplici ombre erano divenuti per lei figure concrete.

Purtroppo questa nobile donna morì molto prima che il carteggio di suo padre con Engels potesse venir pubblicato. Poche ore prima di affrontare la morte ella mi mandò ancora un’affettuosa parola di saluto. Ella aveva ereditato il gran cuore del padre, e, ora che è nella tomba, io la ringrazio ancora per avermi affidato perché li pubblicassi alcuni tesori della eredità letteraria di lui, senza neppure il minimo tentativo di influenzare in proposito il mio giudizio critico. Così da lei ricevetti le lettere di Lassalle a suo padre, sebbene ella sapesse dalla mia storia del partito quanto decisamente e quanto spesso io avessi sostenuto le ragioni di Lassalle contro suo padre.

Nemmeno un’ombra del carattere di questa donna generosa rivelarono invece i due custodi di Sion del marxismo che, quando io ero ormai avanti nell’esecuzione del mio progetto di biografia, proruppero in uno sfogo di indignazione morale, perché io avevo azzardato nella Neue Zeit alcune osservazioni sui rapporti di Lassalle e Bakunin con Marx, senza fare il dovuto inchino davanti alla leggenda ufficiale del partito. Dapprima K. Kautsky mi accusò di «ostilità verso Marx» in generale e in particolare di un presunto «abuso di fiducia» perpetrato nei riguardi della signora Lafargue, e quando io persistetti ugualmente nella mia intenzione di scrivere la biografia di Karl Marx, egli sacrificò non meno di una sessantina di pagine dello spazio notoriamente molto prezioso della Neue Zeit per un pamphlet nel quale il dott. Rjazanov — tra un fiume di accuse, la cui mancanza di coscienziosità era forse pari soltanto alla loro assurdità — volle convincermi del più vile dei tradimenti nei riguardi di Marx. Io ho lasciato l’ultima parola a questi signori, mosso da un sentimento che, per motivi di cortesia, non voglio definire col suo giusto nome, ma devo a me stesso di porre bene in chiaro che non ho ceduto di un solo capello al loro terrorismo spirituale, ma che anzi nelle pagine che seguono ho rappresentato i rapporti di Lassalle e di Bakunin con Marx secondo gli imperativi della verità storica, senza tenere in alcun conto la leggenda del partito.

La mia ammirazione cosi come la mia critica — e per una buona biografia ci vuole l’una e l’altra cosa nella stessa misura — vanno intere al grande uomo che tanto spesso e volentieri soleva ripetere di sé che nulla di umano gli era estraneo. Il compito che mi sono proposto era di ricrearlo in tutta la sua grandezza aspra e possente.

Questo fine determinava già la via per giungervi. Ogni storiografia è nello stesso tempo arte e scienza, e tanto più lo è la narrazione biografica. In questo momento non ricordo quale tipo balordo abbia partorito quello stupendo pensiero secondo cui nelle aule della scienza storica le esigenze estetiche non abbiano nulla da fare. Ma, forse a mia infamia, devo confessare apertamente che non odio la società borghese con la stessa intensità con cui sento di odiare quei severissimi pensatori che, per adoperare le parole del buon Voltaire, ammettono come unico stile lo stile noioso. Lo stesso Marx su questo punto era alquanto sospetto: coi suoi antichi greci egli annoverava Clio tra le nove Muse. In realtà, dileggia le Muse soltanto chi da esse è stato dileggiato.

Se pertanto io posso supporre che il lettore sia già d’accordo con la forma che ho scelta, tanto più però devo chiedere qualche indulgenza per il contenuto. Qui io mi sono trovato sin dal principio di fronte a una imprescindibile necessità; alla necessità di non lasciare che il libro, se doveva restare ancora raggiungibile e comprensibile per operai sia pure progrediti, aumentasse troppo la propria mole; ed esso aveva già raggiunto una mole una volta e mezzo più grande di quella originariamente preventivata. Quante volte mi sono dovuto accontentare di una parola dove avrei preferito scrivere una riga, o di una riga dove avrei preferito scrivere una pagina, o di una pagina dove avrei preferito scrivere un intero foglio di stampa! Di questi limiti imposti dal di fuori ha sofferto soprattutto l’analisi degli scritti scientifici di Marx. Per non lasciare sin dal principio alcun dubbio in proposito, ho tolto via la seconda metà del sottotitolo, tradizionale per la biografia di un grande scrittore: Storia della sua vita e delle sue opere.

Certamente, la grandezza senza pari di Marx risiede non da ultimo nel fatto che in lui l’uomo di pensiero e l’uomo d’azione erano indissolubilmente legati, che si completavano e si sostenevano a vicenda. Ma non è meno certo che in lui il lottatore ebbe sempre il sopravvento sul pensatore. In questo i nostri grandi pionieri la pensavano tutti così come ebbe ad esprimersi Lassalle, quando disse che con grande piacere avrebbe fatto a meno di scrivere quel che sapeva, purché fosse infine scoccata l’ora della azione pratica. E quanto avessero ragione in ciò, noi lo abbiamo sperimentato con raccapriccio ai nostri tempi, quando certi severi eruditi che hanno ponzato per tre o magari per quattro decenni su ogni virgola delle opere di Marx, in un’ora storica, in cui avrebbero potuto e dovuto una buona volta agire come Marx, non hanno saputo far altro che rigirarsi su sé stessi come cigolanti banderuole.

Ma non per questo io voglio nascondere che non mi sentivo per nulla chiamato a preferenza di altri ad abbracciare tutto l’immenso campo del sapere che Marx ha dominato. Già per il compito di dare nella ristretta cornice del mio studio una immagine chiara e trasparente del secondo e del terzo volume del Capitale, mi sono rivolto all’aiuto dell’amica Rosa Luxemburg. I lettori le saranno grati, così come le sono grato io, per aver corrisposto così prontamente al mio desiderio; la parte terza del capitolo dodicesimo è stata redatta da lei. È una grande gioia per me inserire in questo mio scritto le preziose pagine dovute alla sua penna, così come è per me una gioia non minore l’avere avuto dalla nostra comune amica Clara Zetkin-Zundel il consenso a lasciare che la mia navicella prendesse il mare sotto la sua bandiera. L’amicizia di queste donne è stata per me di inestimabile conforto in questo tempo tra le cui tempeste molti di questi campioni «tutti d’un pezzo» del socialismo sono stati spazzati via come foglie secche dal vento d’autunno.

Franz Mehring

Steglitz-Berlin, marzo 1918

I - GLI ANNI GIOVANILI

1. Casa e scuola

Karl Heinrich Marx nacque a Treviri il 5 maggio 1818. Poco si sa sulle origini della sua famiglia, a causa delle dispersioni e delle distruzioni che, sullo scorcio del secolo, gli avvenimenti bellici arrecarono ai registri dello stato civile dei paesi renani. Non si discute, infatti, ancor oggi sull’anno di nascita di Heinrich Heine?

Le cose non sono proprio a questo punto per Karl Marx, che nacque in tempi più tranquilli. Ma quando, cinquant'anni fa, morì una Sorella del padre di lui, lasciando un testamento senza valore giuridico, nonostante tutte le ricerche giudiziarie per rintracciare gli eredi legittimi, non si riuscì più a stabilire la data di nascita e di morte dei genitori di lei, cioè dei nonni di Karl Marx. Il nonno si chiamava Marx Levi, ma in seguito si fece chiamare semplicemente Marx, e fu rabbino a Treviri; pare sia morto nel 1798, comunque nel 1810 non era più in vita. Sua moglie Eva, nata Moses, nel 1810 era ancora viva, e pare sia morta nel 1825.

Dei numerosi figli di questa coppia, due, Samuel e Hirschel, si dedicarono a professioni liberali. Samuel successe al padre nell’ufficio di rabbino a Treviri, mentre suo figlio Moses andò a finire a Gleiwitz nella Slesia come candidato rabbino. Samuel era nato nel 1781 e morì nel 1829. Hirschel, padre di Karl Marx, era nato nel 1782. Studiò giurisprudenza, divenne procuratore generale e più tardi consigliere di giustizia a Treviri, nel 1824 si fece battezzare col nome di Heinrich Marx, e morì nel 1838. Sposò Henriette Pressburg, un’ebrea olandese, i cui antenati, secondo quanto riferisce sua nipote Eleanor Marx, si succedettero per secoli nell’ufficio di rabbino. Morì nel 1863. Anche questi due lasciarono una famiglia numerosa ma, al momento di quella regolamentazione dell’eredità ai cui atti dobbiamo queste notizie genealogiche, vivevano ancora soltanto quattro dei loro figli: Karl Marx e tre figlie, Sophie, vedova del procuratore Schmalhausen a Mastricht, Emilie, moglie dell’ingegnere Conrady a Treviri, e Luise, moglie del commerciante Juta a Città del Capo.

Grazie ai suoi genitori, il cui matrimonio fu oltremodo felice, Karl Marx, che dopo la sorella Sophie era il maggiore, ebbe una giovinezza serena e tranquilla. Se le sue «splendide doti naturali» avevano fatto nascere nel padre la speranza che potessero un giorno servire al bene dell’umanità, la madre dal canto suo, lo chiamava il beniamino della fortuna, a cui riusciva qualsiasi cosa si mettesse a fare. Eppure, Karl Marx non è stato né, come Goethe, il figlio di sua madre, né, come Lessing e Schiller, il figlio di suo padre. La madre, con tutte le sue tenere premure per il marito e i figli, consumò l’esistenza nella pace domestica; per tutta la vita parlò soltanto un tedesco molto approssimativo, e non prese parte alcuna alle lotte intellettuali del figlio, se non con i rimpianti materni su ciò che il suo Karl sarebbe potuto diventare se si fosse messo sulla buona strada. Pare che nei suoi ultimi anni Karl Marx sia stato in rapporti più intimi coi parenti della madre in Olanda, particolarmente con uno «zio» Philips; egli parla più volte e con grande simpatia di questo «vecchio in gamba» che gli fu anche d’aiuto nelle necessità della vita.

Tuttavia anche il padre, sebbene morisse pochi giorni dopo che Karl aveva compiuto i venti anni, aveva considerato talvolta con segreta angoscia il «demone» del figlio suo prediletto. Non lo angosciava la meschina e penosa preoccupazione che una brava madre di famiglia può nutrire sulla buona riuscita del figlio, ma piuttosto il cupo presentimento della durezza granitica di un carattere tanto lontano dalla sua molle natura. Ebreo, renano, giurisperito, sì che avrebbe dovuto essere tre volte corazzato di fronte a tutte le seduzioni del prussianesimo degli Junker, tuttavia Heinrich Marx era un patriota prussiano, non nel senso scipito che ha oggi questa parola, ma un patriota prussiano un po’ dello stampo che i più vecchi di noi hanno conosciuto in Waldeck e Ziegler: impregnato di cultura borghese, pieno di fede nell’illuminismo del vecchio Federico, un «ideologo» di quelli che Napoleone, e non senza fondamento, odiava. Quella che costui aveva chiamata «folle manifestazione di ideologia» accendeva talvolta l’odio di Marx padre contro il conquistatore che pur aveva donato agli ebrei renani l’uguaglianza dei diritti civili e ai paesi renani il Codice Napoleone, questo loro gioiello gelosamente custodito, ma incessantemente avversato dalla reazione prussiana.

La sua fede nel «genio» della monarchia prussiana non fu scossa nemmeno quando il governo prussiano lo costrinse a cambiare religione per conservare il posto. La cosa è stata ricordata ripetutamente, e anche da parte di gente, altrimenti informata, apparentemente per giustificare o almeno per scusare un fatto che non richiedeva né una giustificazione e neppure una scusa. Anche dal punto di vista puramente religioso un uomo che con Locke e Leibniz e Lessing professava la sua «pura fede in Dio», non aveva più nulla da cercare nella sinagoga, e trovò prestissimo un rifugio nella chiesa nazionale prussiana, nella quale allora regnava un tollerante razionalismo, una cosiddetta religione razionale, che ebbe un influsso perfino sull’editto prussiano del 1819 riguardante la censura.

Ma il distacco dal giudaismo, coi tempi che correvano, era un atto di emancipazione non soltanto religiosa, ma anche — e soprattutto — sociale. Gli ebrei non avevano preso parte alla gloriosa produzione spirituale dei nostri grandi pensatori e poeti; la modesta luce di un Moses Mendelssohn aveva cercato invano di illuminare per la sua «nazione» il cammino nella vita spirituale tedesca. E quando, proprio negli anni in cui Heinrich Marx passava al cristianesimo, un gruppo di giovani ebrei di Berlino riprendeva gli sforzi di Mendelssohn, si ebbe lo stesso insuccesso, sebbene fra di loro si trovassero uomini come Eduard Gans e Heinrich Heine. Gans, che capeggiava questo gruppo, fu anzi il primo ad ammainare la bandiera e a passare al cristianesimo, ed anche se Heine lì per lì gli scagliò dietro un’aspra maledizione, — Chi ieri era ancora un eroe, Oggi è già un mascalzone —, pure anche lui fu presto costretto a pagare «il biglietto d’ingresso per la cultura europea». L’uno e l’altro si sono conquistati un posto nella storia della produzione culturale tedesca del secolo, mentre i nomi dei loro compagni che più fedelmente coltivarono il giudaismo sono dimenticati e scomparsi.

Così per qualche decennio il passaggio al cristianesimo è stato per gli spiriti liberi dell’ebraismo un passo avanti nella civiltà. E non altrimenti è da intendersi il cambiamento di religione che Heinrich Marx compì con la sua famiglia nell’anno 1824. È possibile che anche circostanze esteriori abbiano determinato non l’azione stessa, ma il momento di quest’azione. L’incetta di terreni da rivendere poi a piccoli lotti, praticata dagli ebrei nelle campagne, si era sviluppata con grande intensità durante la crisi agricola del terzo decennio del secolo, e aveva provocato anche nelle campagne renane un odio altrettanto intenso contro gli ebrei; e un uomo di così ineccepibile rettitudine come il vecchio Marx non aveva né il dovere né il diritto — dinanzi ai suoi figli — di sopportarne anche lui le conseguenze. O forse anche la morte della madre, che pare sia avvenuta in questo tempo, lo ha sciolto da un riguardo di pietà, del tutto conforme al suo carattere; o può avervi contribuito anche la considerazione che nell’anno della conversione il figlio maggiore aveva raggiunto l’età dell’obbligo scolastico.

Comunque stiano le cose, non c’è però dubbio alcuno che Heinrich Marx si era procurato quella cultura liberatrice che gli aveva fatto superare ogni grettezza. ebraica, e questa libertà egli l’ha trasmessa al suo Karl come eredità preziosa. Nelle pur numerose lettere che egli mandava al giovane studente, nulla tradisce una traccia di mentalità ebraica; esse sono scritte in un tono paterno, diffuso e sentimentale, nello stile epistolare del secolo diciottesimo, quando il vero tipo tedesco se amava spasimava, e se era in collera tuonava. Senza nessuna grettezza piccolo-borghese, queste lettere discutono direttamente gli interessi spirituali del figlio rivelando soltanto una decisa e assolutamente giustificata avversione contro le sue velleità di «volgare poetucolo». Con tutto il fantasticare sul futuro del suo Karl, il vecchio signore «coi suoi capelli brizzolati e l’animo un po’ stanco» non può sottrarsi del tutto al dubbio se il cuore del figlio valga quanto la sua testa, se vi sia posto per i terreni ma teneri sentimenti che in questa valle di lacrime sono così ricchi di consolazione per gli uomini.

Questi dubbi erano ben giustificati in lui; il puro amore che nutriva «nel profondo del cuore» per il figlio, non lo rendeva cieco, ma anzi chiaroveggente. Ma come l’uomo non può mai prevedere le ultime conseguenze delle proprie azioni, così Heinrich Marx non pensava e non poteva pensare che con tutta quella cultura borghese che egli dava al figlio come dote preziosa per la vita, lo aiutava soltanto a scatenare il temuto «demone», ch’egli non sapeva dire se fosse di natura «celeste» o «faustiana». Quante cose Karl Marx poté superare quasi scherzando già nella casa paterna, che ad uno Heine o ad un Lassalle sono costate le prime e più dure battaglie della vita, battaglie le cui ferite a nessuno dei due si sono mai completamente rimarginate!

Poco si può indovinare di quel che la scuola ha dato all’adolescente. Karl Marx non ha mai parlato di un suo compagno di scuola, né da parte di alcuno di questi compagni si ha una qualche notizia su di lui. Compì abbastanza presto gli studi ginnasiali nella città natale; il suo diploma di maturità porta la data del 25 agosto 1835. Esso accompagna alla solita maniera il giovinetto di belle speranze con i suoi auguri di buon successo e coi soliti giudizi stereotipati sul profitto nelle singole materie. Tuttavia esso mette in particolare rilievo che Karl Marx sapeva tradurre e spiegare anche i passi più difficili dei classici antichi, specialmente quelli la cui difficoltà risiedeva non tanto nelle particolarità linguistiche, quanto nel contenuto e nel nesso dei pensieri; il suo componimento latino dimostrava dal punto di vista del contenuto ricchezza di pensiero e un approfondimento notevole dell’argomento, ma era spesso sovraccarico di considerazioni estranee.

Nell’esame vero e proprio non se la cavò in religione, ma neanche in storia. Ma nel componimento tedesco era espresso un pensiero che agli esaminatori apparve «interessante», e che deve apparire anche più interessante a noi. Il tema era: «Considerazioni di un giovane davanti alla scelta di una professione». Il giudizio diceva che il lavoro si raccomandava per la ricchezza dei pensieri e per la buona disposizione degli argomenti, ma anche qui l’autore cadeva nel difetto abituale: la ricerca eccessiva di espressioni rare e immaginose. Ma poi si citava testualmente questa frase: «Non sempre noi possiamo abbracciare la professione alla quale ci crediamo chiamati; i nostri rapporti nella società sono già cominciati prima che noi si sia in grado di determinarli». Così nell’adolescenza si annunciava il primo balenare di quel pensiero il cui pieno approfondimento doveva poi essere immortale merito dell’uomo.

2. Jenny von Westphalen

Nell’autunno del 1835 Karl Marx entrò nell’Università di Bonn, dove restò un anno, forse più «per ragioni di studio», che per studiare davvero giurisprudenza.

Anche su questo periodo non esistono notizie dirette, ma da quel che appare dalle lettere del padre, il giovanotto doveva aver perduto un po’ del suo bollore. Solo in seguito, in un’ora molto cupa, il vecchio scriverà di «smanie selvagge»; in questo periodo si lamentava soltanto sui «conti à la Karl, senza capo né coda, senza risultato»; ma del resto, anche più tardi questi conti il teorico classico del denaro non è mai riuscito a farli quadrare.

Dopo questi anni lieti di Bonn, parve un colpo di testa da studente quando Karl Marx, nella felice età di diciotto anni, si fidanzò con una compagna di giochi della sua infanzia, una amica intima della sua sorella maggiore Sophie, la quale contribuì a spianare la strada all’unione dei giovani innamorati. Ma in realtà fu la prima e più bella vittoria riportata da quest’uomo nato ad essere un dominatore di uomini; una vittoria che appariva assolutamente «incomprensibile» a suo padre, finché non gli divenne più chiara con la scoperta che anche la fidanzata aveva «qualche cosa di geniale», e sapeva affrontare sacrifici di cui le ragazze comuni non sono capaci.

E davvero Jenny von Westphalen era non soltanto una ragazza di non comune bellezza, ma anche di animo e carattere non comuni. Di quattro anni maggiore di Karl Marx, aveva però appena passato i venti anni; nel pieno rigoglio della sua giovane bellezza, era molto corteggiata ed ambita, e le si apriva l’avvenire brillante di una figlia di funzionario d’alto rango. Ma, come pensava il vecchio Marx, essa sacrificava tutte queste prospettive a un «avvenire incerto e pieno di pericoli», ed egli credeva di riconoscere talvolta anche in lei quel timore pieno di presentimenti da cui era egli stesso angustiato. Ma era tanto sicuro di quella «fanciulla angelica», di quella «incantatrice», che giurava al figlio che nessun principe gliel’avrebbe sottratta.

L’avvenire superò poi per incertezze e pericoli le più nere previsioni di Heinrich Marx, ma tuttavia Jenny von Westphalen, il cui ritratto giovanile irraggia una grazia infantile, ha tenuto fede con l’animo inalterabile di un’eroina, in mezzo ai dolori e alle sofferenze più tremende, all’uomo che ella aveva scelto.

Gli alleggerì il grave peso della sua vita non forse in quanto fosse una brava donna di casa — infatti, viziata essa stessa dalla fortuna, non fu sempre in grado di affrontare le meschine miserie della vita quotidiana, come lo sarebbe stata una proletaria indurita a tutte le tempeste — ma ne fu la degna compagna in un senso più alto, in quanto cioè comprese la missione della vita di lui. In tutte le sue lettere — quelle che sono rimaste — aleggia un soffio di schietta femminilità; ella era una «natura» nel senso di Goethe, ugualmente vera in ogni suo stato d’animo, nell’affascinante conversare dei giorni lieti, come nel profondo dolore di una Niobe a cui la miseria strappò un figlio, senza che potesse comporlo in una sia pur misera tomba. La sua bellezza era l’orgoglio del marito, e quando i loro destini erano legati fra di loro ormai da quasi tutta una vita, egli le scriveva nel 1836 da Treviri, dove si trovava per i funerali della madre: «Tutti i giorni mi sono recato in pellegrinaggio alla vecchia casa dei Westphalen (nella Römerstrasse), che mi ha interessato più di tutte le antichità romane, perché mi ricordava i tempi felici della giovinezza e racchiudeva il mio tesoro più caro. Inoltre tutti i giorni, a destra e a sinistra, mi domandano della «più bella ragazza» di Treviri e della «reginetta del ballo». È terribilmente piacevole per un uomo, quando la moglie vive ancora nella fantasia di tutta una città come «la principessa del sogno»». Allo stesso modo, ormai morente, pur alieno com’era sempre stato da ogni sentimentalismo, egli parlò con tono accorato e commovente del lato più bello della sua vita, che per lui era rappresentato da questa donna.

I due giovani si fidanzarono dapprima senza interrogare i genitori di lei, cosa che procurò non piccoli scrupoli al coscienzioso padre di lui. Ma non molto dopo anche quelli dettero il loro assenso. Il consigliere segreto di governo Luigi von Westphalen, nonostante il nome e il titolo, non apparteneva né alla nobiltà prussiana degli Junker né alla vecchia burocrazia prussiana. Suo padre era quel Philipp Westphalen che figura tra i più notevoli personaggi della storia militare. Segretario privato del duca Ferdinando di Brunswick, che nella guerra dei sette anni, alla testa di un esercito composto degli elementi più eterogenei finanziato dagli inglesi, aveva difeso con successo la Germania occidentale dalle mire di conquista di Luigi XV e della sua Pompadour, Philipp Westphalen era riuscito a divenire di fatto il capo di stato maggiore del duca, malgrado tutti i generali tedeschi ed inglesi dell’esercito. I suoi meriti erano così universalmente riconosciuti che il re d’Inghilterra voleva nominarlo aiutante generale dell’esercito, ma Philipp Westphalen non accettò. Dovette però piegare il suo carattere borghese almeno fino ad «accettare» la nobiltà, per motivi simili a quelli per cui uno Herder o uno Schiller si erano dovuti adattare a questa umiliazione: per poter cioè sposare una ragazza di una famiglia baronale scozzese, che era apparsa nel campo del duca Ferdinando, in visita alla sorella, maritata ad un generale delle truppe ausiliarie inglesi.

Loro figlio fu Ludwig von Westphalen. E se dal padre egli aveva ereditato un nome storico, anche l’albero genealogico della madre presentava grandi ricordi storici; uno dei suoi antenati in linea diretta era salito sul rogo nella lotta per l’introduzione della Riforma in Scozia, un altro, Earl Archibald Argyle, era stato decapitato come ribelle sulla piazza del mercato di Edimburgo nella lotta di liberazione contro Giacomo II. Con tali tradizioni di famiglia, Ludwig von Westphalen aveva dato del tutto l’addio all’atmosfera della orgogliosa e cenciosa nobiltà degli Junker e della burocrazia oscurantista. Da principio al servizio dei Brunswick, non aveva esitato a rimanere in questo servizio quando il piccolo ducato fu trasformato da Napoleone nel Regno di Vestfalia, dato che evidentemente gli importava meno dell’antica dinastia dei Guelfi che delle riforme con cui la conquista francese risanava le dissestate condizioni della sua piccola patria. Ma al dominio straniero come tale non per questo restò meno avverso, e nel 1813 dovette provare la dura mano del maresciallo Davoust. Passati due anni, dopo essere stato consigliere regionale a Salzwedel, dove il 12 febbraio 1814 gli nacque la figlia Jenny, fu trasferito come consigliere di governo a Treviri; nel suo primo zelo il cancelliere prussiano Hardenberg riconosceva ancora che bisognava mandare nei territori renani recentemente conquistati, ma attaccati alla Francia, gli spiriti più svegli e più liberi da fisime da Junker.

Karl Marx per tutta la sua vita ha parlato di quest’uomo con il più grande affetto e la più grande riconoscenza. Non soltanto perché ne era il genero lo chiamava il suo «caro, paterno amico», e gli portò un «affetto filiale». Westphalen poteva recitare dal principio alla fine interi canti di Omero; sapeva a memoria, in inglese come in tedesco, moltissimi drammi di Shakespeare; nella «vecchia casa dei Westphalen» Karl Marx ricevette molte suggestioni che la sua casa non poteva fornirgli, e tanto meno la scuola. Egli era divenuto molto presto un beniamino di Westphalen, il quale forse nell’acconsentire al fidanzamento si ricordò del felice matrimonio dei propri genitori; agli occhi del mondo anche la fanciulla della vecchia famiglia baronale aveva fatto un cattivo matrimonio, quando si era unita con quel povero segretario privato che era un semplice borghese.

Il figlio maggiore di Ludwig von Westphalen non ereditò questi sentimenti paterni. Era un carrierista della burocrazia, e anche peggio; ministro prussiano degli interni nel periodo della reazione del decennio 1850-1860, sostenne perfino di fronte al primo ministro Manteuffel, che era pur sempre un burocrate smaliziato, le pretese feudali della più impenitente nobiltà degli Junker. Questo Ferdinand von Westphalen non è mai stato in rapporti di intimità con la sorella Jenny, tanto più che era di quindici anni maggiore di lei, e, come figlio di un primo matrimonio del padre, le era soltanto fratellastro.

Vero fratello di lei era invece Edgar von Westphalen, che uscì dalla strada paterna deviando a sinistra, così come Ferdinand aveva deviato a destra. All’occasione egli sottoscrisse insieme al cognato Marx i suoi manifesti comunisti. Non è stato, a dire il vero, un suo compagno costante; passò il gran mare, ebbe là varia fortuna, tornò indietro, riemerse ora qui ora là, un vero selvaggio ogni volta che si sa qualche cosa di lui. Ma ha sempre avuto un cuore fedele per Jenny e per Karl Marx, ed essi hanno dato il suo nome al loro primo figlio.

II - Il discepolo di Hegel

1. Il primo anno a Berlino

Ancor prima che Karl Marx si fidanzasse, suo padre aveva deciso che avrebbe proseguito gli studi a Berlino; la dichiarazione, tuttora conservataci, con la quale Heinrich Marx non solo dà il benestare, ma anzi dichiara esser sua volontà che il figlio Karl frequenti per il trimestre seguente l’Università di Berlino per proseguirvi gli studi di scienze giuridiche e amministrative, porta la data del 1° luglio 1836.

È verosimile che il fidanzamento stesso abbia piuttosto rafforzato che indebolito questa decisione del padre; la sua natura riflessiva, mirando lontano, può avergli fatto considerare consigliabile per il momento una lunga separazione dei due innamorati. E d’altronde può anche darsi che nella scelta di Berlino egli sia stato spinto dal suo patriottismo prussiano, e anche dal fatto che l’Università di Berlino non conosceva quegli antichi fasti studenteschi dei quali, a giudizio del provvido vecchio, Karl Marx aveva goduto a sufficienza a Bonn; «le altre Università non sono altro che birrerie in confronto a questa casa di lavoro», diceva Ludwig Feuerbach.

Comunque, non è stato il giovane studente a decidersi da sé per Berlino. Karl Marx amava il suo paese e la capitale prussiana gli è stata antipatica per tutta la vita. Tanto meno la filosofia di Hegel, dominatrice incontrastata all’Università di Berlino dopo la morte ancor più che durante la vita del suo fondatore, poteva averlo attratto poiché gli era del tutto sconosciuta. A ciò si aggiungeva la grande lontananza dall’amata. Egli aveva, sì, promesso di contentarsi per il futuro dell’assenso di lei, e di rinunciare per il presente a tutte le manifestazioni esteriori dell’amore. Ma anche tra persone come loro questi giuramenti da innamorati hanno il singolare privilegio di esser scritti sull’acqua; più tardi Karl Marx racconterà ai suoi figli, di essere stato allora, nell’amore per la loro madre, un vero Orlando furioso, e così il suo giovane e ardente cuore non ebbe pace finché non gli fu permesso di scambiare delle lettere con la fidanzata.

Soltanto, egli ricevette la prima lettera di lei quando si trovava a Berlino già da un anno, e su quest’anno noi siamo per un certo aspetto informati più esattamente che su qualsiasi altro degli anni della sua gioventù o della sua vecchiaia: e ciò grazie a una lettera che egli scrisse ai suoi genitori il 30 novembre 1837 per fornir loro, «alla fine di un anno trascorso qui, uno sguardo sulla situazione di esso». Questo notevole documento ci mostra già nel giovane l’uomo intero, che lotta per la verità fino al completo esaurimento delle sue energie fisiche e spirituali: la sua insaziabile sete di sapere, la sua inesauribile capacità di lavoro, la sua spietata autocritica e quello spirito di lotta che, quando pareva averli del tutto vinti, in realtà aveva soltanto soffocato i battiti del cuore.

Karl Marx si immatricolò il 22 ottobre 1836. Delle lezioni accademiche non si curò troppo; in nove semestri non seguì più di dodici corsi, soprattutto corsi obbligatori di diritto, e anche di questi presumibilmente ha ascoltato poche lezioni. Degli insegnanti ordinari dell’Università, soltanto Eduard Gans ha esercitato un qualche influsso sulla sua evoluzione spirituale. Di Gans seguì le lezioni di diritto penale e di diritto civile prussiano, e lo stesso Gans attestò «l’eccellente diligenza» con cui Karl Marx seguì i due corsi. A questo proposito ha un valore di prova maggiore di tali attestati, che di solito si danno con molta indulgenza, la polemica spietata condotta da Marx nei suoi primi scritti contro la scuola storica del diritto, contro la cui angustia e ottusità, contro la cui dannosa influenza sulla legislazione e sullo sviluppo del diritto aveva già levato la sua voce eloquente il Gans, giurista ricco di cultura filosofica.

Tuttavia, per sua stessa ammissione, Marx si occupò dello studio regolare della giurisprudenza soltanto come di una disciplina secondaria dopo la storia e la filosofia, e in queste due materie non si preoccupò minimamente delle lezioni, ma si iscrisse soltanto al normale corso obbligatorio di logica, con Gabler, successore ufficiale di Hegel, ma il più mediocre tra i suoi mediocri ripetitori. Abituato a pensare con la sua testa, già all’Università Marx lavorava in maniera indipendente, e in due semestri si impadronì di tante cognizioni quante venti semestri non sarebbero bastati a elaborare col lento imbottimento delle lezioni accademiche.

Dopo il suo arrivo a Berlino, fu «il nuovo mondo dell’amore» a rivendicare per primo i propri diritti. «Ebbro di nostalgia e vuoto di speme», esso si riversò in tre quaderni di poesie, tutti dedicati «alla mia cara, eternamente amata Jenny von Westphalen». Tra le cui mani si trovarono nel dicembre 1836, salutati, come gli annunciava a Berlino la sorella Sophie, «con lacrime di voluttà e di dolore». Il poeta stesso, un anno più tardi, nella lunga lettera ai genitori, giudicava con molto poco riguardo questi parti della sua musa. «Sentimento espresso con prolissità e senza forma, nulla di naturale, tutto campato in aria, contrasto assoluto tra quello che è e quello che dev’essere, riflessioni retoriche invece di un pensiero poetico»: tutto questo elenco di peccati era il giovane poeta stesso a formularlo, e anche se poteva far valere come circostanza attenuante «magari un certo calore di sentimento e un certo tentativo d’estro», però queste qualità più lodevoli colpivano nel segno forse soltanto nel senso e nei limiti dei Canti a Laura di Schiller.

In generale le sue poesie giovanili hanno un tono romantico di maniera, in mezzo al quale raramente risuona una voce schietta. Inoltre la tecnica del verso è impacciata e rigida in un modo in verità non più ammissibile dopo che Heine e Platen avevano fatto sentire il loro canto. Le capacità artistiche che Marx possedeva in notevole misura, e che rivelò per l’appunto anche nelle sue opere scientifiche, cominciarono a svilupparsi attraverso così strani errori. Come nell’espressività del suo linguaggio egli si avvicinò ai primi maestri della letteratura tedesca, così attribuiva grande valore all’equilibrio estetico dei suoi scritti, diversamente da quegli spiriti meschini per i quali la noia più pesante costituisce il titolo fondamentale del lavoro erudito. Ma tra le molteplici doti che le muse gli avevano posto nella culla, non si trovava la dote dell’eloquio poetico.

Tutt’al più, come scriveva ai suoi genitori nella lunga lettera del 10 novembre 1837, la poesia poteva essere soltanto un accompagnamento; lui doveva studiare giurisprudenza e sentiva soprattutto l’impulso a cimentarsi con la filosofia. Aveva studiato a fondo Heineccius, Thibaut e le fonti, tradotto in tedesco i due primi libri delle Pandette e cercato di fondare una filosofia del diritto sul terreno del diritto. Quest’«opus infelice» egli scriveva di averlo portato avanti fino alla trecentesima pagina, se pur non si tratta di un lapsus calami. Alla fine si accorse della «erroneità dell’insieme» e si gettò tra le braccia della filosofia, per progettare un nuovo sistema metafisico, al cui termine però fu di nuovo costretto a prender atto della assurdità di tutti gli sforzi compiuti. A parte ciò, aveva l’abitudine di farsi estratti da tutti i libri che leggeva, come dal Laocoonte di Lessing, dall'Erwin di Solger dalla Storia dell’arte del Winckelmann, dalla Storia tedesca di Luden; e di scribacchiarvi accanto delle riflessioni. Contemporaneamente traduceva la Germania di Tacito e i Tristia di Ovidio, e cominciò a studiare per conto proprio, cioè sulle grammatiche, l’inglese e l’italiano, senza arrivare per il momento a nessun risultato concreto; leggeva il Diritto penale di Klein e i suoi Annali e tutte le novità letterarie, quest’ultime soltanto di sfuggita. La chiusura del semestre fu però costituita di nuovo da «danze di muse e musica di satiri», ma d’improvviso il regno della vera poesia gli apparve lontano come un palazzo incantato, e tutte le sue creature svanirono nel nulla.

E infine il risultato di questo primo semestre era stato che egli «aveva vegliato molte notti, affrontato molte lotte, subito molte agitazioni interne ed esterne», ma senza ottenere molto, e che natura, arte, il mondo stesso erano stati trascurati e gli amici tenuti lontani. Inoltre il fisico d’adolescente risentì dello sforzo eccessivo, e per consiglio del medico Marx si trasferì a Stralau, che allora era ancora un tranquillo villaggio di pescatori. Qui egli si riprese subito, e così ricominciò l’attività intellettuale. Anche nel secondo semestre affrontò lo studio dei più vari argomenti, ma la filosofia di Hegel si mostrò sempre più chiaramente come il polo immobile nel flusso dei fenomeni. Quando Marx la conobbe per la prima volta in maniera frammentaria, la sua «grottesca musica rupestre» non riuscì a piacergli, ma durante una nuova malattia la studiò da capo a fondo, e capitò inoltre in un «Doktorklub» di Giovani hegeliani, dove, nelle continue discussioni, si legò sempre più saldamente «alla attuale filosofia del mondo» a dire il vero non senza che ogni voce in lui si ammutolisse e lo assalisse «una vera smania di ironia dopo tutte quelle negazioni».

Karl Marx rivelava tutto ciò ai suoi genitori e chiudeva con la preghiera di lasciarlo tornare a casa subito, e non soltanto per la Pasqua dell’anno seguente come il padre gli aveva già consentito. Voleva discutere col padre sulle «condizioni del suo spirito così disperso e disorientato»; soltanto nella «cara vicinanza» dei genitori avrebbe potuto acquietare questi «agitati fantasmi».

Quanto questa lettera è oggi preziosa per noi come specchio nel quale contempliamo l’immagine vivente del giovane Marx, tanto male fu accolta nella casa paterna. Il padre, già malandato, si vide davanti il «demone» che aveva sempre temuto nel figlio, che temeva doppiamente da quando amava «una certa persona» come una figlia sua propria, da quando una famiglia molto degna era stata sollecitata ad approvare una relazione che, stando alle apparenze e coi tempi che correvano, era piena di pericoli e cupe prospettive per questa cara fanciulla. Egli non era stato mai così ostinato da prescrivere al figlio il cammino da percorrere a meno che ciò servisse soltanto a far rispettare dei «sacri impegni»; ma quello che ora si vedeva davanti era un mare tempestoso senza nessun ancoraggio sicuro.

Così, nonostante la sua «debolezza», di cui era ben consapevole, si decise ad essere «duro almeno per una volta», e nella sua risposta del 1° dicembre fu «duro» alla sua maniera, ingrandendo esageratamente le cose e intercalando dolorosi sospiri. Chiedeva in che modo il figlio avesse compiuto il suo dovere, e rispondeva lui stesso: «Lo giudichi Iddio! Disordine assoluto, balordo vagabondaggio in tutti i campi del sapere, balorde sgobbate al fioco lume della lucerna; abbrutimento nello studio in veste da camera e coi capelli arruffati, invece che abbrutimento nel bere in una birreria; repellente mancanza di socievolezza e di ogni decoro e perfino di ogni riguardo verso tuo padre; l’arte di frequentare il mondo limitata alla sporca stanza, dove forse le lettere d’amore di una Jenny e le amichevoli esortazioni paterne, scritte magari tra le lacrime, vengono adoperate per accender la pipa, il che del resto è sempre meglio che vederle capitare, grazie a un disordine anche più irresponsabile, in mano di terzi». Poi il dolore lo sopraffà e, per restare spietato, egli si fa forza con le pillole che il medico gli ha ordinato. Biasima severamente Karl per i suoi sprechi incontrollati. «Come se fossimo pieni d’oro, il signor figlio consuma in un anno quasi 700 talleri, contro ogni accordo, contro ogni usanza, mentre i più ricchi non ne spendono 500». Certo Karl non è un crapulone né un dissipatore, ma chi ogni settimana o al massimo ogni due settimane è costretto a trovare nuovi sistemi e disfare gli antichi, come può occuparsi di tali piccolezze? Tutti attingono alla sua tasca, e tutti lo ingannano.

Dopo aver proseguito un pezzo in questa maniera, alla fine il padre rifiutò inesorabilmente la visita di Karl. «Venire qui in questo momento sarebbe una sciocchezza. Certo io so che tu fai poco conto delle lezioni — e magari paghi —, ma io voglio almeno salvare il decoro. Io non sono certamente schiavo di quel che dice la gente, ma non mi piace neppure che si chiacchieri sul mio conto». Karl sarebbe potuto venire per le vacanze di Pasqua, o anche dieci giorni prima, dato che il padre non voleva essere così pittima.

Tra tutte le sue lamentele risuonava il rimprovero che il figlio non aveva cuore, e poiché questo rimprovero è stato tante e tante volte mosso a Karl Marx, è bene, qui che esso risuona per la prima volta e forse con più ragione che altrove, dire subito quel poco che se ne può dire. Con la frase sul «diritto di godere la vita», trovata da una civiltà rammollita per giustificare un vile egoismo, naturalmente non si spiega nulla; né molto di più si spiega con la frase più antica sui «diritti del genio», il quale potrebbe permettersi più che i comuni mortali. In Karl Marx, piuttosto, la lotta indefessa per acquistare piena coscienza delle cose scaturiva dal sentimento più profondo del cuore; egli non era, secondo una rude espressione da lui stesso usata una volta, abbastanza bue da voltare le spalle ai «dolori dell’umanità», o, per dirla con le parole con cui Hutten aveva già espresso questo pensiero, Dio lo aveva condannato a sentir più male e a esser colpito più profondamente degli altri per un dolore comune. Nessun altro mai ha fatto tanto quanto Karl Marx per estirpare le radici dei «dolori dell’umanità». Quando la nave della sua vita navigava in alto mare, tra venti e tempeste e sotto il sibilare dei proiettili nemici, la sua bandiera ha continuato a sventolare sull’albero maestro, ma a bordo la vita non era comoda né per il comandante né per l’equipaggio.

Non perciò Marx era privo di sentimento per i suoi. Il suo animo di lottatore poteva sì far tacere i sentimenti del cuore, ma non soffocarli, e spesso, già avanti negli anni, egli si dolse amaramente, che quelli che gli erano più vicini dovessero soffrire della dura sorte della sua vita più di lui stesso. Anche da giovane studente non era sordo alle grida di allarme del padre; rinunciò non solo a tornare subito a Treviri, ma al viaggio per Pasqua, con dispiacere della madre, ma con grande soddisfazione del padre, la cui collera cominciò a calmarsi rapidamente. Questi seguitò, è vero, con le sue lagnanze, ma lasciò andare le esagerazioni; nell’arte del ragionamento astratto non poteva del resto tener testa a Karl, e in quanto a studiare anche la terminologia, era troppo vecchio per poter sia pure affacciarsi nel suo santuario. In un punto tutto il trascendente non serviva a nulla, e il figlio osservò saggiamente un dignitoso silenzio. Ma il padre voleva deporre le armi per stanchezza, e la parola aveva un senso più serio di quel che sembrava a giudicare dal sottile umorismo che tornava a giocare tra le righe di questa lettera. Essa porta ti data del 10 febbraio 1838, quando Heinrich Marx si era appena alzato dopo una malattia che lo aveva tenuto a letto per cinque settimane. Non era una guarigione definitiva; la malattia, a quanto pare al fegato, ricomparve e si aggravò, fino a che, proprio tre mesi dopo, il 10 maggio 1838, sopravvenne la morte. E giunse a tempo opportuno per risparmiare al suo cuore paterno le delusioni di fronte alle quali esso si sarebbe spezzato un poco alla volta.

Ma Karl Marx ha sempre riconosciuto con gratitudine quel che suo padre era stato per lui. Come il padre lo aveva portato nell’intimo del cuore, così lui portò nel cuore l’immagine paterna, fin nella tomba.

2. I Giovani hegeliani

Dopo la primavera del 1838, quando perdette il padre, Karl Marx visse ancora tre anni a Berlino, nell’ambiente del Doktorklub, la cui vita intellettuale gli aveva dischiuso i segreti della filosofia hegeliana.

Allora questa filosofia passava ancora come la filosofia ufficiale dello Stato prussiano. Il ministro del culto Altenstein e il suo consigliere segreto Johannes Schulze l’avevano presa sotto la loro personale protezione. Hegel esaltava lo Stato come la realtà dell’idea morale, come il razionale assoluto e l’assoluto fine a sé stesso, e perciò come il diritto supremo nei confronti dei singoli, supremo dovere dei quali è quello di essere membri dello Stato. Questa dottrina dello Stato era estremamente suasiva per la burocrazia prussiana; gettava perfino una luce trasfigurante sulle colpe della caccia ai «demagoghi»!

Né Hegel aveva in alcun modo compiuto un’ipocrisia con questa dottrina, perché dalla sua evoluzione politica si vide che la monarchia, nella quale i servitori dello Stato dovevano agire nel modo migliore, era per lui la forma ideale dello Stato; se mai egli riteneva necessario accanto ad essa un certo condominio moderato delle classi dominanti, ma soltanto nei limiti della divisione in «stati»; di una rappresentanza generale del popolo in senso moderno costituzionale, ne voleva sapere tanto poco quanto il re di Prussia e il suo oracolo Metternich.

Ma il sistema che Hegel si era confezionato per la propria persona, era in contraddizione insanabile col metodo dialettico di cui egli era il rappresentante in quanto filosofo. Col concetto dell’essere è dato anche il concetto del nulla, e dalla loro lotta sorge il più alto concetto del divenire. Tutto è e insieme non è, poiché tutto scorre ed è concepito in continuo mutamento, in un continuo divenire e trapassare. Così la storia era un processo di sviluppo ascendente dall’inferiore al superiore, concepito in perpetua rivoluzione, ed Hegel con la sua cultura universale nei più diversi campi della scienza storica, si accinse a dimostrarlo, anche se soltanto nella forma, corrispondente alla sua concezione idealistica, secondo cui l’idea assoluta — che Hegel, senza precisar altro di essa, definiva l’anima vivificante di tutto l’universo — si attua in ogni accadimento storico.

Perciò l’alleanza tra la filosofia di Hegel e lo Stato dei Federici Guglielmi poteva essere soltanto un matrimonio di convenienza, che durò appunto finché le due parti lo trovarono conveniente: cioè all’incirca fino ai giorni delle decisioni di Karlsbad e delle persecuzioni contro i «demagoghi». Ma già la rivoluzione del luglio 1830 dette all’evoluzione europea una così energica spinta in avanti, che il metodo di Hegel si rivelò incomparabilmente più genuino del suo sistema. Non appena le pur sempre deboli ripercussioni della rivoluzione di luglio sulla Germania furono soffocate e la pace del sepolcro tornò a pesare sul popolo dei poeti e dei pensatori, la nobiltà prussiana degli Junker si affrettò a far giocare un’altra volta contro la filosofia moderna la vecchia merce avariata del romanticismo medievalizzante.

E la cosa le fu tanto più facile in quanto l’ammirazione per Hegel più che di quella nobiltà era stata propria della mezzo illuminata burocrazia, e in quanto Hegel, con tutta l’esaltazione dello Stato dei funzionari, non aveva però fatto nulla per mantenere nel popolo la religione, che ormai era l’Alfa e l’Omega della tradizione feudale, come lo è in ultima analisi di tutte le classi sfruttatrici.

E proprio sul terreno della religione si ebbe il primo urto. Se Hegel aveva ritenuto che le storie sacre della Bibbia dovessero essere considerate come storie profane, e che la conoscenza storica di fatti normali e reali non avesse nulla a che fare con la fede, un giovane svevo, David StraussII.1, prese sul serio le parole del maestro. Egli pretese che i racconti degli Evangeli fossero sottoposti alla critica storica, e dimostrò la fondatezza di questa pretesa con la sua Vita di Gesù, che apparve nel 1835 e sollevò un enorme scalpore. Con ciò Strauss si ricollegava all’illuminismo borghese, sulla cui «illuminazione» Hegel si era espresso in modo anche troppo sdegnoso. Ma il dono del pensiero dialettico gli consentiva di affrontare la questione in modo incomparabilmente più profondo di come l’avesse affrontata il vecchio Reimarus, l’«Anonimo» di Lessing. Strauss non vedeva più nella religione cristiana un prodotto dell’inganno, e negli apostoli una masnada di imbroglioni, e spiegava invece gli elementi mitici degli Evangeli con l’inconsapevole creazione delle comunità cristiane primitive. Ma in molte cose degli Evangeli riconosceva ancora delle notizie storiche sulla vita di Gesù, e in Gesù stesso riconosceva un personaggio storico, come del resto in generale presupponeva ancora un nocciolo storico nei punti principali.

Politicamente Strauss era del tutto innocuo, e lo è rimasto per tutta la sua vita. Un carattere alquanto più politico ebbero gli Hallische Jahrbücher, fondati da Arnold Ruge e da Theodor Echtermeyer nel 1838 come organo dei Giovani hegeliani. Essi pure, a dire il vero, muovevano dalla letteratura e dalla filosofia, e inizialmente non volevano essere altro che il contraltare dei Berliner Jahrbücher für wissenschaftliche Kritik, che erano l’arrugginito organo dei Vecchi hegeliani. Ma Arnold Ruge, di fronte al quale Echtermeyer, che morì poco dopo, passò presto in seconda linea, era già stato attivo nella Associazione studentesca e aveva passato sei anni in prigione a Köpenick e Kolberg, vittima della caccia ai demagoghi. A dire il vero non aveva preso tragicamente questa sua disgrazia, e attraverso un matrimonio fortunato si era procurato come libero docente a Halle una comoda esistenza che gli consentiva di definire la forma di Stato prussiana, nonostante tutto, libera e giusta. Non avrebbe avuto nulla da eccepire contro di essa se si fosse avverato in lui quanto malignamente dicevano i mandarini della vecchia Prussia, e cioè che in Prussia nessuno fa una carriera tanto rapida quanto un demagogo convertito. Ma proprio qui le cose non funzionarono.

Ruge non era un pensatore originale e tanto meno uno spirito rivoluzionario, ma aveva per l’appunto cultura, orgoglio, zelo e combattività sufficienti per dirigere bene una rivista culturale. Una volta si definì lui stesso, e non senza colpire nel segno, un grande commerciante dello spirito. I suoi Hallische Jahrbücher divennero, grazie a lui, il punto di incontro di tutti gli spiriti irrequieti che possiedono la prerogativa — funesta all’interesse di ogni ordine statale — di dare in pasto alla stampa quasi tutti i fatti della vita. Come collaboratore, David Strauss avvinceva i lettori incomparabilmente di più di quanto avrebbero potuto farlo tutti quanti i teologi che combattevano a spada tratta per la divina infallibilità degli Evangeli. E Ruge assicurava, sì, che i suoi Jahrbücher restavano «cristiani hegeliani e prussiani hegeliani», ma il ministro del culto Altenstein, che del resto era già stato messo con le spalle al muro dalla reazione romantica, non cessò per questo di sospettare e non accondiscese alle imploranti preghiere di Ruge che chiedeva un impiego statale in riconoscimento della sua attività. Così agli Hallische Jahrbücher balenò l’idea che bisognasse sciogliere i legami che tenevano legata la libertà e la giustizia in Prussia.

Tra i collaboratori degli Hallische Jahrbücher c’erano anche i Giovani hegeliani di Berlino, in mezzo ai quali Karl Marx passò tre anni della sua giovinezza. Il Doktorklub era formato da docenti, insegnanti, scrittori nel primo fiorire dell’età virile. Rutenberg, che Karl Marx da principio in una lettera al padre chiamava il più «intimo» dei suoi amici berlinesi, aveva insegnato geografia al corpo dei cadetti di Berlino, ma era stato licenziato, ufficialmente perché un mattino s’era sdraiato ubriaco sull’orlo della strada, in realtà perché si sospettava che avesse pubblicato in giornali di Amburgo o di Lipsia degli articoli «malevoli». Eduard Meyen aveva collaborato a una rivista di breve vita, nella quale Marx pubblicò due delle sue poesie, fortunatamente le sole che abbiano mai visto la luce del giorno. Non è possibile stabilire se appartenesse a questa associazione anche Max Stirner, che insegnava in una scuola femminile da quando Marx studiava a Berlino. Non abbiamo prove che i due si siano conosciuti personalmente, né la questione presenta un interesse troppo profondo, dato che tra Marx e Stirner non ci sono stati contatti spirituali di nessun genere. Tanto più forte però è stata l’influenza che hanno esercitato su Marx i membri spiritualmente più dotati del Doktorklub. Bruno BauerII.2, libero docente all’Università di Berlino, e Karl Friedrich Köppen, insegnante alla scuola tecnica comunale Dorothea.

Karl Marx contava appena venti anni quando entrò nel Doktorklub, ma, come gli avvenne spesso anche in seguito, quando entrava in un nuovo ambiente, ne diventava l’anima e il centro. Anche Bauer e Köppen, maggiori di una decina d’anni, riconobbero ben presto la sua superiorità intellettuale, e preferirono a tutti i compagni di lotta questo giovane che pure poteva ancora imparare e imparò molto da loro. Köppen dedicò «al suo amico Karl Heinrich Marx di Treviri» l’impetuoso libello che pubblicò nel 1840 per il centenario della nascita di re Federico di Prussia.

Köppen possedeva un talento storico non comune, come testimoniano ancor oggi i suoi articoli negli Hallische Jahrbücher, a lui dobbiamo la prima valutazione veramente storica del terrore rosso nella grande Rivoluzione francese. Egli seppe sottoporre i rappresentanti della storiografia del tempo, i Leo, i Ranke, i Raumer, gli Schlosser, alla critica più felice e più precisa. Si cimentò personalmente nei campi più vari della ricerca storica, da una introduzione letteraria alla mitologia nordica, che meritò di essere posta accanto alle ricerche di Jakob Grimm e di Ludwig Uhland, a un grosso lavoro su Budda, che ebbe perfino il riconoscimento di Schopenhauer, di solito poco tenero col vecchio pensatore hegeliano. Se si pensa che una mente come Köppen auspicava il peggior despota della storia prussiana, quasi «spirito risorto», per «sterminare con la spada fiammeggiante tutti gli avversari che ci impediscono l’accesso alla terra promessa», siamo trasportati immediatamente nell’ambiente particolare in cui vivevano questi Giovani hegeliani di Berlino.

Certo, non bisogna trascurare due cose. La reazione romantica e tutto ciò che le si ricollegava si adoperava con tutte le forze a tinger di nero la memoria del vecchio Fritz. Era, come pensava Köppen, un «orribile baccano: trombe del vecchio e del nuovo Testamento, ocarine morali, edificanti cornamuse, storiche pive e altre fanfaluche, e in mezzo inni alla libertà, urlati con teutoniche voci da ubriachi». Ma fuori di questo non c’era ancora nessuna ricerca critico-scientifica, che fosse in certo modo all’altezza della vita e delle imprese del re prussiano, né poteva ancora esserci, dal momento che le fonti essenziali per una sua storia non erano state ancora rese pubbliche. Aveva fama di essere stato un «illuminista», e perciò gli uni lo odiavano e gli altri lo ammiravano.

In realtà, col suo scritto, Köppen voleva rivalutare l’illuminismo del secolo decimottavo; Ruge diceva di Bauer, Köppen e Marx che era una loro caratteristica questo richiamarsi all’illuminismo borghese; essi, una specie di partito della Montagna in filosofia, scrivevano il loro Mane, Thecel, Phares sul cielo tempestoso della Germania. Köppen respingeva le «scipite declamazioni» contro la filosofia del secolo decimottavo affermando che nonostante la loro pesantezza noi dovevamo molto agli illuministi tedeschi: il loro difetto era soltanto di non essere stati abbastanza illuminati. Con ciò Köppen dava ottimi spunti di riflessione ai ripetitori di Hegel privi di pensiero, «solitari penitenti del concetto», «vecchi bramini della logica», che, seduti eternamente immobili con le gambe incrociate, leggono e rileggono con monotono borbottio i tre Veda, e gettano soltanto di quando in quando uno sguardo lascivo verso il mondo dove danzano le baiadere. Nell’organo dei Vecchi hegeliani Varnhagen respinse lo scritto di Köppen, definendolo «schifoso» e «ripugnante»; probabilmente si sentiva toccato particolarmente dalle aspre parole di Köppen sui «rospi della palude», vermi senza religione, senza patria, senza convinzioni, senza coscienza, senza cuore, senza caldo né freddo, senza gioia né dolore, senza amore né odio, senza dio né diavolo, miserabili che si aggiravano dinanzi alle porte dell’inferno e valevano troppo poco perfino per esso.

Köppen celebrava il «gran re» soltanto in quanto «grande filosofo». Ma in questo colpiva a vuoto, più ancora di quel che fosse lecito per lo stato delle cognizioni di allora. Egli diceva: «Federico non aveva, come Kant, una doppia ragione, una teoretica, che si mostra abbastanza sinceramente e arditamente coi suoi scrupoli e dubbi e negazioni, ed una pratica, paternalistica, al servizio dello Stato, che rimedia alle colpe dell’altra e ne mette a tacere le scappatelle giovanili. Soltanto il più immaturo scolaretto può affermare che nel vecchio Fritz la ragione teoretica del filosofo appaia molto trascendente di fronte a quella pratica del re, e che egli si sia ricordato troppo di rado dell’eremita di Sanssouci. Anzi, in lui il re non è mai rimasto addietro rispetto al filosofo». Oggi proprio chi osasse ripetere queste affermazioni di Köppen si attirerebbe nella storiografia prussiana il rimprovero di essere il più immaturo scolaretto, ma anche per l’anno 1840 era già un po’ troppo porre l’opera illuminatrice di un uomo come Kant al di sotto degli scherzi «illuministici» che il despota borussico soleva imbastire coi begli spiriti francesi che si prestavano a fargli da buffoni di corte.

In questa posizione si manifestava la singolare meschinità e vuotaggine della vita berlinese, che fu in generale fatale per i Giovani hegeliani di quella città. Proprio in Köppen, che infine avrebbe dovuto tenersene lontano al massimo, essa si manifestò nel modo più vistoso, tanto più che si trattava di un’opera polemica scritta con tutta l’anima. In Berlino mancava ancora quel potente sostegno che l’industria renana, già considerevolmente sviluppata, offriva alla coscienza borghese, ma la capitale prussiana restò indietro non soltanto a Colonia, ma anche a Lipsia e perfino a Königsberg non appena la lotta dell’epoca cominciò a combattersi sul terreno pratico. «Credono di essere enormemente liberi», scriveva dei berlinesi di allora Walesrode, nativo della Prussia orientale, «quando nei caffé dicono freddure su Cerf, la Hagen, il re, gli avvenimenti del giorno ecc. ecc., alla ben nota maniera dei fannulloni». Berlino era anzitutto una città sede del monarca e di una guarnigione e la sua popolazione piccolo-borghese si ripagava in pettegolezzi meschini della vile sottomissione che manifestava pubblicamente davanti ad ogni corteo reale. Degno ritrovo di questa opposizione era il salotto dello stesso Varnhagen, che davanti all’illuminismo di Federico, così come lo intendeva Köppen, si faceva il segno della croce.

Non c’è alcun motivo di dubitare che il giovane Marx condividesse il contenuto dello scritto che per la prima volta faceva onorevolmente il suo nome davanti al pubblico. Egli era intimo amico di Köppen e molto ha preso dallo stile del compagno più anziano. Rimasero buoni amici, sebbene le loro strade divergessero presto; quando, venti anni dopo, Marx tornò a Berlino, ritrovò in lui «tutto il vecchio Köppen», e passarono ore liete ritrovandosi senza ombre. Non molto tempo dopo, nel 1863, Köppen morì.

3. La filosofia dell’autocoscienza

Il vero capo dei Giovani hegeliani di Berlino non era però Köppen, ma Bruno Bauer. E fu anche riconosciuto per il vero discepolo del maestro specialmente quando con orgoglio speculativo si dichiarò contro la sveva Vita di Gesù di Strauss, da cui si ebbe una dura risposta. Il ministro del culto Altenstein tenne la sua mano protettrice su questo promettente ingegno.

Con tutto ciò Bruno Bauer non era un arrivista, e Strauss s’era sbagliato quando aveva predetto che avrebbe approdato alla «fossilizzata scolastica» del capo degli ortodossi, Hengstenberg. Anzi, nell’estate del 1839, Bauer entrò in guerra letteraria con Hengstenberg, che voleva innalzare a dio del cristianesimo il dio della vendetta e della collera del Vecchio Testamento; guerra che si mantenne ancora a dire il vero nei limiti di una disputa accademica, ma che tuttavia indusse Altenstein, indebolito dagli anni e gravemente preoccupato, a sottrarre il suo protetto agli sguardi sospettosi dell’ortodossia, tanto vendicativa quanto gelosa della sua fede. Nell’autunno del 1839 egli mandò Bruno Bauer nell’Università di Bonn, dapprima come libero docente, ma con l’intenzione di farlo assumere come professore nel termine di un anno.

Ma in questo periodo Bruno Bauer, come risulta particolarmente dalle sue lettere a Marx, stava già attraversando un’evoluzione spirituale che doveva portarlo molto più avanti di Strauss. Egli mise mano a una critica degli Evangeli che lo condusse a far piazza pulita degli ultimi frantumi che Strauss aveva ancora conservato. Bruno Bauer dimostrava che negli Evangeli non è contenuto neanche un atomo di storia, che in essi tutto è libera produzione letteraria degli evangelisti; dimostrava che la religione cristiana non è stata imposta come religione universale all’antico mondo greco-romano, ma era il prodotto specifico di questo mondo. Così egli si incamminava per l’unica strada sulla quale si poteva indagare scientificamente il sorgere del cristianesimo. È già sufficientemente indicativo che Harnack, il teologo di corte, oggi alla moda e celebrato in tutti i salotti, che acconcia gli Evangeli nell’interesse della classe dominante, abbia cercato di condannare seccamente come «cosa miserabile» il procedere sulla via aperta da Bruno Bauer.

Quando questi pensieri cominciavano a maturare in Bruno Bauer, Karl Marx era il suo compagno inseparabile, e Bauer stesso vedeva nell’amico, di nove anni più giovane di lui, il suo più valente compagno di lotta. Egli si era appena ambientato a Bonn, quando cercò di attrarvi Marx con lettere affettuose. Un club di professori a Bonn era la più «schietta filisteria» in confronto al Doktorklub a Berlino, nel quale era stato sempre vivo un interesse spirituale; e a Bonn egli rideva anche molto, per quel che si dice ridere, ma non aveva più riso come a Berlino, quando andava per le strade con Marx. Marx doveva soltanto liberarsi dello «sporco esame di laurea», per il quale bastavano Aristotele, Spinoza, Leibniz e nient’altro; doveva insomma smettere di tirar per le lunghe una sciocchezza del genere, una pura e semplice farsa. Coi filosofi di Bonn sarebbe stato uno scherzo per lui; ma era improrogabile soprattutto una rivista radicale, che avrebbero dovuto pubblicare insieme. Non erano più sopportabili le baie berlinesi e la fiacca degli Hallische Jahrbücher; per Ruge gli dispiaceva, ma perché non cacciava fuori dalla sua rivista tutti quei vermi?

Talvolta queste lettere hanno un tono abbastanza rivoluzionario, ma si trattava sempre di una rivoluzione filosofica, per la quale Bauer contava molto di più sull’aiuto che sulla resistenza dell’autorità statale. Aveva appena scritto a Marx, nel dicembre 1839, che la Prussia sembrava destinata a progredire soltanto grazie a una battaglia di Jena, da non combattersi necessariamente proprio su un campo di cadaveri, quando pochi mesi dopo — nel momento in cui, quasi contemporaneamente, erano morti il suo protettore Altenstein e il vecchio re — evocava la più alta idea della nostra vita statale, cioè lo spirito familiare della dinastia principesca degli Hohenzollern, che da quattro secoli aveva impegnato le sue forze migliori a sistemare i rapporti tra Stato e Chiesa. Nello stesso tempo Bauer prometteva che la scienza non si sarebbe stancata di difendere l’idea dello Stato contro le pretese della Chiesa; lo Stato poteva bene sbagliarsi una volta, divenire sospettoso contro la scienza e prendere misure repressive, ma la ragione gli apparteneva troppo intimamente perché potesse sbagliarsi a lungo. A questo omaggio il nuovo re rispose nominando successore di Altenstein l’ortodosso reazionario Eichhorn, che si adoperava a sacrificare alle pretese della Chiesa la libertà della scienza, là dove essa era legata all’idea dello Stato, cioè la libertà accademica d’insegnamento.

L’inconsistenza politica di Bauer era molto maggiore di quella di Köppen, che si poteva magari sbagliare sul conto di uno degli Hohenzollern che superasse il livello medio della famiglia, ma non sul conto dello «spirito familiare» di questa dinastia di sovrani. Köppen aveva approfondito molto meno di Bauer lo studio della ideologia di Hegel. Ma non si deve trascurare il fatto che la miopia politica di quest’ultimo non era altro che la contropartita della sua perspicacia filosofica. Egli aveva scoperto negli Evangeli il sedimento spirituale dell’epoca nella quale essi erano sorti, e così, in modo non proprio ingiustificato perché muoveva da una posizione meramente ideologica, pensava che, se era già stato possibile alla religione cristiana col suo torbido fermento di filosofia greco-romana superare l’antica cultura, sarebbe riuscito tanto più facile alla libera e chiara critica della dialettica moderna scuoter via l’incubo della cultura cristiano-germanica.

Quel che gli dava questa impressionante sicurezza era la filosofia dell’autocoscienza. Sotto questo nome si erano comprese una volta quelle scuole filosofiche greche che erano sorte dalla decadenza nazionale della vita greca e che avevano contribuito in massima parte a fecondare la religione cristiana; gli scettici, gli epicurei e gli stoici. Essi non potevano misurarsi per la profondità speculativa con Platone, né per l’universalità del sapere con Aristotele, ed erano stati trattati con sufficiente disprezzo da Hegel. Loro scopo comune era di rendere indipendente da ogni cosa esteriore il singolo individuo, che era stato separato per un crollo terribile da tutto ciò che fino ad allora lo aveva legato e sorretto, e di ricondurlo alla sua vita interiore, a cercare la sua felicità nella pace dello spirito, che resiste impavido, anche se un mondo gli precipiti addosso.

Ma, così concludeva Bauer, sui frantumi di un mondo scomparso l’Io, quasi svuotato, aveva avuto orrore di sé stesso come unica forza esistente; esso aveva allora alienato ed estraniato la propria autocoscienza, ponendo la propria forza universale di fronte a sé come qualcosa di estraneo, e aveva creato per il signore del mondo in Roma, che assommava in sé tutti i diritti e sulle cui labbra risiedeva il diritto di vita e di morte, un fratello ostile, ma pur sempre un fratello, nel Signore del racconto evangelico, che col proprio alito piega la resistenza della natura o abbatte i suoi nemici, e che già sulla terra si annuncia come il Signore e il Giudice del mondo. Ma, tuttavia, sotto la servitù della religione cristiana l’umanità era stata educata per preparare tanto più radicalmente la libertà e per abbracciarla tanto più intimamente quando l’avesse finalmente conquistata; l’autocoscienza infinita, giunta a sé stessa, che intende sé stessa e comprende il proprio essere, avrebbe avuto il potere sulle creature della sua autoalienazione.

Se si rinuncia al rivestimento filosofico del tempo, si può esprimere in maniera più semplice e comprensiva quello che avvinceva Bauer, Köppen e Marx alla filosofia greca dell’autocoscienza. In fondo, anche in questo essi si collegavano all’illuminismo borghese. Le antiche scuole greche dell’autocoscienza non avevano davvero avuto esponenti così geniali come i più antichi filosofi della natura li avevano avuti in Democrito o in Eraclito, o i più tardi filosofi del concetto in Platone e in Aristotele, ma anche esse avevano avuto una grande importanza storica. Esse avevano aperto allo spirito umano nuove prospettive, spezzato i limiti nazionali della grecità e i limiti sociali della schiavitù nei quali Platone e Aristotele erano ancora rimasti del tutto impigliati; es se avevano fecondato in modo decisivo il cristianesimo primitivo, religione dei sofferenti e degli oppressi che, soltanto dopo esser divenuta la Chiesa sfruttatrice e oppressiva dei dominatori, passò a Platone e ad Aristotele. Per quanto Hegel avesse parlato con durezza della filosofia dell’autocoscienza, aveva però anche lui sottolineato l’importanza che la libertà interiore del soggetto aveva avuto nella perfetta infelicità dell’Impero romano, quando ogni nobiltà e bellezza dell’individualità spirituale era stata cancellata da rozza mano. E così, anche l’Illuminismo borghese del secolo decimottavo aveva mobilitato le filosofie greche dell’autocoscienza, il dubbio degli scettici, l’odio degli epicurei contro la religione, l’atteggiamento repubblicano degli stoici.

Köppen toccava gli stessi motivi, quando nel suo scritto sul re Federico, il suo eroe dell’Illuminismo, diceva: «Epicureismo, stoicismo e scetticismo, sono i nervi e i muscoli e le interiora dell’organismo antico, la cui unità immediata e naturale condizionava la bellezza e la moralità dell’antichità, e che si disgregarono al suo morire. Federico li ha accolti in sé e realizzati tutti e tre con forza meravigliosa. Essi sono divenuti caratteristiche essenziali della sua concezione del mondo, del suo carattere, della sua vita». Marx riconobbe il «profondo significato» almeno di quello che Köppen diceva in queste frasi sul rapporto dei tre sistemi con la vita greca.

Quanto a lui, egli affrontò il problema, che non lo occupò meno dei suoi amici più anziani, in modo diverso. Egli non cercò di riconoscere la «autocoscienza umana come divinità suprema» accanto a cui non poteva esserci nessuno, né nello specchio deformante della religione, né nelle divagazioni filosofiche di un despota, ma risali alle fonti storiche di questa filosofia, i cui sistemi erano anche per lui le chiavi per la vera storia dello spirito greco.

4. La dissertazione di laurea

Bruno Bauer, quando, nell’autunno del 1839, stimolava Marx a liberarsi una buona volta dello «sporco esame di laurea», aveva un certo motivo di essere impaziente, in quanto Marx aveva dietro di sé ormai otto semestri. Ma tuttavia non supponeva in Marx una paura dell’esame nel vero senso della parola, altrimenti non lo avrebbe ritenuto capace di mandare a gambe all’aria al primo urto i professori di filosofia di Bonn.

Era nello stile di Marx, e lo è rimasto fino alla fine della sua vita, che la insaziabile brama di sapere lo costringesse ad affrontare rapidamente i problemi più difficili, e che d’altra parte l’inesorabile autocritica gli impedisse di venirne altrettanto rapidamente a capo. Dato il suo modo di lavorare, si sarà buttato a capofitto nella filosofia greca, ma lo studio anche soltanto di quei tre sistemi dell’autocoscienza non era cosa da potersi sbrigare in un paio di semestri. In cambio, Bruno Bauer, che confezionava i suoi lavori con non comune rapidità, anche troppa perché durassero, poteva comprendere poco, molto meno di quanto non lo potrà poi Friedrich Engels — che pure qualche volta si mostrò impaziente — che Marx non riuscisse a trovare né un limite né una meta alla sua autocritica.

Lo «sporco esame di laurea» del resto aveva le sue difficoltà anche senza di ciò, se non per Bauer, certo per Marx. Quando ancora era vivo suo padre, egli si era deciso per la carriera accademica, senza però che la scelta di una professione pratica fosse per questo del tutto esclusa dalla sua visuale. Ma ora, con la morte di Altenstein, cominciava a scomparire il lato più attraente del «mestiere di professore», quello che poteva principalmente aiutare a superarne i molteplici lati oscuri: cioè la relativa libertà consentita al filosofare dalle cattedre dell’Università. Quanto poco si potesse del resto combinare con le parrucche accademiche, Bauer non sapeva descrivere da Bonn con sufficiente vivezza.

Ben presto Bauer stesso doveva fare la prima esperienza di come per un professore prussiano non ci fosse più molto da fare con la ricerca scientifica. Dopo la morte di Altenstein, nel maggio del 1840, per alcuni mesi fu al ministero del culto il direttore generale Ladenberg, che aveva sufficiente rispetto per la memoria del suo antico superiore per adempirne le promesse e cercare di fare entrare in ruolo Bauer a Bonn. Ma appena fu nominato ministro del culto Eichhorn, la facoltà di teologia di Bonn respinse la nomina di Bauer a professore col pretesto che egli avrebbe turbato la sua unità, in realtà con quell’eroismo che il professore tedesco ritrova sempre ogni volta che può esser sicuro del segreto consenso dei suoi alti superiori.

Bauer apprese la decisione proprio quando stava per ritornare a Bonn dalle vacanze autunnali che aveva trascorso a Berlino. E allora nel circolo dei suoi amici si discusse se non esistesse già una frattura insanabile tra la tendenza religiosa e quella scientifica, se un seguace di questa tendenza potesse ancora metter d’accordo con la sua coscienza l’appartenenza a una facoltà teologica. Ma Bauer stesso insisté nella sua ottimistica concezione della natura dello Stato prussiano, e respinse anche la proposta ufficiosa di dedicarsi alla produzione scientifica, per la quale avrebbe goduto di un aiuto statale. Tornò, pieno di ardore battagliero, a Bonn dove sperava di provocare la crisi in una forma sostanziale, insieme a Marx, che avrebbe dovuto presto raggiungerlo.

Essi tenevano ancora al progetto di una rivista radicale che volevano pubblicare insieme, ma quanto alla carriera accademica di Marx nell’Università renana, le cose si mettevano molto male. Come amico e collaboratore di Bauer egli doveva contare sulla più ostile accoglienza da parte della cricca dei professori di Bonn, e nulla era più lontano dalle sue intenzioni che mettersi ad adulare Eichhorn o Ladenberg, come gli consigliava Bauer, nella previsione assolutamente verosimile che poi a Bonn sarebbe stato «tutto caduco». In cose del genere Marx è sempre stato di una rigidezza estrema. Ma, anche se fosse stato incline a incamminarsi per questo lubrico sentiero, era sempre da prevedere con certezza che ci sarebbe scivolato sopra. Infatti Eichhorn non aspettò molto a mostrare come la pensasse. Per finire di demolire la schiera, già indebolita dalla vecchiaia, degli arrugginiti Vecchi hegeliani, egli chiamò all’Università di Berlino il vecchio Schelling, che era divenuto un credente nella rivelazione, e prese provvedimenti contro gli studenti di Halle, che in un rispettoso ricorso al re, in qualità di loro rettore, avevano chiesto la nomina di Strauss a Halle.

Con tali prospettive, Marx, date le sue concezioni da Giovane hegeliano, rinunciò totalmente a prendere una laurea prussiana. Se però non gli sorrideva l’idea di farsi maltrattare dai volenterosi aiutanti di un Eichhorn, non per questo si ritirò dalla lotta. Anzi! Egli decise di guadagnarsi il cappello di dottore in una piccola università, di pubblicare nello stesso tempo la sua dissertazione, come prova delle sue capacità e del suo impegno con una ardita prefazione di sfida, e di stabilirsi poi a Bonn, per pubblicare con Bauer la progettata rivista. Né l’Università gli era del tutto sbarrata; secondo gli statuti universitari nella sua qualità di Doctor promotus egli avrebbe dovuto soltanto adempiere alcune formalità per essere ammesso come libero docente in una università «straniera».

Marx eseguì questo progetto; il 15 aprile 1841, in sua assenza, gli fu conferito a Jena il titolo di dottore, per il suo lavoro Differenza tra la filosofia della natura di Democrito e di Epicuro. Era un’anticipazione di un’opera maggiore nella quale Marx voleva studiare l’intero ciclo della filosofia epicurea, stoica e scettica nei suoi rapporti con tutta la speculazione greca. Inizialmente questo rapporto doveva essere sviluppato soltanto con un esempio, e soltanto in relazione alla speculazione più antica.

Tra i più antichi filosofi greci della natura, Democrito aveva sviluppato più conseguentemente il materialismo. Nulla nasce dal nulla; nulla di quello che è può essere annullato. Ogni variazione è soltanto unione e separazione di parti. Nulla accade a caso, ma tutto per un motivo e di necessità. Nulla esiste, se non gli atomi e lo spazio vuoto; tutto il resto è opinione. Gli atomi sono infiniti di numero e hanno una infinità diversa di forme. In eterno moto di caduta attraverso lo spazio infinito, i più grossi, che cadono più rapidamente, si urtano coi più piccoli; il moto laterale che ne risulta, e il vortice, sono l’inizio della formazione del mondo. Infiniti mondi si formano e scompaiono di nuovo l’uno accanto all’altro e l’uno dopo l’altro.

Ora, Epicuro aveva accettato questa concezione della natura di Democrito, ma con certi mutamenti. Il più decisivo di questi mutamenti consisteva nella cosiddetta «declinazione degli atomi»; Epicuro sosteneva che gli atomi, nella loro caduta, «declinano», cioè non cadono perpendicolarmente, ma deviano un po’ dalla linea retta. Egli fu molto deriso, per questa assurdità fisica, da Cicerone e Plutarco fino a Leibniz e Kant, come un ripetitore di Democrito, che aveva saputo soltanto peggiorare il proprio modello. Ma ci fu anche un’altra corrente, che riconosceva nella filosofia di Epicuro il più compiuto sistema materialistico dell’antichità, grazie alla circostanza che essa ci è stata tramandata nel poema didascalico di Lucrezio, mentre della filosofia di Democrito soltanto pochi frammenti si sono salvati dalla tempesta dei secoli. Lo stesso Kant, che liquidò la declinazione degli atomi come una «sfrontata» invenzione, vedeva ugualmente in Epicuro il più eminente filosofo del senso, in contrasto con Platone, il più eminente filosofo dell’intelletto.

Ora, Marx non contestò in nessun modo l’irrazionalità fisica di Epicuro; egli ammise la sua «illimitata avventatezza nella spiegazione dei fenomeni fisici»; spiegò che per Epicuro la percezione sensibile era stata l’unica prova della verità; il sole lo riteneva largo due piedi, perché pareva largo due piedi. Ma Marx non si accontentò di liquidare con un qualche epiteto queste evidenti pazzie; piuttosto, cercò la ragione filosofica in questa irrazionalità fisica. Egli procedette conformemente alla bella osservazione da lui scritta in una nota del lavoro in onore del suo maestro Hegel, e cioè che la scuola di un filosofo che ha fatto ricorso a un accomodamento, non deve incolpare il maestro, ma chiarire l’accomodamento con l’insufficienza del principio dal quale esso aveva radice, e così doveva trasformare in un progresso della scienza quello che appariva progresso della coscienza.

Quello che per Democrito era il fine, per Epicuro era soltanto il mezzo in vista del fine. Per lui non si trattava della conoscenza della natura, ma di una concezione della natura, che potesse convalidare il suo sistema. Se la filosofia dell’autocoscienza, così come l’antichità la conobbe, si era divisa in tre scuole, per Hegel gli epicurei rappresentavano una coscienza astratta-individuale e gli stoici la coscienza astratta-universale, gli uni e gli altri in quanto dogmatismi unilaterali, ai quali a causa di questa unilateralità, si era subito contrapposto lo scetticismo. Anche, come espresse lo stesso rapporto uno storico più recente della filosofia greca, nello stoicismo e nell’epicureismo si contrapponevano inconciliabilmente con pari pretese i lati individuali e universali dello spirito soggettivo, l’isolamento atomistico dell’individuo e la sua sommissione al tutto, mentre nello scetticismo questa contrapposizione si risolveva nella neutralità.

Nonostante il loro fine comune, epicurei e stoici furono portati molto lontani gli uni dagli altri per la diversità dei loro punti di partenza. La sommissione al tutto rendeva gli stoici in filosofia dei deterministi per i quali andava da sé la necessità di ogni accadere, e in politica dei repubblicani decisi, mentre sul terreno religioso non riuscirono a liberarsi da un misticismo superstizioso e non libero. Essi si rifacevano a Eraclito, per il quale la sommissione al tutto aveva assunto la forma della più rigida autocoscienza, e col quale essi del resto procedevano tanto disinvoltamente quanto gli epicurei con Democrito. Al contrario, il principio dell’individuo isolato rendeva gli epicurei in filosofia degli indeterministi, degli assertori della libertà del volere per ogni singolo individuo, e in politica delle vittime rassegnate — il detto biblico «siate soggetti all’autorità che ha potere su di voi», è un’eredità di Epicuro — mentre li liberava da tutti gli impacci della religione.

Ora, in una serie di sottili ricerche, Marx mostrò come si spiegava la «differenza fra la filosofia della natura di Democrito e di Epicuro». Per Democrito si trattava soltanto dell’esistenza materiale dell’atomo, mentre Epicuro aveva messo in luce accanto ad essa il concetto dell’atomo, accanto alla sua materia anche la sua forma, accanto alla sua esistenza anche la sua essenza; egli aveva scorto nell’atomo non soltanto il fondamento materiale del mondo dei fenomeni, ma anche il simbolo dell’individuo isolato, il principio formale dell’autocoscienza astratta-individuale. Se Democrito dalla caduta perpendicolare degli atomi arguiva la necessità di ogni accadere, Epicuro li faceva deviare un po’ dalla linea retta, perché — come dice nel suo poema didascalico Lucrezio, il più elevato divulgatore della filosofia di Epicuro — dove sarebbe rimasta altrimenti la libera volontà, la volontà dell’essere vivente sottratta al fato? Questa contraddizione tra l’atomo in quanto fenomeno e in quanto essenza si trascina attraverso tutta la filosofia di Epicuro e la spinge a quella infinitamente arbitraria spiegazione dei fenomeni fisici, che fu derisa già nei tempi antichi. Soltanto nei corpi celesti si risolvono tutte le contraddizioni della filosofia della natura di Epicuro, ma nella loro esistenza universale ed eterna vien meno anche il principio dell’autocoscienza astratta-individuale. Così esso respinge lontano da sé ogni travestimento materiale, ed Epicuro, «il più grande illuminista greco», come lo chiama Marx, lotta contro la religione, che col suo sguardo minaccioso atterrisce dall’alto dei cieli i mortali.

Nel suo primo scritto Marx si rivelava già uno spirito creatore, anche quando, anzi proprio quando si dovrebbero muovere obiezioni ai particolari del suo commento a Epicuro. Contro di esso infatti si potrebbe muovere soltanto l’appunto che Marx ha approfondito il principio di Epicuro e ne ha dedotto delle conclusioni più chiare di quanto non abbia fatto Epicuro stesso. Hegel aveva definito la filosofia di Epicuro come l’assenza di pensiero nel principio, e sicuramente il suo fondatore, che, in quanto autodidatta, riponeva sempre grande importanza nel linguaggio usuale di tutti i giorni, non la fondò sulle espressioni speculative della filosofia hegeliana, con le quali Marx la spiegava. E la prova di maturità che l’allievo di Hegel ha superato con questa sua trattazione; con mano sicura egli domina il metodo dialettico, e il linguaggio annuncia quella forza vigorosa che, nonostante tutto, era stata propria al maestro Hegel, ma che era andata perduta da parecchio per il seguito dei suoi discepoli.

Tuttavia, in questo suo scritto, Marx resta del tutto sul terreno idealistico della filosofia hegeliana. Quello che sorprende al primo sguardo il lettore odierno è il suo giudizio sfavorevole su Democrito. Di lui si dice che ha solo affacciato un’ipotesi la quale è il risultato dell’esperienza e non il suo energico principio, e perciò resta senza attuazione tanto quanto la concreta indagine della natura non viene ulteriormente determinata da essa. In contrasto con Democrito, si celebra di Epicuro il fatto che egli ha creato la scienza dell’atomistica, nonostante il suo arbitrio nella spiegazione dei fenomeni naturali e nonostante la sua coscienza astratta-individuale, che, come lo stesso Marx ammette, elimina ogni scienza vera ed effettiva, in quanto non domina la singolarità nella natura delle cose.

Oggi non occorre neppure mettersi a dimostrare che, se esiste una scienza degli atomi, se la dottrina dei corpi elementari e del sorgere di tutti i fenomeni per il loro movimento è diventata la base della moderna indagine scientifica, se le leggi dell’acustica, dell’ottica, del calore, dei mutamenti chimici e fisici sono state spiegate grazie ad essa, il pioniere ne è stato Democrito, e non Epicuro. Soltanto, per il Marx di allora la filosofia o, più esattamente, la filosofia del concetto coincideva ancora a tal punto con la scienza, che egli poteva pervenire a una concezione che noi oggi potremmo appena comprendere se in essa non si fosse anche rivelata l’essenza stessa del suo essere.

Vivere era per lui sempre lavorare, e lavorare era per lui sempre lottare. Quello che lo allontanava da Democrito era la mancanza di un «principio energico», era, come egli si espresse in seguito, «il difetto fondamentale di ogni materialismo passato», il fatto che l’oggetto, la realtà, il senso veniva concepito soltanto sotto forma di oggetto o di intuizione, non soggettivamente, non come prassi, non come attività umana sensibile. Quello che in Epicuro lo attirava era l’«energico principio» con cui questo filosofo si levava contro il grave fardello della religione e osava contrastarla,

Non atterrito dai fulmini, né da mormorio di dei,
o dal cupo brontolio del cielo...

Nella prefazione con la quale Marx pensava di pubblicare la sua Dissertazione e di dedicarla al suocero, erompe prepotente un’indomabile volontà di lotta. «La filosofia, finché una goccia di sangue pulsa nel suo cuore dominatore del mondo e assolutamente libero, griderà sempre agli avversari, con Epicuro: ateo non è colui che disprezza gli dèi della massa, ma chi aderisce alle opinioni della massa sugli dèi». La filosofia non cela la professione di fede di Prometeo:

A dirla franca, nutro odio contro tutti gli dèi.

Ma a quelli che si lamentano della posizione borghese apparentemente peggiorata, essa risponde quello che Prometeo rispondeva a Hermes senatore degli dèi:

Non cambierei mai la mia sorte infelice,
siine ben certo, con la tua vita di schiavo.

Prometeo è il santo ed il martire più alto del calendario filosofico: così Marx concludeva questa fiera prefazione, che spaventò perfino il suo amico Bauer. Quello che sembrava a costui «una temerità superflua», era invece soltanto una semplice professione di fede dell’uomo che doveva diventare un nuovo Prometeo, nella lotta come nel dolore.

5. Gli «Anecdota» e la «Rheinische Zeitung»

Marx aveva appena messo in tasca il diploma della sua nuova dignità accademica, quando i progetti ad essa collegati caddero di fronte ai nuovi colpi della reazione romantica.

Anzitutto Eichhorn, nell’estate del 1841, mobilitò le facoltà teologiche per una infame battuta in grande stile contro Bruno Bauer, a causa della sua critica degli Evangeli; ad eccezione di quelle di Halle e di Königsberg tutte tradirono il principio protestante della libertà d’insegnamento, e Bauer dovette ritirarsi. Ma con questo era esclusa anche per Marx ogni prospettiva di porre piede stabilmente nell’Università di Bonn.

E nello stesso tempo andava a monte il progetto di una rivista radicale. Il nuovo re era un fautore della libertà di stampa, e fece preparare un’istruzione più moderata sulla censura, che vide poi la luce alla fine del 1841. Ma insieme pose la condizione che la libertà di stampa si compiacesse di restare nell’ambito degli umori romantici. E come egli intendesse la cosa lo dimostrò, appunto nell’estate del 1841, con un’ordinanza del Gabinetto con la quale si ordinava a Ruge di sottoporre alla censura prussiana i suoi Jahrbücher, editi e stampati da Wigand a Lipsia, o di aspettarsi di vederli proibiti nello Stato prussiano. E così Ruge si chiarì sufficientemente le idee sulla sua «libera e giusta Prussia» e si trasferì a Dresda, dove dal 1° luglio 1841 pubblicò la sua rivista col titolo di Deutsche Jahrbücher. E ora assunse da sé quel tono più polemico di cui Bauer e Marx avevano finora sentito la mancanza in lui, e tutte due si decisero a divenire suoi collaboratori invece di fondare una loro rivista.

Marx non pubblicò la sua dissertazione di laurea. Il suo scopo immediato era venuto a mancare, e, secondo quanto accennò più tardi, essa avrebbe ormai dovuto attendere di trovare posto nello studio d’insieme della filosofia epicurea, stoica e scettica, al cui compimento «attività politiche e filosofiche di tutt’altro genere» non gli consentirono di pensare.

Tra queste attività c’era in prima linea la dimostrazione che non soltanto il vecchio Epicuro, ma anche il vecchio Hegel era stato un ateo perfetto. Nel novembre 1841 uscì presso Wigand un «ultimatum» sotto il titolo: La tromba del giudizio universale contro Hegel ateo e anticristo. Sotto la maschera di un credente ortodosso, l’autore di questo pamphlet anonimo, col tono dei profeti della Bibbia, gemeva sull’ateismo di Hegel, ma intanto dimostrava nel modo più convincente questo ateismo attraverso l’esame delle opere stesse di Hegel. La cosa suscitò grande scalpore, tanto più che da principio nessuno, nemmeno Ruge, si accorse che l’ortodossia era una maschera. Effettivamente la «Tromba» era stata composta da Bauer, che ora pensava di proseguirla insieme con Marx, per dedurre anche dall’estetica, dalla filosofia del diritto ecc. di Hegel la prova che i veri eredi dello spirito del maestro erano non i Vecchi, ma i Giovani hegeliani.

Nel frattempo la Tromba era stata proibita, e Wigand fece delle difficoltà per proseguirla; inoltre Marx cadde ammalato e, per di più, il 3 marzo 1842, il suocero dopo tre mesi di letto morì. Così per Marx fu «impossibile combinare alcunché». Tuttavia il 10 febbraio 1842 egli inviò un «breve scritto» a Ruge, e si mise a disposizione dei Deutsche Jahrbücher per quanto glielo consentivano le sue forze. Lo scritto riguardava la recente istruzione sulla censura, con la quale il re aveva disposto una mitigazione della censura. Con questo articolo Marx cominciò la sua carriera politica; con critica tagliente e in netto contrasto col giubilo dei filistei che si atteggiavano a liberali e perfino di qualche Giovane hegeliano, che «vedeva già il sole raggiare alto nel cielo» per la «buona disposizione» che il re manifestava nell’istruzione, egli scopriva punto per punto la contraddizione logica che l’istruzione nascondeva sotto un vago velo romantico.

Nella sua lettera di accompagnamento Marx pregava di affrettare la stampa, «se la censura non censura la mia censura»; ma il brutto presentimento non lo ingannò. Ruge rispose il 25 febbraio che sui Deutsche Jahrbücher si era abbattuta la più grave sorveglianza della censura: «Il suo articolo è divenuto impossibile». Ed egli aveva ammassato «una élite di cose così graziose e piccanti» tra gli articoli respinti dalla censura, che aveva l’intenzione di pubblicarli in Svizzera come Anecdota philosophica. Marx, il 5 marzo, accettò con grande entusiasmo questo progetto. «Data l’improvvisa resurrezione» della censura sassone, era divenuto assolutamente impossibile stampare il suo studio sull’arte cristiana, che doveva uscire come seconda parte della Tromba. Egli lo offriva in una nuova redazione per gli Anecdota, insieme a una critica del diritto naturale di Hegel, per quel che si riferiva alla costituzione interna, tendente a combattere la monarchia costituzionale come un ibrido contraddittorio destinato a neutralizzarsi da sé. Ruge fu d’accordo su tutto, ma, a parte l’articolo riguardante l’istruzione sulla censura, non ricevette altro.

Il 20 marzo Marx scriveva di voler liberare l’articolo sull’arte cristiana dal tono della Tromba e dalla gravosa schiavitù dell’impostazione hegeliana, e di volergli dare un’impostazione più libera e perciò più approfondita, e prometteva di finirlo per la metà di aprile. Il 27 aprile era «quasi pronto»; Ruge doveva «pazientare soltanto qualche giorno»; avrebbe ricevuto l’articolo sull’arte cristiana soltanto in compendio, dato che la cosa gli era cresciuta tra mano fino a diventare quasi un volume. Poi, il 9 luglio, Marx diceva che se non lo scusavano gli avvenimenti cioè, «spiacevoli ragioni intrinseche», rinunciava a scusarsi anche lui; tuttavia non voleva accingersi a nulla finché non avesse terminato la collaborazione per gli Anecdota. Finalmente, il 21 ottobre, Ruge annunciava che gli Anecdota erano ormai completi e che sarebbero stati pubblicati dal Literarisches Kontor di Zurigo; aveva sempre spazio a disposizione per Marx, anche se lui finora gli aveva concesso più speranze che realizzazioni; vedeva molto bene quanto Marx avrebbe potuto compiere di buono, se ci si fosse messo sul serio.

Come Bruno Bauer e Köppen, anche Ruge, più anziano di sedici anni, aveva la più grande stima di questo giovane ingegno che aveva messo a così dura prova la sua pazienza di redattore. Marx non è mai stato un autore comodo né per i suoi collaboratori né per i suoi editori, ma nessuno di loro ha mai pensato di addebitare a trascurataggine o a infingardaggine ciò che era dovuto soltanto alla piena irrompente dei pensieri e a una autocritica che non si accontentava mai.

In questo caso particolare si aggiunse anche un’altra circostanza per giustificare Marx anche agli occhi di Ruge; egli cominciava allora a sentirsi attratto da un interesse incomparabilmente maggiore di quello filosofico. Col suo articolo sull’istruzione sulla censura egli si era gettato nella lotta politica, e la continuava ora nella Rheinische Zeitung, invece di seguitare a filare il filo della filosofia negli Anecdota.

La Rheinische Zeitung uscì il 1° gennaio 1842 a Colonia. In origine non era un giornale d’opposizione, ma piuttosto un foglio governativo. Sin dal quarto decennio del secolo, al tempo dei torbidi di Colonia per la questione del vescovo, la Kölnische Zeitung coi suoi ottomila abbonati aveva rappresentato le pretese del partito ultramontano, che era potentissimo in Renania, e che dava molto da fare alla politica poliziesca del governo. Essa non lo faceva per un sacro entusiasmo per la causa cattolica, ma per considerazioni commerciali nei riguardi dei lettori, che ormai non volevano saperne più delle benedizioni del controllo berlinese. Il monopolio della Kölnische Zeitung era talmente forte che il suo proprietario riusciva regolarmente ad eliminare, acquistandoli, tutti i giornali concorrenti che comparissero, anche se erano sostenuti da Berlino. Lo stesso destino minacciava la Rheinische Allgemeine Zeitung, che nel dicembre 1839, appunto per spezzare il monopolio della Kölnische Zeitung, aveva ricevuto dai censori l’autorizzazione allora occorrente. Tuttavia, all’ultimo momento si costituì una società di borghesi benestanti che fornì un capitale per azioni per una completa trasformazione del giornale. Il governo favoriva queste intenzioni e confermò provvisoriamente alla nuova Rheinische Zeitung l’autorizzazione già concessa al giornale che essa continuava.

In realtà la borghesia di Colonia era lontana le mille miglia dal procurare fastidi di qualsiasi genere al dominio prussiano, che tra le masse della popolazione renana seguitava ad esser considerato come un dominio straniero. Siccome gli affari andavano bene, essa aveva rinunciato alle sue simpatie per la Francia, e dopo la costituzione dello Zollverein auspicava addirittura il predominio prussiano sulla Germania. Le sue rivendicazioni politiche erano estremamente moderate e restavano addietro rispetto alle sue esigenze economiche, che miravano a ottenere agevolazioni per il modo di produzione capitalistico, già sviluppato in Renania: e cioè amministrazione parsimoniosa delle finanze statali, costruzione di una rete ferroviaria, riduzione delle spese giudiziarie e delle tariffe postali, una bandiera comune e consoli Comuni per lo Zollverein, e tutto quel che suole stare scritto tra i desiderata della borghesia.

Ma ora si vide che i due giovani borghesi a cui essa aveva dato l’incarico di costituire la redazione, il referendario Georg Jung e l’assessore Dagobert Oppenheim, erano accesi Giovani hegeliani, e in particolare che stavano sotto l’influsso di Moses Hess, figlio anche lui di un commerciante renano, che oltre alla filosofia hegeliana conosceva a fondo il socialismo francese. Essi assunsero i collaboratori del giornale tra i loro compagni di idee, e particolarmente anche tra i Giovani hegeliani di Berlino, tra i quali Rutenberg ebbe addirittura l’incarico della redazione dell’articolo sui problemi tedeschi: su raccomandazione di Marx, che con ciò non si acquistò davvero un merito speciale.

Certamente anche Marx dovette essere fin da principio nell’impresa. Alla fine di marzo egli voleva trasferirsi da Treviri a Colonia, ma la vita era troppo tumultuosa per lui laggiù; provvisoriamente piantò le tende a Bonn, da dove nel frattempo Bruno Bauer era scomparso: «sarebbe anche un peccato se non rimanesse nessuno qui per far arrabbiare i Santi». Da qui cominciò a mandare alla Rheinische Zeitung quella sua collaborazione con la quale doveva presto superare tutti gli altri collaboratori.

Anche se le relazioni personali di Jung e Oppenheim possano aver dato la prima spinta a fare del giornale una palestra dei Giovani hegeliani, è però difficile ammettere che questa svolta possa essersi compiuta senza consenso o addirittura all’insaputa dei veri e propri azionisti. Essi dovevano essere abbastanza furbi da riconoscere che nella Germania di allora non avrebbero potuto trovare dei lavoratori della mente più capaci di questi. Anche i Giovani hegeliani erano filoprussiani fino all’esaltazione, e tutto quello che nella loro attività poteva essere incomprensibile o sospetto per la borghesia di Colonia, questa lo avrà considerato alla stregua di fisime innocue. Comunque, essa non intervenne quando, già dalle prime settimane, da Berlino giunsero lamentele sulla «tendenza sovversiva» del giornale, e si minacciò di proibirlo per la fine del primo trimestre. I censori di Berlino erano stati particolarmente allarmati per la nomina di Rutenberg; egli passava per un terribile rivoluzionario, ed era tenuto sotto una severa sorveglianza politica; ancora nelle giornate del marzo 1848, Federico Guglielmo IV tremava di fronte a lui come davanti al vero istigatore della rivoluzione. Se la folgore mortale per il momento non si abbatté sul giornale la cosa si dovette in prima linea al ministro del culto; con tutti i suoi sentimenti reazionari Eichhorn avvertiva la necessità di contrastare la tendenza ultramontana della Kölnische Zeitung; infatti, per quanto la tendenza della Rheinische Zeitung potesse essere «quasi ancora più preoccupante», essa però giocava con idee, che non potevano presentare alcun interesse per chiunque tenesse in qualche modo i piedi sulla terra.

Ma non era proprio questo, a dire il vero, il difetto della collaborazione che Marx dava alla Rheinische Zeitung, e la concretezza con la quale egli affrontava i vari argomenti deve aver conciliato con la tendenza giovane-hegeliana gli azionisti del giornale in modo più profondo di quel che possano aver fatto le collaborazioni di Bruno Bauer o di Max Stirner. Se no sarebbe incomprensibile il fatto che essi, nell’ottobre 1842, pochi mesi dopo che lui aveva mandato la sua prima collaborazione, lo chiamarono alla direzione del giornale.

Marx dimostrò qui per la prima volta la sua incomparabile capacità di legarsi alla realtà così com’essa era, e di far ballare al suono della sua musica situazioni di fatto ormai cristallizzate.

6. Il Landtag renano

Marx si accinse a illustrare in una serie di cinque lunghe trattazioni le discussioni del Landtag provinciale renano, che proprio un anno prima aveva tenuto le sue riunioni per nove settimane a Dusseldorf. I parlamenti provinciali erano delle impotenti assemblee solo apparentemente rappresentative, con la cui istituzione la corona prussiana aveva cercato di nascondere la violazione delle promesse di concedere una costituzione, da essa fatte nel 1815; essi si riunivano a porte chiuse e potevano metter bocca al massimo in piccole questioni locali. Da quando, nel 1837, erano scoppiati i torbidi con la chiesa cattolica a Colonia e i Posnania, essi non furono nemmeno più convocati; dai parlamenti provinciali della Renania e della Posnania ci si poteva attendere prevalentemente un’opposizione, anche se soltanto di tendenza ultramontana.

Questi degni corpi rappresentativi erano sufficientemente protetti dal pericolo di prendere una tendenza liberale, dal fatto che condizione indispensabile per appartenervi era la proprietà, e, più esattamente, la proprietà fondiaria di origine feudale doveva fornire la metà di tutti i membri, quella cittadina un terzo, e quella contadina un sesto. Questo edificante principio non si poté realizzare in tutta la sua bellezza in tutte le province, e soprattutto nelle province renane, recentemente annesse, dovettero fare delle concessioni allo spirito moderno; tuttavia restava sempre il fatto che la proprietà di origine feudale possedeva più di un terzo di tutti i voti, di modo che, siccome le decisioni dovevano esser prese con due terzi di maggioranza, non si poteva fare nulla contro la sua volontà. Inoltre alla proprietà fondiaria cittadina era imposta la limitazione, che, per dar diritto all’eleggibilità, essa doveva essere stata dieci anni nelle stesse mani, e per giunta il governo poteva respingete l’elezione di qualsiasi funzionario cittadino.

Questi parlamenti provinciali erano universalmente disprezzati, ma tuttavia Federico Guglielmo IV li aveva riconvocati per il 1841, dopo l’entrata in carica del suo governo. Egli aveva addirittura un po’ esteso i loro diritti, anche se soltanto con lo scopo di far vedere bianco invece che nero ai creditori dello Stato, coi quali la corona si era impegnata nel 1820 a contrarre nuovi prestiti soltanto con l’approvazione e la garanzia della futura assemblea rappresentativa. In un suo famoso opuscolo Johann Jacoby sollecitava i parlamenti provinciali a esigere come un loro diritto il mantenimento delle promesse regie di una costituzione; ma era come se parlasse ai sordi.

Anche il Landtag renano fallì e proprio anche nelle questioni di politica ecclesiastica, a proposito delle quali il governo lo aveva temuto di più. Esso respinse con due terzi di maggioranza la proposta, ugualmente comprensibile sia da un punto di vista liberale che da un punto di vista ultramontano, di portare davanti a un tribunale o di restituire al suo ufficio l’arcivescovo di Colonia illegalmente arrestato. La questione della costituzione non fu nemmeno toccata dal Landtag e di fronte a una petizione firmata da più di mille persone, che veniva da Colonia ed esigeva libero accesso alle sedute del Landtag, il resoconto quotidiano completo delle sue discussioni, il libero dibattito sui giornali di tutte le questioni sue e del paese, e infine una legge sulla stampa invece della censura, esso se la cavò nella maniera più pietosa. Si limitò cioè a pregare il re di poter pubblicare il nome degli oratori nei verbali del Landtag e rivendicò insieme non una legge sulla stampa che abolisse la censura, ma soltanto una legge sulla censura che prevenisse gli arbitri dei censori. Com’è destino per ogni atto vile, anche questa richiesta non sortì alcun effetto davanti alla corona.

Questo Landtag si ravvivò un poco soltanto quando si trattò di sostenere gli interessi della proprietà fondiaria. Certo esso non poteva pensare a ristabilire il dominio feudale. Ogni tentativo in questo senso era avversato così mortalmente dai renani, che su questo punto essi non stavano assolutamente allo scherzo, come comunicavano a Berlino anche i funzionari inviati in Renania dalle province orientali. In particolare la popolazione renana non lasciava che si attentasse alla libera suddivisibilità delle terre, né a favore del «ceto nobiliare» né a favore del «ceto contadino», anche se la parcellizzazione della proprietà fondiaria, continuata all’infinito, portava, come non a torto diceva il governo, a un polverizzamento vero e proprio. Ma la proposta del governo di porre certi limiti alla parcellizzazione «per conservare un solido ceto contadino», fu respinta con 49 voti contro 8 dal Landtag, che in questo era d’accordo con la provincia. Tanto più esso si risvegliò a proposito di alcune leggi sui furti di legna, sui reati riguardanti la caccia, le foreste, i campi che gli erano state sottoposte dal governo; qui di fronte all’interesse privato della proprietà fondiaria, il potere legislativo si prostituì senza più pudori.

Secondo un suo vasto piano, Marx sottopose il Landtag a una vera e propria inchiesta. Nel primo scritto, che abbracciava sei lunghi articoli, egli affrontò i dibattiti sulla libertà di stampa e sulla pubblicazione delle discussioni parlamentari. L’autorizzazione a questa pubblicazione, senza che si potessero fare i nomi degli oratori, era stata una di quelle piccole riforme per mezzo delle quali il re aveva tentato di rianimare i parlamenti provinciali, incontrando tuttavia su questo punto una violenta resistenza da parte dei parlamenti stessi. A dire il vero il Landtag renano non arrivò fino al punto di quelli del Brandeburgo o della Pomerania, che si erano semplicemente rifiutati di pubblicare i loro verbali, ma anche in esso si rispecchiò quella balorda presunzione che considera gli eletti una specie di esseri superiori, che devono essere soprattutto protetti dalla critica dei propri elettori.

«Il Landtag non tollera la luce del giorno. Noi ci sentiamo molto più a nostro agio nella notte della vita privata. Se l’intera provincia si fida di affidare i suoi diritti a singoli individui, va da sé che questi singoli individui sono tanto condiscendenti da accettare la fiducia della provincia, ma sarebbe una vera e propria stravaganza pretendere che essi debbano contraccambiare con la stessa misura e abbandonare sé stessi, la loro esistenza, la loro personalità al giudizio della provincia, che ha dato loro soltanto un giudizio di coerenza».

Sin dal suo primo entrare in campo Marx derideva con gustoso umorismo quello che poi egli avrebbe battezzato come «cretinismo parlamentare» e che non avrebbe potuto sopportare per tutta la vita.

Ma per la libertà di stampa Marx colpì con tale maestria quale non si vide più né prima né poi. Ruge confessò onestamente:

«Non era stato finora detto e nemmeno si potrà poi dire nulla di più profondo a proposito e in difesa della libertà di stampa. Possiamo felicitarci per la cultura, la genialità e il sovrano dominio di idee, ordinariatamente confuse, che fa ora la sua apparizione nella nostra pubblicistica».

In questi articoli Marx parlò una volta del clima aperto e sereno della tua patria, e ancor oggi aleggia su di essi uno splendore luminoso, come la luce del sole sui colli del Reno ricchi di vigneti. Se Hegel aveva parlato della «miserabile soggettività della cattiva stampa che vuoi tutto dissolvere», Marx ritornava all’Illuminismo borghese, quando appunto sulla Rheinische Zeitung riconobbe nella filosofia di Kant la teoria tedesca della rivoluzione francese, ma vi ritornava arricchito di tutte le prospettive politiche e sociali che gli erano state dischiuse dalla dialettica della storia di Hegel. Basta confrontare i suoi articoli nella Rheinische Zeitung con le Quattro questioni di Jacoby per riconoscere quanto egli fosse andato avanti: la promessa regia di una costituzione, del 1815, alla quale Jacoby continuava pur sempre a richiamarsi come all’Alfa e all’Omega di tutto il problema costituzionale, Marx non l’ha ritenuta nemmeno degna di una citazione incidentale.

Soltanto, per quanto celebrasse la libera stampa come l’occhio aperto dello spirito del popolo — in confronto alla stampa sottoposta a censura col suo vizio fondamentale dell’ipocrisia, dal quale derivavano tutti gli altri suoi delitti e i suoi vizi schifosi anche soltanto a considerarli dal lato estetico — egli non misconosceva però i pericoli che minacciavano anche la libera stampa. Un oratore del ceto cittadino aveva rivendicato la libertà di stampa come una parte della libertà di industria; al che Marx rispondeva: «È libera la stampa che si degrada a industria? Lo scrittore è costretto comunque a guadagnare, per poter esistere e vivere, ma non è costretto in nessun modo a esistere e scrivere per guadagnare... La prima libertà di stampa consiste nel fatto che essa non è un’industria. Allo scrittore che la abbassa a strumento materiale, tocca, come punizione per questa interna mancanza di libertà, quella esterna, cioè la censura, o piuttosto, già la sua esistenza è la sua punizione». E Marx ha confermato con tutta la sua vita ciò che egli pretendeva dallo scrittore, cioè che i suoi lavori siano sempre fine a sé stessi; essi sono così poco strumenti per lui stesso e per gli altri, che egli, se è necessario, sacrifica la propria esistenza alla loro esistenza.

Il secondo scritto sul Landtag renano si occupava della «faccenda dell’arcivescovo», come scriveva Marx a Jung. Esso fu soppresso dalla censura e non fu pubblicato nemmeno in seguito, sebbene Ruge si offrisse di accoglierlo negli Anecdota. A Ruge Marx scriveva il 9 luglio 1842: «Non creda che qui sul Reno noi si viva in un Eldorado politico. Ci vuole la più coerente tenacia per tirare avanti un giornale come la Rheinische Zeitung. Il mio secondo articolo sul Landtag, che trattava dei torbidi ecclesiastici, è stato censurato. Io vi avevo dimostrato come i difensori dello Stato si sian posti dal punto di vista della Chiesa, e i difensori della Chiesa da quello dello Stato. Questo incidente è tanto più spiacevole per la Rheinische in quanto quegli stupidi dei cattolici di Colonia sarebbero caduti in trappola, e la difesa dell’arcivescovo avrebbe procurato abbonamenti. Del resto è difficile che Lei possa immaginare quanto siano abbiette le autorità e nello stesso tempo quanto stupidamente abbiano trattato con questi testoni di ortodossi. Ma il successo ha coronato l’opera; la Prussia ha baciato la pantofola del Papa davanti agli occhi di tutto il mondo, e le nostre macchine governative camminano per la strada senza arrossire». La frase finale si riferisce al fatto che Federico Guglielmo IV, conformemente alle sue tendenze romantiche, aveva iniziato trattative di pacificazione con la Curia, che per tutto ringraziamento, secondo le regole dell’arte vaticana, rispondeva a schiaffi.

Quello che Marx scriveva a Ruge su questo articolo non deve essere frainteso al punto di pensare che egli avesse seriamente preso le difese dell’arcivescovo per attrarre in trappola i cattolici di Colonia. Anzi, egli restava del tutto coerente con sé stesso quando commentava l’arresto, assolutamente illegale, dell’arcivescovo per le sue attività ecclesiastiche è la richiesta, avanzata dai cattolici, di un procedimento giudiziario nei riguardi del vescovo illegalmente arrestato, osservando che i difensori dello Stato si erano posti sul terreno della Chiesa e quelli della Chiesa sul terreno dello Stato. Prendere la giusta posizione in questo mondo a rovescio era comunque una questione decisiva per la Rheinische Zeitung, proprio anche per le ragioni che Marx adduceva più avanti nella lettera a Ruge, perché il partito ultramontano, che veniva vivacemente combattuto dal giornale, era il più pericoloso in Renania, e l’opposizione si era troppo abituata a far l’opposizione all’interno della Chiesa.

Il terzo scritto, che comprendeva cinque lunghi articoli, gettava luce sui dibattiti svoltisi al Landtag sulla legge sui furti di legna. Con esso Marx metteva «i piedi in terra», o, com’egli espresse in altra occasione lo stesso pensiero, si trovò nell’imbarazzo di dover parlare di interessi materiali che non erano previsti nel sistema ideologico di Hegel. In realtà egli non affrontò il problema posto da queste leggi con quel rigore che avrebbe avuto ormai in anni successivi. Si trattava della lotta dell’era capitalistica avanzante contro gli ultimi resti della proprietà comune del suolo, di una crudele guerra per espropriare le masse popolari; su 207.478 procedimenti penali svoltisi in Prussia nel 1826, circa 150.000, cioè circa i tre quarti, si riferivano a furti di legna e reati concernenti la caccia, le foreste e i pascoli.

Nella discussione della legge sui furti di legna si era imposto nel Landtag renano l’interesse esoso della proprietà fondiaria privata nella miniera più sfrontata, anche più in là del progetto governativo. Contro di questo Marx intervenne con la sua critica tagliente «in favore della massa povera, politicamente e socialmente nullatenente», non ancora però con ragioni economiche, bensì per ragioni giuridiche. Egli rivendicava per i poveri, gravemente minacciati, il mantenimento dei loro diritti consuetudinari, i cui fondamenti egli trovava nel carattere oscillante di una determinata proprietà non caratterizzata decisamente né come privata né come comune, in un miscuglio di diritto privato e di diritto pubblico, quale ci si presenta in tutte le istituzioni del medioevo. L’intelletto aveva eliminato queste formazioni ibride e oscillanti della proprietà, applicando ad esse le categorie del diritto privato astratto derivate dal diritto romano, ma nel diritto consuetudinario della classe povera viveva un senso giuridico istintivo; la sua radice era positiva e legittima.

Se in questo scritto la comprensione storica conserva un «certo carattere oscillante», tuttavia, o piuttosto proprio per questo, esso mostra che cos’è che in ultima analisi ha sollecitato questo grande campione delle «classi povere». Dalla descrizione delle furfanterie con cui l’interesse privato dei proprietari di foreste calpestava logica e ragione, legge e diritto e, non ultimi, gli interessi dello Stato, per soddisfarsi ai danni dei poveri e dei miseri, si avverte ovunque come tutto l’uomo reagisca indignato. «Per garantirsi dai reati riguardanti la proprietà forestale, il Landtag non soltanto ha fatto a pezzi il diritto, ma gli ha trafitto il cuore». Con questo esempio Marx volle dimostrare che cosa ci si potesse attendere da un’assemblea rappresentativa di interessi di ceti particolari, una volta che essa fosse chiamata sul serio a legiferare.

In questo Marx si atteneva ancora alla filosofia del diritto e dello Stato di Hegel. E non in quanto egli celebrasse lo Stato prussiano come lo Stato ideale, a somiglianza dei ripetitori letterali di Hegel, ma in quanto commisurava lo Stato prussiano allo Stato ideale quale risultava dalle premesse filosofiche di Hegel. Marx considerava lo Stato come il grande organismo in cui doveva trovare attuazione la libertà giuridica, morale e politica, e in cui il singolo cittadino, obbedendo alle leggi dello Stato, obbedisce alle leggi naturali della sua stessa ragione, della ragione umana. Muovendo da questa posizione Marx poté sì venire a capo dei dibattiti del Landtag intorno alla legge sui furti di legna, e sarebbe venuto a capo anche del quarto scritto che doveva affrontare una legge sui reati riguardanti la caccia, le foreste e i campi, ma non sarebbe venuto a capo del quinto scritto, che avrebbe dovuto coronare tutto l’edificio e discutere la «questione terrena alla grandezza naturale», cioè la questione della parcellizzazione.

Come la borghesia renana, Marx sosteneva la libera suddivisibilità del suolo; limitare la libertà del contadino di creare nuove parcelle significava aggiungere alla sua povertà fisica la povertà giuridica. Ma su questa base giuridica la questione non era risolta; il socialismo francese aveva già da tempo indicato che la libera suddivisibilità del suolo creava un proletariato inerme, e l’aveva posta sullo stesso piano dell’isolamento atomistico dell’artigianato. Se Marx voleva trattarne, doveva venire a una spiegazione col socialismo.

Certamente egli aveva avvertito questa necessità e non le si sarebbe davvero sottratto se avesse portato a termine la serie progettata dei suoi studi. Ma non arrivò a tanto. Quando fu pubblicato nella Rheinische Zeitung il terzo scritto, Marx era già il suo direttore, e l’enigma socialista gli si presentò ancor prima che egli potesse risolverlo.

7. Cinque mesi di lotta

Nel corso dell’estate la Rheinische Zeitung si era permessa un paio di piccoli excursus nel campo sociale; è da supporre che l’iniziativa risalga a Moses Hess. Una volta essa ristampò da una rivista di Weitling un articolo sulle case d’abitazione di Berlino, come contributo a una «questione scottante», e aggiunse a una sua corrispondenza da Strasburgo su un congresso di scienziati, nel quale si erano trattate anche questioni di socialismo, l’osservazione del tutto innocua che, se il ceto non abbiente mirava alle ricchezze della classe media, la cosa poteva esser paragonata alla lotta della classe media contro la nobiltà del 1789, ma che questa volta si sarebbe trovata una soluzione pacifica.

Queste occasioni in sé innocue bastarono alla Allgemeine Zeitung di Augusta per accusare la Rheinische Zeitung di far l’occhiolino al comunismo. Su questo punto neanche quel giornale aveva la coscienza a posto, e aveva pubblicato sul socialismo e sul comunismo francese molte cose di mano di Heine che sapevano alquanto di bruciaticcio, ma era l’unico giornale tedesco di importanza nazionale o addirittura internazionale, e questa posizione cominciava ad essere minacciata dalla Rheinische Zeitung. Per quanto dunque il suo violento attacco avesse poco degni motivi, pure era scagliato non senza una maligna abilità; accanto ad allusioni di ogni genere ai figli di ricchi commercianti che giocavano con innocente ingenuità con le idee socialiste, senza darsi alcun pensiero di come dividere i loro averi con i lavoranti del duomo o gli scaricatori del porto di Colonia, essa dimostrava trionfalmente che in un paese come la Germania, economicamente ancora tanto arretrato da osare appena di respirare liberamente, era proprio un errore da bambini minacciare alla classe media la sorte della nobiltà francese del 1789.

La difesa contro questo acido attacco fu il primo compito redazionale che si presentò a Marx, ed era abbastanza incomodo per lui. Egli non voleva farsi paladino di cose che lui stesso riteneva «balordaggini», ma non poteva nemmeno esprimere una sua opinione sul comunismo. Così considerò la possibilità di portare la guerra nel campo dell’avversario, attribuendogli velleità comuniste, ma confessò onestamente che alla Rheinische Zeitung non era concesso liquidare con una sola frase problemi alla cui soluzione lavoravano due popoli. Essa avrebbe sottoposto a una critica radicale le idee comuniste — alle quali nella loro forma attuale non poteva nemmeno attribuire realtà teoretica, delle quali tanto meno poteva perciò auspicare la pratica attuazione, o che anche soltanto non poteva ritenere possibili — «facendo precedere studi estesi e approfonditi», perché scritti come quelli di Leroax, Considérant e soprattutto l’acuta opera di Proudhon non potevano essere liquidati accontentandosi di uno sguardo superficiale.

Più tardi Marx può aver pensato di aver preso in uggia il lavoro alla Rheinische Zeitung in seguito a questa polemica e di aver afferrato «avidamente» l’occasione di ritirarsi nel suo studio. Ma, come suole accadere nel ricordo, causa ed effetto gli si sono presentati confusi. Per il momento Marx era ancora preso anima e corpo dalla cosa, che gli appariva tanto importante da romperla per amore suo con i vecchi compagni di Berlino. Di loro infatti non c’era più da gloriarsi, da quando la irruzione mitigata sulla censura aveva tra sformato il Doktorklub, nel quale era stato pur sempre vivo «un interesse spirituale», in una associazione di cosiddetti «Liberi», dove quasi tutti i letterati della capitale prussiana del periodo pre-quarantottesco si erano dati convegno per recitare la parte di rivoluzionari politici e sociali sotto forma di filistei inselvatichiti. Già nell’estate Marx era alquanto allarmato da questo atteggiamento; diceva che altro era proclamare la propria emancipazione, che era coscienziosità, e altro screditarsi in anticipo come dei tromboni da propaganda. Ma pensava che fortunatamente Bruno Bauer era a Berlino; lui avrebbe fatto sì che almeno non si commettessero «sciocchezze».

Ma in questo Marx, purtroppo, si sbagliava. Secondo un’informazione degna di fede, Köppen si tenne lontano dall’atteggiamento dei Liberi, ma non così Bruno Bauer, che non si vergognava nemmeno di fare il capo in testa delle loro buffonate. Il loro bighellonare per le strade, le loro scene scandalose in bordelli e birrerie, il loro insulso farsi beffe di un prete indifeso, a cui Bruno Bauer, al matrimonio di Stirner, porgeva gli anelli d’ottone del suo portamonete di maglia, facendo notare che come anelli matrimoniali potevano anche servire, tutto ciò faceva dei Liberi l’oggetto un po’ dell’ammirazione e un po’ del terrore di tutti i mansueti filistei, ma comprometteva irrimediabilmente la causa che essi dicevano di rappresentare.

Naturalmente questi atteggiamenti da ragazzacci di strada esercitavano un’influenza desolante anche sulla produzione culturale dei Liberi, e Marx aveva un bel da fare con la loro collaborazione alla Rheinische Zeitung. Molte loro cose cadevano sotto il lapis rosso del censore, ma — così scriveva Marx a Ruge — «io mi permettevo di annullarne tante quante il censore, dal momento che Meyen e consorti ci mandavano mucchi di sudicerie piene di velleità rivoluzionarie e vuote di pensiero, in uno stile indecente, condito con un pizzico di ateismo e di comunismo (che i signori non hanno mai studiato), e dal momento che, data l’assoluta mancanza in Rutenberg di spirito critico, di indipendenza e di capacità, si erano abituati a considerare la Rheinische Zeitung come un loro organo, privo di volontà propria; ma io ho creduto di non dover più permettere che seguitassero a farvi come prima le loro pisciatine». Questa fu la prima ragione dell’«oscuramento del cielo di Berlino», come diceva Marx.

Alla rottura si venne quando, nel novembre del 1842, Herwegh e Ruge si recarono a Berlino. Herwegh si trovava allora nel suo famoso giro trionfale per la Germania, durante il quale aveva anche fatto rapidamente amicizia con Marx a Colonia; a Dresda si era incontrato con Ruge, ed era andato insieme con lui a Berlino. Qui, com’era prevedibile, essi non riuscirono a prender gusto agli eccessi dei Liberi: Ruge ebbe un duro scambio di parole col suo collaboratore Bruno Bauer, perché costui voleva «fargli passar per buone le cose più ridicole», come per esempio che bisognava risolvere nel concetto lo Stato, la proprietà e la famiglia, senza doversi ulteriormente dar pensiero dell’aspetto concreto della faccenda. Altrettanto scarso interesse dimostrò Herwegh per i Liberi, che si vendicarono di questo disprezzo prendendo in giro nel loro stile la nota udienza che il poeta aveva ottenuto dal re e il suo fidanzamento con una ricca fanciulla.

Le parti in lite si rivolsero tutte due alla Rheinische Zeitung. Herwegh, d’accordo con Ruge, chiese ospitalità per una nota nella quale si concedeva, sì, ai Liberi che, presi uno per uno, essi erano per lo più persone, ma si aggiungeva che, come Herwegh e Ruge avevano loro dichiarato apertamente, col loro romanticismo politico, le loro pose genialoidi e reclamistiche compromettevano la causa e il partito della libertà. Marx pubblicò questa nota, ma fu tempestato da Meyen che si faceva portavoce dei Liberi, con lettere ingiuriose.

Da principio Marx rispose molto concretamente, cercando di riportare sulla giusta via la collaborazione dei Liberi.

«Esigevo che mettessero in mostra meno vaghi ragionamenti, meno frasi altisonanti, meno allusioni compiaciute, e più determinatezza, più aderenza alle situazioni concrete, più cognizioni specifiche. Dichiaravo di ritenere sconveniente, anzi immorale, far passare di contrabbando dogmi socialisti e comunisti, cioè una nuova concezione del mondo, in occasionali critiche teatrali, ecc., e di pretendere sul comunismo, se una volta lo si doveva discutere, una discussione del tutto diversa e approfondita. Chiedevo poi che si criticasse la religione nella critica della situazione politica, piuttosto che la situazione politica nella religione, perché questo modo di impostare le cose corrispondeva di più al carattere di un giornale e alla cultura del pubblico, dal momento che la religione, priva di per sé di contenuto, si nutre non del cielo, ma della terra, e cade da sé una volta risolto il rovesciamento della realtà di cui essa è la teoria. Infine volevo che, se si parlava di filosofia, ci si baloccasse meno con l’etichetta Ateismo (quasi come fanno i bambini, che assicurano chiunque li voglia stare a sentire che loro non hanno paura dell’uomo nero) e se ne divulgasse piuttosto il contenuto tra il pubblico».

Queste dichiarazioni consentono anche di gettare uno sguardo istruttivo ai criteri coi quali Marx dirigeva la Rheinische Zeitung.

Ma ancor prima che i suoi consigli fossero giunti a destinazione, egli ricevette da Meyen una «lettera insolente», nella quale costui pretendeva né più né meno che il giornale non «temperasse la polemica», ma «prendesse posizioni estreme», cioè si facesse sopprimere per amore dei Liberi. E allora anche Marx perse la pazienza e scrisse a Ruge: «Da tutta la faccenda traspare una enorme dose di vanità, che non comprende come, per salvare un organo politico, si debbano sacrificare alcune vesciche gonfiate di Berlino, e che non sa pensare ad altro che alle faccende della sua cricca... Dato che noi dobbiamo sopportare dal mattino alla sera le più orribili torture della censura, le pratiche ministeriali, le lagnanze della prefettura, le lamentele del Landtag, le grida degli azionisti ecc. ecc., ed io resto al mio posto soltanto perché ritengo mio dovere di far fallire, per quanto è in me, la realizzazione degli scopi che le autorità si prefiggono, Lei può immaginarsi che sono alquanto irritato e che ho risposto alquanto duramente a Meyen». In realtà era la rottura coi Liberi, che politicamente hanno fatto tutti più o meno una brutta fine; da Bruno Bauer, più tardi collaboratore della Kreuzzeitung e della Post, fino a Eduard Meyen, che morì direttore della Danziger Zeitung e metteva il punto alla sua vita sprecata con la pietosa freddura che gli era consentito di deridere soltanto i protestanti ortodossiII.5, dato che il proprietario liberale del giornale gli aveva proibito di criticare il Sillabo per riguardo gli abbonati cattolici. Altri dei Liberi si sono insinuati nella stampa ufficiosa o addirittura ufficiale, come Rutenberg, che qualche decennio dopo morì direttore del Preussicher Staatsanzeiger.

Ma allora, nell’autunno 1842, costui era ancora l’uomo più temuto, e il governo pretese il suo allontanamento. A dire il vero, quest’ultimo durante l’estate aveva tormentato il giornale con la censura, ma gli aveva ancora concesso di vivere, nella speranza che morisse da sé; l’8 agosto il prefetto renano von Schaper comunicava a Berlino che il numero degli abbonati ammontava soltanto a 885. Ma il 15 ottobre aveva assunto la direzione Marx, e il 10 novembre Schaper annunciava che il numero degli abbonati cresceva incessantemente; da 885 si era elevato a 1820, e la evidenza del giornale diveniva sempre più ostile e insolente. A ciò si aggiunse che sul tavolo della Rheinische Zeitung era capitato un progetto di legge sul matrimonio estremamente reazionario, la cui pubblicazione anticipata inasprì il re tanto più in quanto le difficoltà che esso frapponeva il divorzio trovarono una violenta resistenza tra la popolazione. Egli pretendeva che si minacciasse al giornale l’immediata soppressione se non denunciava chi aveva fornito il progetto, ma i ministri non vollero intrecciare la corona del martirio per l’odiato giornale, che prevedevano avrebbe respinto una così infame pretesa. Si contentarono di allontanare Rutenberg da Colonia e di pretendere, sotto pena di divieto, la nomina di un direttore responsabile che avrebbe firmato il giornale invece dell’editore Renard. Nello stesso tempo, al posto del censore Dolleschall, caduto in discredito per la sua scarsa intelligenza, fu nominato un tale assessore Wiethaus.

Il 30 novembre Marx comunicava a Ruge: «Rutenberg, al quale era già stato disdetto l’articolo tedesco (per il quale la sua attività consisteva principalmente nel mettere la punteggiatura), al quale soltanto per opera mia era stato affidato quello francese, Rutenberg, data l’immensa stupidità delle nostre autorità sta tali di controllo, aveva la fortuna di passare per un individuo pericoloso, sebbene per nessuno fosse più pericoloso che per la Rheinische Zeitung e per sé stesso. Ci è stato imposto d’autorità l’allontanamento di Rutenberg. L’autorità prussiana di controllo, questo despotisme prussien, le plus hypocrite, le plus fourbe, ha risparmiato al gerente [Renard] un passo spiacevole, e il nuovo martire, che sa già rappresentare la coscienza del martirio con un certo virtuosismo nella fisionomia, nell’atteggiamento e nel linguaggio, Rutenberg insomma, sfrutta questa occasione, scrive a tutto il mondo, scrive a Berlino dicendo di essere il principio della Rheinische Zeitung in esilio, che assume ora un’altra posizione verso il governo». Marx commenta l’incidente osservando che il suo dissidio coi Liberi di Berlino si è così acuito, ma sembra quasi che prendendo in giro il «martire» Rutenberg abbia calcato un po’ troppo la mano contro quel povero diavolo.

La sua osservazione che l’allontanamento di Rutenberg era stato «imposto d’autorità» e che così era stato risparmiato all’editore Renard un «passo spiacevole», non si può spiegare altrimenti se non pensando che ci si adattò all’intervento d’autorità e che si rinunciò a ogni tentativo di mantenere Rutenberg. Un tentativo del genere sarebbe stato senza dubbio privo di prospettive, e si aveva certamente motivo di risparmiare all’editore ogni «passo spiacevole», cioè ogni interrogatorio obbligato, per cui quell’editore assolutamente apolitico non era all’altezza. Egli si limitò a firmare una protesta scritta contro il minacciato divieto, ma, come dimostra la copia a mano che si trova nell’archivio di Stato di Colonia, essa fu stesa da Marx.

In essa, «cedendo all’imposizione», si accetta il provvisorio allontanamento di Rutenberg e ci si impegna alla nomina di un direttore responsabile. E si afferma che la Rheinische Zeitung farà il possibile per evitare la fine, per quanto ciò sia compatibile con la missione di un giornale indipendente. Essa si imporrà nella forma una maggiore moderazione di quella mostrata finora, naturalmente fin dove il contenuto lo consenta. Lo scritto è redatto con una cautela diplomatica di cui non si può portare altro esempio nella vita del suo autore, ma come sarebbe ingiusto pesare ogni parola con la bilancia dell’orefice, non meno ingiusto sarebbe dire che il giovane Marx avesse proprio fatto violenza alle sue convinzioni di allora. Nemmeno per quello ch’egli dice sui sentimenti filoprussiani del giornale. Accanto ai suoi articoli polemici contro l’agitazione antiprussiana condotta dalla Allgemeine Zeitung di Augusta, e accanto alla sua azione per l’estensione del lo Zollverein alla Germania nord-occidentale, le sue simpatie prussiane si sarebbero mostrate soprattutto nel suo continuo richiamo alla scienza della Germania settentrionale in contrasto con la superficialità delle teorie francesi e anche tedesche del sud. La Rheinische Zeitung era il primo «giornale renano e in generale tedesco del sud» che introduceva nel sud lo spirito nordico-tedesco e che contribuiva così all’unione spirituale delle stirpi divise.

A questo ricorso il prefetto von Schaper rispose alquanto di malagrazia; anche se Rutenberg fosse stato subito licenziato e se fosse stato nominato un direttore assolutamente adatto, il rilascio di un’autorizzazione definitiva sarebbe dipeso dal futuro atteggiamento del giornale. Soltanto per l’incarico del nuovo direttore fu concesso un margine di tempo fino al 12 dicembre. Ma non ci si arrivò, per ché a metà dicembre era in atto già una nuova guerra. Due corrispondenze al giornale da Bernkastel sulla miserevole situazione dei contadini della Mosella dettero a Schaper l’occasione a due rettifiche che erano altrettanto inconcludenti per il contenuto quanto dure per la forma. La Rheinische Zeitung, da principio, fece ancora buon viso a cattivo gioco e lodò la «pacata dignità» di queste rettifiche, la quale era tale da far arrossire gli uomini dello Stato di polizia segreta e si prestava «tanto per toglier di mezzo la sfiducia quanto per rafforzare la fiducia». Ma dopo aver raccolto il materiale necessario, essa, a cominciare dalla metà di gennaio, portò in cinque articoli una quantità di prove documentate di come il governo avesse soffocato con spietata crudeltà le grida di soccorso dei contadini della Mosella. Il più alto funzionario della Renania faceva così una pessima figura. Tuttavia egli si ebbe la dolce consolazione di apprendere che la soppressione del giornale era stata decisa dal consiglio dei ministri, in presenza del re, già il 21 gennaio 1843. Verso la fine dell’anno la collera del re era stata eccitata da una serie di avvenimenti: e cioè da una lettera tra sentimentale e insolente che Herwegh gli aveva indirizzata da Königsberg, e che la Leipziger Allgemeine Zeitung aveva pubblicato ad insaputa e contro la volontà dell’autore, poi dall’assoluzione di Johann Jacoby, da parte della Corte suprema, dall’accusa di alto tradimento e di lesa maestà, e infine anche una professione di fede «nella democrazia coi suoi problemi pratici» resa dai Deutsche Jahrbücher per l’anno nuovo. In seguito a ciò essi vennero subito proibiti e così anche — per la Prussia — la Leipziger Allgemeine Zeitung; ora, senza por tempo in mezzo, anche «l’altra puitana del Reno» doveva fare la stessa fine, tanto più che essa aveva duramente stigmatizzato la soppressione degli altri due giornali.

Come pretesto formale del divieto servì la pretesa mancanza di una autorizzazione («quasi che in Prussia, — diceva Marx — dove nemmeno un cane può vivere senza il bravo bollo della polizia, la Rheinische Zeitung avrebbe potuto uscire anche un sol giorno senza le condizioni ufficiali per esistere») e come «motivo concreto» fu ripetuto il chiacchierio antico e neo-prussiano sulla scellerata tendenza («il vecchio ritornello — diceva Marx irridendo — sui cattivi sentimenti, sulle buone teorie, sui trallalalà ecc». ) Per un riguardo verso gli azionisti si consentì l’uscita del giornale per tutto il trimestre. «Durante questa dilazione accordata al condannato, essa è sottoposta a una doppia censura. Il nostro censore, persona degna, è infatti sottoposto alla censura del locale presidente del governo, von Gerlach, un testone che obbedisce passivamente; e, più esattamente, il nostro giornale, una volta pronto, dev’essere posto sotto il naso della polizia perché lo annusi, e se c’è puzza appena un po’ di anticristiano o di antiprussiano, il giornale non può uscire». Così Marx a Ruge. In realtà l’assessore Wiethaus fu abbastanza dignitoso da rinunciare alla censura, cosa per cui la società corale di Colonia lo onorò con una canzone. Al posto suo fu mandato da Berlino il segretario ministeriale Saint-Paul, il quale esercitò il mestiere del secondino con tanto zelo che già il 18 febbraio si poté abolire la doppia censura.

Il divieto del giornale fu accolto da tutta la provincia del Reno come un’onta inflitta ad essa medesima. Il numero degli abbonati salì rapidamente a 3.200, e petizioni firmate da migliaia di persone giunsero a Berlino per scongiurare il colpo imminente. Perfino una delegazione di azionisti si mise in viaggio, ma non fu ammessa alla presenza del re, come del resto le petizioni della popolazione sarebbero scomparse senza lasciar segno nel cestino della cartaccia, se non avessero occasionato energici rabbuffi ai funzionari che le avevano firmate. Più preoccupante era il fatto che gli azionisti cercassero di ottenere con un atteggiamento più remissivo del giornale quello che non erano riuscite ad ottenere le loro rappresentanze viaggianti; essenzialmente questa circostanza indusse Marx a dimettersi dalla direzione sin dal 17 marzo, cosa che naturalmente non gli impedì di rendere fino all’ultimo momento il più possibile amara la vita alla censura.

Saint-Paul era un giovane bohémien che a Berlino frequentava le birrerie coi Liberi, e a Colonia si azzuffava coi guardiani notturni davanti ai bordelli. Ma era un tipo scaltro, che scoprì presto dove risiedeva il «centro dottrinale» della Rheinische Zeitung e la «fonte viva» delle sue teorie. Nelle sue relazioni a Berlino egli parlò con involontario rispetto di Marx, di cui sia il carattere che l’intelligenza gli avevano evidentemente fatto una grande impressione, nonostante il «profondo errore speculativo» che pretendeva di avere scoperto in lui. Il 2 marzo Saint-Paul poteva annunciare a Berlino che Marx si era deciso, «date le attuali circostanze», a rompere ogni rapporto con la Rheinische Zeitung e a lasciare la Prussia, cosa che indusse i furbi signori di Berlino a notare nei loro atti che non era davvero una perdita se Marx se ne andava all’estero, dato che i suoi «sentimenti ultra democratici si trovano in assoluto contrasto col principio dello Stato prussiano»; sul che non c’era certamente nulla da obbiettare. Il 18, poi, il degno censore giubilava: «Lo spiritus rector di tutta l’impresa, il dott. Marx, se ne è andato ieri definitivamente, e Oppenheim, uomo veramente moderato nel complesso e del resto insignificante, gli è succeduto nella direzione... Io mi trovo molto avvantaggiato, e oggi ho impiegato appena un quarto del tempo abituale per la censura». A Marx che se ne andava egli faceva il più lusinghiero complimento proponendo a Berlino di lasciare ormai che la Rheinische Zeitung continuasse a vivere in pace. Ma i suoi committenti lo superavano in viltà; gli fu suggerito di comprare in segreto il direttore della Kölnische Zeitung, un certo Hermes, e di spaventare l’editore di questo giornale, al quale la Rheinische Zeitung aveva mostrato la possibilità di una pericolosa concorrenza; e il colpo mancino riuscì.

Marx stesso però scriveva già il 25 gennaio a Ruge, nello stesso giorno cioè in cui era arrivato a Colonia il divieto della Rheinische Zeitung:

«Nulla mi ha sorpreso. Lei sa che cosa io già pensassi dell’istruzione sulla censura. Io vedo qui soltanto una conseguenza, io vedo nella soppressione della Rheinische Zeitung un progresso della coscienza politica perciò mi rassegno. Inoltre l’atmosfera era divenuta troppo pesante per me. È brutto compiere lavori servili anche per la libertà e combattere a colpi di spillo invece che di mazza. Mi sono stancato dell’ipocrisia, della stupidità, della rozza autorità e del nostro piegarci, curvarci, chinare le spalle e sofisticare con le parole. Insomma il governo mi ha ridato la libertà... In Germania non posso combinare più nulla. Qui si falsifica sé stessi».

8. Ludwig FeuerbachII.3

Proprio in questa lettera Marx confermava di aver ricevuto la raccolta nella quale aveva dato alla luce il suo primo parto politico. Fu pubblicata al principio del marzo 1843 in due volumi, sotto il titolo: Anecdota zur neuesten deutschen Philosophie und Publizistik, a cura del Literarisches Kontor di Zurigo, che Julius Fröbel aveva fondato come rifugio dei tedeschi che fuggivano la censura.

In essi sfilava ancora una volta la vecchia guardia dei Giovani hegeliani, ma già con le file ondeggianti, e in mezzo a loro l’audace pensatore che decretava la morte di tutta la filosofia di Hegel, che vedeva nello «spirito assoluto» lo spirito defunto della teologia e con ciò la pura credenza nei fantasmi, che vedeva risolti tutti i segreti enigmi della filosofia nell’intuizione dell’uomo e della natura. Le Tesi provvisorie per la riforma della filosofia, che Ludwig Feuerbach pubblicava negli Anecdota, furono una rivelazione anche per Marx.

Più tardi Engels datò il grande influsso di Feuerbach sull’evoluzione spirituale del giovane Marx a partire dall’Essenza del Cristianesimo, il più famoso scritto di Feuerbach, uscito già nel 1841. Dell’«effetto liberatore» di questo libro, che bisognava aver provato personalmente per farsene un’idea, Engels diceva:

«L’entusiasmo era generale, in quel momento eravamo tutti feuerbachiani».

Soltanto, in quello che Marx ha pubblicato sulla Rheinische Zeitung non si avverte ancora l’influenza di Feuerbach; Marx ha «salutato entusiasticamente» la nuova concezione, nonostante tutte le riserve critiche, soltanto nei Deutsch-Französische Jahrbücher, che apparvero nel febbraio 1844 e già nel titolo tradivano un certo riecheggiamento del pensiero di Feuerbach.

Ora, le Tesi provvisorie sono certamente già contenute nella Essenza del Cristianesimo, e in questo senso l’errore in cui Engels è incorso nel ricordo, appare indifferente. Ma non lo è in quanto esso nasconde il rapporto spirituale tra Feuerbach e Marx. Feuerbach, per quanto si sentisse a suo agio soltanto nella solitudine della campagna, era nondimeno un lottatore. Egli pensava, con Galileo, che la città era simile a una prigione per gli animi speculativi, e che invece la libera vita della campagna fosse un libro della natura, aperto davanti agli occhi di chiunque amasse leggervi col proprio intelletto. Con tali parole Feuerbach difese sempre contro ogni tentazione la sua vita solitaria a Bruckberg; egli amava la solitudine della campagna, non nel senso del vecchio detto che proclama «beato chi vive in solitudine», ma perché da essa attingeva le forze per la lotta, nel bisogno che ha il pensatore di raccogliersi e di non lasciare che i rumori del giorno lo strappino alla contemplazione della natura, che era per lui la fonte prima di tutta la vita e dei suoi segreti.

Nonostante la sua vita ritirata in campagna, Feuerbach partecipava in prima linea alle grandi lotte del suo tempo. I suoi articoli davano alla rivista di Ruge la mordacità e l’acutezza più taglienti. Nell’Essenza del Cristianesimo egli dimostrava che è l’uomo che fa la religione e non la religione che fa l’uomo, e che gli esseri superiori creati dalla nostra fantasia sono soltanto i riflessi fantastici del nostro stesso essere. Ma proprio nel momento in cui usciva questo libro, Marx si volgeva alla lotta politica che lo portava in mezzo al frastuono della pubblica piazza, per quel tanto che si potesse in genere parlarne; per essa non bastavano le armi che Feuerbach aveva approntato nel suo scritto. Ma ora che la filosofia di Hegel gli si era rivelata incapace a risolvere le questioni materiali, che gli si erano presentate alla Rheinische Zeitung, apparivano per l’appunto le Tesi provvisorie per la riforma della filosofia, che davano il colpo mortale alla filosofia di Hegel, ultimo rifugio, ultimo sostegno razionale della teologia. Così esse fecero una profonda impressione su Marx, anche se egli si riservò subito il suo diritto di critica.

Nella sua lettera del 13 marzo egli scriveva a Ruge: «Gli aforismi di Feuerbach mi paiono inadeguati soltanto per il fatto che rimandano troppo alla natura e troppo poco alla politica. Ma questo è l’unico legame attraverso il quale la filosofia attuale può diventare una verità. Tuttavia avverrà certamente come nel secolo decimosesto, quando agli entusiasti della natura corrispose tutta un’altra serie di entusiasti dello Stato». In realtà nelle sue Tesi Feuerbach sfiorava la politica soltanto con una misera osservazione che era un passo indietro piuttosto che in avanti rispetto a Hegel. In questo punto si inserì Marx, per affrontare la filosofia del diritto e dello Stato di Hegel altrettanto radicalmente quanto Feuerbach aveva affrontato la filosofia della natura e della religione del maestro.

In un altro passo, la lettera a Ruge del 13 marzo rivelava quanto Marx subisse allora l’influenza di Feuerbach. Non appena fu chiaro per lui che non poteva scrivere sotto la censura prussiana né respirare l’aria prussiana, fu presa insieme la decisione di non lasciare la Germania senza la fidanzata. Il 25 gennaio aveva già domandato a Ruge se avrebbe potuto trovare lavoro nel Deutscher Bote, che Herwegh aveva intenzione di pubblicare a Zurigo, ma le intenzioni di Herwegh andarono in fumo, ancor prima di attuarsi, in seguito alla sua espulsione da Zurigo. Ruge fece allora nuove proposte di lavoro in comune, tra l’altro quella della direzione in comune degli Jahrbücher trasformati e ribattezzati; Marx avrebbe potuto recarsi a Lipsia, dopo sistemate le sue «beghe redazionali» di Colonia, per concordare a voce il «luogo della nostra risurrezione».

Il 13 marzo Marx si dichiarava d’accordo, ma esprimeva «provvisoriamente» la sua convinzione sul «nostro progetto» con queste parole: «Quando Parigi fu conquistata, alcuni proposero di dare il potere al figlio di Napoleone con una reggenza, altri a Bernadotte, altri ancora a Luigi Filippo. Ma Talleyrand rispose: Luigi XVIII o Napoleone. Questo è un principio, tutto il resto è intrigo. E così anch’io potrei definire non un principio ma un intrigo quasi tutte le città meno Strasburgo (o al massimo la Svizzera). Libri di più di venti fogli di stampa non sono letture per il popolo. Il massimo che si può osare sono i quaderni mensili. Anche se si avesse di nuovo il permesso per i Deutsche Jahrbücher, nel caso migliore potremmo arrivare a una scialba copia dei defunti, e oggi questo non basta più. Invece: Deutsch-Franzósische Jahrbücher, questo sarebbe un principio, un avvenimento fecondo di conseguenze, un’impresa per cui ci si può entusiasmare». Si avverte qui l’eco delle Tesi di Feuerbach, nelle quali si dice che il filosofo vero, tutt’uno con la vita e con l’uomo, deve essere di sangue gallo-germanico. Il cuore doveva essere francese, la testa tedesca. La testa fa la riforma, ma il cuore la rivoluzione. Soltanto dove c’è movimento, agitazione, passione, sangue, sensibilità, c’è anche lo spirito. Soltanto l’esprit di Leibniz, il suo principio sanguigno, materialistico-idealistico, ha strappato per la prima volta i tedeschi dal loro pedantismo e dal loro scolasticismo.

Nella sua risposta del 19 marzo, Ruge si dichiarò perfettamente d’accordo con questo «principio gallo-germanico», ma la sistemazione commerciale della faccenda si trascinò ancora per parecchi mesi.

9. Nozze ed esilio

Negli anni agitati delle sue prime lotte pubbliche, Marx ha dovuto lottare anche con alcune difficoltà domestiche. Di queste non parlava volentieri e sempre soltanto se ve lo costringeva una dura necessità; in netto contrasto con la misera sorte del filisteo, che dimentica cielo e terra per le sue carabattole, a lui era dato di sollevarsi anche al di sopra della più amara miseria fino ai «grandi fatti dell’umanità». E la vita gli ha offerto anche troppe occasioni di esercitarsi in questa sua capacità.

Già nelle prime parole che si hanno di lui sulle sue «miserie private», la sua concezione di queste cose si esprime in modo molto significativo. Per scusarsi con Ruge del ritardo della collaborazione promessa per gli Anecdota, egli scriveva il 9 luglio 1842, dopo aver elencato altri ostacoli: «Tutto il resto del tempo è stato sempre interrotto e angustiato dalle più spiacevoli controversie familiari. La mia famiglia mi ha creato delle difficoltà che, nonostante la sua buona situazione, mi hanno cacciato momentaneamente nella più deprimente situazione. Non posso davvero annoiarLa col racconto di queste miserie private; è una vera fortuna che le porcherie pubbliche rendano impossibile a un uomo di carattere irritarsi all’occasione per faccende private». E proprio i filistei, con la loro «irritabilità per faccende private», hanno da sempre rinfacciato a questo Marx «senza cuore» questa testimonianza di una inconsueta forza di carattere.

D’altra parte non si conosce più esattamente che cosa fossero queste «spiacevolissime controversie familiari»; Marx ci tornò su soltanto un’altra volta, e tenendosi sempre sulle generali, quando si trattò della fondazione dei Deutsch-Französische Jahrbücher. Egli scriveva a Ruge che, appena il progetto avesse preso forma concreta, si sarebbe recato a Kreuznach, dove la madre della sua sposa viveva da quando le era morto il marito, e là si sarebbe sposato, e vi sarebbe restato poi qualche tempo dalla suocera, «dato che in ogni caso, prima di accingerci all’opera, dovremmo aver finito certi lavori... Posso assicurarLa, senza alcun romanticismo, che sono innamorato da capo a piedi e con tutta serietà. Sono fidanzato già da più di sette anni, e la mia fidanzata ha affrontato per me le battaglie più dure, che sono state quasi esiziali per la sua salute, in parte coi suoi parenti pietisti-aristocratici, per i quali il «Signore che è nei cieli» e «il Signore che è a Berlino» sono uguali oggetti di culto, in parte con la mia stessa famiglia, nella quale si sono annidati alcuni preti e altri miei nemici. Perciò la mia fidanzata ed io abbiamo combattuto per anni lotte inutili e logoranti, più di certi altri, che sono tre volte più vecchi e parlano continuamente della loro «esperienza di vita»». Ma oltre queste parche allusioni, niente altro ci è noto sulle lotte del periodo di fidanzamento.

Non senza fatica, ma relativamente presto, e anche senza che Marx si recasse a Lipsia, l’uscita della nuova rivista fu assicurata. Fröbel si decise ad assumersene l’edizione, dopo che Ruge, che disponeva di un discreto patrimonio, si era dichiarato pronto a entrare nel Literarisches Kontor come accomandatario con 6.000 talleri. Come stipendio di direttore per Marx furono stanziati 500 talleri. Con questa prospettiva egli sposò la sua Jenny il 19 giugno 1843.

Restava ancora da stabilire il luogo dove i Deutsch-Französische Jahrbücher avrebbero dovuto uscire. La scelta ondeggiava tra Bruxelles, Parigi e Strasburgo. La città alsaziana avrebbe corrisposto al massimo ai desideri della giovane coppia Marx, ma alla fine la decisione cadde su Parigi, dopo che Fröbel e Ruge si furono personalmente recati là a Bruxelles. A Bruxelles, a dire il vero, la stampa godeva di una maggiore libertà che a Parigi con le sue cauzioni e le sue leggi di settembre, ma nella capitale francese si era molto più a contatto con la vita tedesca che in quella belga. A Parigi Marx poteva vivere con 3.000 franchi o poco più, scriveva Ruge incoraggiandolo.

Secondo il suo progetto, Marx aveva trascorso i primi mesi del suo matrimonio nella casa della suocera; a novembre egli si trasferì con la moglie a Parigi. Come ultimo segno di vita in patria si è conservata una lettera che egli mandò da Kreuznac a Feuerbach, il 23 ottobre 1843, per chiedergli un articolo, e più precisamente uno studio su Schelling, per il primo quaderno dei nuovi Jahrbücher: «Credo di poter quasi concludere dalla sua prefazione alla seconda edizione dell’Essenza del Cristianesimo che Lei avesse qualche cosa in pettoII.4 su questa vescica gonfiata. Vede, questo sarebbe uno stupendo debutto. Con quanta abilità il signor Schelling ha saputo adescare i francesi, prima il debole, eclettico Cousin, poi perfino il geniale Leroux. Per Pierre Leroux e le persone come lui, Schelling passa sempre come l’uomo che al posto dell’idealismo trascendentale ha messo il realismo razionale, al posto del pensiero astratto il pensiero in carne e ossa, al posto della filosofia degli specialisti, la filosofia del mondo... Perciò Lei renderebbe un grande servigio alla nostra iniziativa, ma anche più alla verità, se ci procurasse subito per il primo quaderno una monografia su Schelling. Lei è proprio l’uomo adatto per questo, perché Lei è lo Schelling a rovescio. Lo schietto pensiero giovanile di Schelling — noi dobbiamo credere a quel che c’è di buono nei nostri avversari — questo pensiero per la cui realizzazione egli non aveva tuttavia altro strumento che l’immaginazione, altra energia che la vanità, altro incentivo che l’oppio, altro organo che l’irritabilità di una ricettività femminea, questo schietto pensiero giovanile di Schelling che in lui è rimasto un fantastico sogno giovanile, è divenuto in Lei verità, realtà, virile serietà... Perciò io la ritengo l’avversario necessario, naturale di Schelling, insomma, quegli a ciò destinato dalle Loro Maestà la Natura e la Storia». Con quanta amabilità è scritta questa lettera, e come ne traspare luminosa la lieta speranza di una grossa battaglia!

Ma Feuerbach esitava. Egli aveva già lodato in un primo momento, di fronte a Ruge, la nuova iniziativa, ma poi l’aveva rifiutata; e nemmeno il richiamo al suo «principio gallo-germanico» lo aveva fatto convertire. I suoi scritti avevano in prima linea contribuito ad accendere le ire dei potenti, di modo che essi abbattevano col bastone della polizia quel che ancora sopravviveva in Germania della libertà della filosofia, e l’opposizione filosofica dovette fuggire all’estero, se non voleva arrendersi vilmente.

Arrendersi non era cosa da Feuerbach, ma non era nemmeno da lui slanciarsi arditamente nelle onde che si infrangevano intorno alla morta terra tedesca. Il giorno in cui Feuerbach rispose alle ardenti parole, con cui Marx lo sollecitava, con cordiale interessamento, ma tuttavia con un rifiuto, fu il giorno più nero della sua vita. Da quel momento egli si isolò anche spiritualmente.

III - L’esilio a Parigi

1. I «Deutsch-Französische Jahrbücher»

La nuova rivista era nata sotto una cattiva stella: di essa uscì soltanto un numero doppio alla fine del febbraio 1844.

Il «principio gallo-germanico» o, come fu ribattezzato da Ruge, la «alleanza intellettuale tra tedeschi e francesi» non si poté realizzare; il «principio politico della Francia» non volle saperne dell’apporto tedesco, cioè dell’«acume logico» della filosofia hegeliana, che avrebbe dovuto servirgli da più sicura bussola nelle regioni metafisiche, dove Ruge vedeva i francesi senza timone, in preda al vento e alle onde.

Veramente, se, stando alla sua testimonianza, si sarebbero dovuti conquistare anzitutto Lamartine, Lamennais, Louis Blanc, Leroux e Proudhon, questa lista era già di per sé abbastanza variopinta. Di questi, infatti, soltanto Leroux e Proudhon avevano un’idea della filosofia tedesca, e mentre quest’ultimo viveva in provincia, il primo aveva per il momento appeso al chiodo il mestiere dello scrittore per sprofondarsi nell’invenzione di una macchina tipografica. Gli altri poi si rifiutarono chi per questo chi per quello scrupolo religioso, perfino Louis Blanc, che vedeva sorgere l’anarchia in politica dall’ateismo in religione.

Quanto a collaboratori tedeschi, la rivista se ne procurò, a dire il vero, una bella schiera: accanto agli editori stessi, Heine, Herwegh, Johann Jacoby erano nomi di primo piano, e anche in seconda linea si potevano vedere Moses Hess e F. C. Bernays, un giovane giurista del Palatinato renano, per tacere del più giovane di tutti, Friedrich Engels, che, dopo aver già fatto le sue prime prove nell’attività di scrittore, qui per la prima volta si schierava in battaglia a visiera alzata e con la corazza smagliante. Ma anche questa schiera era abbastanza variopinta; alcuni di loro capivano poco della filosofia hegeliana e ancor meno del suo «acume logico»; soprattutto, tra i due editori stessi si manifestò presto un dissidio, che rese impossibile ogni collaborazione.

Il numero doppio della rivista, che fu poi l’unico, si apriva con un «carteggio» tra Marx, Ruge, Feuerbach e Bakunin, un giovane russo, che si era legato a Ruge a Dresda e aveva pubblicato nei Deutsche Jahrbücher un articolo che era stato molto notato. Sono in tutto otto lettere, contrassegnate con le iniziali dei nomi degli autori, di cui tre sono di Marx, tre di Ruge, una di Bakunin e una di Feuerbach. Più tardi Ruge definì questo carteggio come una scena drammatica da lui composta, pur utilizzando «in parte passi di lettere vere», e l’accolse anche nelle sue opere complete, ma significativamente apportandovi notevoli mutilazioni e sopprimendo l’ultima lettera, che è firmata da Marx e contiene il succo di tutto questo carteggio. Il contenuto delle lettere non lascia dubbio che esse sono degli autori di cui portano le iniziali, e se rappresentano una composizione unitaria, il violino di spalla di questo concerto è Marx, senza voler perciò contrastare che Ruge, sia nelle lettere di lui che in quelle di Bakunin e Feuerbach, possa averci messo le mani.

Marx non solo conclude il carteggio, ma anche lo apre con un breve attacco denso di motivi: la reazione romantica porta alla rivoluzione, lo Stato è una cosa troppo seria per lasciarsi ridurre a una buffonata; si potrebbe forse lasciare che una nave piena di pazzi andasse per un tratto col vento, ma essa andrebbe incontro al suo destino proprio perché i pazzi non lo crederebbero. A questo Ruge rispondeva con una lunga geremiade sulla irrimediabile pazienza pecorina dei filistei tedeschi, «accusando e disperando», come disse più tardi egli stesso; infatti Marx gli ribatteva subito cortesemente: «La sua lettera è una buona elegia, un canto sepolcrale che toglie il respiro, ma politicamente non conclude nulla di nulla». Se il mondo apparteneva al filisteo, valeva la pena di studiare questo signore del mondo. Signore del mondo esso era soltanto in quanto lo riempiva della sua società, come i vermi un cadavere; e finché continuasse a costituire il materiale della monarchia, anche il monarca non poteva essere altro che il re dei filistei. Il nuovo re di Prussia, più sveglio e più vivo del padre, aveva voluto porre lo Stato dei filistei sulla propria base, ma fino a che essi restavano quelli che erano, egli non poteva fare né di sé stesso né della sua gente dei veri uomini liberi. Così era seguito il ritorno all’antico Stato fossilizzato dei servi e degli schiavi. Ma questa situazione disperata riempiva di nuova speranza. Marx additava l’incapacità dei signori e la infingardaggine dei servi e dei sudditi, che lasciavano che tutto avvenisse come a Dio piaceva, eppure le due cose insieme bastavano già a provocare una catastrofe. Egli affermava che i nemici del filisteismo, tutti gli uomini che pensavano e che soffrivano, erano giunti a una intesa, e che perfino il sistema passivo di riproduzione dei vecchi sudditi, arruolava ogni giorno nuove reclute per il servizio della nuova umanità. Anche più rapidamente il sistema dell’industria e del commercio, del possesso e dello sfruttamento dell’uomo portava ad una rottura entro l’attuale società, che il vecchio sistema era incapace di sanare, perché in generale esso non sanava e non creava nulla, ma solo esisteva e possedeva. Perciò bisognava portare del tutto alla luce il vecchio mondo e creare positivamente il nuovo.

Bakunin e Feuerbach scrivono, ciascuno a suo modo, ma tutte due incoraggiando, a Ruge. E costui si professa convinto «ad opera del nuovo Anacarsi e dei nuovi filosofi». Se Feuerbach aveva paragonato la fine dei Deutsche Jahrbücher alla fine della Polonia, dove gli sforzi di pochi uomini erano vani nella palude stagnante di tutta la vita popolare, Ruge nella sua lettera a Marx diceva: «Sì! Come la fede cattolica e la libertà nobiliare non salvarono la Polonia, così la filosofia teologica e la scienza aristocratica non poterono liberarci. Noi non possiamo proseguire il nostro passato se non rompendo decisamente con esso. Gli Jahrbücher sono finiti, la filosofia di Hegel appartiene al passato. Noi vogliamo fondare a Parigi un organo su cui giudicare in tutta libertà e con spietata sincerità noi stessi e tutta la Germania». Egli promette di occuparsi dell’aspetto economico e prega Marx di dire il suo parere sul piano della rivista.

Marx ha non solo la prima ma anche l’ultima parola. Era chiaro che bisognava creare un nuovo punto d’incontro per le persone veramente pensanti e indipendenti. Ma anche se non c’erano dubbi sul punto di partenza, tanto maggiore era la confusione che regnava sul punto di arrivo. «Non solo è scoppiata una generale anarchia tra i riformatori, ma ciascuno sarà costretto a confessare a sé stesso di non avere un’idea esatta di ciò che dovrà venir fuori. Tuttavia, il vantaggio della nuova tendenza è proprio questo, che noi non anticipiamo dogmaticamente il mondo, ma vogliamo trovare il nuovo mondo muovendo dalla critica del vecchio. Finora i filosofi avevano belle pronta nella loro scrivania la soluzione di tutti gli enigmi, e lo stupido mondo essoterico non aveva che da spalancare la bocca perché le colombe della scienza assoluta ci volassero dentro belle arrostite. La filosofia si è fatta terrena, e la prova più schiacciante ne è che la stessa coscienza filosofica è portata non solo esteriormente, ma anche interiormente nel tormento della lotta. Se non è affar nostro costruire il futuro e metter le cose a posto una volta per tutte, è però tanto più certo quello che noi abbiamo da compiere presentemente, intendo la critica senza riguardi di tutto ciò che esiste, senza riguardi nel senso che la critica non ha paura dei propri risultati e tanto meno del conflitto con i poteri attuali». Marx non voleva innalzare nessuna bandiera dogmatica, e il comunismo, anche come lo insegnavano Cabet, Dezamy, Weitling, era per lui soltanto un’astrazione dogmatica. L’interesse fondamentale nella Germania contemporanea era anzitutto la religione, poi la politica, ad esse non bisognava contrapporre un qualche sistema, come il viaggio in Icaria, ma anzi bisognava ricollegarsi ad esse, comunque esse si presentassero.

Marx rigetta l’opinione dei «crassi socialisti» secondo cui le questioni politiche sarebbero al disotto di ogni dignità. Dal conflitto dello Stato politico, dal contrasto della sua destinazione ideale con le sue premesse reali, si poteva dappertutto sviluppare la verità sociale. «Nulla dunque ci impedisce di collegare la nostra critica alla critica della politica, a un intervento nella politica, insomma a lotte reali. Allora noi non ci contrapponiamo dottrinariamente al mondo con un nuovo principio: «Qui è la verità; qui s’inginocchi ognuno!». Noi elaboriamo per il mondo nuovi principi partendo dai principi del mondo. Noi non diciamo ad esso: «Cessa dalle tue lotte; sono roba da nulla; noi vogliamo dirti la vera parola d’ordine della lotta». Noi gli mostriamo soltanto per che cosa esso veramente combatte, e la consapevolezza è una cosa che esso deve far sua anche se non vuole». Così Marx riassume il programma della nuova rivista: comprensione (filosofia critica) da parte della nostra epoca, di quelle che sono le sue lotte e i suoi desideri.

A questa «comprensione» è giunto solo Marx, ma non Ruge. Già il «carteggio» mostrava che Marx era quello che spingeva avanti e che Ruge si faceva spingere. A questo si aggiunse che Ruge si ammalò dopo il suo arrivo a Parigi e che si poté occupare poco della redazione. Così fu paralizzato nella sua più sostanziale capacità, quella per la quale Marx gli appariva «troppo cerimonioso». Egli non poté dare alla rivista la forma e il carattere che riteneva più adatti, e neppure poté pubblicarvi un suo lavoro personale. Tuttavia non si mostrò del tutto contrario al primo numero. Vi trovò «cose notevolissime, che faranno grande scalpore in Germania», anche se biasimava che «fossero imbandite insieme molte cose poco rifinite», che egli avrebbe corretto, ma che ormai nella fretta erano passate. E la iniziativa sarebbe proseguita di certo, se non avesse urtato in ostacoli esterni.

Anzitutto i mezzi del Literarisches Kontor si esaurirono molto rapidamente, e Fröbel dichiarò di non poter più continuare l’impresa. E poi il governo prussiano già al primo annunzio dell’apparire dei Deutsch-Französische Jahrbücher, si mobilitò contro di essi.

Comunque non fu contraccambiato di pari sollecitudine né da Metternich, né tanto meno da Guizot; il 18 aprile 1844 dovette accontentarsi di comunicare ai prefetti di tutte le province che gli Jahrbücher rappresentavano la fattispecie del tentativo di alto tradimento e di lesa maestà; i prefetti, senza suscitare scalpore, dovevano ordinare alle autorità di polizia di arrestare Ruge, Marx, Heine e Bernays appena mettessero piede sul suolo prussiano, e di sequestrare tutte le loro carte. Ma era ancora un provvedimento ben innocuo, con ciò che quelli di Norimberga, come si dice, non impiccano nessuno se prima non l’hanno tra mano. Ma la cattiva coscienza del re di Prussia divenne più pericolosa in quanto seppe far sorvegliare i confini con la vigilanza più malevola. Su un battello del Reno furono sequestrate 100 copie, presso Bergzabern, al confine franco-palatino, molto più di 200; erano colpi alla nuca molto dolorosi dato che si dovevano fare i conti con una tiratura relativamente modesta.

Ma dove già esistono attriti interni, avviene che essi facilmente si fanno più amari e più aspri con le difficoltà esterne. Stando a quel che dice Ruge, esse hanno anche accelerato o addirittura provocato la sua rottura con Marx, nel che ci può essere qualche cosa di vero, in quanto nelle faccende finanziarie Marx era di una sovrana indifferenza, e Ruge di una taccagna sospettosità. Egli non si peritò di pagare lo stipendio che spettava a Marx, a imitazione del trucksystemIII.1, con copie degli Jahrbücher, ma si agitò poi moltissimo, dato che non aveva nessuna pratica del commercio librario, quando gli parve che si pretendesse da lui che arrischiasse i suoi averi per continuare la rivista. Comunque, in una situazione del genere, è più facile che Marx abbia accollato a sé stesso piuttosto che a Ruge un simile peso. Gli potrà magari aver consigliato di non gettare il fucile alle ortiche subito al primo insuccesso, e Ruge, che già si era «adirato» per l’invito a tirar fuori qualche franco per la stampa degli scritti di Weitling, potrà aver fiutato in questo un attentato alla sua borsa.

Per di più Ruge stesso accenna alla vera causa della rottura quando dà come motivo immediato una lite a proposito di Herwegh, che lui «comunque, forse con eccessiva violenza», aveva definito «un mascalzone», mentre Marx aveva insistito sul suo «grande avvenire». I fatti hanno dato ragione a Ruge: Herwegh non ha avuto un «grande avvenire», e il genere di vita ch’egli conduceva allora a Parigi sembra sia stato effettiva mente molto discutibile; perfino Heine lo ha stigmatizzato severamente, e Ruge ammette che anche Marx non se ne compiaceva molto. Tuttavia, questo magnanimo errore onorava il «mordace» Marx più di quanto l’«onesto» e «nobile» Ruge potesse gloriarsi del suo maligno istinto. Infatti all’uno importava il poeta rivoluzionario, all’altro l’irreprensibile piccolo borghese. Questo era il senso più profondo dell’insignificante incidente che separò per sempre i due. Per Marx la rottura con Ruge non ebbe l’importanza sostanziale che ebbero magari le sue successive spiegazioni con Bruno Bauer o con Proudhon. Come rivoluzionario egli deve essersi adirato parecchie volte con Ruge, prima che il dissidio a proposito di Herwegh, anche se si svolse effettivamente come ce lo descrive Ruge, gli facesse montare la bile.

Se si vuole conoscere Ruge sotto il suo aspetto migliore, bisogna leggere le memorie ch’egli pubblicò venti anni dopo. I quattro volumi giungono fino alla fine dei Deutsch Jahrbücher, fino al periodo cioè in cui la vita di Ruge fu esemplare per quella avanguardia letteraria di professori e studenti che erano i portavoce di una borghesia che viveva di piccoli traffici e di grandi illusioni. Esse contengono una quantità di quadretti di genere sull’infanzia di Ruge, che era cresciuto nella pianura del Ruge e della Pomerania occidentale, e danno un quadro così vivace del primo periodo delle associazioni studentesche e della infame caccia ai «demagoghi», come non ne esistono altri nella letteratura tedesca. Fu una sventura per esse che uscissero in un momento in cui la borghesia tedesca dava l’addio alle grandi illusioni per dar principio ai grandi affari; così le memorie di Ruge restarono quasi inosservate, mentre un libro dello stesso genere, ma incomparabilmente inferiore non solo dal punto di vista storico, ma anche da quello letterario, il Diario del carcere di Reuter scatenò veri uragani d’applausi. Ruge era stato un vero membro delle Burschenschaften, mentre Reuter era testato al margine, solo per spassarsela: ma alla borghesia che già luceva gli occhi dolci alle baionette prussiane, l’«aureo umorismo» con cui Reuter scherzava su quell’infame violazione del diritto che era la caccia ai demagoghi, piacque incomparabilmente di più dell’ «umorismo ardito» con cui, secondo l’indovinata espressione di Freiligrath, Ruge riscontrava come quei miserabili non l’avessero spuntata con lui, e come le casematte lo avessero reso libero.

Ma proprio nella vivace narrazione di Ruge si avverte chiaramente che il liberalismo prequarantottesco, nonostante tutte le sue grandi parole non fosse altro che puro filisteismo e che i suoi portavoce alla fin fine dovevano restare sempre dei filistei. Tra questi filistei Ruge era ancora quello più dotato, ed entro i suoi limiti ideologici combatté con sufficiente coraggio. Tuttavia il suo stesso temperamento lo trascinò tanto più rapidamente su posizioni false, quando a Parigi gli si presentarono i grandi contrasti della vita moderna.

Se col socialismo egli si era accomodato come con un gioco di filosofi filantropi, di fronte al comunismo dei circoli operai di Parigi lo colpì il terrore del borghesuccio non soltanto per la propria pelle ma anche per la propria borsa. Se nei Deutsch-Französische Jahrbücher egli aveva consegnato il certificato di morte alla filosofia di Hegel, nel corso dello stesso 1844 egli salutava nel più stravagante rampollo di questa filosofia, cioè nel libro di Stirner, la liberazione dal comunismo, che era la più stupida di tutte le stupidaggini, il nuovo cristianesimo predicato dai semplici e la cui attuazione sarebbe stata una abbietta vita da animali di stalla.

Tra Marx e Ruge non c’era ormai più nulla in comune.

2. Una prospettiva filosofica

Perciò i Deutsch-Französische Jahrbücher erano nati morti. Se alla lunga, i loro editori non potevano assolutamente procedere insieme poco importava quando e come essi si sarebbero separati, ed era addirittura preferibile rompere prima piuttosto che poi. Bastava che Marx avesse fatto un grande passo in avanti nella sua «comprensione».

Egli pubblicò nella rivista due articoli: Per la critica della filosofia del diritto di Hegel. Introduzione, e La questione ebraica, recensione di due scritti di Bauer. Nonostante il campo così diverso dei loro argomenti, essi sono strettamente legati insieme per il loro contenuto di pensiero; se in seguito Marx riassunse la sua critica della filosofia del diritto di Hegel nel fatto che la chiave per la comprensione dello sviluppo storico non sia da ricercare nello Stato, che Hegel apprezza, ma nella società che egli disprezza, ebbene, nel secondo articolo, questo punto è trattato addirittura in maniera più approfondita che nel primo.

Per un altro riguardo i due articoli stanno in rapporto fra loro come mezzo e fine. Il primo dà un abbozzo filosofico della lotta di classe del proletariato, il secondo un abbozzo filosofico della società socialista. Ma né l’uno né l’altro fanno l’impressione di cose improvvisate, anzi mostrano tutte due in una linea rigorosamente logica lo sviluppo spirituale dell’autore. Il primo si riallaccia direttamente a Feuerbach, che aveva portato a termine negli aspetti essenziali la critica della religione, premessa di ogni critica. L’uomo fa la religione, non la religione l’uomo. Ma, così prosegue Marx, l’uomo non è un essere astratto, rimpiattato fuori del mondo. L’uomo è il mondo dell’uomo, lo Stato, la società, che, essendo un mondo a rovescio, producono la religione come coscienza rovesciata del mondo. La lotta contro la religione è quindi indirettamente lotta contro quel mondo di cui la religione è l’aroma spirituale. Così, dopo che è scomparso l’aldilà della verità, il compito della storia consiste nello stabilire la verità di questo mondo. E allora la critica del cielo si tramuta nella critica della terra, la critica della religione nella critica del diritto, la critica della teologia nella critica della politica.

Ma per la Germania questo compito storico può essere risolto soltanto dalla filosofia. Se si rinnegano le condizioni della Germania del 1843, secondo la cronologia francese si sta appena al 1789, ancor meno nel punto focale del presente. Se si deve sottoporre a critica la moderna realtà politico-sociale, questa si trova al di fuori della realtà tedesca, oppure la critica afferrerebbe il suo oggetto al di sotto del suo oggetto stesso. Come esempio del fatto che la storia tedesca, come una recluta maldestra, finora non aveva altro compito che di ripetere pappagallescamente storie già fritte e rifritte, Marx si richiama a un «problema fondamentale dell’età moderna», al rapporto dell’industria, o del mondo della ricchezza in generale, col mondo politico.

Questo problema occupa i tedeschi sotto forma di dazi protettivi, di sistema protezionistico, di economia nazionale. In Germania si comincia appena da dove Francia e Inghilterra stanno finendo. La vecchia situazione stagnante contro di cui questi paesi sono teoreticamente in agitazione, e che essi sopportano ancora soltanto come si sopportano delle catene, in Germania è salutata come l’aurora nascente di un bell’avvenire. Mentre in Francia e in Inghilterra il problema è: economia politica, ossia dominio della società sulla ricchezza, in Germania è: economia nazionale, ossia dominio della proprietà privata sulla nazione. Là si tratta già di sciogliere e qui si tratta ancora di fare il nodo.

Ma i tedeschi sono contemporanei della loro epoca, se non sul piano storico, almeno su quello filosofico. La critica della filosofia tedesca del diritto e dello Stato, che ha avuto da Hegel la sua più conseguente sistemazione, porta in mezzo alle questioni scottanti di essa. Qui Marx prende decisamente posizione sia di fronte alle due tendenze che erano state luna accanto all’altra nella Rheinische Zeitung, sia di fronte a Feuerbach. Pur se quest’ultimo aveva messo la filosofia tra i ferri vecchi, Marx diceva che, se ci si voleva ricollegare a veri principi vitali, non si doveva dimenticare che il vero principio vitale del popolo tedesco fino ad allora aveva vissuto soltanto dentro il suo cranio. Ma ai «cavalieri del cotone» e agli «eroi del ferro» egli diceva: avete perfettamente ragione di eliminare la filosofia, ma non la potete eliminare senza attuarla; e al contrario, al vecchio amico Bruno Bauer e al suo seguito diceva: avete perfettamente ragione di attuare la filosofia, ma non la potete attuare senza eliminarla.

La critica della filosofia del diritto finisce col prospettare compiti per la cui soluzione c’è un solo mezzo: la prassi. Come può la Germania arrivare a una prassi che sia all’altezza del principio, cioè a una rivoluzione che non soltanto la innalzi allo stesso livello dei popoli moderni, ma a quell’altezza umana che sarà l’immediato futuro di questi popoli? Come può superare con un salto mortale non soltanto i suoi propri limiti, ma insieme i limiti dei popoli moderni, che nella realtà essa deve avvertire e aver di mira come liberazione dai propri limiti reali?

Comunque, l’arma della critica non può sostituire la critica delle armi, il potere materiale deve essere abbattuto con la forza materiale; e del resto, anche la teoria diventa forza materiale non appena essa investe le masse, ad essa investe le masse non appena diventa radicale. Tuttavia, una rivoluzione radicale ha bisogno di un elemento passivo, di una base materiale; la teoria si attua in un popolo sempre soltanto in quanto essa è l’attuazione dei suoi bisogni. Non basta che il pensiero tenda ad attuarsi, bisogna che la realtà stessa si spinga verso il pensiero. Ma per questo pare che manchi ancora qualcosa in Germania, dove le diverse sfere si comportano luna con l’altra non drammaticamente, ma epicamente, dove anzi perfino la consapevolezza del proprio valore nella classe media si fonda soltanto sulla coscienza di essere la rappresentante generale della mediocrità filistea di tutte le altre classi, dove ogni sfera della società civile subisce la sconfitta prima di celebrare la sua vittoria e fa valere la sua ristrettezza prima di poter far valere la sua magnanimità, di modo che ogni classe, prima di cominciare la lotta con la classe che le sta sopra, viene coinvolta nella lotta con quella che le sta sotto.

Tuttavia, con ciò non è dimostrato che in Germania la rivoluzione radicale, universalmente umana è impossibile, ma soltanto che lo è la rivoluzione a metà, la rivoluzione soltanto politica, la rivoluzione che lascia intatti i pilastri della casa. In Germania mancano quelle che sono le condizioni preliminari e cioè, da una parte, una classe che, movendo dalla sua particolare situazione, si accinga all’emancipazione generale della società e liberi tutta la società anche se soltanto presupponendo che tutta la società si trovi nella situazione di questa classe, e possieda, per esempio, denaro o cultura o li possa acquistare a piacimento; dall’altra parte, una classe nella quale si concentrino tutti i difetti della società, una particolare sfera sociale che passi notoriamente come la colpa della società intera, di modo che la liberazione da questa sfera appaia come la autoliberazione generale. Il significato negativo universale della nobiltà francese e del clero francese condizionò il significato positivo universale della borghesia che era immediatamente accanto e contro ad essi.

Ora Marx, dalla impossibilità della rivoluzione a metà, deduce la «positiva possibilità» della rivoluzione radicale. Alla domanda dove sussista questa possibilità, egli risponde:

«Nella formazione di una classe con catene radicali, di una classe della società civile che non è una classe della società civile, di un ceto che è la dissoluzione di tutti i ceti, di una sfera che possiede un carattere universale grazie alle sue sofferenze universali e che non rivendica nessun diritto particolare perché non si commette su di essa nessuna ingiustizia particolare, ma l’ingiustizia per eccellenza, che non può più rivendicare un titolo storico ma ormai soltanto il titolo umano, che non sta in una contraddizione unilaterale con le conseguenze, ma in una contraddizione universale con le premesse dello Stato tedesco, una sfera infine che non può emanciparsi senza emanciparsi da tutte le altre sfere della società e senza emancipare con ciò tutte le altre sfere; che, in una parola, è la perdita totale dell’uomo, e che insomma può riconquistare sé stessa soltanto con la piena riconquista dell’uomo. Questa dissoluzione della società è il proletariato».

Esso cominciava appena a formarsi con l’irrompente movimento industriale per la Germania, perché non la povertà sorta naturalmente, ma la povertà prodotta artificialmente, non la massa umana oppressa meccanicamente dal peso della società, ma quella nascente dalla dissoluzione acuta di essa, preminentemente dalla dissoluzione del ceto medio, formava il proletariato, sebbene a poco a poco, come ben si comprendeva, entrassero nelle sue file anche la povertà naturale e la servitù della gleba cristiano-germanica.

Come la filosofia trova nel proletariato le sue armi materiali, così il proletariato trova nella filosofia le sue armi spirituali, ed appena il lampo del pensiero avrà fatto luce in questo ingenuo terreno popolare, si completerà l’emancipazione del tedesco a uomo. L’emancipazione del tedesco è l’emancipazione dell’uomo. La filosofia non può attuarsi senza eliminare il proletariato, il proletariato non può eliminarsi senza attuare la filosofia. Quando saranno adempiute tutte le condizioni interne, il giorno della resurrezione tedesca, sarà annunciato dal canto del gallo francese.

Per la forma e per il contenuto questo articolo sta in primo piano tra i lavori giovanili di Marx che ci sono stati conservati; un rapido schizzo delle linee generali del suo pensiero non può dare nemmeno una lontana idea della prorompente piena di pensieri che egli riesce a costringere in una succosa forma epigrammatica. I professori tedeschi che vi hanno voluto avvertire uno stile lezioso e una assoluta mancanza di gusto non hanno fatto altro che fornire una prova ingloriosa della loro propria leziosaggine e mancanza di gusto. A dire il vero anche Ruge trovava già «troppo artificiosi» gli «epigrammi» dell’articolo; egli biasimava questa «mancanza e questo eccesso di forma», ma vi scopriva anche un «talento critico, che talvolta si esprime in una dialettica che degenera in un eccessivo sfoggio di bravura». Questo giudizio non è ingiusto. Infatti il giovane Marx qualche volta prendeva già gusto al tintinnio delle sue armi affilate e pesanti. Far sfoggio di bravura è proprio di ogni gioventù geniale.

E ancora, è solo una prospettiva filosofica quella che l’articolo apre per il futuro. Nessuno ha dimostrato in modo più concludente di quanto abbia fatto Marx in seguito, che nessuna nazione può superare con un salto mortale i gradi necessari del suo sviluppo storico. Ma quelli che la sua mano sicura traccia sono contorni non tanto inesatti quanto indeterminati. Nei particolari le cose sono andate altrimenti, ma nel complesso sono andate proprio come lui aveva predetto. Di questo gli dà atto sia la storia della borghesia tedesca che la storia del proletariato tedesco.

3. «La questione ebraica»

Il secondo articolo che Marx pubblicò nei Deutsch-Französische Jahrbücher non è altrettanto avvincente nella forma, ma è forse anche superiore per la capacità dell’analisi critica. In esso egli studiò la differenza fra l’emancipazione umana e quella politica, sulla base di due studi di Bruno Bauer sul problema ebraico.

Allora questo problema non era ancora sceso alle bassezze dei discorsi anti e fìlosemitici di oggi. Una classe della popolazione che, in quanto portatrice preminente del capitale mercantile e usurario, conquistava una potenza sempre maggiore, era privata, a causa della sua religione, di tutti i diritti civili, anche se, a causa dell’usura che praticava, le erano consentiti particolari privilegi; il rappresentante più famoso dell’«assolutismo illuminato», il filosofo di Sanssouci, dette questo edificante esempio, concedendo la «libertà del banchiere cristiano» agli usurai ebrei che lo aiutavano nel falsificare le monete e in altre ambigue operazioni finanziarie, mentre tollerò appena nel suo Stato il filosofo Moses Mendelssohn, e non perché fosse un filosofo e si occupasse di inserire il proprio popolo nella vita spirituale tedesca, ma perché ricopriva il posto di contabile da uno degli usurai ebrei privilegiati.

Ma anche gli illuministi borghesi — pur con qualche eccezione — non si scandalizzavano troppo del bando dato a una classe della popolazione a causa della sua religione. La religione israelitica ripugnava loro come prototipo dell’intolleranza religiosa, dalla quale il cristianesimo aveva appreso a trafficare con le coscienze, e gli ebrei stessi non mostrarono il minimo interesse per l’illuminismo borghese. Essi si compiacquero della critica illuministica alla religione cristiana, che loro stessi avevano sempre maledetta, ma gridarono al tradimento dell’umanità quando la stessa critica attaccò la religione ebraica. Così rivendicavano l’emancipazione politica dell’ebraismo, ma non nel senso dell’uguaglianza dei diritti, non con l’intenzione di abbandonare la loro posizione particolare, bensì piuttosto con l’intenzione di consolidarla, sempre pronti ad abbandonare i principi liberali non appena contrastassero un interesse particolare degli ebrei.

La critica della religione esercitata dai Giovani hegeliani si era naturalmente estesa anche all’ebraismo, che essi consideravano come un’anticipazione del cristianesimo. Feuerbach aveva analizzato l’ebraismo come religione dell’egoismo.

«Gli ebrei si sono mantenuti fino ad oggi nella loro particolarità. Il loro principio, il loro dio è il principio più pratico del mondo: l’egoismo nella forma di religione. L’egoismo raccoglie, concentra l’uomo in sé stesso, ma lo rende teoreticamente limitato, perché indifferente a tutto quello che non si riferisce direttamente al benessere dell’Io stesso».

Similmente parlava Bruno Bauer, che ripeteva agli ebrei che essi si erano annidati tra le pieghe e nelle fessure della società borghese per sfruttarne gli elementi incerti, simili agli dèi di Epicuro, che abitavano negli spazi intermedi del mondo, dove erano dispensati da un lavoro determinato.

Soltanto, se Feuerbach spiegava il carattere della religione ebraica col carattere degli ebrei, Bauer, nonostante la profondità, l’arditezza e la acutezza che Marx lodava nei suoi studi sul problema ebraico, vedeva questo problema ancora attraverso le lenti della teologia. Come i cristiani, così anche gli ebrei potevano aprirsi la via alla libertà soltanto in quanto superassero la loro religione. Lo Stato cristiano non poteva, dato il suo carattere, emancipare gli ebrei, ma anche gli ebrei non potevano essere emancipati dato il loro carattere religioso. Cristiani ed ebrei dovevano cessare di esser cristiani ed ebrei se volevano essere liberi. Ma siccome l’ebraismo in quanto religione era stato sopravanzato dal cristianesimo, l’ebreo aveva una via più dura e più lunga del cristiano per giungere alla libertà. Secondo l’opinione di Bauer, gli ebrei, prima di poter diventare liberi, dovevano passare attraverso il tirocinio del cristianesimo e della filosofia di Hegel.

Marx obiettava che non era sufficiente ricercare chi dovesse emancipare e chi essere emancipato, ma che la critica doveva domandarsi di che genere di emancipazione si trattasse, se della emancipazione politica o di quella umana. Gli ebrei, come i cristiani, in parecchi Stati erano stati emancipati del tutto politicamente, senza essere per ciò emancipati umanamente. Doveva dunque esserci una differenza tra l’emancipazione politica e quella umana.

L’essenza dell’emancipazione politica era lo Stato moderno pienamente evoluto, e questo Stato era anche lo Stato cristiano perfetto, perché lo Stato cristiano-germanico, lo Stato dei privilegi, era soltanto lo Stato incompiuto, ancora teologico, non ancora evolutosi in purezza politica. Lo Stato politico nella sua perfezione suprema non esigeva però né dall’ebreo l’eliminazione dell’ebraismo, né dall’uomo in genere l’eliminazione della religione; esso aveva emancipato gli ebrei e doveva emanciparli secondo la propria essenza. Dove la costituzione dello Stato dichiarava espressamente indipendente dalla fede religiosa il godimento dei diritti politici, si considerava però ugualmente uomo indegno un uomo senza religione. L’esistenza della religione non contraddiceva perciò alla perfezione dello Stato. L’emancipazione politica dell’ebreo, del cristiano, dell’uomo religioso in genere, era l’emancipazione dello Stato dall’ebraismo, dal cristianesimo, dalla religione in generale. Lo Stato poteva liberarsi da un limite, senza che l’uomo ne fosse veramente libero, e qui si vedeva dove s’arrestava l’emancipazione politica.

Ora, Marx sviluppa ulteriormente questo pensiero. Lo Stato in quanto Stato nega la proprietà privata; l’uomo dichiara abolita la proprietà privata sul piano politico appena abolisce il censo per l’elettorato attivo e passivo, come è avvenuto in molti degli Stati liberi del Nordamerica. Lo Stato abolisce a suo modo la differenza di nascita, di ceto, di cultura, di mestiere, quando dichiara che nascita, censo, cultura, mestiere non sono differenze politiche, quando senza riguardo a queste differenze proclama ugualmente partecipe della sovranità popolare ogni membro del popolo. Cionondimeno lo Stato lascia sussistere la proprietà privata, la cultura, il mestiere al modo loro, cioè come proprietà privata, come cultura, come mestiere, e lascia validità al loro particolare modo d’essere. Ben lungi dall’abolire queste differenze di fatto, esso piuttosto esiste a condizione che esse esistano, si sente piuttosto soltanto come Stato politico e fa valere la sua universalità soltanto in contrasto con questi suoi elementi. Lo Stato politico perfetto è, per il suo modo d’essere, la vita dell’umanità, come specie, in contrasto con la vita materiale. Tutte le premesse di questa vita egoistica sussistono al di fuori della sfera dello Stato nella società civile, ma come proprietà della società civile. Il rapporto dello Stato politico con le sue premesse, e siano pure questi elementi materiali, come la proprietà privata, oppure anche elementi spirituali, come la religione, è il dissidio tra l’interesse privato e quello generale. Il conflitto in cui l’uomo, in quanto professa una particolare religione, si trova coi suoi concittadini, con gli altri uomini in quanto membri della comunità, si riduce alla scissione tra lo Stato politico e la società civile.

La società civile è la base dello Stato moderno, come la schiavitù antica era la base dello Stato antico. Lo Stato moderno riconobbe questa sua origine annunciando i diritti universali dell’uomo, il cui godimento spetta agli ebrei quanto il godimento dei diritti politici. I diritti universali dell’uomo riconoscono l’individuo egoistico, borghese, e lo sfrenato movimento degli elementi spirituali e materiali che costituiscono il contenuto della sua situazione di vita, il contenuto della odierna vita borghese. Essi non liberano l’uomo dalla religione, ma gli danno libertà di religione; non lo liberano dalla proprietà, ma gli danno libertà di proprietà; non lo liberano dal sudiciume dell’industria, ma gli danno libertà d’industria. La rivoluzione politica ha creato la società civile frantumando la screziata struttura feudale, tutti i ceti, le corporazioni, le arti che erano altrettante espressioni della separazione del popolo dalla sua comune essenza; ha creato lo Stato politico come situazione universale, come Stato effettivo.

Quindi Marx si riassume:

«L’emancipazione politica è la riduzione dell’uomo da una parte a membro della società civile, all’individuo egoistico indipendente, dall’altra al cittadino dello Stato, alla persona morale. Soltanto quando l’uomo concreto, individuale, riprenda in sé l’astratto cittadino dello Stato, e in quanto uomo individuale nella sua vita empirica, nel suo lavoro individuale, nelle sue relazioni individuali, sia divenuto essere appartenente alla specie, soltanto quando l’uomo abbia riconosciuto e organizzato, le proprie forze come forze sociali, e quindi non separi più da sé la forza sociale sotto forma di forza politica, sarà finalmente compiuta l’emancipazione umana».

Restava ancora da provare l’affermazione che il cristiano sia più suscettibile di emancipazione che non l’ebreo, affermazione che Bauer aveva cercato di spiegare con la religione ebraica. Marx si ricollegò a Feuerbach che aveva spiegato la religione ebraica con gli ebrei, e non gli ebrei con la religione ebraica. Soltanto, egli va anche oltre Feuerbach, in quanto accerta anche il particolare elemento sociale che si rispecchia nella religione ebraica. Qual era il fondamento terreno dell’ebraismo? Il bisogno pratico, l’egoismo. Qual era il culto terreno dell’ebreo? L’usura. Quale il suo dio terreno? Il denaro. «Orbene, l’emancipazione dall’usura e dal denaro, cioè dall’ebraismo pratico e concreto, sarebbe l’autoemancipazione del nostro tempo. Un’organizzazione della società, che eliminasse le premesse dell’usura, cioè la possibilità dell’usura, renderebbe impossibile l’ebreo. La sua coscienza religiosa si dissolverebbe come una nebbia sottile nella reale aura vitale della società. D’altra parte, se l’ebreo riconosce l'inanità di questa sua natura pratica, e lavora alla sua abolizione, uscendo dalla evoluzione nel quale si trovava finora, senz’altro giunge alla vera e propria emancipazione umana, e si rivolge contro la suprema espressione pratica dell’autoalienazione umana». Marx riconosce nell’ebraismo un elemento universale, attuale, antisociale, che è stato spinto al suo presente livello, nel quale si deve necessariamente dissolvere, dallo sviluppo storico, al quale gli ebrei in questo senso negativo hanno zelantemente collaborato.

Era una duplice conquista quella a cui Marx giungeva con questo articolo. Egli sviscerava il rapporto tra società e Stato. Lo Stato non è, come pensa Hegel, la realtà dell’idea morale, l’assoluto nazionale e l’assoluto fine a sé stesso, ma deve accontentarsi del compito incomparabilmente più modesto di proteggere l’anarchia della società civile che lo ha posto a farle da guardiano: la lotta universale dell’uomo contro l’uomo, dell’individuo contro l’individuo, la guerra reciproca di tutti gli individui separati gli uni dagli altri ormai soltanto per la propria individualità, l’universale movimento sfrenato delle forze vitali elementari liberate delle catene feudali, la schiavitù effettiva, anche se con l’apparenza di libertà e indipendenza dell’individuo, il quale crede di riconoscere la propria libertà nel movimento sfrenato dei suoi elementi vitali alienati, proprietà, industria, religione, mentre esso è piuttosto il suo pieno asservimento e la sua piena privazione di umanità.

Ma poi Marx aveva riconosciuto che le questioni religiose del giorno avevano ormai soltanto un’importanza sociale. Lo sviluppo dell’ebraismo egli lo additava non nella teoria religiosa, ma nella prassi industriale e commerciale, che trova nella religione ebraica un riflesso fantastico. L’ebraismo pratico non è altro che il mondo cristiano perfetto. Dato che la società civile ha un carattere assolutamente ebraico-commerciale, l’ebreo le appartiene necessariamente e può rivendicare l’emancipazione politica come il godimento degli universali diritti dell’uomo. Tuttavia la emancipazione umana è una nuova organizzazione delle forze sociali, che rende l’uomo padrone delle sue fonti di vita; compare qui, in contorni indefiniti, l’immagine della società socialista.

Nei Deutsch-Französische Jahrbücher egli arava ancora nel campo della filosofia, ma nei solchi tracciati dal suo aratro critico germogliavano i semi di una concezione materialistica della storia che, alla luce della civiltà francese, crescevano rapidamente in spighe.

4. Civiltà francese

Dato il modo in cui Marx lavorava, è molto probabile che egli avesse abbozzato nelle loro linee generali i due articoli sulla filosofia del diritto di Hegel e sulla questione ebraica quando ancora viveva in Germania, nei primi mesi del suo felice matrimonio. Ma se essi già gravitavano attorno alla grande rivoluzione francese, tanto più era ovvio che Marx si sprofondasse nella storia di questa rivoluzione non appena il suo soggiorno a Parigi gli consentisse di studiare le fonti di essa e insieme le fonti sia della sua preistoria, cioè il materialismo francese, sia dei suoi sviluppi, cioè il socialismo francese.

Allora Parigi poteva vantarsi a buon diritto di marciare alla testa della civiltà borghese. Nella rivoluzione del luglio 1830 la borghesia francese, dopo una serie di illusioni e di catastrofi che hanno il peso di avvenimenti storici mondiali, aveva consolidato quanto aveva acquistato nella grande rivoluzione del 1789. I suoi talenti si dispiegavano a loro agio, ma quando la resistenza delle antiche forze era ancor lontana dall’esser spezzata, si annunciarono nuove forze, e la guerra degli ingegni divampò in un’incessante vicenda, quale non sera mai vista in Europa e tanto meno nella Germania sepolta nel suo silenzio di tomba.

In queste onde vivificanti Marx si lanciò a capofitto. Nel maggio 1844 Ruge scriveva a Feuerbach, non con l’intenzione di lodare, ma appunto perciò tanto più persuasivamente, che Marx leggeva moltissimo e lavorava con enorme intensità, ma che non portava a termine nulla, interrompeva tutto e si precipitava sempre di nuovo in uno sterminato mare di libri. Era eccitato e impetuoso, soprattutto quando aveva lavorato fino allo sfinimento e non era andato a dormire per tre o quattro notti di seguito. Aveva abbandonato la critica della filosofia di Hegel e voleva sfruttare il suo soggiorno a Parigi per scrivere, cosa che Ruge trovava molto giusta, una storia della Convenzione, per la quale aveva raccolto materiale e fatto osservazioni molto profonde.

Marx non scrisse la storia della Convenzione, ma non per questo restano smentite le notizie di Ruge, che sono anzi tanto più credibili. Quanto più profondamente Marx penetrava nella essenza storica della rivoluzione del 1789, tanto più poteva rinunciare alla critica della filosofia di Hegel come mezzo per la «comprensione» delle lotte e dei desideri dell’epoca, ma tuttavia tanto meno poteva accontentarsi della storia della Convenzione, che aveva rappresentato, sì, un massimo di energia politica, di potere politico e di intelligenza politica, ma che si era dimostrata impotente di fronte all’anarchia sociale.

Purtroppo, eccettuate le parche notizie di Ruge, non si è conservata nessuna testimonianza sulla base della quale si possano dedurre nei particolari le attività di studio di cui Marx si occupò nella primavera e nell’estate del 1844. Ma nell’insieme si può ben stabilire come sono andate le cose. Lo studio della rivoluzione francese portò Marx a quella letteratura storica del «terzo stato» che era sorta sotto la restaurazione borbonica ad opera di notevoli ingegni, volti a indagare l’esistenza storica della loro classe su su fino al secolo XI, e a raffigurare la storia francese dal Medioevo in poi come una serie ininterrotta di lotte di classe. A questi storici — ed egli nomina espressamente Guizot e Thierry — Marx deve la cognizione della natura storica delle classi e delle loro lotte, la cui anatomia economica egli apprese poi dagli economisti borghesi, tra i quali egli nomina espressamente Ricardo. Marx stesso negò sempre di aver scoperto la teoria della lotta di classe; quello che egli rivendicava a sé era soltanto di aver dimostrato che l’esistenza delle classi è legata a determinate lotte storiche di sviluppo della produzione, che la lotta di classe porta necessariamente alla dittatura del proletariato e che questa dittatura stessa non costituisce altro che il passaggio all’eliminazione di tutte le classi e a una società senza classi. Questo nesso di pensieri si è sviluppato in Marx durante l’esilio di Parigi.

L’arma più splendente e più acuta con cui il «terzo stato» lottò contro le classi dominanti era stata nel secolo decimottavo la filosofia materialistica. E anche questa Marx studiò con ardore durante il suo esilio parigino, ma delle sue due correnti studiò meno quella che partiva da Descartes e si perdeva nelle scienze naturali, che quella che si ricollegava a Locke e sboccava nella scienza sociale. Helvetius e Holbach, che avevano trasferito il materialismo nella vita sociale, e che avevano messo al centro dei loro sistemi l’uguaglianza naturale delle intelligenze umane, l’unità tra il progresso della ragione e il progresso dell’industria, la naturale bontà dell’umanità, l’onnipotenza dell’educazione, furono anch’essi stelle che illuminarono i lavori parigini del giovane Marx. Egli battezzò la loro dottrina col nome di «umanesimo positivo», come aveva anche battezzato la filosofia di Feuerbach; soltanto, il materialismo degli Helvetius e degli Holbach era divenuto la «base sociale del comunismo».

Per studiare il comunismo e il socialismo, come Marx aveva già annunciato nella Rheinische Zeitung, Parigi offriva proprio la migliore delle occasioni. Quel che si offerse qui ai suoi sguardi era un quadro di una pienezza di pensieri e di figure quasi sconcertante. L’aria culturale era satura di germi socialisti, e nemmeno il Journal des Débats, il classico foglio dell’aristocrazia finanziaria dominante, che era sostenuto dal governo con un considerevole contributo annuo, si poteva sottrarre a questa corrente, anche se si limitava a pubblicare nella sua appendice i pseudosocialisti romanzi d’avventure di Eugène Sue. Formavano il polo opposto a questo pensatori geniali come Leroux, generati già dal proletariato. Nel mezzo c'erano i resti dei sansimonisti e l’attiva setta dei fourieristi, che aveva in Considérant il suo capo e nella Démocratie pacifique il suo organo, socialisti cristiani, come il prete cattolico Lamennais o l’antico carbonaro Buchez, socialisti piccolo-borghesi, come Sismondi, Buret, Pecqueur, Vidal, e non ultima anche la letteratura, nelle cui creazioni spesso eminenti, come i canti di Béranger o i romanzi di George Sand, giocavano luci e ombre socialiste.

Era caratteristico, però, di tutti questi sistemi socialisti contare sull’accortezza e la benevolenza delle classi possidenti, che per mezzo di una propaganda pacifica avrebbero dovuto essere convinte della necessità di riforme o di rivolgimenti sociali. Sorti essi stessi dalle delusioni della grande rivoluzione, sdegnavano la via politica che aveva portato a queste delusioni; bisognava aiutare le masse oppresse, poiché esse non erano in grado di aiutarsi da sé. Le rivolte operaie del quarto decennio del secolo erano fallite, e in realtà i loro uomini più decisi, come Barbès e Blanqui, non avevano conosciuto né una teoria socialista né determinati mezzi pratici per un rivolgimento sociale.

Soltanto per questo il movimento operaio cresceva tanto più rapidamente, e Heinrich Heine definiva con sguardo profetico il problema che ne sorgeva, quando diceva:

«I comunisti sono l’unico partito in Francia che meriti una decisa considerazione. Io rivendicherei sia per i resti del sansimonismo, i cui seguaci sono sempre in vita sotto strane etichette, sia per i fourieristi, che sono ancora freschi ed attivi, la stessa attenzione, ma questi uomini onorati li muove solo la parola, il problema sociale come problema, il concetto tramandato, ed essi non sono spinti da necessità demoniaca, non sono i ministri predestinati per mezzo dei quali la suprema volontà del mondo attua le sue grandi decisioni. Prima o poi la famiglia dispersa di Saint-Simon e tutto lo stato maggiore dei fourieristi passerà all’esercito sempre crescente del comunismo e, dando al rozzo bisogno la parola creatrice, si assumerà la parte che già ebbero i padri della Chiesa».

Così scriveva Heine il 15 giugno 1843, e non era ancora passato un anno, quando arrivò a Parigi l’uomo che doveva compiere quello che Heine, nel suo linguaggio poetico, chiedeva ai sansimonisti e ai fourieristi, dare al rozzo bisogno la parola creatrice.

Probabilmente già in terra tedesca, e in ogni caso muovendo ancora da considerazioni filosofiche, Marx si era dichiarato contro la costruzione del futuro e la sistemazione definitiva una volta per tutte, contro lo spiegamento di una bandiera dogmatica, contro la posizione del crasso socialismo, secondo cui l’occuparsi di questioni politiche sarebbe al di sotto di ogni decoro. E se egli aveva pensato che non bastasse che il pensiero andasse verso la realtà, ma che la realtà dovesse essa stessa andare verso il pensiero, anche questa condizione si adempì in lui. Da quando, nel 1839, era stata repressa l’ultima insurrezione operaia, movimento operaio e socialismo cominciarono ad avvicinarsi in tre correnti.

Anzitutto nel partito democratico-socialista. Il suo socialismo era alquanto mal combinato, poiché esso si componeva di elementi piccolo-borghesi e proletari, e le parole d’ordine che esso scriveva sulla sua bandiera — organizzazione del lavoro e diritto al lavoro — erano utopie piccolo-borghesi, che non si potevano attuare nella società capitalistica. In questa il lavoro è organizzato come deve essere organizzato date le condizioni di vita di questa società, cioè sulla base del lavoro salariato, che presuppone il capitale e che può essere eliminato soltanto insieme col capitale. Non altrimenti stanno le cose col diritto al lavoro, che si può attuare soltanto attraverso la proprietà comune degli strumenti di produzione, cioè attraverso l’eliminazione della società borghese, alle cui radici i capi di questo partito, Louis Blanc, Ledru-Rollin, Ferdinand Flocon, si rifiutavano solennemente di porre l’accetta. Essi non volevano essere né comunisti né socialisti.

Ma per quanto le mete sociali di questo partito fossero utopistiche, tuttavia esso compiva un progresso decisivo, in quanto entrava nella strada politica che conduceva ad esse. Esso dichiarava che senza riforma politica era impossibile ogni riforma sociale, e che la conquista del potere politico era l’unica leva con cui le masse oppresse potevano salvarsi. Esso chiedeva il suffragio universale, e questa rivendicazione trovava un’eco potente tra il proletariato, che, stanco dei colpi di mano e delle congiure, cercava armi più efficaci per la sua lotta di classe.

Schiere anche maggiori si riunivano sotto la bandiera del comunismo operaio, innalzata da Cabet. Egli era stato in origine giacobino, ma si era convertito al comunismo attraverso la via della letteratura, ed esattamente attraverso l'Utopia di Tommaso Moro. Egli lo professava tanto apertamente quanto apertamente lo ripudiava il partito democratico-socialista, ma era d’accordo con questo in quanto riteneva che la democrazia politica fosse uno stadio di passaggio necessario. Per questo il Voyage en Icarie, in cui Cabet tratteggiò la società del futuro, fu incomparabilmente più popolare delle geniali fantasie avveniristiche di Fourier, con le quali del resto, col suo procedere asmatico, era ben lungi dal potersi commisurare.

Infine dal grembo del proletariato si levavano chiare voci che annunziavano senza ambiguità che questa classe cominciava a divenire maggiorenne. Marx conobbe Leroux e Proudhon, ambedue appartenenti, in quanto tipografi, alla classe operaia, sin dai tempi della Rheinische Zeitung, e sin da allora si era ripromesso di studiare a fondo i loro scritti. E tanto più ciò gli veniva fatto, in quanto sia Leroux che Proudhon tentavano di riallacciarsi alla filosofia tedesca, tutte due a dire il vero, con gravi incomprensioni. Quanto a Proudhon, Marx stesso ha affermato di aver cercato di illuminarlo sulla filosofia hegeliana, con lunghe conversazioni durate spesso tutta la notte. Ed essi giunsero su posizioni comuni, per risepararsi poi di nuovo; ma, dopo la morte di Proudhon, Marx ha spontaneamente riconosciuto il grande impulso dato dai suoi primi scritti, e che, indubbiamente egli stesso aveva avvertito. Nel primo scritto di Proudhon, che, accantonando tutte le utopie, sottoponeva la proprietà privata, come causa di tutto il male sociale, a una critica radicale e senza riguardi, Marx vide il primo manifesto scientifico del proletariato moderno.

Tutte queste correnti portavano alla fusione tra il movimento operaio e il socialismo, ma, a quel modo che esse erano in contraddizione l'una con l’altra, così ciascuna si smarriva dopo i primi passi in nuove contraddizioni. Ora per prima cosa a Marx, dopo lo studio del socialismo, importava lo studio del proletariato. Nel luglio 1844 Ruge scriveva a un comune amico in Germania:

«Marx si è buttato a studiare il comunismo tedesco di qui dal punto di vista sociale, s’intende, perché da quello politico è impossibile che trovi importante questa meschina agitazione. Una ferita così piccola come sono in grado di procurare gli artigiani e poi questi altri quattro gatti conquistati qui, la Germania la può sopportare senza troppe medicine».

Ben presto Ruge doveva essere erudito sul perché Marx trovasse importante l’agitarsi di quei quattro gatti di artigiani.

5. Il «Vorwärts» e l’espulsione

Sulla vita privata di Marx nel suo esilio di Parigi non si hanno troppe notizie. La moglie gli donò la prima figlioletta e tornò poi in patria per farla conoscere ai parenti. Con gli amici di Colonia egli continuò a mantenersi in relazione; con un’offerta di mille talleri essi contribuirono notevolmente a far sì che quell’anno fosse così fecondo per Marx.

Marx era in stretti rapporti con Heinrich Heine, ed è anche merito suo se l’anno 1844 segnò un punto particolarmente felice nella vita di questo poeta. Il Racconto d’inverno e il Canto dei tessitori, e così pure le satire immortali sui despoti tedeschi, li ha tenuti a battesimo Marx. Egli fu in relazione col poeta soltanto pochi mesi, ma gli ha mantenuto fede anche quando le urla dei filistei risanarono contro Heine anche più alte che contro Herwegh; Marx ha perfino magnanimamente taciuto quando Heine, dal suo letto di malato, lo citò, contro la verità, come testimone della insospettabilità della pensione annua che il poeta aveva avuto dal ministero Guizot. Marx, che, ancora ragazzo, aveva mirato sia pur transitoriamente all’alloro poetico, conservò sempre una viva simpatia per la corporazione dei poeti, e molta indulgenza per le loro piccole debolezze. Pensava certo che i poeti sono degli strani originali che bisognava lasciare andare per la loro strada, che non si potevano misurare con la misura degli uomini comuni e anche non comuni; volevano essere adulati quando dovevano cantare; non era il caso di affrontarli con una critica tagliente.

In Heine, però, Marx vedeva non soltanto il poeta, ma anche il lottatore. Nella polemica tra Börne e Heine, che in quel periodo era divenuta una specie di pietra di paragone degli intelletti, egli si schierò decisamente per Heine. Egli pensava che in nessun periodo della letteratura tedesca si era ancora mai vista un’accoglienza più balorda di quella che lo scritto di Heine su Börne aveva avuto da parte degli asini cristiano-germanici, sebbene in nessun periodo fossero mancati i balordi. Marx non si lasciò mai ingannare dal chiasso sul presunto tradimento di Heine, dal quale perfino Engels e Lassalle, l’uno e l’altro, a dire il vero, in giovanissima età, si erano lasciati turbare. «Ci bastano pochi segni per capirci», gli scrisse una volta Heine, per scusare gli «illeggibili scarabocchi» della sua scrittura, ma l’espressione aveva un senso più profondo di quello esteriore a cui egli accennava.

Marx era ancora sui banchi di scuola quando, nel 1834, Heine già scopriva che lo «spirito di libertà» della nostra letteratura classica si esprimeva «tra i dotti, i poeti e i letterati molto meno» che «tra le grandi masse operose, tra gli artigiani e gli operai», e dieci anni dopo, al tempo in cui Marx viveva a Parigi, egli scopriva che i «proletari nella loro lotta contro la situazione esistente» avevano «come guida degli intelletti più avanzati, i grandi filosofi». La libertà e la sicurezza di questo giudizio si comprendono appieno quando si considera che nel frattempo Heine riversava la più mordace derisione sul continuo chiacchierar di politica nelle piccole conventicole di esuli, nelle quali Börne faceva la parte del grande odiator dei tiranni. Heine riconosceva che erano due cose del tutto diverse se era Börne o Marx a occuparsi di quei «quattro gatti di artigiani».

Quello che lo legava a Marx era lo spirito della filosofia tedesca e lo Spirito del socialismo francese, era l’avversione radicale contro la poltroneria cristiano-tedesca, il falso germanesimo che modernizzava un po’ le sue parole d’ordine radicali l’aspetto dell’antica follia tedesca. I Massmann e i Venedey, che continuavano a vivere nella satira di Heine, camminavano proprio sulle orme di Börne, per quanto questi stesse al di sopra di loro per intelligenza e per spirito. Ma a costui mancava ogni gusto per l’arte, ogni intelligenza della filosofia, conformemente alla sua frase famosa secondo cui Goethe sarebbe stato un servo in versi e Hegel un servo in prosaIII.2, ma quando egli ruppe con le grandi tradizioni della storia tedesca, non acquistò però un rapporto di parentela spirituale con le nuove potenze culturali dell’Europa occidentale. Heine invece non poteva rinunciare a Goethe e a Hegel senza perdere sé stesso, e si buttò sul socialismo francese con grande ardore, come su una nuova fonte di vita spirituale. I suoi scritti vivono ancora e vivranno; essi eccitano ancor oggi l’ira dei nipoti, così come hanno eccitato l’ira degli avi, mentre gli scritti di Börne sono dimenticati, molto meno per colpa del «fiacco ritmo» del suo stile che per il loro contenuto.

Di fronte alle pettegole indiscrezioni che Börne aveva già diffuso sul conto di Heine, quando stavano ancora tutte due spalla a spalla, e che gli eredi letterari di Börne sono stati tanto poco intelligenti da pubblicare tra i suoi scritti postumi, Marx pensava di non essersi ancora immaginato un Börne così scipito, insulso e meschino. Non perciò Marx avrebbe dubitato del carattere incontrastabilmente onesto di quel pettegolo, se avesse scritto sulla polemica com’era sua intenzione. Non si trovano facilmente nella vita pubblica gesuiti peggiori di quei radicali limitati e adoratori della lettera, che nel logoro mantello della loro virtuosità non arretrano di fronte a nessuna insinuazione contro spiriti più acuti e più liberi, ai quali è dato di svelare i più profondi nessi della vita storica. Marx è stato sempre dalla parte di questi, mai di quegli altri, tanto più che conosceva a fondo per esperienza personale la loro razza virtuosa.

Più avanti negli anni, Marx ha parlato di «aristocratici russi» che durante il suo esilio a Parigi lo avevano portato in palma di mano, aggiungendo comunque che non era cosa da valutar troppo. L’aristocrazia russa veniva educata nelle università tedesche, e passava a Parigi la sua giovinezza. Essa tendeva sempre agli estremi che l’occidente forniva; ma questo non impediva a quegli stessi russi di diventare dei manigoldi non appena entravano al servizio dello Stato. Pare che Marx pensasse al conte Tolstoi, agente segreto del governo russo, o a qualcun altro del genere; ma non aveva e non poteva aver di mira l’aristocratico russo sul cui sviluppo spirituale egli esercitava in quel tempo un notevole influsso: cioè Mikhail Bakunin. Questo influsso Bakunin lo ammetteva ancora quando le loro due strade si erano già da tempo separate; anche nella polemica tra Marx e Ruge, Bakunin prese decisamente partito per Marx contro Ruge, che era stato suo protettore fino a quel momento.

Questa polemica divampò ancora una volta nell’estate del 1844, e ormai pubblicamente. Dal capodanno del 1844 usciva a Parigi, due volte alla settimana, il Vorwärts, la cui origine non fu una delle più pulite. Un certo Heinrich Börnstein, che si occupava di teatro e di altri affari di pubblicità del genere, lo aveva fondato per i fini della sua attività commerciale, e invero con un discreto sussidio offertogli dal compositore Meyerbeer; sappiamo anzi, grazie a Heine, quanto questo regio direttore d’orchestra prussiano, che viveva di preferenza a Parigi, smaniasse per procurarsi la più intensa reclame e quanto dovesse contarci. Ma, da consumato uomo d’affari, Börnstein rivestì il Vorwärts di un manto patriottico e ne affidò la direzione a Adalbert von Bornstedt, ex ufficiale prussiano e ormai spia internazionale, che era sia «confidente» di Metternich che agente pagato dal governo di Berlino. In realtà i Deutsch-Französische Jahrbücher, subito al loro apparire, furono salutati dal Vorwärts con una salva d’ingiurie, delle quali è difficile dire se fossero più idiote o più volgari.

Ciò nondimeno, l’affare non doveva riuscir bene. Börnstein, nell’interesse di una fabbrica di traduzioni in serie, messa su da lui per fornire con incredibile disinvoltura le novità della scena parigina alle imprese teatrali tedesche, doveva cercare di soppiantare i drammaturghi giovani-tedeschi nel favore dei benpensanti che si atteggiavano ormai a ribelli, e per raggiungere questo scopo dovette prendere un atteggiamento di «moderato progresso» e rinunciare alle posizioni «ultra» non soltanto a sinistra ma anche a destra. Nella stessa necessità si trovava Bornstedt, se non voleva insospettire i circoli degli emigrati, il libero accesso ai quali era condizione preliminare per poter ricevere il prezzo del suo sporco mestiere. Soltanto, il governo prussiano era così accecato da non comprendere le stesse necessità della propria salvezza, e proibì il Vorwärts nei suoi territori, dopo di che altri governi tedeschi fecero lo stesso.

E allora, al principio di maggio, Bornstedt abbandonò il gioco ormai senza prospettive di successo, ma non così fece Börnstein. Egli voleva fare i suoi affari, in un modo o nell’altro, e col sangue freddo di uno speculatore consumato si disse che il Vorwärts, una volta che doveva esser proibito in Prussia, doveva avere anche tutto l’aroma di un giornale proibito, in modo che per il borghesuccio prussiano valesse la pena di riceverlo per vie proibite. Fu perciò per lui una manna quando quella giovane testa calda di Bernays gli offrì per il Vorwärts un articolo pepato, e dopo qualche scaramuccia Bernays ebbe la direzione del giornale al posto di Bornstedt. Ormai anche altri emigrati lavoravano al giornale, data la totale mancanza di un altro organo, indipendentemente dalla redazione e ciascuno sotto la propria responsabilità.

Tra i primi si trovò anche Ruge. Anche luì da principio sostenne qualche scaramuccia con Börnstein firmando col proprio nome, e, come se fosse ancora del tutto d’accordo con Marx, difese i suoi articoli usciti sui Deutsch-Französische Jahrbücher. Un paio di mesi dopo pubblicò due nuovi articoli, alcune brevi an notazioni sulla politica prussiana e un lungo articolo sulla dinastia prussiana, nella quale si parlava del «re beone», della «regina zoppicante», del loro matrimonio «puramente spirituale» e così via, ma tutte due non più firmati col suo nome, ma firmati «Un prussiano», il che faceva pensare a Marx come loro autore. Ruge era consigliere comunale di Dresda e come tale era registrato alla ambasciata sassone a Parigi; Bernays era del Palatinato renano bavarese, e Börnstein, che poi visse molto in Austria, ma mai in Prussia, era nativo di Amburgo.

A che cosa Ruge mirasse con quella firma dei suoi articoli che confondeva le idee, non si può stabilire oggi. Nel frattempo, come dimostrano le sue lettere ai suoi amici e ai suoi parenti, era passato a un odio rabbioso contro Marx, «volgarissimo individuo» ed «ebreo svergognato», ed è anche indiscutibile che due anni dopo in una contrita supplica al ministro prussiano degli interni tradì i suoi compagni d’esilio a Parigi e contro coscienza accollò a questi «giovani indefinibili» i peccati che egli stesso aveva commesso nel Vorwärts. Ma è tuttavia possibile che Ruge, per dare maggiore efficacia agli articoli che trattavano di affari prussiani, li abbia fatti passare come scritti da un prussiano. Ma agì con una leggerezza estrema, e fu comprensibilissimo che Marx si affrettasse a parare il colpo del preteso «prussiano».

Naturalmente lo fece in maniera molto dignitosa. Si ricollegò a quel paio di osservazioni per così dire concrete di Ruge sulla politica prussiana e si sbrigò del lungo articolo sulla dinastia prussiana con questa nota a pie di pagina, che egli appose alla sua replica: «Motivi particolari mi inducono a dichiarare che il presente articolo è il primo che io ho fatto pervenire al Vorwärts». Per il momento restò anche l’ultimo.

Quanto all’argomento, si trattava dell’insurrezione dei tessitori slesiani del 1844, che Ruge aveva trattato come cosa indifferente: le era mancata l’anima politica, e senza un’anima politica una rivoluzione sociale era impossibile. Quello che Marx ribatteva, nella sostanza lo aveva già detto nella Questione ebraica. Il potere politico non può sanare nessun male sociale, perché lo Stato non può abolire situazioni di cui esso è il prodotto. Marx si volgeva duramente contro l’utopismo, dicendo che il socialismo non si può attuare senza rivoluzione, ma non meno duramente si volgeva contro il blanquismo, spiegando che l’intelletto politico inganna l’istinto sociale quando cerca di farsi avanti per mezzo di piccoli vani colpi di mano. Marx delineava con acutezza epigrammatica l’essenza della rivoluzione: «Ogni rivoluzione dissolve l’antica società; in questo essa è sociale. Ogni rivoluzione rovescia l’antico potere; in questo essa è politica». La rivoluzione sociale con un’anima politica, come Ruge pretende, non aveva senso, mentre era. razionale una rivoluzione politica con un’anima sociale. La rivoluzione in generale — il rovesciamento del potere costituito e la dissoluzione degli antichi rapporti — era un atto politico. Il socialismo aveva bisogno di questo atto politico, in quanto aveva bisogno della distruzione e della dissoluzione. Ma dove cominciava la sua attività organizzatrice, dove comparivano il suo fine ultimo e la sua anima, il socialismo buttava via il suo velo politico.

Se con questi pensieri Marx si ricollegava alla Questione ebraica, l’insurrezione dei tessitori slesiani aveva presto confermato quanto egli aveva detto sulla fiacchezza della lotta di classe in Germania. C’era più comunismo ora nella Kölnische Zeitung che prima nella Rheinische Zeitung, gli aveva scritto da Colonia il suo amico Jung; essa apriva una sottoscrizione per le famiglie dei tessitori caduti o arrestati; per lo stesso scopo, ad un pranzo d’addio al presidente del governo, erano stati raccolti tra i più alti funzionari e tra i più ricchi commercianti della città cento talleri; dappertutto tra la borghesia c’era simpatia per i pericolosi ribelli; «quella che pochi mesi fa era per essi una idea ardita e del tutto nuova, ha acquistato quasi la certezza del luogo comune». Marx faceva valere la universale presa di posizione a favore dei tessitori contro la sottovalutazione dell’insurrezione fatta da Ruge, «ma la scarsa resistenza della borghesia a tendenze e idee sociali» non lo illudeva minimamente. Egli prevedeva che il movimento operaio avrebbe soffocato le antipatie e le contraddizioni politiche entro le classi dominanti, e che avrebbe attirato su di sé tutta l’ostilità della politica appena avesse acquistato una forza decisa. Marx svelava la profonda differenza tra l’emancipazione borghese e l’emancipazione proletaria, indicando in quella il prodotto del benessere sociale, in questa il prodotto della miseria sociale. L’isolamento dalla comunità politica, dallo Stato era la causa della rivoluzione borghese, l’isolamento dall’umanità, dalla vera comunità degli uomini, era la causa della rivoluzione proletaria. Come l’isolamento da questa era incomparabilmente più universale, più insopportabile, più terribile, più contraddittorio dell’isolamento dalla comunità politica, così la sua eliminazione, anche come fenomeno parziale, come nella insurrezione dei tessitori slesiani, era tanto più infinita quanto l’uomo è più infinito del cittadino e la vita umana della vita politica.

Da qui risulta che Marx giudicava questa insurrezione in maniera del tutto diversa da Ruge. «Anzitutto ci si ricordi del canto dei tessitori, di questa audace parola d’ordine di lotta, in cui il proletariato grida subito la sua opposizione alla società della proprietà privata, in maniera evidente, acuta, ardita, possente. L’insurrezione slesiana comincia proprio di là dove terminano le insurrezioni francese ed inglese, con la coscienza della natura del proletariato. Gli avvenimenti stessi hanno questo carattere di superiorità. Non soltanto si distruggono le macchine, queste rivali degli operai, ma anche i libri contabili, questi titoli di proprietà, e mentre tutti gli altri movimenti si rivolsero inizialmente soltanto contro i signori dell’industria, cioè contro il nemico visibile, questo movimento si rivolge nello stesso tempo contro il banchiere, cioè contro il nemico nascosto. Infine nessuna insurrezione operaia inglese è stata condotta con uguale valore, ponderazione e resistenza».

Facendo seguito a questo, Marx ricordava gli scritti geniali di Weitling, che per l’aspetto teorico spesso superavano quelli dello stesso Proudhon, di tanto di quanto gli rimanevano addietro per l’esecuzione. «Dove mai potrebbe la borghesia — compresi i suoi filosofi e i suoi dotti — mostrare un’opera concernente l’emancipazione della borghesia, cioè l’emancipazione politica, che sia all’altezza delle Garanzie dell’armonia e della libertà di Weitling? Se si confronta la insulsa, meschina mediocrità della letteratura politica tedesca con questo enorme e brillante debutto degli operai tedeschi; se si confrontano questi giganteschi stivali delle sette leghe del proletariato con la piccolezza delle logore scarpe politiche della borghesia, si deve presagire che questo paria tedesco farà molta strada». Marx dice che il proletariato tedesco è il teorico del proletariato europeo, come il proletariato inglese è il suo economista e il proletariato francese il suo politico.

Quel che egli dice sugli scritti di Weitling è stato confermato dal giudizio dei posteri. Erano per il suo tempo lavori geniali, tanto più geniali in quanto il lavorante sarto tedesco aveva aperto la strada, ancor prima di Louis Blanc, Cabet e Proudhon, all’intesa tra il movimento operaio e il socialismo. Più strano appare oggi quanto Marx dice sul significato storico dell’insurrezione dei tessitori slesiani. Egli le attribuisce tendenze che certamente le sono state del tutto estranee, e sembra che Ruge abbia valutato molto più esattamente la ribellione dei tessitori come una semplice insurrezione per fame, priva di un più profondo significato. Tuttavia, come nella loro precedente polemica a proposito di Herwegh, si mostrò anche qui, e in modo anche più lampante, che tutto il torto dei filistei di fronte al genio consiste nell’aver ragione. Solo che alla fin fine un grande cuore riporta sempre la vittoria su di un piccolo intelletto!

Quei «quattro gatti di artigiani» che Ruge guardava sdegnosamente dall’alto in basso, mentre Marx li studiava con impegno, erano organizzati nella Lega dei Giusti, che si era sviluppata nel quarto decennio del secolo in collegamento con le società segrete francesi, e nella cui ultima disfatta del 1839 era stata coinvolta. La cosa era stata per essa salutare in quanto i suoi elementi dispersi non soltanto erano tornati a riunirsi nell’antico centro di Parigi, ma avevano anche diffuso la Lega in Inghilterra e in Svizzera, dove la libertà di riunione e di associazione le offriva un campo più vasto, di modo che queste propaggini si svilupparono più potentemente del vecchio ceppo. L’organizzazione parigina era sotto la direzione di Hermann Ewerbeck, di Danzica, che, come aveva tradotto in tedesco l’utopia di Cabet, così era tuttora impigliato nell’utopismo moraleggiante di Cabet. Weitling, che guidava l’agitazione nella Svizzera, gli si dimostrò intellettualmente superiore, ed Ewerbeck era superato almeno in decisione rivoluzionaria anche dai capi della Lega di Londra, l’orologiaio Josef Moll, il calzolaio Heinrich Bauer, e Karl Schapper, un ex studente di silvicultura, che tirava avanti ora facendo il tipografo, ora l’insegnante di lingue.

Marx deve aver sentito parlare della «impressione di forza» che facevano questi «tre veri uomini» per la prima volta da Friedrich Engels, che gli fece visita a Parigi, dov’era di passaggio, nel settembre del 1844 e trascorse dieci giorni con lui. Ora essi trovarono pienamente confermato l’accordo dei loro pensieri, già rivelatosi nella loro collaborazione ai Deutsch-Französische Jahrbücher. Nel frattempo il loro vecchio amico Bruno Bauer si era volto contro questa concezione in una rivista letteraria da lui fondata, e la sua critica giunse a loro conoscenza proprio mentre erano insieme. Essi decisero immediatamente di rispondergli, ed Engels buttò subito giù quello che aveva da dire. Ma Marx, secondo il suo solito, affrontò la cosa più a fondo di quanto non fosse stato originariamente previsto, e con un lavoro accanito durante i mesi seguenti scrisse venti fogli di stampa finiti i quali, nel gennaio 1845, finì anche il suo soggiorno a Parigi.

Da quando aveva assunto la direzione del Vorwärts, Bernays prese direttamente di petto i «balordi cristiano-germanici» di Berlino, e non si peritò nemmeno di commettere reati di «lesa maestà». Specialmente Heine lanciava le sue frecce incendiarie, una dietro l’altra, contro il «nuovo Alessandro» nel castello di Berlino. La monarchia legittima rivolse perciò una petizione al manganello della polizia della illegittima monarchia borghese chiedendo un colpo di forza contro il Vorwärts. Ma Guizot si mostrò duro d’orecchie; con tutti i suoi sentimenti reazionari egli era un uomo di cultura e sapeva inoltre che gioia avrebbe dato all’opposizione interna se si fosse mostrato un tirapiedi del despota prussiano. Divenne un po’ più condiscendente soltanto quando il Vorwärts pubblicò un «articolo infame» sull’attentato del borgomastro Tschech contro Federico Guglielmo IV. Dopo una discussione nel consiglio dei ministri, Guizot si dichiarò pronto a intervenire contro il Vorwärts, e in due maniere: una prima con la polizia correzionale, citando il direttore responsabile per mancato deposito cauzionale, e una seconda in via penale, rinviandolo davanti ai giurati per istigazione al regicidio.

A Berlino si era d’accordo con la prima proposta, ma la sua attuazione si risolse in un buco nell’acqua: Bernays fu condannato a due mesi di carcere e a trecento franchi di multa, perché non aveva sborsato la cauzione richiesta dalla legge, tuttavia il Vorwärts dichiarò subito che avrebbe seguitato a uscire come rivista mensile, per il che non si richiedeva alcuna cauzione. Della seconda proposta di Guizot, a Berlino non se ne voleva assolutamente sapere, nel timore, presumibilmente molto giustificato, che dei giurati parigini non avrebbero fatto violenza alla propria coscienza per amore del re di Prussia. Si provò dunque ancora, affinché Guizot espellesse i redattori e i collaboratori del Vorwärts.

Alla fine, dopo prolungate trattative, il ministro francese si lasciò convincere, come allora si suppose, e come Engels ripeté ancora nel suo discorso funebre per la moglie di Marx, grazie all’opera poco nobile di mediazione di Alexander von Humboldt, cognato del ministro prussiano degli esteri. Recentemente si è cercato di alleggerire di questo peso la memoria di Humboldt, con la constatazione che gli archivi prussiani non contengono nulla in proposito. Ma questo non dimostra nulla in contrario, perché anzitutto gli atti su questa trista faccenda ci sono pervenuti incompleti, e in secondo luogo faccende del genere non vengono mai trattate per iscritto. Quello che di veramente nuovo è stato tratto dagli archivi dimostra anzi soltanto che dietro le quinte si è svolta una azione decisiva. A Berlino si era su tutte le furie contro Heine, che aveva pubblicato nel Vorwärts undici delle sue satire più taglienti sul regime prussiano e particolarmente anche contro il re. Ma d’altra parte Heine era per Guizot il punto più delicato della delicata faccenda. Era un poeta di fama europea e per i francesi era quasi un poeta nazionale. Questa grave considerazione di Guizot — dato che lui in persona non poteva parlare — deve essere stata sussurrata all’orecchio dell’ambasciatore prussiano a Parigi da qualche spia, perché il 4 ottobre egli annunciò improvvisamente a Berlino che era molto dubbio se Heine, di cui soltanto due poesie erano state pubblicate sul Vorwärts, appartenesse alla redazione del giornale; e allora anche a Berlino si comprese.

Heine non fu importunato, ma contro una serie di altri emigrati tedeschi, che avevano scritto per il Vorwärts o erano in sospetto di averlo fatto, l’11 gennaio 1845, fu emanato l’ordine di espulsione; tra loro Marx, Ruge, Bakunin, Börnstein e Bernays. Una parte di loro si salvò: Börnstein, impegnandosi a rinunciare a pubblicare il Vorwärts, e Ruge, consumandosi le scarpe a recarsi dall’ambasciatore sassone e da deputati francesi, per assicurarli di quanto egli fosse un cittadino leale. Marx, naturalmente, non era di questo stampo: e si trasferì a Bruxelles.

Il suo esilio a Parigi era durato meno di un anno, ma era stato il periodo più importante dei suoi anni di noviziato e di pellegrinaggio: ricco di suggestioni e di esperienze, più ricco per l’acquisto di un compagno d’armi che, col passare degli anni, gli divenne sempre più necessario per completare la grande opera della sua vita.

IV - Friedrich Engels

1. Ufficio e caserma

Friedrich Engels nacque a Barmen il 28 novembre 1820. Come Marx, non prese le idee rivoluzionarie nella casa paterna, e, come per Marx, non furono le ristrettezze personali, ma l’alto ingegno a spingerlo sulla via rivoluzionaria. Suo padre era un ricco industriale di tendenze conservatrici e anche ortodosse; per quanto riguarda la religione Engels ha dovuto compiere un cammino più lungo di Marx.

Dopo aver frequentato il ginnasio ad Elberfeld fino al penultimo anno della maturità, egli si dedicò alla professione del commerciante. Come Freiligrath, fu un abilissimo commerciante, senza esser mai stato col cuore nel «maledetto commercio». Si fa conoscenza con lui la prima volta nelle lettere che l’apprendista diciottenne mandava dall’ufficio del console Leupold a Brema ai fratelli Gràber, due compagni di scuola in quel tempo studenti di teologia. In esse non si parla mai di commercio e di affari commerciali, se non quando una volta vi si dice: «Scritto sul nostro sgabello d’ufficio, dato che non avevamo preso la sbornia». Engels giovane era un allegro bevitore, come lo fu poi da vecchio; anche se nel Ratskeller di Brema non ha sognato come Hauff e cantato come Heine, sa però raccontare con uno spirito mordace la «grande sbornia» che si prese una volta in questi sacri locali.

Come Marx, fece anch’egli i suoi tentativi poetici, ma non meno rapidamente di Marx riconobbe che in questo giardino non crescevano allori per lui. In una lettera che porta la data del 17 settembre 1838, che dunque è scritta prima di compiere i diciotto anni, egli dichiarava di aver abbandonato la fede nel suo destino di poeta leggendo i consigli di Goethe «per giovani poeti». Alludeva ai due brevi scritti di Goethe nei quali il maestro spiega che la lingua tedesca è giunta a un grado così alto di sviluppo che a ciascuno è dato esprimersi a suo piacimento in verso e in rima, col che nessuno però deve immaginarsi nulla di particolare; Goethe conclude i suoi consigli con queste «parole in cima»:

Ragazzo, ricorda che in epoche
in cui spirito e sentimento stanno alti
la Musa può accompagnare
ma non però guidare.

In questi consigli il giovane Engels si trovò ritratto nella maniera più perfetta; grazie ad essi gli era divenuto chiaro che le sue rime non avevano nulla a che fare con l’arte. Voleva conservarle soltanto come «un di più gradevole», come diceva Goethe, e volle anche pubblicarne una su di una rivista, «dal momento che altri giovanotti, che sono dei somari altrettanto e più grossi di me, lo fanno anch’essi, e dal momento che con esse non innalzerò né abbasserò la letteratura tedesca». Il tono goliardico, che Engels amò sempre, non nascondeva però, nemmeno quando era giovane, nulla di superficiale: nella stessa lettera egli pregava i suoi amici di fargli avere da Colonia libri popolari, Siegfried, Eulenspiegel, Helena, Oktavian, Schildbürger, Heymonskinder, Doktor Faust, e diceva di essersi dedicato allo studio di Jakob Böhme. «È un’anima oscura ma profonda. La maggior parte delle sue cose bisogna studiarsele terribilmente se ci si vuole capire qualche cosa».

L’abitudine di andare al fondo delle cose aveva ben presto fatto prendere in uggia al giovane Engels la superficiale letteratura della Giovane Germania. In una lettera di qualche tempo dopo, del 10 gennaio 1839, è la volta di questa «bella compagnia» e proprio perché andava diffondendo per il mondo cose inesistenti.

«Questo Theodor Mundt manda in giro le sue porcherie sulla Demoiselle Taglioni, che danza cose di Goethe; si adorna di eleganze di Goethe, di Heine, di Rahel e della Stieglitz, dice le più preziose balordaggini su Bettina, ma tutto in modo così moderno, così moderno, che dev’essere un piacere per un bellimbusto o per una giovane, vana, lasciva signora leggere cose del genere... E questo Heinrich Laube! Questo tipo ti scarabocchia senza interruzione caratteri che non esistono, racconti di viaggio che non sono tali, sciocchezze su sciocchezze; è terribile».

Per il giovane Engels lo «spirito nuovo» nella letteratura datava dal «colpo di fulmine della rivoluzione di luglio», la «più bella espressione della volontà popolare dalla guerra di liberazione in poi». Tra i rappresentanti di questo nuovo spirito egli annovera i Beck, i Grün e i Lenau, gli Immermann e i Platen, i Börne e gli Heine e anche Gutzkow, che con sicuro giudizio egli poneva al di sopra degli altri luminari della Giovane Germania. Al Telegraph, una delle riviste pubblicate da questi «assolutamente onorabili giovanotti», Engels, secondo una lettera del 1° maggio 1839, fece arrivare un articolo, ma chiedendo però la massima discrezione, perché altrimenti si sarebbe trovato in un «imbarazzo infernale».

Se di fronte alle tirate liberali della Giovane Germania il giovane Engels non si lasciava ingannare sulla mancanza di valore artistico di quegli scritti, era però anche lontanissimo dal giudicare con indulgenza, per colpa di questa mancanza di valore estetico, gli attacchi ortodossi e reazionari contro la Giovane Germania. In questo caso prese assolutamente partito per i perseguitati, si firmò perfino «Giovane tedesco», e minacciò all’amico: «Io ti dico, Fritz, che una volta che sarai pastore potrai diventare tanto ortodosso quanto vorrai, ma se diventi un pietista l’avrai a che fare con me». E aveva riflessi simili anche la sua singolare predilezione per Börne, il cui scritto contro il delatore Menzel fu descritto dal giovane Engels come la prima opera della Germania dal punto di vista dello stile, mentre Heine all’occasione se ne sbrigò definendolo un «porcaccione»; erano i giorni della grande sollevazione contro il poeta, quando anche il giovane Lassalle scriveva nel suo diario: «E quest’uomo è un apostata della causa della libertà! E quest’uomo si è strappato di testa il berretto dei giacobini e si è messo sui nobili riccioli un berretto gallonato!».

Tuttavia né Börne né Heine, né alcun altro poeta ha segnato al giovane Engels la strada della sua vita, ma il suo destino lo ha fatto uomo. Veniva da Barmen e visse a Brema, roccaforti l'una e l’altra del pietismo tedesco settentrionale; la liberazione da questi legami fu l’inizio della grande lotta di liberazione che riempie la sua vita gloriosa. Quando lotta contro la fede della sua fanciullezza parla con una tenerezza che gli è altrimenti sconosciuta:

«Io prego ogni giorno, anzi quasi tutto il giorno per avere la verità, lo ho fatto da quando cominciai a dubitare, e proprio non posso ritornare alla vostra fede... Mi vengono le lacrime agli occhi mentre ti scrivo, sono agitato fin nel profondo, ma lo sento, non mi perderò, arriverò a Dio, verso cui tutto il mio cuore tende. E questa è anche una testimonianza dello Spirito Santo, per la quale io vivo e muoio, anche se nella Bibbia c’è scritto diecimila volte il contrario».

In queste battaglie dello spirito il giovane Engels arrivò dagli Hengstenberg e dai Krurnmacher, capi dell’ortodossia di allora, con un appoggio piuttosto che con un indugio momentaneo su Schleiermacher, fino a David Strauss, e ora confessa ai suoi amici teologici che per lui non ci sarà ritorno. Un vero razionalista poteva magari tornare a infilarsi nella camicia di forza dell’ortodossia, abbandonando le sue spiegazioni naturali dei miracoli e la sua piatta ricerca morale, ma la speculazione filosofica non poteva più discendere dai suoi «nevai illuminati dall’aurora» nelle «valli nebbiose» dell’ortodossia. «Sono sul punto di diventare hegeliano. Se lo diventerò a dire il vero non lo so ancora, ma Strauss mi ha dato dei lumi per capire Hegel che mi rendono del tutto plausibile la cosa. Nella sua (di Hegel) filosofia della storia ho trovato tutto me stesso». La rottura con la chiesa portava poi direttamente all’eresia politica. Un elogio pretesco al re di Prussia d’allora, l’uomo della caccia ai demagoghi, fece esclamare a questo Percy testa calda:

«Mi aspetto qualche cosa di buono soltanto da quel principe a cui volano intorno alla testa i ceffoni del suo popolo e le finestre del cui palazzo sono mandate in frantumi dalle pietre della rivoluzione».

Con queste idee Engels era andato oltre il Telegraph di Gutzkow arrivando fino alle posizioni dei Deutsche Jahrbücher e della Rheinische Zeitung. Egli collaborò occasionalmente a tutti e due questi giornali, quando dall’ottobre del 1841 all’ottobre del 1842 fece il suo anno di servizio volontario nell’artiglieria della guardia a Berlino, nella caserma al Kupfergraben, non lontano dalla casa dove Hegel aveva vissuto ed era morto. Il suo nome di battaglia in letteratura — Friedrich Oswald —, che in principio egli aveva scelto per riguardo alla sua famiglia di idee conservatrici e ortodosse, lo dovette conservare per ragioni anche più impellenti «nella regia divisa». Ad uno scrittore da lui aspramente criticato nei Deutsche Jahrbücher, Gutzkow scriveva per consolarlo, il 6 dicembre 1842:

«il triste merito di aver introdotto nella letteratura F. Oswald appartiene purtroppo a me. Anni fa un tizio che si occupava di commercio, di nome Engels, mi mandò da Brema delle lettere sul Wuppertal. Io le corressi, cancellai gli accenni personali che erano troppo crudi, e le stampai. Da allora mi mandò della roba che dovetti regolarmente ritoccare. Improvvisamente proibì queste correzioni, studiò Hegel e passò ad altre riviste. Ancora poco prima che uscisse la critica su di Lei gli avevo mandato a Berlino 15 talleri. Così sono quasi tutti questi novellini. Debbono a noi se possono pensare e scrivere, e la loro prima azione è un parricidio spirituale. Naturalmente di tutta questa cattiveria non ne sarebbe nulla, se non le si facesse incontro la Rheinische Zeitung e la rivista di Ruge».

Nemmeno il vecchio Moro nella torre della fame, si lamenta così, ma così va chiocciando la papera quando il paperotto da lei covato se ne va via sull’acqua.

Come nell’ufficio Engels era stato un bravo commerciante, così in caserma fu un bravo soldato; in seguite e fino alla fine della sua vita la scienza militare è stata tra i suoi studi preferiti. In questo stretto e continuo contatto con la pratica della vita quotidiana si compensava felicemente quello che poteva mancare di profondità speculativa al suo spirito filosofico. Durante il suo anno di volontariato egli ha gagliardamente bevuto coi Liberi di Berlino ed ha anche partecipato alle loro lotte con qualche scrittarello, a dire il vero in un periodo in cui la loro attività non era ancora degenerata. Già nell’aprile del 1842 uscì anonimo presso una casa editrice di Lipsia il suo breve scritto di 55 pagine: Schelling e la rivelazione, nel quale criticava «l’ultimo tentativo della reazione contro la libera filosofia», il tentativo di Schelling, chiamato all’Università di Berlino, di battere in breccia con la sua fede nella rivelazione la filosofia di Hegel. Ruge, che credette che lo scritto fosse opera di Bakunin, lo accolse con questa lode lusinghiera: «Questo amabile giovane si lascia indietro tutti i vecchi somari di Berlino». In realtà quello scritto rappresentava il Giovane hegelianesimo ancor filosofico fino alle sue estreme conseguenze, ma tuttavia non avevano nemmeno tutti i torti altri critici che vi trovavano meno acume critico che impeto poetico-filosofico.

Circa nello stesso tempo, sotto l’impressione ancor fresca dell’allontanamento di Bruno Bauer, Engels pubblicò a Neumünster presso Zurigo, anch’essa anonima, una Epopea cristiana in quattro canti, cioè una satira del «Trionfo della fede sull’arcidiavolo» «destituito d’imperio». Egli fece uso abbondante del privilegio della gioventù, di disprezzare cioè la critica minuziosa; un esempio del suo stile possono darlo i versi in cui Engels raffigura sé stesso e Marx, che ancora non conosceva personalmente:

Ma quello dalle lunghe gambe che all’estrema sinistra schiamazza,
È Oswald, avvolto in un grigio mantelle e coi pantaloni color pepe, Pepato anche di dentro, Oswald il montagnardo,
Piccante quanto mai dal capo fino ai piedi,
Suona uno strumento, ed è la ghigliottina,
Su di essa accompagna sempre una cavatina;
Sempre risuona il canto infernale, sempre lui intona ’ il ritornello:
Formez vos baiaillons! Aux armes, citoyens!
Chi dietro incalza con furia selvaggia?
Un giovane bruno di Treviri, un mostro di forza,
Egli va, non saltella, ma balza sui talloni
E imperversa furibondo, e come se volesse afferrare
L’ampia volta del cielo e trarla a terra,
Tende il braccio col duro pugno chiuso
Su in alto nell’aria.
Così infuria senza posa,
Come se diecimila diavoli lo avessero preso pel ciuffo.

Trascorso il periodo del servizio militare, alla fine di settembre del 1842, Engels tornò alla sua casa paterna, e di qui, due mesi più tardi, andò a Manchester, come impiegato nella fabbrica tessile Ermen & Engels, di cui suo padre era comproprietario. Durante il viaggio visitò la redazione della Rheinische Zeitung a Colonia, e per la prima volta vi vide Marx. Ma il loro incontro fu molto freddo, perché capitava proprio nei giorni in cui Marx rompeva coi Liberi. Engels era prevenuto contro Marx per alcune lettere che gli avevano scritto i fratelli Bauer, e Marx vedeva in Engels un compagno d’idee dei Liberi di Berlino.

2. Civiltà inglese

Sono ormai ventun mesi che Engels ha passato in Inghilterra, e questo periodo ha avuto per lui un’importanza analoga a quella dell’anno trascorso da Marx a Parigi. Tutte due provenivano dalla scuola della filosofia tedesca, muovendo dalla quale essi, all’estero, giungevano a identici risultati, ma se Marx si era reso conto delle lotte e dei desideri del tempo studiando la rivoluzione francese, Engels lo aveva fatto studiando l’industria inglese.

Anche l’Inghilterra aveva avuto la sua rivoluzione borghese, anzi un secolo prima della Francia, ma appunto perciò in condizioni incomparabilmente meno avanzate. Quella rivoluzione si era infine risolta in un compromesso tra aristocrazia e borghesia, che si crearono una monarchia comune. La «classe media» inglese non ebbe da sostenere con la monarchia e con la nobiltà quella lotta lunga e tenace che dovette sostenere il «terzo stato» in Francia. Ma se alla storiografia francese divenne chiaro soltanto attraverso a una considerazione retrospettiva che la lotta del «terzo stato» era una lotta di classe, in Inghilterra il pensiero della lotta di classe sbocciò per così dire fresco fresco dalle radici, quando il proletariato, al tempo del Reform bill del 1832, entrò in lotta con la classe dominante.

La differenza si spiegava col fatto che la grande industria aveva sconvolto il suolo inglese molto più profondamente che quello francese. Nel suo processo di sviluppo, constatabile quasi con mano, la grande industria aveva annientato vecchie classi e ne aveva creato di nuove. L’intima struttura della moderna società borghese era in Inghilterra molto più trasparente che in Francia. Dalla storia e dalla natura dell’industria inglese Engels imparò che i fatti economici, che nella storiografia passata non avevano avuto parte alcuna o una parte meschina, almeno nel mondo moderno sono una forza storica decisiva, che essi formavano la base del sorgere degli odierni contrasti di classe, e che questi contrasti di classe, dove essi si fossero sviluppati pienamente grazie alla grande industria, erano a loro volta la base della formazione dei partiti politici, delle lotte politiche e con ciò di tutta la storia politica.

Era senz’altro dovuto alla sua professione il fatto che Engels rivolgesse lo sguardo in prima linea al terreno economico. Nei Deutsch-Französische Jahrbücher egli cominciò con una critica dell’economia politica, così come Marx aveva cominciato con una critica della filosofia del diritto. Il breve articolo è scritto ancora con impeto giovanile, ma annunzia tuttavia già una rara maturità di giudizio. Solo i professori tedeschi potevano chiamarlo un «lavoretto discretamente confuso»: Marx, cogliendo nel segno lo chiamò uno «schizzo geniale». Uno «schizzo», perché quello che Engels dice sull’economia di Adam Smith e di Ricardo non è affatto esauriente e nemmeno sempre esatto, e quello che egli rimprovera loro nei particolari poteva essere già stato detto da socialisti inglesi o francesi. Tuttavia era geniale il tentativo di far derivare tutte le contraddizioni dell’economia borghese dalla sua fonte reale, dalla proprietà privata in quanto tale; con questo Engels andava già più in là di Proudhon, che sapeva combattere la proprietà privata soltanto sul terreno della proprietà privata. In tutto quello che Engels ebbe a dire sugli effetti disumanizzanti della concorrenza capitalistica, sulla teoria della popolazione di Malthus, sulla sempre crescente febbre della produzione capitalistica, sulle crisi commerciali, sulla legge del salario, sui progressi della scienza, che sotto il dominio della proprietà privata da mezzi di liberazione dell’umanità divengono piuttosto mezzi per il semprepiù intenso asservimento della classe operaia ecc., sono contenuti i germi più fecondi del comunismo scientifico per la parte economica, che in realtà Engels ha scoperto per primo in quanto tale.

Su questo punto lui personalmente ha sempre avuto un’idea eccessivamente modesta. Una volta egli ha detto che alle sue tesi economiche soltanto Marx aveva dato «l’acuta impostazione decisiva», un’altra volta che «Marx stava più in alto, vedeva più avanti, considerava più cose e più rapidamente che tutti noi altri», e una terza volta che quello che egli aveva trovato, Marx avrebbe finito per trovarlo da sé; con tutto ciò nel loro periodo iniziale, sul terreno su cui alla fine si sarebbe dovuto dare e fu dato il colpo decisivo, Engels è stato quello che dette e Marx quello che ricevette. Sicuramente allora Marx era la mente più dotata filosoficamente e più quadrata, e se ci si vuole magari divertire con un gioco infantile di sé e di ma, che non ha nulla a che fare con la ricerca storica, si può disquisire se Engels avrebbe risolto il problema, che tutti e due risolsero, nella sua forma francese, più complessa, come lo ha risolto Marx. Ma — questo è stato a torto misconosciuto — nella sua forma inglese, più semplice, Engels lo ha risolto non meno felicemente. Proprio se si considera la sua critica dell’economia politica da un angolo visuale unilateralmente economico, si potrà accantonarne qualche cosa; quello che la contraddistingue e quello che ne fa un progresso essenziale della conoscenza, il suo autore lo deve alla scuola dialettica di Hegel.

Nel secondo articolo che Engels pubblicò nei Deutsch-Französische Jahrbücher, il punto di partenza filosofico si mostra subito evidente. Egli vi descriveva la situazione inglese sulla base di uno scritto di Carlyle, da lui indicato come l’unico libro che valesse la pena d’esser letto tra tutta la produzione letteraria di un anno intero, riconoscendo in questo fatto l’espressione di una miseria anch’essa in significativo contrasto con la ricchezza della produzione francese. Engels vi riallacciava una considerazione sull’esaurimento intellettuale dell’aristocrazia e della borghesia inglese; l’inglese colto, in base al quale si giudica sul continente il carattere nazionale degli inglesi, era lo schiavo più disprezzabile sotto il sole, che soffocava sotto i pregiudizi, e particolarmente sotto i pregiudizi religiosi.

«Soltanto la parte della nazione inglese ignota sul continente, soltanto gli operai, i paria d’Inghilterra, i poveri, sono davvero rispettabili, nonostante tutta la loro rozzezza e tutta la loro degradazione morale. Da loro viene la salvezza dell’Inghilterra, in loro ancora c’è materia creativa; non hanno cultura, ma nemmeno pregiudizi; hanno ancora energia da impiegare per una grande impresa nazionale, hanno ancora un futuro».

Engels additava, per dirla con Marx, come in questo «ingenuo terreno popolare» la filosofia cominciasse a metter radici; la Vita di Gesù di Strauss, che nessuno scrittore decente aveva osato tradurre e nessun libraio per bene stampare, era stata tradotta da un propagandista socialista e veniva diffusa in fascicoli da un penny tra gli operai di Londra, Birmingham e Manchester.

Engels traduceva i «più belli» tra «i passi spesso meravigliosamente belli» dello scritto di Carlyle, che dipingevano coi colori più cupi la situazione inglese. Ma contro le proposte che Carlyle fa per la salvezza: una nuova religione, un culto panteistico degli eroi e altre del genere, egli si richiamava a Bruno Bauer e a Feuerbach. Tutte le possibilità della religione erano esaurite, anche il panteismo, che le Tesi di Feuerbach negli Anecdota avevano liquidato per sempre.

«Finora la questione è sempre stata questa: che cosa è Dio?, e la filosofia tedesca ha così risolto la questione: Dio è l’uomo. L’uomo ha da riconoscere soltanto sé stesso, ha da misurare su sé stesso tutte le condizioni della vita, ha da giudicarle secondo la propria natura, ha da organizzare in modo veramente umano il mondo secondo le esigenze del la sua natura, e così ha risolto l’enigma del nostro tempo».

E se Marx spiegava subito l’uomo di Feuerbach come l’essenza dell’uomo, lo Stato, la società, così Engels vedeva nell’essenza dell’uomo la storia, che è «il nostro uno e il nostro tutto», e che «da noi» viene tenuta più alta che da ogni altra precedente corrente filosofica, più alta anche che da Hegel, al quale alla fine doveva servire soltanto come prova delle soluzioni da lui prospettate.

È straordinariamente seducente seguire fin nei minimi particolari, nei due articoli che Engels e Marx scrissero per i Deutsch-Französische Jahrbücher, come affiorino gli stessi pensieri, diversamente coloriti — qui alla luce della rivoluzione francese, lì alla luce dell’industrialismo inglese, le due grandi rivoluzioni storiche dalle quali data la storia della società borghese moderna — ma nella sostanza uguali. Se Marx nei diritti dell’uomo aveva saputo leggere il carattere anarchico della società borghese, Engels spiegava così la concorrenza, «questa categoria fondamentale dell’economista, questa sua figlia prediletta»: «Che cosa pensare di una legge, che riesce ad imporsi soltanto attraverso le rivoluzioni periodiche delle crisi commerciali? È per l’appunto una legge naturale che si fonda sul venir meno di quelli che vi hanno parte». Se Marx era arrivato a comprendere che l’emancipazione umana è completa soltanto quando l’uomo sia divenuto essere collettivo mediante l’organizzazione delle sue proprie forze come forze sociali, Engels diceva: producete con coscienza, come uomini, non come atomi sparsi senza coscienza della vostra collettività, e avrete superato tutte queste contraddizioni artificiose e insostenibili.

Si veda come l’accordo giunge quasi fino alle particolarità dell’espressione.

3. La «Sacra famiglia»

Il loro primo lavoro comune fu la resa dei conti con la loro coscienza filosofica, e si tradusse in una polemica contro la Allgemeine Literaturzeitung, che Bruno Bauer coi fratelli Edgar ed Egbert pubblicava a Charlottenburg dal dicembre 1843.

In questa rivista i Liberi di Berlino tentavano di stabilire la loro concezione del mondo, o piuttosto quella che essi così chiamavano. Bruno Bauer, a dire il vero, era stato invitato da Fröbel a collaborare ai Deutsch-Französische Jahrbücher, ma alla fine egli non si era potuto decidere a farlo, e in sostanza egli teneva duro alla sua autocoscienza filosofica non soltanto perché la sua coscienza personale era stata aspramente ferita da Marx e da Ruge. Le sue acide osservazioni sulla «Rheinische Zeitung di buona memoria», sui «radicali», sui «saggi dell’anno del Signore 1842» avevano in ogni caso un fondo concreto. La decisione e la rapidità con cui la reazione romantica aveva annientato i Deutsche Jahrbücher e la Rheinische Zeitung, non appena si erano rivolte dalla filosofia alla politica, e l’assoluta indifferenza in cui la «massa» era rimasta davanti a questo «eccidio» dello «spirito», lo avevano convinto che su questa via non c’era nulla da fare. Vedeva ogni possibile salvezza soltanto nel ritorno alla filosofia pura, alla teoria pura, alla critica pura, con la quale, creare un onnipotente dominatore del mondo nel cielo nuvoloso dell’ideologia, non presentava difficoltà particolari.

Il programma della Allgemeine Literaturzeitung, fin dove era ancora comprensibile, Bruno Bauer lo espresse con queste parole: «Tutte le grandi azioni della storia svoltasi finora o erano fallite da capo a fondo e rimaste senza un deciso successo perché la massa si era interessata o entusiasmata per esse, o avevano fatto una triste fine perché l’idea di cui in esse si trattava, era di tal fatta da doversi accontentare di una interpretazione superficiale e da dover perciò contare anche sull’applauso della massa». Il contrasto tra «spirito» e «massa» passava come un filo rosso attraverso la Allgemeine Literaturzeitung, essa diceva che ora lo spirito sapeva dove doveva cercare il suo unico antagonista, cioè nella massa con le sue illusioni e la sua mancanza di un nucleo solido.

Conformemente a ciò la rivista di Bauer giudicava con perentorio disprezzo tutti i movimenti «di massa» del tempo, cristianesimo e giudaismo, pauperismo e socialismo, rivoluzione francese e industrialismo inglese. Troppa cortesia dimostrava ancora Engels quando dedicava alla rivista questo giudizio: «È e resta una vecchia femmina, la appassita e logora filosofia hegeliana, che adorna e acconcia il suo corpo risecchito fino alla più ripugnante astrazione e in tutta la Germania si guarda attorno per trovare un Libero». Infatti la filosofia di Hegel veniva spinta all’assurdo. Hegel, quando diceva che lo spirito assoluto, in quanto spirito creatore del mondo, nel filosofo giunge alla coscienza sempre soltanto in un secondo momento, in fondo diceva soltanto che lo spirito assoluto apparentemente fa la storia nell’immaginazione, e aveva sempre energicamente protestato contro il malinteso che l’individuo filosofico stesso fosse lo spinto assoluto. Invece i Bauer e i loro discepoli si consideravano come le incarnazioni personali della Critica, dello spirito assoluto, che per mezzo loro, giunto a coscienza, adempiva la parte di spirito del mondo, in contrasto con la restante umanità. Questa nebbia doveva rapidamente volatilizzarsi nell’atmosfera filosofica della Germania, e perfino nel circolo dei Liberi la Allgemeine Literaturzeitung trovò un’accoglienza molto tiepida; non collaborarono né Köppen, che si tirò senz’altro indietro, né Stirner, che anzi si armò segretamente per liqui darla, e nemmeno Meyen e Rutenberg fu possibile averli della partita, e i Bauer, con l’unica eccezione di Faucher, dovettero accontentarsi di una terza serie di Liberi, un certo Jungnitz, e Szeliga, pseudonimo del tenente prussiano von Zychlinski, che morì più tardi nel 1900 come generale di fanteria. E tutto il can-can in capo a un anno era ammutolito e disperso; la Allgemeine Literaturzeitung era non solo morta, ma anche già dimenticata, quando Marx ed Engels presero posizione pubblicamente contro di essa.

E ciò non fu propizio al loro primo scritto comune, la Critica della Critica critica, come essi stessi lo battezzarono, o La Sacra famiglia, come lo intitolarono su proposta dell’editore. Gli avversari lo schernirono subito perché sfondava delle porte aperte, e anche Engels pensava, nel ricevere il libro finito, che era una cosa molto in gamba, ma comunque troppo lunga; il sovrano disprezzo con cui la Critica critica era trattata stava in netto contrasto con i ventun fogli e mezzo di stampa del libro; la maggior parte di esso sarebbe rimasto incomprensibile al grosso pubblico e non avrebbe avuto un interesse generale. Oggi questo giudizio coglie nel segno incomparabilmente più che allora, ma nel frattempo lo scritto ha acquistato un’attrattiva che non poteva essere apprezzata quando apparve, per lo meno non tanto quanto può essere apprezzata oggi. Un critico moderno, dopo aver biasimato le sofisticherie, i ghirigori e perfino le storture di pensiero dello scritto, dice subito che esso contiene alcune delle più belle manifestazioni del genio, che anche per la maestria della forma e per la aurea concisione della lingua appartengono a quanto di meglio Marx abbia mai scritto.

In queste parti del libro Marx si rivela un maestro di quella critica costruttiva che batte l’immaginazione ideologica per mezzo della realtà positiva, che mentre distrugge crea, mentre demolisce ricostruisce. Alla fraseologia critica di Bruno Bauer sul materialismo francese e sulla rivoluzione francese Marx contrappone brillanti scorci di questi avvenimenti storici. Alle chiacchiere di Bruno Bauer sul contrasto tra «spirito» e «massa», «idea» e «interesse», Marx risponde freddamente: «L’idea ha fatto sempre una brutta figura tutte le volte che era separata dall’interesse». Ogni interesse di massa che si imponesse storicamente, presentandosi sulla scena del mondo, andava di solito, nell’idea, molto al di là dei suoi limiti reali e si confondeva senz’altro con l’interesse umano. Era l’illusione che Fourier chiamava il tono di ogni epoca storica.

«L’interesse della borghesia nella rivoluzione del 1789, ben lungi dall’aver «fallito», ha «raggiunto» tutto e ha avuto il «successo più decisivo» tanto quanto il pathos è svanito e i fiori entusiastici di cui questo interesse coronava la sua culla sono appassiti. Questo interesse era così possente da superare vittoriosamente la penna di un Marat, la ghigliottina degli uomini del Terrore, la spada di Napoleone, non che il crocifisso e il sangue puro dei Borboni».

Nel 1830 la borghesia aveva attuato i suoi desideri del 1789 solo con la differenza che il suo illuminismo politico era cessato, e nello Stato costituzionale rappresentativo essa non perseguiva più l’ideale dello Stato, non perseguiva più la salute del mondo e scopi universalmente umani, ma vi vedeva l’espressione ufficiale del suo potere esclusivo, e il riconoscimento politico del suo particolare interesse. La rivoluzione era fallita soltanto per la massa, perché essa non aveva posseduto nell’idea politica l’idea del suo interesse reale, perché il suo vero principio vitale non era quindi coinciso col principio vitale della rivoluzione, e perché le sue reali condizioni di emancipazione erano sostanzialmente diverse dalle condizioni entro le quali la borghesia poteva emancipare sé stessa e la società.

All’asserzione di Bruno Bauer, che lo Stato tiene insieme gli atomi della società borghese, Marx contrapponeva che quello che li teneva insieme è il fatto che essi erano atomi soltanto nell’idea, nel cielo della loro immaginazione, ma che in realtà erano esseri grandemente diversi dagli atomi, e cioè non degli egoisti divini, ma degli uomini egoisti.

«Soltanto la superstizione politica s’immagina ancor oggi che la vita sociale debba essere tenuta insieme dallo Stato, mentre al contrario nella realtà lo Stato è tenuto insieme dalla vita sociale».

E le sprezzanti espressioni di Bruno Bauer sull’importanza dell’industria e della natura per la conoscenza storica Marx le accoglieva domandando se la Critica critica credesse di essere sia pure soltanto agli inizi nella conoscenza della realtà storica, fino a che escludeva dal movimento storico l’atteggiamento teorico e pratico degli uomini di fronte alla natura, cioè le scienze naturali e l’industria.

«Essa, come separa il pensiero dai sensi, l’anima dal corpo, così separa la storia dalle scienze naturali e dall’industria, così vede il luogo di nascita della storia non nella produzione rozzamente materiale sulla terra, ma nelle nebbiose nuvole del cielo».

Come Marx, di fronte alla Critica critica si rifaceva alla rivoluzione francese, così Engels si rifaceva all’industria inglese. In questo egli aveva a che fare col giovane Faucher, che tra i collaboratori della Allgemeine Literaturzeitung era quello che teneva più conto della realtà terrena; è spassoso leggere come allora egli sapeva analizzare con esattezza quella legge capitalistica dei salari che venti anni più tardi, all’entrare in scena di Lassalle, doveva condannare nel profondo dell’inferno come una «balorda legge ricardiana». Accanto a tutti i grossolani errori che Engels gli indicava — nel 1844 Faucher non sapeva ancora nemmeno che nel 1824 era stato abolito in Inghilterra il divieto di coalizione — non mancavano però del tutto le sofisticherie, e su di un punto essenziale si sbagliava anche Engels, anche se in una direzione diversa da quella di Faucher. Se questi aveva deriso la legge sulle dieci ore di Lord Ashley come una «fiacca misura a metà», che non sarebbe stata certo un colpo d’accetta nelle radici dell’albero, Engels vi vedeva, con «tutta la grandiosità dell’Inghilterra», l’espressione comunque più mite possibile di un principio assolutamente radicale, poiché non solo avrebbe posto l’accetta alla radice del commercio estero e con ciò alla radice del sistema di fabbrica, ma ve l’avrebbe conficcata profondamente. Allora Engels, e Marx con lui, vedeva nel bill di lord Ashley un tentativo di mettere alla grande industria una catena reazionaria che sul terreno della società capitalistica sarebbe stata sempre di nuovo strappata.

Engels e Marx non hanno ancora del tutto cancellato il loro passato filosofico; sin dalle prime parole della prefazione essi danno rilievo all’«umanesimo positivo» di Feuerbach contro l’idealismo speculativo di Bruno Bauer. Essi riconoscono senza riserve i geniali sviluppi di Feuerbach, il suo merito di aver fornito elementi importantissimi e magistrali per la critica di ogni metafisica, di aver messo l’uomo al posto dell’antico sfruttatore, anche dell’autocoscienza infinita. Ma essi passano sempre di nuovo dall’umanesimo di Feuerbach al socialismo, dall’uomo astratto all’uomo storico, e nel mondo del socialismo, fluttuante in caotica confusione, riescono sempre a orientarsi con meraviglioso acume. Essi svelano il segreto delle divagazioni socialisti che, di cui si compiaceva la borghesia satolla. La stessa miseria umana, l’infinita abbiezione costretta a ricevere l’elemosina, servono di divertimento all’aristocrazia del denaro e della cultura, di appagamento del suo egoismo, di solletico al suo orgoglio: altro senso non hanno le molte associazioni di beneficienza in Germania, le molte società benefiche in Francia, le numerose donchisciotterie benefiche in Inghilterra, i concerti, i balli, gli spettacoli, i pranzi per i poveri, e anche le sottoscrizioni pubbliche per gli infortunati.

Tra i grandi utopisti Fourier è quello che ha più contribuito al contenuto di pensiero della Sacra famiglia. Tuttavia Engels già distingue tra Fourier e fourierismo; egli dice che il fourierismo annacquato, come lo predica la Démocratie pacifique non è altro che la dottrina sociale di una parte della borghesia filantropica. Tanto lui che Marx sottolineano sempre quanto anche i grandi utopisti non hanno mai compreso: lo sviluppo storico, il movimento autonomo della classe operaia. Contro Edgar Bauer, Engels scrive: «La Critica critica non crea nulla, l’operaio crea tutto, sì, tutto al punto da svergognare tutta la critica anche nelle sue creazioni spirituali; gli operai inglesi e francesi possono darne testimonianza». E il preteso contrasto esclusivo tra «spirito» e «massa» Marx lo accantonava tra l’altro anche osservando che alla critica comunista degli utopisti era subito corrisposto nella pratica il movimento delle grandi masse; bisogna aver conosciuto lo studio, l’avidità di sapere, l’energia morale, l'instancabile ansia di progredire degli ouvriers francesi ed inglesi, per potersi fare un’idea della nobiltà umana di questo movimento.

Dopo di che è facile comprendere come Marx si rivolgesse con zelo particolare contro l’insulsa traduzione e l’ancora più insulso commento di cui Edgar Bauer aveva gratificato Proudhon nella Allgemeine Literaturzeitung. Naturalmente per opportunità accademica Marx ha magnificato nella Sacra famiglia quello stesso Proudhon che egli doveva aspramente criticare qualche anno più tardi. Marx si opponeva, soltanto a che l’apporto positivo di Proudhon restasse offuscato dalle sbiadite chiacchiere di Edgar Bauer, e quest’apporto egli riteneva che nel campo dell’economia politica aprisse una nuova strada, così come quello di Bruno Bauer nel campo della teologia. Ma Marx si rivolse poi contro la ristrettezza economicistica di Proudhon, così come contro quella teologica di Bruno Bauer.

Se Proudhon, sul terreno dell’economia borghese, trattava la proprietà come una contraddizione interna, Marx diceva:

«La proprietà privata come proprietà privata, come ricchezza, è costretta a mantenere in vita sé stessa e con sé la sua contraddizione, il proletariato. È la parte positiva della contraddizione, la proprietà privata soddisfatta di sé. Il proletariato invece è costretto, in quanto proletariato, ad eliminare sé stesso e con sé la contraddizione che lo condiziona, che lo fa proletariato. È la parte negativa della contraddizione, la sua inquietudine per sé, la proprietà privata che si è dissolta e si dissolve. Entro questo contrasto il partito dei proprietari privati è dunque il partito conservatore, quello dei proletari il partito distruttore. Da quello parte l’azione di conservazione del contrasto, da questo l’azione del suo annullamento. D’altronde la proprietà privata nel suo moto economico spinge sé stessa verso la propria dissoluzione, ma soltanto attraverso uno sviluppo indipendente da essa, inconsapevole, che ha luogo contro la sua volontà, che è condizionato dalla natura stessa della cosa, soltanto in quanto essa genera il proletariato in quanto proletariato, che è miseria consapevole della propria miseria spirituale e fisica, disumanità consapevole della propria disumanizzazione e perciò volta a eliminare sé stessa. Il proletariato esegue la condanna che la proprietà privata infligge a sé stessa generando il proletariato, cosi come esegue la condanna che il lavoro salariato infligge a sé stesso generando la ricchezza altrui e la propria miseria. Quando il proletariato vince, esso non diventa affatto per questo la parte assoluta della società, perché vince soltanto in quanto elimina sé stesso e il proprio contrario E allora è scomparso sia il proletariato che il suo contrasto che lo condiziona, cioè la proprietà privata».

Marx protestava esplicitamente contro l’accusa che egli volesse fare dei proletari degli dèi, attribuendo loro questa funzione storica d’importanza mondiale. «Anzi, al contrario! Proprio perché l’astrazione da ogni umanità, perfino dall’apparenza di umanità, è praticamente compiuta nel proletariato al suo massimo sviluppo, siccome nelle condizioni di vita del proletariato si assommano tutte le condizioni di vita della società odierna nella loro disumana acutezza, siccome in esso l’uomo perde sé stesso, ma nello stesso tempo non solo acquista coscienza teoretica di questa perdita, ma è anche direttamente spinto a sollevarsi contro questa disumanità dal bisogno indifferibile, assolutamente imperativo — espressione pratica della necessità — proprio per questo il proletariato può e deve liberarsi. Ma non può liberare sé stesso senza eliminare le sue proprie condizioni di vita. Non può eliminare le sue proprie condizioni di vita, senza eliminare tutte le inumane condizioni di vita della società, che si riassumono nella sua situazione. Non invano esso passa per la dura ma corroborante scuola del lavoro. Non si tratta di ciò che questo o quel proletario o addirittura tutto il proletariato si prefigge momentaneamente come scopo. Si tratta di ciò che esso è e di ciò che, conformemente a questa sua essenza, esso sarà storicamente costretto a fare. Il suo scopo e la sua azione storica sono palesemente, irrevocabilmente tracciati nella sua particolare condizione di vita, come in tutta l’organizzazione dell’odierna società borghese»

E sempre di nuovo Marx sottolineava che una grande parte del proletariato inglese e francese era già consapevole del suo compito storico e lavorava incessantemente a portare a piena chiarezza questa consapevolezza.

Accanto a qualche fresca fonte da cui zampilla l’acqua della vita, la Sacra famiglia contiene a dire il vero anche alcune zone aride. Particolarmente i due lunghi capitoli che si occupano dell’incredibile sapienza del degno Szeliga, mettono a dura prova la pazienza del lettore. Si valuterà il libro nel modo più giusto se lo si considererà come un’improvvisazione, come del resto esso è visibilmente stato. Proprio nei giorni in cui Engels e Marx facevano la rispettiva conoscenza, arrivava a Parigi l’ottavo fascicolo della Allgemeine Literaturzeitung, nel quale Bruno Bauer polemizzava, a dire il vero in modo nascosto, ma insieme mordace, contro la concezione a cui tutti e due erano pervenuti nei Deutsch-Französische Jahrbücher.

E allora deve essere affiorata in loro l’idea di rispondere all’antico amico in maniera divertente e ironica, con un breve opuscolo, che avrebbe dovuto uscire al più presto. La cosa pare confermata dal fatto che Engels buttò giù subito la parte sua, che comprendeva poco più di un foglio di stampa, e restò molto meravigliato quando seppe che Marx aveva allungato lo scritto fino a venti fogli di stampa; gli pareva «curioso» e «buffo» che, data la breve estensione della sua parte, il suo nome figurasse anch’esso nel frontespizio e addirittura al primo posto. Marx deve aver affrontato il lavoro nella sua maniera radicale, e, secondo la nota espressione anche troppo vera, gli deve essere mancato il tempo di essere breve; forse ha anche ampliato la materia per ottenere la libertà di stampa, consentita ai libri superiori ai venti fogli.

Per il resto, gli autori proclamarono che questa polemica serviva soltanto da preambolo a scritti autonomi in cui essi — ciascuno per sé — avrebbero preso posizione di fronte alle più recenti dottrine filosofiche e sociali. E che facessero sul serio lo dimostrò il fatto che Engels aveva già terminato il manoscritto del primo di questi scritti autonomi, quando ricevette il primo esemplare stampato della Sacra famiglia.

4. Un’opera fondamentale per il socialismo

Quest’opera era Le condizioni della classe lavoratrice in Inghilterra, che uscì a Lipsia nell’estate del 1845 presso Wigand, antico editore dei Deutsche Jahrbücher, che qualche mese prima aveva pubblicato L’Unico di Stirner. Se a Stirner ultimo rampollo della filosofia hegeliana aveva dato alla testa la piatta sapienza della concorrenza capitalistica, Engels poneva nel suo libro la base per quei teorici tedeschi — ed erano quasi tutti — che attraverso la soluzione feuerbachiana della speculazione hegeliana, erano arrivati al comunismo e al socialismo. Egli descriveva le condizioni della classe operaia inglese nella loro realtà orrenda, ma tipica per il dominio della borghesia.

Quando, circa cinquanta anni dopo, Engels ripubblicò il suo lavoro lo definì una fase nello sviluppo embrionale del moderno socialismo internazionale. Ed aggiungeva che, come l’embrione umano nei suoi primi gradi di sviluppo riproduce ancora gli archi branchiali dei nostri progenitori, cioè dei pesci, così il suo libro mostrava ovunque le tracce dell’origine del socialismo moderno da uno dei suoi antenati, la filosofia classica tedesca. Ma questo è giusto soltanto se si precisa che queste tracce sono molto più deboli di quanto lo fossero ancora negli articoli che Engels aveva pubblicato nei Deutsch-Französische Jahrbücher, non sono citati più né Bruno Bauer, né Feuerbach, e «l’amico Stirner» è citato solo un paio di volte, per prenderle un po’ in giro. Si può parlare di una sostanziale influenza della filosofia tedesca su questo libro non in un senso retrivo ma nel senso di un decisivo progresso.

Il vero e proprio centro di gravità del libro non era nella descrizione della miseria proletaria, quale era sorta in Inghilterra sotto il dominio del modo di produzione capitalistico. In questo Engels aveva avuto alcuni precursori, Buret, Gasiceli e altri, che egli cita abbondantemente. Né il tono particolare del libro derivava dalla schietta indignazione contro un sistema sociale che condannava alle più terribili sofferenze le masse lavoratrici, dalla impressionante e veritiera descrizione di queste sofferenze, dalla profonda e sincera pietà per le sue vittime. In esso la cosa più degna di ammirazione e nello stesso tempo storicamente più importante era l’acume con cui il ventiquattrenne autore comprendeva lo spirito del modo di produzione capitalistico e sapeva dedurne non soltanto l’ascesa ma anche la decadenza della borghesia, non soltanto la miseria ma anche la salvezza del proletariato. Il succo del libro era che esso mostrava come la grande industria crei nella classe operaia moderna quasi una razza disumanata, intellettualmente e moralmente degradata alla bestialità, fisicamente distrutta, ma anche come la classe operaia moderna, in forza di una dialettica storica le cui leggi vengono indagate nei particolari, si sviluppi e debba svilupparsi fino a provocare la caduta del suo creatore.

Ma di un simile risultato era capace soltanto chi avesse fatto della dialettica di Hegel carne della sua carne e sangue del suo sangue, e avesse saputo metterla in piedi, mentre essa si trovava a testa in giù. Per questo il libro è una fondazione del socialismo, come doveva esserlo secondo l’intenzione dell’autore. Tuttavia la grande impressione che esso suscitò al suo apparire, non si fondava su questo, ma soltanto sull’interesse del suo contenuto; se esso — come pensa una parrucca accademica con comica presunzione — ha reso il socialismo «degno dell’Università», lo ha fatto però soltanto nel senso che questo o quel professore ci ha dovuto spezzar contro qualche lancia arrugginita. La critica erudita si gonfiò soprattutto quando non sopravvenne la rivoluzione che Engels vedeva già alle porte d’Inghilterra. Egli stesso cinquanta anni dopo poteva dire tranquillamente che era meraviglioso non il fatto che questa e altre profezie da lui fatte nell’«ardore giovanile» non si fossero avverate, ma che se ne fossero avverate tante, anche se allora le aveva previste per un «futuro troppo vicino».

Oggi quell’«ardore giovanile» che prevedeva alcune cose per un «futuro anche troppo vicino» non è una delle attrattive minori di questo scritto precorritore. Senza queste ombre non sarebbe pensabile la sua luce. Lo sguardo geniale, che sa intravedere il futuro di là dal presente, vede le cose future più acutamente, ma perciò anche più vicine del comune intelletto umano che non sa abituarsi all’idea che non ci sia bisogno che la minestra gli venga scodellata alle dodici in punto. D’altra parte allora molti altri, oltre Engels, vedevano la rivoluzione inglese alle porte, come lo stesso Times, il giornale più importante della borghesia inglese, ma la paura della cattiva coscienza paventava nella rivoluzione soltanto incendi e assassinii, mentre il suo sguardo indagatore della società vedeva germogliare nuova vita dalle rovine.

Tuttavia, durante l’inverno tra il 1844 e il 1845, Engels fu preso dall’«ardore giovanile» non soltanto in questo suo scritto; mentre ancora lo stava forgiando alla sua incudine, già aveva altro ferro sul fuoco: oltre alla continuazione d’esso (doveva infatti essere soltanto un capitolo di un lavoro più ampio sulla storia sociale d’Inghilterra), pensava anche a una rivista mensile socialista, che voleva pubblicare insieme con Moses Hess, a una biblioteca di scrittori socialisti stranieri, a un saggio su List e ad altre cose ancora. Incitava instancabilmente Marx, coi quale si incontrava spesso nei suoi piani, a un’attività altrettanto operosa. «Fa in modo di venire a capo del tuo libro di economia politica; anche se tu stesso dovessi rimanere scontento di molte cose, non fa niente, gli animi sono maturi, e dobbiamo battere il ferro finché è caldo.... Ma ora non c’è tempo da perdere. Fa perciò in modo di essere pronto prima dell’aprile, fa come faccio io, stabilisciti un termine di tempo entro il quale sei effettivamente deciso a finire, e pensa a stampar presto. Se non lo puoi far stampare costà, fallo stampare a Mannheim, Darmstadt o altrove. Ma uscire deve presto». Perfino sulla «mirabolante» estensione della Sacra Famiglia, Engels si consolava pensando che fosse bene così: «così arriveranno fin d’ora al pubblico molte cose che chissà per quanto tempo ancora sarebbero rimaste nel tuo scrittoio»IV.1. Quanto spesso egli avrebbe dovuto ancora levare appelli simili nel corso dei decenni seguenti!

Ma, impaziente sollecitatore, egli era nello stesso tempo il più paziente degli aiutatori, quando, nella sua dura lotta con sé stesso, il genio era impedito anche dalle miserie della vita comune. Appena arrivò a Barmen la notizia che Marx era stato espulso da Parigi, Engels ritenne necessario aprire subito una sottoscrizione «per ripartire da buoni comunisti fra tutti noi le spese extra che essa ti avrà causato». Al suo rendiconto sul «buon esito» delle sottoscrizioni, egli aggiungeva: «Poiché però non so se questo basterà per la tua sistemazione, a Bruxelles, va da sé che metto col massimo piacere a tua disposizione il compenso che avrò per la mia prima roba inglese, che spero mi sarà almeno in parte pagata presto e di cui per il momento posso fare a meno, perché il mio vecchio mi deve mandar soldi. Non sia mai che quei cani abbiano il piacere di metterti in imbarazzi finanziari con la loro perfidia»IV.2. Ed anche per proteggere l’amico da «questo piacere di quei cani» Engels si è prodigato instancabilmente per tutta la vita.

Ma, disinvolto quale egli ci appare da queste sue lettere giovanili, Engels era però tutt’altro che leggero. La «sua prima roba inglese», di cui parlava a quel modo, ha avuto un peso determinante ormai da sette decenni; fu un’opera che fece epoca, il primo grande documento del socialismo scientifico. Engels aveva ventiquattro anni quando lo scriveva e scuoteva persino così la polvere dalle parrucche accademiche. Ma non era un talento precoce che prosperasse nell’aria calda della serra per appassire poi in fretta; il suo «ardore giovanile» derivava dallo schietto fuoco del sole di un grande ingegno che riscaldò la sua vecchiaia e la sua gioventù.

In quel tempo nella casa dei suoi genitori, egli viveva «una vita silenziosa e tranquilla nell’amore e nel timore di Dio», come solo il «più brillante filisteo» poteva desiderare. Ma presto non ne poté più e si lasciò indurre solo dai «visi tristi» dei suoi vecchi a fare un ultimo tentativo col commercio. Per la primavera voleva andarsene ad ogni costo, anzitutto, a Bruxelles. Le sue «beghe familiari» si inasprivano notevolmente per la propaganda comunista a Barmen-Elberfeld, alla quale egli prendeva vivamente parte. Egli dava notizia a Marx di tre riunioni comuniste, di cui la prima aveva avuto 40 partecipanti, la seconda 130, la terza 200. «L’argomento esercita un’enorme attrazione. Non si parla di nient’altro che di comunismo, ed ogni giorno vengono a noi nuovi aderenti. Il comunismo del Wuppertal è une verité, anzi quasi una forza ormai»IV.3. Questa forza a dire il vero si disperse a un semplice ordine della polizia, e aveva d’altronde un carattere alquanto singolare; Engels stesso dava notizia del fatto che soltanto il proletariato si era tenuto fuori da questo movimento comunista, per il quale cominciava quasi a smaniare la parte più stupida, più indolente, più filistea della popolazione, che non si interessava di nulla al mondo.

Tutto questo mal si accordava con quello che Engels scriveva nello stesso tempo sulle prospettive del proletariato inglese. Ma così era lui: un simpaticone dalla testa ai piedi, sempre sul chi vive, fresco, acuto, instancabile, e non senza quel ramo di cara pazzia che si addice così bene a una gioventù entusiastica e gagliarda.

V - L’esilio a Bruxelles

1. L’«Ideologia tedesca»

Espulso da Parigi, Marx si era trasferito con la famiglia a Bruxelles. Engels temeva che alla fine gli avrebbero dato delle noie anche in Belgio, e la cosa avvenne anzi sin dal principio.

Come scriveva a Heine, Marx dovette, subito dopo il suo arrivo a Bruxelles, sottoscrivere presso l’Adminìstration de la sureté publique l’impegno a non stampare nulla in Belgio sulle questioni politiche del giorno. Questo egli poteva farlo con la coscienza tranquilla, poiché non ne aveva né l’intenzione né la possibilità. Ma siccome il governo prussiano continuava a insistere presso il governo belga perché lo espellesse, così, ancora nello stesso anno, il 1° dicembre 1845, Marx rinunciò alla cittadinanza dello Stato federale prussiano.

Tuttavia, né allora né poi egli prese la cittadinanza di uno Stato straniero, che nella primavera del 1848 gli fu offerta dal Governo provvisorio della Repubblica francese in modo addirittura onorifico. Come Heine, Marx non si poté decidere a questo passo, anche se Freiligrath, che, in quanto tedesco puro, è stato così spesso presentato come solenne contrasto coi due «signori senza patria», non si fece nessun scrupolo a naturalizzarsi inglese durante il suo esilio.

Nella primavera del 1845 anche Engels si recò a Bruxelles, e i due amici fecero insieme un viaggio di studi in Inghilterra che durò sei settimane. Durante questo viaggio Marx, che già a Parigi aveva cominciato a occuparsi di MacCulloch e di Ricardo, si fece un’idea più profonda della letteratura economica del regno insulare, anche se poté vedere solo «i libri che si potevano trovare a Manchester», accanto agli estratti e agli scritti posseduti da Engels. Engels, che già durante il suo primo soggiorno in Inghilterra aveva collaborato sia al New Moral World, organo di Owen, che al Northern Star, organo dei cartisti, rinnovò le antiche relazioni, e così da tutte due gli amici vennero annodate nuove relazioni, sia coi cartisti che coi socialisti.

Dopo questo viaggio si accinsero di nuovo per prima cosa a un lavoro comune.

«Noi decidemmo — disse più tardi Marx abbastanza laconicamente — di mettere in chiaro, con un lavoro comune, il contrasto tra il nostro modo di vedere e la concezione ideologica della filosofia tedesca, di fare i conti, in realtà, con la nostra anteriore coscienza filosofica. Il disegno venne realizzato nella forma di una critica della filosofia posteriore ad Hegel. Il manoscritto, due grossi fascicoli in ottavo, era da tempo arrivato nel luogo dove doveva pubblicarsi, in Vestfalia, quando ricevemmo la notizia che un mutamento di circostanze non per metteva la stampa. Abbandonammo tanto più volentieri il manoscritto alla rodente critica dei topi, in quanto avevamo già raggiunto il nostro scopo principale, che era di vedere chiaro in noi stessi»V.1.

I topi hanno compiuto l’opera loro sul manoscritto anche nel senso letterale della parola, ma i frammenti che si sono conservati rendono comprensibile come i due autori non si siano troppo angustiati per questa mala sorte.

Se la loro resa dei conti con i Bauer, radicale e approfondita anche troppo, era un osso duro per i lettori, questi due grossi volumi di cinquanta fogli di stampa complessivamente, sarebbero stati un osso ancora più duro. Il titolo dell’opera è: L’ideologia tedesca, critica della più recente filosofia tedesca nei suoi rappresentanti Feuerbach, Bruno Bauer e Stirner, e del socialismo tedesco nei suoi diversi profeti. Engels ricordava in seguito che la critica di Stirner da sola non era meno ampia del libro di Stirner stesso, e i saggi che ne sono stati pubblicati nel frattempo fanno apparire del tutto credibile questo ricordo. È una polemica ancora più diffusa di quanto lo sia la Sacra famiglia nei suoi aridissimi capitoli, e in cambio in questo deserto le oasi sono ancor più rare, anche se non mancano del tutto. E anche se sempre si avverte l’acume dialettico, esso degenera però subito in sottigliezze e sofisticherie talvolta di tipo davvero meschino.

Certo, in cose del genere il gusto moderno è molto più delicato di quel che non fosse il gusto d’allora. Ma con ciò non si spiega tutto, tanto più che Marx ed Engels sia prima che poi e anche in quello stesso tempo, hanno dimostrato che sapevano usare un tipo di critica epigrammatica e tagliente, e che il loro stile di tutto soffriva meno che di prolissità. Fu determinante il fatto che queste battaglie spirituali si combatterono in circoli estremamente ristretti, al che quasi sempre si aggiungeva anche la grande giovinezza dei polemisti. Era un fenomeno quale la storia letteraria aveva visto già in Shakespeare e nei suoi drammaturghi contemporanei; fare a pezzi una locuzione, dare al discorso dell’avversario il senso più pazzesco possibile con una interpretazione letterale o equivoca, la tendenza al sublime e all’indefinito nell’espressione: tutto ciò non era calcolato per il gran pubblico, ma per l’intelligenza raffinata degli specialisti. Quel che oggi a noi pare impossibile apprezzate o addirittura incomprensibile nello spirito di Shakespeare, si spiega col fatto che egli, nel suo creare, era, consapevolmente o inconsapevolmente, preoccupato del giudizio che ne avrebbero dato Green e Marlowe, Jonson, Fletcher e Beaumont.

Così all’incirca ci si può spiegare il tono in cui Marx ed Engels, consapevolmente o inconsapevolmente, scadevano, quando avevano a che fare coi Bauer e gli Stirner o con gli altri dei vecchi compagni del puro arzigogolare. Sarebbe stato senza dubbio più istruttivo quello che nel loro libro essi avrebbero avuto da dire su Feuerbach, perché in questo non si sarebbe trattato soltanto di una critica sostanzialmente negativa, ma purtroppo questa parte non è stata completata. Alcuni aforismi, che Marx aveva scritto su Feuerbach nel 1845 e che Engels pubblicò qualche decennio dopo, danno tuttavia chiare indicazioni. Marx sentiva mancare nel materialismo di Feuerbach quello che, ancora studente, aveva sentito mancare in Democrito, il precursore del materialismo: e cioè il «principio energico»; diceva che questo era il difetto di ogni materialismo esistito fino ad allora, quello cioè di concepire il mondo sensibile e la realtà soltanto sotto forma di intuizione o di oggetto, ma non come attività sensibile dell’uomo, ma come prassi, non soggettivamente. Perciò era accaduto che, in contrasto col materialismo, la parte attiva, era stata sviluppata, dall’idealismo, ma solo astrattamente, perché l’idealismo naturalmente non conosce l’attività sensibile reale. In altre parole: Feuerbach, gettando via Hegel tutto intero, aveva gettato via troppo; si trattava di trasferire la dialettica rivoluzionaria di Hegel dal regno dei pensieri nel regno della realtà.

Col suo ardito modo di fare, Engels aveva già scritto a Feuerbach da Barmen per conquistarlo al comunismo. Feuerbach aveva risposto amichevolmente, ma — almeno per il momento — con un rifiuto. Se possibile, sarebbe venuto in Renania nell’estate e allora Engels voleva «fargli entrare in testa» l’idea di venire anche lui a Bruxelles. Per il momento egli mandò a Marx come «stupendo agitatore» Hermann Kriege, un allievo di Feuerbach.

Soltanto, Feuerbach non andò in Renania, e le sue successive pubblicazioni dimostrarono che egli non riusciva più a lasciare il suo «vecchio stile». Anche il suo allievo Kriege non fece buona prova; egli portò, sì, la propaganda comunista di là dal gran mare, ma a New York combinò sciocchezze irrimediabili, che ebbero anche conseguenze disastrose per la colonia comunista che si era cominciata a riunire a Bruxelles intorno a Marx.

2. Il vero socialismo

La seconda parte dell’opera progettata doveva occuparsi del socialismo tedesco nei suoi diversi profeti, risolvere criticamente «tutta quella scipita e insulsa letteratura del socialismo tedesco». Si alludeva con ciò a uomini come Moses Hess, Karl Griin, Otto Lüning, Hermann Püttmann e altri, che avevano creato una rispettabile letteratura, ricca anche di riviste: il Gesellschaftspiegel, che uscì come rivista mensile dall’estate del 1845 all’estate del 1846, poi i Rheinische Jahrbücher e il Deutsches Bürgerbuch, di ciascuno dei quali nel 1845 e nel 1846 uscirono due annate, inoltre il Westfälisches Dampjboot, rivista mensile che cominciò pure nel 1845, ma restò in vita fino al periodo della rivoluzione tedesca, e infine singoli giornali come la Triersche Zeitung.

Quello strano fenomeno che Ruge una volta battezzò «vero» socialismo, nome che fu accolto da Marx ed Engels in senso derisorio, ebbe una vita molto breve. Nel 1848 era già scomparso senza lasciar traccia; al primo colpo della rivoluzione si dissolse da sé. Per lo sviluppo spirituale di Marx esso non ha avuto alcun significato; egli gli stette di fronte fin dal principio come un critico superiore. Ma l’aspro giudizio, che egli ne dà nel Manifesto comunista, non rispecchia in modo esauriente la sua posizione di fronte a questo socialismo; per un certo tempo egli lo ha ritenuto un mosto che, con tutto il suo comportamento assurdo, avrebbe però potuto dare del vino. La stessa cosa valeva, ed in grado anche maggiore, per Engels.

Engels pubblicò insieme con Moses Hess il Gesellschaftspiegel, al quale anche Marx collaborò una volta. Con Hess tutte due collaborarono variamente nel periodo di Bruxelles, e pareva quasi che questi fosse tutto compenetrato delle loro idee. Marx si è spesso adoperato perché Heine collaborasse ai Rheinische Jahrbücher, e, se non ha pubblicato nulla di lui, questa rivista ha però pubblicato, come anche il Deutsches Burgerbuch, edito anch’esso da Püttmann, articoli di Engels. Sia Marx che Engels hanno collaborato al Westfälisches Damffboot. Marx vi ha pubblicato l’unico passo della seconda parte della Ideologia tedesca che sia finora venuto alla luce: una critica profondamente acuta di una specie di romanzo d’appendice che Karl Grün aveva pubblicato sul movimento sociale in Francia e in Belgio.

Il fatto che anche il vero socialismo si era sviluppato dalla dissoluzione della filosofia hegeliana ha portato ad affermare che anche Marx ed Engels vi avessero originariamente appartenuto e che proprio per questo l’abbiano in seguito tanto più aspramente criticato. Ma la cosa non corrisponde affatto a verità. La verità era piuttosto che tutte due le parti erano pervenute al socialismo muovendo da Hegel e Feuerbach, ma Marx ed Engels avevano studiato l’essenza di questo socialismo nella rivoluzione francese e nell’industrialismo inglese, mentre i veri socialisti si accontentavano di tradurre le formule e le parole d’ordine socialiste in un «corrotto tedesco hegeliano». Marx ed Engels si adoperarono a far loro superare questa posizione, pensando, abbastanza gratuitamente, di dover riconoscere in tutta la corrente un prodotto della storia tedesca. Era abbastanza lusinghiero per Grün e consorti che la loro interpretazione del socialismo, come oziosa speculazione sull’attuazione dell’essere umano, venisse paragonata al fatto che anche Kant aveva inteso le espressioni di volontà della grande rivoluzione francese soltanto come leggi della volontà veramente umana.

In questa loro attività pedagogica nei riguardi del vero socialismo, Engels e Marx non hanno mancato né di indulgenza né di severità. Nel Gesellschaftspiegel del 1845 Engels, come condirettore, ha ancora lasciato passare al buon Hess qualche cosa che personalmente doveva dargli molto fastidio; nel Deutsches Bürgerbuch del 1846 però dette già del filo da torcere ai veri socialisti.

«Un po’ di «umanità», come ultimamente si chiama la faccenda, un po’ di «realizzazione» di questa umanità o piuttosto di questo mostro, un pochino sulla proprietà — di terza o di quarta mano, — un po’ di gemiti sul proletariato, organizzazione del lavoro, lugubri associazioni per l’elevazione delle classi più umili del popolo, e insieme un’ignoranza senza limiti dell’economia politica e della società in concreto: a questo si riduce tutta la faccenda, che per di più, grazie alla apartiticità nella teoria, alla assoluta tranquillità del pensiero, perde l’ultima goccia di sangue, l’ultima traccia di energia e di attività. E con questa lagna si vuole rivoluzionare la Germania, mettere in moto il proletariato, far pensare ed agire le masse».

L’attenzione al proletariato e alle masse determinava in prima istanza la posizione che Marx ed Engels avevano preso nei riguardi del vero socialismo. Se tra tutti i suoi rappresentanti essi combatterono nel modo più violento Karl Grün, ciò non fu soltanto perché in realtà egli presentava più punti scoperti, ma anche perché egli, vivendo a Parigi, provocava un’insanabile confusione tra gli operai di là ed esercitava un influsso funesto su Proudhon. E se nel Manifesto comunista essi si discostarono dal vero socialismo, con estremo rigore, e anche con chiara allusione al loro finora amico Hess, ciò avvenne perché così essi inauguravano un’agitazione pratica del proletariato internazionale.

Ed era anche in relazione con questo il fatto che essi vollero magari ancora perdonare al vero socialismo la «pedantesca innocenza», con la quale esso «prendeva così solennemente sul serio e andava strombazzando ciarlatanescamente le sue maldestre esercitazioni scolastiche», ma non però l’appoggio che secondo loro esso forniva ai governi. La lotta della borghesia contro l’assolutismo prequarantottesco e il feudalesimo, avrebbe dovuto offrirgli la «bramata occasione» di colpire alle spalle l’opposizione liberale.

«Esso servì ai governi tedeschi assoluti, col loro seguito di preti, maestri di scuola, gentiluomini di campagna e burocrati, come un utile spauracchio contro la borghesia che si levava minacciosa. Esso fu il complemento dolciastro delle amare sferzate e fucilate con cui quei governi accoglievano le sommosse degli operai tedeschi»V.2.

Ciò era parecchio esagerato per quanto riguardava la sostanza, e assolutamente ingiusto per quanto riguardava le persone.

Marx stesso nei Deutsch-Französische Jahrbücher, aveva additato la particolarità della situazione tedesca, dove la borghesia non poteva sollevarsi contro i governi senza che il proletariato già si sollevasse contro la borghesia. Compito del socialismo era perciò quello di sostenere il liberalismo dove esso era ancora rivoluzionario, di combatterlo dove era già reazionario. Nei suoi particolari non era facile assolvere questo compito; anche Marx ed Engels hanno in certe occasioni difeso il liberalismo come ancora rivoluzionario, quando era già reazionario. A dire il vero, i veri socialisti, soprattutto Karl Grün, ma anche Moses Hess, molto meno Otto Lüning, che dirigeva il Westfälisches Dampfboot, si sono spesso sbagliati nella direzione opposta e hanno condannato in tutto e per tutto il liberalismo, ciò che non poteva che riuscire gradito ai governi. Ma per quanto essi abbiano potuto peccare in questo senso, ciò è avvenuto per insipienza e incomprensione, e non con l’intenzione di sostenere i governi. Nella rivoluzione che pronunciò la condanna di morte su tutte le loro fantasie, essi sono stati assolutamente all’ala sinistra della borghesia; a tacere del tutto di Hess, che ha combattuto ancora nelle file della socialdemocrazia, nessun altro dei veri socialisti è passato dalla parte del governo; di tutte le sfumature del socialismo borghese, quelle di allora e magari quelle di oggi, i veri socialisti su questo punto hanno addirittura la coscienza più pulita.

Essi avevano anche tutto il rispetto possibile per Marx ed Engels, ai quali tenevano volentieri aperte le loro riviste, perfino se nei loro articoli essi stessi si prendevano una buona ripassata; non a malizie segrete, ma ad una palese mancanza di chiarezza si dovette se essi non riuscirono a rompere il guscio. Essi cantavano con particolare predilezione la vecchia cara canzone filistea: «Zitti, zitti, piano piano»; pensavano che in un partito giovane la cosa non doveva esser presa così sul serio, e, in spiegazioni che si rendessero eventualmente necessarie, non si doveva almeno rompere il tono amichevole, divenire addirittura troppo amari e scostanti; nomi famosi come Bauer, Ruge, Stirner, secondo loro, avrebbero dovuto essere risparmiati. Così in Marx essi avevano trovato davvero il pane per i loro denti; una volta egli scrisse: «Resta caratteristico per queste vecchie femmine il fatto che esse volevano assopire e inzuccherare ogni reale lotta di partito». Tuttavia, con questa sana concezione, egli trovò qua e là comprensione anche tra i veri socialisti; in particolare, in Josef Weydemeyer, che era cognato di Lüning e aveva fatto parte della redazione del Westfälisches Dampfboot, Marx ed Engels acquistarono uno dei loro più fedeli seguaci.

Weydemeyer, originariamente tenente di artiglieria prussiano, aveva lasciato il servizio militare a causa delle sue convinzioni politiche, ed era entrato negli ambienti del vero socialismo come vicedirettore della Triersche Zeitung, che era sotto l’influenza di Karl Grün. Non si sa se nella primavera del 1846 egli si recasse a Bruxelles per un altro motivo o già per conoscere Marx ed Engels; comunque diventò presto intimo di tutti e due e avversario dichiarato dei piagnistei sulla loro critica spietata, con la quale anche suo cognato Lüning era d’accordo. Originario della Vestfalia Weydemeyer aveva qualcosa di quel modo di fare tranquillo e addirittura pesante, ma fidato e tenero, che si suole attribuire alla sua gente. Non è mai stato uno scrittore particolarmente dotato; quando tornò in Germania, trovò un posto di geometra nella costruzione della ferrovia Colonia-Minden e collaborò solo marginalmente al Westfälisches Dampfboot. Ma coi suoi modi pratici cercava di rimediare a un altro bisogno che per Marx ed Engels quanto più durava tanto più diventava sensibile, il bisogno di un editore.

Il Literarisches Kontor di Zurigo era loro sbarrato per i rancori di Ruge; sebbene Ruge riconoscesse che Marx non avrebbe scritto facilmente cose cattive, tuttavia usò tutti i mezzi col suo socio Fröbel per impedirgli ogni rapporto d’affari con Marx. Wigand di Lipsia, il principale editore dei Giovani hegeliani, aveva però già rifiutato in un altro caso una critica su Bauer, Feuerbach e Stirner. Così fu graditissima la prospettiva che si aprì quando Weydemeyer, nella sua patria Vestfalia, scovò due ricchi comunisti, Julius Meyer e Rempel, che si dichiararono disposti ad anticipare il capitale necessario per un’impresa editoriale. Essa avrebbe dovuto essere subito impiantata in grande e cominciare con non meno di tre produzioni: l’Ideologia tedesca, una biblioteca di scrittori socialisti ed una rivista trimestrale tra i cui direttori, accanto a Marx ed Engels, era previsto anche Hess.

Però, quando si trattò di pagare i due capitalisti rifiutarono, nonostante gli accordi orali presi non soltanto con Weydemeyer ma anche con Hess. Al momento buono si presentarono «difficoltà commerciali» che paralizzarono il loro slancio comunista di sacrificio. Così ci fu un’amara delusione, che Weydemeyer rese anche più amara offrendo senza successo il manoscritto della Ideologia tedesca ad altri editori, e raccogliendo tra i compagni d’idee della Vestfalia qualche centinaio di franchi per allontanare da Marx la più nera miseria. Della profonda onestà sua ci dà testimonianza il fatto che, se egli ebbe colpa di queste piccole balordaggini, le fece però presto dimenticare a Marx ed Engels.

Soltanto, il manoscritto della Ideologia tedesca era ormai definitivamente abbandonato alla critica roditrice dei topi.

3. Weitling e Proudhon

Dal lato umano incomparabilmente più avvincente e dal punto di vista del contenuto incomparabilmente più importante della critica della filosofia posthegeliana, fu la presa di posizione di Marx nei riguardi dei due geniali proletari che influirono notevolmente sui suoi esordi. Weiding e Proudhon erano nati proprio nella classe operaia, nature sane e potenti, riccamente dotate e così favorite dalle circostanze che sarebbe davvero stato loro possibile appartenere a quelle rare eccezioni sulle quali si fondò la convinzione piccolo-borghese che a ogni talento della classe lavoratrice sarebbe aperta l’ascesa tra le file della classe possidente. Tutti e due hanno sdegnato questa strada e hanno spontaneamente scelto la povertà, per combattere per i loro compagni di classe e di sofferenze.

Uomini considerevoli, pieni di forza vigorosa, creati per godere di ogni gioia della vita, essi si esposero a tutte le privazioni per raggiungere la loro meta. «Un piccolo alloggio per la notte, spesso in tre in una stanzetta, un pezzo di tavola come scrittoio e ogni tanto una tazza di caffè nero», così viveva Weitling, quando il suo nome spaventava ormai i potenti della terra, e similmente viveva Proudhon nella sua stanzetta di Parigi, quando il suo nome aveva già una fama europea, «vestito di un giubbone di lana fatto a maglia e con gli zoccoli di legno ai piedi».

In tutti e due si univano la cultura tedesca e quella francese. Weitling era figlio di un ufficiale francese e si affrettò a recarsi a Parigi appena ebbe una certa età, per bere alla sorgente del socialismo francese. Proudhon era originario della antica franca contea della Borgogna che era stata annessa alla Francia soltanto sotto Luigi XIV; si è sempre voluto vedere in lui la testa tedesca o magari la testa balzana dei tedeschi. In ogni caso, quando egli giunse a maturità spirituale, fu attratto verso la filosofia tedesca, tra i cui rappresentanti Weitling vedeva soltanto «cervelli nebulosi», mentre a sua volta Proudhon non aveva mai giudizi abbastanza taglienti sul conto dei grandi utopisti ai quali Weitling riconosceva quanto di meglio c’era nel suo pensiero.

Comune fu in loro soprattutto la fama e il destino. Essi furono i primi proletari moderni i quali fornissero la prova storica dello spirito e della forza, la prova storica che la classe operaia moderna poteva liberare sé stessa, e rompessero per la prima volta il circolo vizioso in cui si muovevano movimento operaio e socialismo. Per questo essi hanno fatto epoca e la loro opera è stata esemplare ed ha avuto un effetto fecondo per il sorgere del socialismo scientifico. Nessuno ha salutato con lodi maggiori di quel che abbia fatto Marx gli esordi di Weitling e Proudhon. Quello che la soluzione critica della filosofia hegeliana gli aveva primamente fornito come risultato speculativo, egli lo vide confermato nella vita reale anzitutto da Proudhon e Weitling.

Ma come ebbero in comune la stessa gloria, così i due uomini ebbero in comune anche il destino. Nonostante ogni comprensione e previsione dei fatti, Weitling non superò mai le posizioni degli artigiani tedeschi, e Proudhon quelle dei piccoli borghesi francesi. Così si separarono dall’uomo che seppe completare gloriosamente quanto essi avevano brillantemente cominciato. Non è avvenuto per vanità personale, né per testarda presunzione, anche se l'una cosa e l’altra possa essere comparsa più o meno, quanto più essi si sentivano che la corrente dello sviluppo storico li abbandonava sul greto. Le loro polemiche con Marx mostrano che essi proprio non compresero dove questi mirasse. Essi divennero vittime di una ristretta coscienza di classe, che fu tanto più grave di conseguenze in quanto operava in loro inconsapevolmente.

Weitling giunse a Bruxelles al principio del 1846. Dopo che la sua agitazione nella Svizzera era rimasta paralizzata per le sue stesse contraddizioni interne ed era caduta per una violenza brutale, egli passò a Londra, dove già con la gente della Lega dei Giusti non poté venire a capo di nulla. Egli andò incontro al suo crudele destino proprio perché cercò di salvarsi da esso abbandonandosi a oscuri atteggiamenti profetici. Invece di gettarsi a fondo nel movimento operaio inglese, nel momento in cui l’agitazione cartista innalzava le sue ondate possenti, egli lavorò a una teoria logica e glottologica per creare una lingua universale, che da questo momento diventò sempre più la sua fisima esclusiva. Affrontò temerariamente compiti per i quali le sue capacità e le sue cognizioni non erano affatto all’altezza, e finì in un isolamento spirituale che lo separò sempre di più dalla vera sorgente della sua forza, dalla vita della sua classe.

Trasferirsi a Bruxelles era comunque la cosa più accorta ch’egli potesse fare, perché se era ancora possibile salvarlo spiritualmente, Marx era l’uomo che poteva guarirlo. Che Marx gli abbia dato ospitalmente il benvenuto, è testimoniato non soltanto da Engels, ma è stato anche riconosciuto dallo stesso Weitling. Ma una comprensione spirituale si dimostrò impossibile; in una riunione di comunisti di Bruxelles, che ebbe luogo il 30 marzo 1846, Marx e Weitling ebbero un violento scontro; che Marx fosse stato provocato da Weitling nel modo più irritante, lo dice lo stesso Weitling in una lettera a Hess. Proprio allora erano in corso le trattative per la nuova impresa editoriale, e Weitling aveva insinuato che si volesse tagliarlo fuori dalle «fonti finanziarie» e farsi la parte del leone con «traduzioni ben pagate». Tuttavia, anche dopo di ciò, Marx fece per Weitling tutto ciò che poté; in seguito ad un resoconto avuto dallo stesso Weitling, Hess scriveva il 6 maggio da Verviers a Marx: «C’era da aspettarsi da parte tua che la tua ostilità contro di lui non arrivasse fino alla chiusura ermetica della tua borsa, finché ci avevi ancora qualche soldo dentro». Ma Marx ci aveva dentro disperatamente poco.

Ma pochi giorni dopo Weitling spinse le cose fino a una rottura irrimediabile. La propaganda svolta in America da Kriege non aveva corrisposto alle speranze che anche Marx ed Engels vi avevano riposto. Il Volkstribun, un settimanale edito da Kriege a New York, si abbandonava in modo fanciullesco e pomposo a sentimentalismi e fantasticherie che non avevano nulla a che fare coi principi del comunismo e che dovevano demoralizzare al massimo gli operai. Anche peggio era il fatto che Kriege cercasse di cavare qualche dollaro per il suo giornale dai milionari americani con grottesche petizioni. E per di più si atteggiava a portavoce letterario del comunismo tedesco in America, in modo che per i veri portavoce cerano tutti i motivi di protestare contro questa compromettente comunanza.

Il 16 maggio Marx ed Engels e i loro amici decisero di levare questa protesta, minuziosamente motivata, in una circolare ai loro compagni di fede, e di mandarla anzitutto perché fosse pubblicata nel giornale di Kriege. Unico e solo, Weitling si tirò indietro con pretesti che non dicevano nulla: il Volkstribun era un organo comunista che corrispondeva pienamente alla situazione americana; il partito comunista aveva nemici così potenti e così numerosi in Europa, che non bisognava che rivolgesse le sue armi contro l’America, e tanto meno contro sé stesso. Né Weitling si accontentò di questo, ma inviò una lettera a Kriege per metterlo in guardia contro gli autori della protesta, come da «intriganti sopraffini». «Nella testa di questa Lega possente e piena di denaro, composta di circa una dozzina o una ventina di persone, non s’agita altro che la lotta contro quel reazionario che sarei io. Per primo taglieranno la testa a me, poi agli altri, e da ultimo ai loro amici, alla fine di tutto taglieranno il collo a sé stessi.... E per questa attività sono adesso a disposizione somme enormi, ma per me nessun editore. Io sto da questa parte tutto solo con Hess, ma Hess è come me messo al bando». Ormai anche Hess abbandonava quest’uomo accecato.

Kriege stampò la protesta dei comunisti di Bruxelles, che poi fu riprodotta anche da Weydemeyer nel Westfälisches Dampfboot, ma vi aggiunse come contravveleno la lettera di Weitling o almeno i suoi passi più aspri, e invitò l’Associazione per la riforma sociale, organizzazione operaia tedesca che aveva scelto come proprio organo il suo settimanale, a chiamare Weitling come redattore e a mandargli il denaro necessario per il viaggio. Così Weitling scomparve dall’Europa.

Negli stessi giorni di maggio, si avviò anche la rottura tra Marx e Proudhon. Per ovviare alla mancanza di un organo di stampa, Marx e i suoi amici si aiutavano con circolari stampate o litografate, come nel caso di Kriege; ma oltre a ciò si adoperavano a mantenere rapporti stabili di corrispondenza tra le località principali dove risiedevano dei comunisti. Di uffici di corrispondenza del genere ce n’erano a Bruxelles e a Londra, e si doveva istituirne uno anche a Parigi. Marx aveva scritto a Proudhon pregandolo di farne parte. E Proudhon accettò, in una lettera da Lione in data 17 maggio 1846, anche se non poteva promettere di scrivere né spesso né molto. Ma egli nello stesso tempo approfittò dell’occasione per rivolgere a Marx una grossa predica morale, che doveva mostrare a quest’ultimo l’abisso che si era aperto tra loro due.

Ora Proudhon si pronunciava per un «quasi assoluto antidogmatismo» nelle questioni economiche. Marx non doveva cadere nella contraddizione del suo compatriota Martin Lutero, che dopo il rovesciamento dell’ortodossia cattolica si era subito accinto, con grande uso di anatemi e di scomuniche, a fondare una teologia protestante. «Non creiamo nuovo lavoro al genere umano con nuovi guazzabugli, diamo al mondo l’esempio di una tolleranza saggia e preveggente, non ci atteggiamo ad apostoli di una nuova religione, sia pure della religione della logica e della ragione». Proudhon voleva insomma, proprio come i veri socialisti, mantenere la bella confusione, il cui superamento era per Marx la condizione pregiudiziale della propaganda comunista.

Di una rivoluzione, a cui aveva creduto per lungo tempo, Proudhon non voleva più saperne: «Preferisco bruciare la proprietà a fuoco lento piuttosto che darle nuova forza con una notte di San Bartolomeo dei proprietari». E prometteva di spiegare esaurientemente, in un’opera già in corso di stampa, come si dovesse risolvere questo problema, e di sottomettersi di buona voglia al flagello che Marx vi avrebbe esercitato contro, in attesa di prendersi la rivincita. «Devo dirLe di passaggio che mi sembra che le intenzioni della classe operaia francese coincidano con le mie; i nostri proletari hanno una così grande sete di sapere che si sarebbe accolti molto male da loro se non gli si offrisse da bere altro che sangue».

Per concludere Proudhon spezzava una lancia a favore di Karl Grün, contro la cui mal intesa hegelianeria Marx lo aveva messo in guardia. Data la sua ignoranza della lingua tedesca, non poteva contare che su Grün ed Ewerbeck per studiare Hegel e Feuerbach, Marx ed Engels. Grün voleva tradurre in tedesco il suo ultimo libro, e Marx poteva essere così gentile da aiutare a diffondere questo libro; ciò sarebbe stato onorevole per tutti. La conclusione suona quasi come uno scherno, anche se non voleva esserlo. Ma non poteva certo essere edificante per Marx vedersi raffigurato nel pomposo gergo di Proudhon come un bevitore di sangue. Tanto più doveva suscitare sospetti l’affaccendarsi di Grün, e si dovette ad esso, anche se vi si aggiunsero altri motivi, se Engels nell’agosto del 1846 si decise a trasferirsi temporaneamente a Parigi e ad assumersi l’incarico di corrispondente da questa città che era pur sempre il posto più importante per la propaganda comunista. Bisognava che i comunisti di Parigi fossero informati sulla rottura con Weitling, sulla storia delle edizioni in Vestfalia e su tutto ciò che avesse potuto far chiasso, tanto più che non avevano un saldo punto d’appoggio né in Ewerbeck né tanto meno in Bernays.

Da principio le informazioni che Engels mandava in parte all’ufficio di corrispondenza di Bruxelles, in parte a Marx personalmente, suonavano ancora piene di speranza, ma a poco a poco risultò che Grün aveva radicalmente compromesso la faccenda. E quando lo scritto di Proudhon, che uscì nell’autunno, non fece in realtà che seguire quella via senza uscita a cui la sua lettera aveva già accennato, allora Marx ci lasciò andar sopra il suo flagello, secondo i desideri di Proudhon, ma senza che questi mantenesse poi la promessa di una rivincita altrimenti che rispondendo con grossolane ingiurie.

4. Il materialismo storico

Proudhon aveva dato al suo libro il titolo Le sistème de contradictions économiques e il sottotitolo La philosophie de la misere. E Marx intitolò la sua critica La misère de la philosophie, e lo scrisse in francese, per colpire tanto più sicuramente l’avversario. Ma ciò non gli è riuscito, perché l’influenza di Proudhon sulla classe operaia francese e sul proletariato dei paesi neolatini in generale, crebbe piuttosto che diminuire, e Marx ha avuto ancora per decenni a che fare col proudhonismo.

Ma non per questo resta limitato in alcun modo il valore del suo scritto polemico, e nemmeno la sua importanza storica. Esso costituisce una pietra miliare sia nella vita del suo autore che nella storia della scienza. In esso sono stati per la prima volta sviluppati scientificamente i motivi fondamentali del materialismo storico. Se negli scritti precedenti essi lampeggiano come scintille isolate, se in seguito Marx li ha riassunti in forma epigrammatica, essi si dispiegano però nello scritto contro Proudhon nella convincente chiarezza di una polemica vittoriosa. E lo sviluppo del materialismo storico è la più grande impresa scientifica che Marx abbia compiuto; essa ha significato per le scienze storiche quello che ha significato la teoria di Darwin per le scienze naturali.

Engels vi ha la sua parte, ed anche una parte maggiore di quella che egli volesse ammettere nella sua modestia, ma a ragione egli ha attribuito esclusivamente all’amico la classica formulazione del pensiero fondamentale. A quanto egli racconta, quando egli si recò a Bruxelles nella primavera del 1845, Marx gli espose già pienamente elaborato il pensiero fondamentale del materialismo storico, cioè il pensiero che la produzione economica e la struttura sociale di ogni periodo storico, che ne segue di necessità, costituisce la base della storia politica e intellettuale di questo periodo; che, conforme a ciò, tutta la storia è stata storia di lotte di classi, lotte tra classi sfruttate e sfruttatrici, dominate e dominanti, nei diversi gradi dello sviluppo sociale; che però questa lotta attualmente ha raggiunto un grado tale che la classe sfruttata e oppressa, il proletariato, non può più liberarsi dalla classe che lo sfrutta e lo opprime, la borghesia, senza liberare contemporaneamente e per sempre tutta la società dallo sfruttamento e dall’oppressione.

Ed è appunto questo pensiero fondamentale che si manifesta nello scritto contro Proudhon, come un punto focale su cui si concentrino i raggi della luce. In netto contrasto con la prolissità che tanto stanca talvolta nella polemica contro Bruno Bauer e Stirner, qui tutto è incomparabilmente chiaro e conciso; non si spinge più la barca attraverso una palude, ma essa veleggia sotto un fresco vento su acque correnti.

Il libro si divide in due parti, nella prima delle quali, per usare un’espressione di Lassalle, Marx appare quasi un Ricardo divenuto socialista, mentre nella seconda uno Hegel divenuto economista. Ricardo aveva dimostrato che lo scambio delle merci nella società capitalistica si attua sulla base del tempo di lavoro in esse contenuto; questo «valore» delle merci Proudhon voleva poterlo «costituire», di modo che data la stessa quantità di lavoro, si dovesse scambiare il prodotto dell’uno contro il prodotto dell’altro; la società doveva perciò essere riformata in modo che tutti gli uomini si trasformassero in operai che scambiano direttamente uguali quantità di lavoro. Questa conclusione «egualitaria» desunta dalle teorie di Ricardo l’avevano tratta già dei socialisti inglesi, e avevano anche cercato di attuarla nella pratica, ma le loro «banche di scambio» avevano fatto subito bancarotta.

Ora Marx dimostrò che la «teoria rivoluzionaria», che Proudhon pretendeva di avere scoperto per l’emancipazione del proletariato, era soltanto la formula della moderna schiavitù della classe operaia. Dalla sua legge del valore Ricardo aveva dedotto logicamente la sua legge del salario; il valore della merce forza-lavoro si misura secondo il tempo di lavoro che è necessario alla produzione degli oggetti di cui l’operaio ha bisogno per conservarsi in vita e per propagare la sua razza. È una illusione borghese di immaginare possibile lo scambio individuale senza contrasti di classe, per contemplare nella società borghese una condizione di armonia e di eterna giustizia, che non consentirebbe a nessuno di arricchirsi a spese degli altri.

Come vadano le cose nella realtà, Marx lo esprimeva con queste parole:

«Nello stesso momento in cui sorge la civiltà, la produzione comincia a fondarsi sull’antagonismo degli ordinamenti, degli stati, delle classi, infine sull’antagonismo del lavoro accumulato col lavoro immediato. Senza antagonismo non vi è progresso. Questa è la legge che fino ai nostri giorni la civiltà ha seguito. Fino ad oggi, le forze produttive si sono sviluppate attraverso questo regime di antagonismo delle classi»V.3.

Se Proudhon per mezzo del «suo valore costituito» voleva assicurare all’operaio il prodotto sempre maggiore, che egli ottiene in ogni giornata di lavoro, mediante il progresso del lavoro sociale, Marx indicava che lo sviluppo delle forze produttive, che nell’anno 1840 rendeva possibile all’operaio inglese produrre ventisette volte di più che nel 1770, era dipeso da condizioni storiche che poggiavano sull’antagonismo tra le classi: accumulazione di capitali privati, moderna divisione del lavoro, concorrenza anarchica, sistema del salariato. Per ottenere un’eccedenza di lavoro dovevano esserci classi che ritraevano profitti e classi che deperivano.

Come prime prove del suo «valore costituito», Proudhon aveva additato l’oro e l’argento; grazie alla consacrazione sovrana, impressa in loro dal sigillo dei sovrani, essi erano divenuti denaro. Nient’affatto, rispondeva Marx. Il denaro non è una cosa, ma un rapporto sociale; come lo scambio individuale, esso corrisponde a un determinato modo di produzione.

«Davvero bisogna essere sprovvisti di ogni conoscenza storica per ignorare che i sovrani di tutti i tempi hanno subito le condizioni economiche, e non sono mai stati essi a far legge in questo campo. La legislazione sia politica che civile non fa che pronunciare, che verbalizzare, la volontà dei rapporti economici...».V.4.

Il diritto non è altro che il riconoscimento ufficiale del fatto. Il sigillo dei sovrani imprimeva nell’oro non il valore, ma il peso; col «valore costituito» l’oro e l’argento s’accordano come il pugno con l’occhio; appunto nella loro qualità di segni del valore essi sono le sole fra tutte le merci che non vengono determinate dai loro prezzi di produzione, proprio come possono essere sostituiti nella circolazione con la carta moneta, come è stato da tempo chiarito da Ricardo.

Alla meta finale del comunismo Marx accennava quando dimostrava che la «giusta proporzione tra offerta e domanda», cercata da Proudhon, era stata possibile soltanto in quei tempi in cui i mezzi di produzione erano stati limitati, in cui lo scambio si era attuato entro limiti straordinariamente ristretti, in cui la domanda aveva dominato l’offerta, e il consumo la produzione; essa era divenuta impossibile col sorgere della grande industria, che già per i propri strumenti di lavoro era costretta a produrre in misura sempre maggiore, non poteva attendere la domanda, per necessità naturale doveva esperimentare in successione continua l’alternarsi di prosperità e depressione, crisi, ristagno, nuova prosperità e così via. «Nella società attuale, coll’industria basata sugli scambi individuali, l’anarchia della produzione, che è fonte di tanta miseria, è con temporaneamente la causa di ogni progresso. Così, di due cose, luna: o volete le giuste proporzioni dei secoli passati, con i mezzi di produzione della nostra epoca, e allora siete al contempo reazionari e utopisti. O volete il progresso senza l’anarchia; e allora, per conservare le forze produttive dovete abbandonare gli scambi individuali»V.5.

Ancor più importante del primo é il secondo capitolo del libro contro Proudhon. Se in quello Marx aveva a che fare con Ricardo, di fronte al quale egli si poneva non ancora con piena imparzialità scientifica — tra l’altro egli riconosceva ancora per buona la legge dei salari di Ricardo — nel secondo aveva a che fare con Hegel, e qui si trovava proprio nel suo elemento. Proudhon aveva grossolanamente frainteso il metodo dialettico di Hegel. Egli si atteneva ancora alla parte di esso divenuta ormai reazionaria, secondo la quale il mondo della realtà deriva dal mondo dell’Idea, mentre ne rinnegava la parte rivoluzionaria: l’autoattività dell’Idea, che si pone e si contrappone per dispiegare in questa lotta quella superiore unità che conserva il contenuto concreto delle due parti, dissolvendone la forma contraddittoria. Proudhon, piuttosto, distingueva in ogni categoria economica una parte buona e una cattiva, per andare alla ricerca di una sintesi, di una formula scientifica che conservasse la parte buona e eliminasse la parte cattiva. Egli vedeva la parte cattiva messa sotto accusa dai socialisti; con le sue formule e le sue sintesi credeva di elevarsi ugualmente al di sopra degli economisti e dei socialisti.

A questa pretesa Marx opponeva:

«Il signor Proudhon si vanta di aver fornito la critica e dell’economia politica e del comunismo: mentre si trova al di sotto dell’una e dell’altro. Al di sotto degli economisti, poiché come filosofo che ha sotto mano una formula magica, ha creduto di potersi esimere dall’entrare in dettagli puramente economici; al di sotto dei socialisti, poiché non ha né sufficiente coraggio né sufficienti lumi per elevarsi, non fosse altro in maniera speculativa, oltre l’orizzonte borghese! ... Vuole essere la sintesi, ed è invece un errore composto. Vuole librarsi come uomo di scienza al disopra dei borghesi e dei proletari; e non è che il piccolo borghese, sballottato costantemente fra il capitale e il lavoro, fra l’economia politica e il comunismo»V.6.

Ma non si deve, a dire il vero, far tutt’uno del piccolo borghese col borghesuccio benpensante, perché Marx ha sempre riconosciuto in Proudhon una mente notevole, una mente però che con le sue immaginazioni non riuscì ad elevarsi al di sopra dei limiti della società piccolo-borghese.

Non era difficile per Marx scoprire l’inconsistenza del metodo seguito da Proudhon. Se si divide il processo dialettico in una parte buona e in una cattiva e se si prospetta una categoria come contravveleno contro l’altra, si è tolta ogni vita all’Idea; essa non funziona più; né si pone né si decompone in categorie. Marx, da autentico discepolo di Hegel, sapeva molto bene che proprio la parte cattiva che Proudhon voleva dappertutto estirpare è quella che fa la storia in quanto fa maturare la lotta. Se si fossero volute conservare le parti belle del feudalismo, la vita patriarcale delle città, il fiorire dell’artigianato domestico nelle campagne, lo sviluppo dell’artigianato cittadino, e se ci si fosse posto il compito soltanto di estirpare tutto ciò che gettava un’ombra su questo quadro — servitù della gleba, privilegi, anarchia — si sarebbero distrutti tutti gli elementi che provocavano la lotta, e si sarebbe soffocata in germe la borghesia; ci si sarebbe posto il compito assurdo di cancellare la storia.

Marx poneva giustamente il problema dicendo:

«Per ben giudicare la produzione feudale, è necessario considerarla come un modo di produzione fondato sull’antagonismo. Bisogna mostrare come la ricchezza veniva prodotta all’interno di questo antagonismo, come le forze produttive si sviluppavano di pari passo all’antagonismo delle classi, come una di queste classi, il lato cattivo, l’inconveniente della società, andasse sempre crescendo finché le condizioni materiali della sua emancipazione non furono pervenute al punto di maturazione»V.7.

Lo stesso processo dello sviluppo storico egli lo mostrava per la borghesia. I rapporti di produzione nei quali essa si muove non hanno un carattere semplice ed unitario, ma un carattere duplice; in quegli stessi rapporti, si produce non solo la ricchezza, ma anche la miseria; nella misura in cui si sviluppa la borghesia, si sviluppa nel suo grembo il proletariato, e subito anche la lotta tra queste due classi. Gli economisti sono i teorici della borghesia, i comunisti e i socialisti sono i teorici del proletariato. Questi ultimi sono utopisti che escogitano sistemi e vanno alla ricerca di una scienza risanatrice per alleviare i bisogni delle classi oppresse, fino a che il proletariato non è ancora sviluppato a sufficienza per costituirsi come classe, e fino a che le forze produttive nel grembo della borghesia non sono ancora sviluppate a sufficienza per lasciare trasparire le condizioni materiali necessarie per la liberazione del proletariato e per la formazione di una nuova società.

«Ma a misura che la storia progredisce e che con essa la lotta del proletariato si profila più netta, essi non hanno più bisogno di cercare la scienza nel loro spirito; devono solo rendersi conto di ciò che si svolge davanti ai loro occhi e farsene portavoce. Finché cercano la scienza e costruiscono solo dei sistemi, finché sono all’inizio della lotta, nella miseria non vedono che la miseria, senza scorgerne il lato rivoluzionario, sovvertitore che rovescerà la vecchia società. Ma quando questo lato viene scorto, la scienza prodotta dal movimento storico.... ha cessato di essere dottrinaria per divenire rivoluzionaria»V.8.

Le categorie economiche sono per Marx soltanto le espressioni teoriche, le astrazioni dei rapporti sociali.

«I rapporti sociali sono intimamente connessi alle forze produttive. Impadronendosi di nuove forze produttive, gli uomini cambiano il loro modo di produzione e, cambiando il modo di produzione, la maniera di guadagnarsi la vita, cambiano tutti i loro rapporti sociali. Quegli stessi uomini che stabiliscono i rapporti sociali conformemente alla loro produttività materiale, producono anche i principi, le idee, le categorie, conformemente ai loro rapporti sociali»V.9.

Marx paragonava gli economisti borghesi che parlano delle «eterne e naturali istituzioni» della società borghese, ai teologi ortodossi, per i quali la propria religione è una rivelazione di Dio, mentre ogni altra religione è un’invenzione umana.

Marx dimostrava poi ancora in una serie di categorie economiche: divisione del lavoro e macchine, concorrenza e monopolio, proprietà fondiaria o rendita, scioperi e coalizioni operaie, sulle quali Proudhon aveva provato il suo metodo, l’inconsistenza di questo metodo stesso. La divisione del lavoro non è, come Proudhon la assumeva, una categoria economica, ma una categoria storica, che ha preso gli aspetti più diversi nei diversi periodi della storia. Nel senso dell’economia borghese sua condizione di esistenza è la fabbrica. Ma la fabbrica non è sorta, come Proudhon mostra di credere, grazie ad amichevoli unioni di compagni di lavoro, e neppure nel senso delle vecchie corporazioni; padrone dell’officina moderna divenne il commerciante, e non il vecchio mastro d’arte.

Così la concorrenza e il monopolio non sono categorie naturali, ma sociali. La concorrenza non è emulazione industriale, ma commerciale; essa lotta non per il prodotto, ma per il profitto, non è una necessità dell’anima umana, come Proudhon pensava, ma, sorta nel secolo decimottavo per bisogni storici, potrebbe, per bisogni storici, sparire nel secolo decimonono.

Altrettanto erronea era l’opinione di Proudhon che la proprietà fondiaria non abbia un’origine economica; che essa poggi su considerazioni di psicologia e di morale, le quali starebbero in un rapporto molto lontano con la produzione della ricchezza; che la rendita fondiaria debba legare più saldamente l’uomo alla natura.

«In ogni epoca storica la proprietà si è sviluppata diversamente e in una serie di rapporti sociali interamente differenti. Così definire la proprietà borghese non significa altro che descrivere tutti i rapporti sociali della produzione borghese. Voler dare una definizione della proprietà, come d’un rapporto indipendente non può essere che un’illusione di metafisica o di giurisprudenzaV.10».

La rendita fondiaria — l’eccedenza del prezzo dei prodotti dell’agricoltura sui loro costi di produzione, ivi compreso l’usuale profitto e interesse del capitale — è sorta in determinati rapporti sociali e poteva sorgere soltanto in quei rapporti. Essa è la proprietà fondiaria nel suo aspetto borghese; la proprietà feudale che si è assoggettata alle condizioni della produzione borghese.

Infine Marx dimostrava l’importanza storica degli scioperi e delle coalizioni, di cui Proudhon non aveva voluto sapere. Mettano pure economisti e socialisti, e magari per opposti motivi, gli operai in guardia contro l’uso di queste armi, tuttavia scioperi e coalizioni si sviluppano di pari passo con la grande industria. Divisi dalla concorrenza nei loro interessi, tuttavia gli operai hanno l’interesse comune di mantenere il loro salario; il pensiero comune della resistenza li unisce nella coalizione, che contiene tutti gli elementi di una battaglia imminente, così come la borghesia cominciò con coalizioni parziali contro i signori feudali per costituirsi come classe e per trasformare, come classe costituita, la società feudale in quella borghese.

L’antagonismo tra proletariato e borghesia è una lotta di classe contro classe, una lotta che, portata alla sua più alta espressione, significa una rivoluzione totale. Il movimento sociale non esclude quello politico, perché non c’è nessun movimento politico che non sia anche nello stesso tempo sociale. Soltanto in una società senza classi le evoluzioni sociali cesseranno di essere rivoluzioni politiche. Fino ad allora, alla vigilia di ogni trasformazione generale della società, l’ultima parola della scienza sociale suonerà sempre: «Il combattimento o la morte; la lotta sanguinosa o il nulla. Così inesorabilmente, è posto il problema»V.11. Con questa frase di George Sand concludeva Marx il suo libro.

Sviluppando in esso il materialismo storico in una serie di aspetti essenziali, veniva nello stesso tempo a una spiegazione definitiva con la filosofia tedesca. Egli andava oltre Feuerbach, risalendo a Hegel. Certamente, la scuola ufficiale di Hegel aveva fatto completo fallimento. Aveva reso la dialettica del maestro un mero schema da applicare a ogni e qualsiasi cosa, e abbastanza spesso nel modo più maldestro. Di questi hegeliani si poteva dire, e lo si disse effettivamente, che non capivano nulla di nulla, ma scrivevano di tutto su tutto.

La loro ora era suonata quando Feuerbach aveva liquidato il concetto speculativo; il contenuto positivo della scienza ebbe di nuovo la preponderanza sulla parte formale. Ma al materialismo di Feuerbach mancava il «principio energico»; esso restava puramente naturalistico e si precludeva il processo storico. Marx ebbe anche troppa ragione di non essere soddisfatto quando sorsero i predicatori di questo materialismo, i Büchner e i Vogt, la cui gretta mentalità filistea fece dire anche a Feuerbach che era d’accordo con questo materialismo ma per rivolgersi indietro, non in avanti. «Il ronzino stecchito del senso comune borghese si impunta naturalmente imbarazzato davanti alla fossa che divide l’essere dall’apparire, la causa dall’effetto; ma se si va a caccia sfrenata sul terreno accidentato del pensiero astratto, allora non si deve montare un ronzino». È un paragone usato una volta da Engels.

Ma gli hegeliani non erano Hegel; mentre essi si facevano forti della loro ignoranza, egli aveva appartenuto alle menti più colte di tutti i tempi. Di fronte a tutti gli altri filosofi, al fondo del suo pensiero c’era un senso storico che gli ha consentito una grandiosa concezione della storia, anche se in forma puramente idealistica vedeva per così dire le cose in uno specchio concavo, in quanto concepiva la storia del mondo soltanto come una prova pratica dello sviluppo del pensiero. Di questo contenuto reale della filosofia hegeliana Feuerbach non era venuto a capo, e gli hegeliani stessi lo avevano lasciato cadere.

Marx, accogliendolo di nuovo, ma capovolgendolo in quanto moveva non dal «puro pensiero» ma dalle tenaci cose della realtà, dette al materialismo la dialettica storica e con ciò un «principio energico», al quale non soltanto toccava di spiegare la società, ma anche di rivoluzionarla.

5. La «Deutsche Brüsseler Zeitung»

Marx, che aveva trovato per il suo non molto esteso scritto contro Proudhon un qualsiasi editore tedesco a Parigi o a Bruxelles, sia pure pagando le spese di stampa, in quel periodo, nel momento in cui esso uscì, nel pieno dell’estate del 1847, aveva anche nella Deutsche Brüsseler Zeitung un organo di stampa che gli rendeva possibile far sentire la sua voce in pubblico.

Questo giornale fu pubblicato sin dal principio dell’anno come bisettimanale da quell’Adalbert von Bornstedt che a suo tempo aveva diretto il Vorwärts di Börnstein ed era stato al soldo sia del governo prussiano che di quello austriaco. Questo fatto è conosciuto oggi grazie agli archivi sia di Berlino che di Vienna e non può essere messo in dubbio; si tratta al massimo di sapere se Bornstedt ha seguitato il suo mestiere di spia anche a Bruxelles. Anche allora si ebbero dei sospetti contro di lui, ma vennero messi da parte in seguito alle denunzie contro il giornale di Bornstedt con cui l’ambasciata prussiana a Bruxelles tempestò le autorità belghe. Certamente poteva anche trattarsi di polvere negli occhi, per accreditare Bornstedt presso gli elementi rivoluzionari che si erano riuniti a Bruxelles; nella scelta dei mezzi per i loro nobili scopi, i difensori del trono e dell’altare non si fanno tanti scrupoli.

Comunque Marx non ha creduto che Bornstedt facesse la parte di Giuda. Pensava che il suo giornale nonostante le sue molte debolezze, aveva sempre qualche merito; se non lo si trovava sufficiente, bisognava renderlo tale, invece di prendere il comodo pretesto di essere scandalizzati per il nome di Bornstedt. L’8 agosto Marx scriveva abbastanza amaramente a Herwegh:

«Una volta non va l’uomo, un’altra la donna, un’altra la tendenza, un’altra lo stile, un’altra il formato, o magari la diffusione è legata a una dose maggiore o minore di pericolo. I nostri tedeschi hanno sempre in pectore mille sagge sentenze per dimostrare la ragione per la quale sono costretti a lasciar passare l’occasione senza sfruttarla. Un’occasione di far qualcosa non fa altro che metterli in imbarazzo».

Seguiva poi un profondo sospiro per il fatto che coi manoscritti le cose andavano come per la Brüsseler Zeitung, e una gagliarda maledizione contro quei somari, che gli rimproveravano di aver scritto in francese piuttosto che non aver scritto per niente.

Se da questo si dovesse desumere che Marx prendesse un po’ di sottogamba certe riserve nei riguardi di Bornstedt, per non lasciar passare «l’occasione senza sfruttarla», neanche per questo ci sarebbe da fargli alcun rimprovero. L’occasione era infatti molto favorevole, e sarebbe stato pazzesco lasciarsela scappare soltanto per un sospetto. Nella primavera del 1847 le tragiche ristrettezze finanziarie avevano costretto il re di Prussia a convocare il Landtag unificato, assemblea comune dei precedenti parlamenti provinciali, insomma una rappresentanza feudale per ceti, così come nella primavera del 1789 Luigi XVI aveva convocati sotto lo stesso stimolo. Ora le cose in Prussia non avevano camminato così in fretta come allora in Francia, ma il Landtag unificato aveva pur sempre tenuta chiusa la borsa e dichiarato pari pari al governo che non accordava nessun mezzo prima che fosse assicurata la periodicità delle sue convocazioni. Così le cose si erano messe in moto, perché il dissesto finanziario non era cosa tale da scherzarci; prima o poi la danza sarebbe ricominciata daccapo, e quanto prima le si fosse dato l’avvio, tanto meglio!

Gli articoli che Marx ed Engels fornirono alla Deutsche Brüsseler Zeitung si muovevano appunto in questa cerchia di pensieri. Alle discussioni del Landtag unificato sulla libertà di commercio e sul dazio protettivo si rifaceva un articolo che invero uscì anonimo, ma che, a giudicare dal contenuto e dallo stile, è evidente mente di Engels. Allora egli era penetrato dalla convinzione che la borghesia tedesca avesse bisogno di alti dazi protettivi per non essere schiacciata dall’industria straniera, ma per acquistare anzi la forza necessaria a superare l’assolutismo e il feudalesimo. Per questo motivo Engels raccomandava al proletariato di sostenere l’agitazione per i dazi protettivi, anche se soltanto per questo motivo. Egli pensava, sì, che List, l’autorità maggiore dei protezionisti, aveva pur sempre prodotto quanto di meglio aveva la letteratura economico borghese in Germania, ma aggiungeva che tutta la sua opera gloriosa era copiata dal francese Ferrier, fondatore teorico del sistema continentale, e metteva in guardia gli operai dal lasciarsi ingannare dalle frasi sul «bene della classe lavoratrice», che sia i liberoscambisti che i protezionisti ostentavano come smagliante insegna della loro egoistica agitazione. Il salario della classe lavoratrice rimaneva lo stesso sia col sistema protettivo che col sistema del libero scambio. Engels difendeva i dazi protettivi soltanto come «misura borghese progressiva», e così pure li considerava Marx.

Steso insieme da Marx ed Engels è un articolo più lungo che respingeva un attacco del socialismo cristiano-feudale. Questo attacco era stato portato sul Rheinischer Beobachter, giornale fondato recentemente dal governo a Colonia, per istigare gli operai renani contro la borghesia renana. Sulle sue colonne il giovane Hermann Wagener, come egli stesso ci informa nelle sue memorie, fece le prime armi. Marx ed Engels, date le loro strette relazioni con Colonia, dovettero averne sentore, dal momento che il ritornello della loro risposta è per così dire lo scherno contro la «testa pelata del consigliere concistoriale». E allora Wagener era assessore concistoriale a Magdeburgo.

Per questa volta il Rheinischer Beobachter si era scelto a pretesto per adescare gli operai il fallimento del Landtag unificato. La borghesia, rifiutando tutte le richieste di danaro del governo, aveva dimostrato che per essa non c’era altro da fare che prendere in mano il potere dello Stato; il bene del popolo le era indifferente; essa spingeva avanti il popolo soltanto per intimidire il governo; per essa il popolo era solo carne da cannone nel grande assalto contro l’autorità del governo. Quello che Marx ed Engels rispondevano è estremamente chiaro oggi. Sul conto della borghesia il proletariato si faceva illusioni come sul conto del governo; si trattava soltanto di sapere che cosa fosse utile per i suoi scopi, il dominio della borghesia o il dominio del governo, e per rispondere a questa domanda era sufficiente un semplice confronto tra la situazione degli operai tedeschi e la situazione degli operai sia inglesi che francesi.

Alle frasi demagogiche del Rheinischer Beobachter: «Popolo beato! Tu hai davvero vinto sulla questione di principio. E se tu non comprendi che razza di cosa è questa, lascia che te lo spieghino i tuoi rappresentanti; durante il lungo discorso forse dimenticherai la tua fame», Marx ed Engels rispondevano anzitutto con mordente ironia che dal fatto che queste frasi sobillatrici erano rimaste impunite si poteva riconoscere che la stampa tedesca era veramente libera. Ma poi spiegavano che il proletariato aveva capito così bene la questione di principio che non rimproverava al Landtag unificato di aver vinto su questo punto, ma di non aver vinto. Se esso non si fosse limitato semplicemente a rivendicare l’ampliamento dei suoi diritti corporativi, ma avesse rivendicato giurie, uguaglianza di fronte alla legge, abolizione delle corvées, libertà di stampa, libertà di associazione e una effettiva rappresentanza popolare, esso avrebbe trovato il più energico appoggio da parte del proletariato.

Poi si faceva piazza pulita delle chiacchiere bigotte intorno ai principi sociali del cristianesimo, davanti ai quali il comunismo avrebbe dovuto sparire.

«I principi sociali del cristianesimo hanno ormai avuto il tempo di svilupparsi per milleottocento anni, e non hanno bisogno di nessuno sviluppo ulteriore ad opera di consiglieri concistoriali prussiani. I principi sociali del cristianesimo hanno giustificato la schiavitù antica, magnificato la servitù della gleba medievale, e in caso di necessità sanno anche difendere l’oppressione del proletariato, sia pure con una smorfia di compassione. I principi sociali del cristianesimo predicano la necessità di una classe dominante e di una classe oppressa, e per quest’ultima non hanno altro che il pio desiderio che l’altra sia benefica. I principi sociali del cristianesimo pongono in cielo il concistoriale compenso per tutte le infamie, e giustificano così la prosecuzione di queste infamie sulla terra. I principi sociali del cristianesimo spiegano tutte le indegnità perpetrate dagli oppressori contro gli oppressi o come la giusta punizione per il peccato originale e per i peccati di ciascuno, o come prove a cui il Signore, secondo la sua sapienza, condanna gli eletti. I principi sociali del cristianesimo predicano la vigliaccheria, il disprezzo di sé stessi, l’avvilimento, la sottomissione, l’umiltà, insomma tutte le caratteristiche della canaglia, e il proletariato, che non vuole lasciarsi trattare da canaglia, ha bisogno del suo coraggio, del suo orgoglio, della sua consapevolezza e della sua indipendenza, ancor più che del suo pane. I principi sociali del cristianesimo sono ipocriti, e il proletariato è rivoluzionario».

E proprio questo proletariato rivoluzionario Marx ed Engels portavano alla lotta contro ogni miraggio di riforma sociale da parte della monarchia. Il popolo che ringrazia con occhi lacrimosi per ogni calcio e per ogni soldo ricevuto esiste soltanto nell’immaginazione del re: il vero popolo, il proletariato, è, secondo la espressione di Hobbes, un giovanotto robusto e malizioso; come proceda contro i re che vogliono prenderlo in giro lo dimostra il destino di Carlo I di Inghilterra e di Luigi XVI di Francia.

Questo articolo si rovesciò come una grandinata sul seminato del socialismo feudale, ma alcune gragnuole caddero anche nelle vicinanze. Per quanto Marx ed Engels difendessero a ragione l’attività del Landtag unificato, volta a negare a un governo abbietto e reazionario ogni mezzo finanziario, però gli facevano un troppo grande onore quando consideravano dallo stesso punto di vista il rifiuto di un’imposta sul reddito proposta dal governo. Qui si trattava piuttosto di una trappola che il governo aveva teso alla borghesia. La proposta di abolire la tassa sul macinato e sul macellato, estremamente gravosa pei gli operai delle grandi città, e di compensare il disavanzo finanziario in primo luogo con un’imposta sul reddito da far pagare alle classi possidenti, partì originariamente dalla borghesia renana, che nel far questo si lasciava guidare dagli stessi motivi da cui si era lasciata guidare la borghesia inglese nella sua lotta contro i dazi sul grano.

Questa rivendicazione era assolutamente odiosa per il governo, se non altro perché toccava direttamente le tasche della grande proprietà fondiaria, senza che questa classe — dato che la tassa sul macinato e sul macellato riguardava soltanto le grandi città — potesse attendersi dalla sua. abolizione la riduzione dei salari del proletariato che essa sfruttava. Il governo tuttavia presentò al Landtag unificato un progetto di legge in proposito col secondo fine di rendere impopolare il Landtag e popolare il governo stesso, che infatti contava sul fatto che un’assemblea feudale corporativa mai avrebbe accettato una riforma fiscale che tendesse sia pure provvisoriamente ad alleggerire le classi lavoratrici a spese delle classi possidenti. E quanto questo calcolo fosse esatto lo dimostrò già il voto sul suo progetto di legge, nel quale quasi tutti i principi, quasi tutti gli Junker e quasi tutti i funzionari votarono contro. Ma in questo esso ebbe anche la ventura particolare che una parte della borghesia, quando si venne al dunque, fallì brillantemente.

E allora il rifiuto dell’imposta sul reddito fu sfruttato dalle penne ufficiose come una prova schiacciante di come la borghesia giocasse a darla a bere, e soprattutto il Rheinischer Beobachter non si stancava di insistere sull’argomento. Se all’incontro Marx ed Engels facevano osservare al loro «consigliere concistoriale» che egli «era il più grande e svergognato ignorante di cose economiche» in quanto sosteneva che un’imposta sul reddito riduceva sia pure di un capello la miseria sociale, essi avevano perfettamente ragione, ma avevano torto di difendere il rifiuto dell’imposta sul reddito come un giusto colpo inferto al governo. Questo colpo non raggiunse affatto il governo, che finanziariamente ne fu piuttosto consolidato che indebolito, se conservò nelle sue tasche la sua tassa sul macinato e sul macellato; redditizia e funzionante con perfetta esattezza, invece di tormentarsi con un’imposta sul reddito che, stando alle antiche e alle nuove esperienze, se deve esser applicata alle classi possidenti, presenta le sue difficoltà particolari. Marx e Engels in questo caso hanno ritenuto la borghesia ancora rivoluzionaria, mentre era già reazionaria.

I veri socialisti procedevano abbastanza spesso in maniera opposta, ed è abbastanza comprensibile che, in un momento in cui la borghesia si accingeva alla battaglia, Marx ed Engels ancora una volta attaccassero questa corrente. Ciò fu fatto in una serie di feuilletons che Marx pubblicò sulla Deutsche Brüsseler Zeitung contro «il socialismo tedesco in versi e in prosa», e in un articolo non più stampato, scritto da Engels ma forse pensato da tutti e due. Nei due lavori si regola magnificamente il conto col vero socialismo dal punto di vista estetico-letterario, che era proprio la sua parte più debole o, se si vuole, più forte. Marx ed Engels, affrontando questa deformazione artistica, non hanno sempre rispettato abbastanza i diritti dell’arte; soprattutto nell’articolo manoscritto lo stupendo Ça ira di Freiligrath viene giudicato con ingiusta severità. Ma anche i Canti del pover uomo di Karl Beck Marx li considerò nella Deutsche Brüsseler Zeitung alquanto severamente classificandoli tra le «illusioni piccolo-borghesi»; tuttavia egli prediceva sin d’allora il triste destino del pretenzioso naturalismo che doveva affacciarsi quindici anni dopo, quando scriveva: «Beck canta la vile miseria piccolo-borghese, il «poveruomo», il pauvre honteux con i suoi poveri, pii e incoerenti desideri, non il proletario superbo, minaccioso e rivoluzionario». Accanto a Karl Beck bisogna mettere ancora l’infelice Grün, che in un libro oggi da gran tempo dimenticato bistrattava Goethe «dal punto di vista umano», cioè ricostruiva il «vero uomo» con tutte le parti meschine, noiose e filistee del grande poeta.

Più importante di queste scaramucce era una più estesa trattazione in cui Marx giudicava il corrente radicalismo frasaiolo non meno aspramente di quanto aveva fatto col socialismo frasaiolo del governo. In una polemica contro Engels, Karl Heinzen aveva spiegato per mezzo della violenza l’ingiustizia nei rapporti di proprietà; aveva chiamato vile e pazzo chiunque osteggiasse un borghese a causa dei suoi acquisti di denaro e lasciasse in pace un re a causa del suo acquisto di potere. Heinzen era un volgare strillone che non meritava una particolare attenzione, ma l’opinione che egli rappresentava era molto conforme ai gusti dei filistei «illuminati». La monarchia, secondo lui, doveva la sua esistenza al fatto che gli uomini per secoli e secoli avevano fatto a meno del buon senso e della dignità morale; ma ora che essi erano di nuovo in possesso di questi beni preziosi, tutti i problemi sociali sarebbero scomparsi di fronte al problema: monarchia o repubblica. Questa ingegnosa concezione era l’esatto corrispondente della ingegnosa opinione dei principi, secondo cui i movimenti rivoluzionari sono provocati soltanto dalla malvagità dei demagoghi.

Ora Marx dimostrava, e in prima linea sulla base della storia tedesca, che la storia fa i principi e non i principi la storia. Egli indicava le origini economiche della monarchia assoluta, che compare in quel periodo di trapasso in cui gli antichi ceti feudali scompaiono e il ceto cittadino medievale cresce fino a divenire la moderna classe borghese. Che essa in Germania si sia formata più tardi e duri più a lungo è un fatto dovuto allo stentato processo di sviluppo della classe borghese tedesca. Così, per motivi economici, si spiega la massiccia funzione reazionaria di cui si compiacquero i principi. La monarchia assoluta, che prima aveva favorito il commercio e l’industria e, nello stesso tempo, l’affacciarsi della classe borghese, come condizioni necessarie sia della potenza nazionale che del proprio splendore, ora si frapponeva sempre sul cammino del commercio e dell’industria, diventate armi sempre più pericolose nelle mani di una borghesia già potente. Dalla città, luogo da cui ebbe origine la sua ascesa, essa getta lo sguardo divenuto timoroso e spento verso la campagna, concimata dal cadavere degli antichi suoi giganteschi avversari.

La trattazione è ricca di pensieri fecondi, ma il «buon senso» dei probi borghesucci non si lasciò incantare così facilmente. La stessa teoria della violenza che Marx combatté per Engels contro Heinzen, Engels la dové combattere per Marx contro Dühring un’intera generazione più tardi.

6. La Lega dei Comunisti

Nel 1847 la colonia comunista di Bruxelles si era sviluppata in modo imponente.

A dire il vero non vi si trovava nessun talento che potesse misurarsi con Marx o Engels. Talvolta sembrava che o Moses Hess o Wilhelm Wolff, che collaboravano tutte due alla Deutsche Brüsseler Zeitung sarebbe divenuto il terzo della partita. Ma alla fine nessuno dei due lo è diventato. Hess non riuscì mai a liberarsi dalla ragnatela filosofica, e il modo aspramente offensivo con cui il Manifesto comunista giudico i suoi scritti portò alla sua rottura completa con Marx ed Engels.

Più recente era la loro amicizia con Wilhelm Wolff, venuto a Bruxelles soltanto nella primavera del 1846, ma essa ha resistito a tutte le tempeste fino a che non la sciolse la morte prematura di Wolff. Ma Wolff non era un pensatore originale, e come scrittore, rispetto a Marx ed Engels, non godeva soltanto dei lati buoni della «maniera popolaresca». Era originario di una famiglia di contadini della Slesia, servi della gleba per generazioni, ed era arrivato agli studi universitari attraverso fatiche indicibili, e lì aveva nutrito sui grandi pensatori e poeti dell’antichità il suo odio ardente contro gli oppressori della sua classe. Era stato trascinato dall’una all’altra delle fortezze slesiane per qualche anno come demagogo, e poi, come insegnante privato a Breslavia, aveva condotto una instancabile guerriglia con la burocrazia e la censura, finché, nuovamente processato, si indusse ad andare all’estero piuttosto che irrancidire nelle prigioni prussiane.

Sin dal periodo di Breslavia era divenuto amico di Lassalle, come più tardi di Marx ed Engels, e tutti e tre hanno adornato la sua tomba con allori che non appassiranno. Wolff apparteneva a quelle nobili nature che, secondo la parola del poeta, pagano di persona; il suo carattere saldo quanto una quercia, la sua fedeltà incorruttibile, la sua severa coscienziosità, il suo inalterabile disinteresse, la sua tranquilla modestia facevano di lui un campione di lottatore rivoluzionario e spiegavano la profonda stima con cui, a parte tutto l’amore e tutto l’odio, solevano parlare di lui sia i suoi amici politici che i suoi nemici politici.

Alquanto in seconda linea in confronto a Wilhelm Wolff, faceva parte del circolo degli intimi di Marx ed Engels il suo omonimo Ferdinand Wolff; ed anche Ernst Dronke, che aveva scritto un libro eccellente sulla Berlino prequarantottesca ed era stato condannato a due anni di fortezza per un presunto reato di lesa maestà in esso perpetrato, arrivò soltanto alla dodicesima ora dopo la sua fuga dalle casematte di Wesel. Apparteneva poi alla cerchia più intima anche Georg Weerth, che Engels conosceva sin dal tempo in cui viveva a Manchester, e Weerth, anche lui impiegato in una ditta tedesca, a Bradford. Weerth era un autentico poeta, e appunto per questo privo di ogni pedanteria propria della corporazione dei poeti; anche egli è scomparso per morte prematura, e nessuna mano pietosa ha raccolto finora i versi che egli cantò con lo spirito del proletariato in lotta e disperse senza curarsene.

Intorno a questi lavoratori dello spirito si riunivano poi abili lavoratori del braccio, primi di tutti Karl Wallau e Stephan Born, i due tipografi della Deutsche Brüsseler Zeitung.

Inoltre Bruxelles, capitale di uno Stato che si atteggiava a modello di monarchia borghese, era il luogo più adatto per allacciare relazioni internazionali, perlomeno finché Parigi, che era sempre il centro della rivoluzione, restava sotto l’oppressione delle famigerate leggi di settembre. Nel Belgio stesso Marx ed Engels avevano buone relazioni con gli uomini della rivoluzione del 1830; in Germania, soprattutto a Colonia, contavano vecchi e nuovi amici, accanto a Georg Jung soprattutto i medici d’Ester e Daniels; a Parigi, Engels si legò al partito socialista-democratico e soprattutto ai suoi rappresentanti ideologici, Louis Blanc e Ferdinand Flocon, che dirigeva l’organo di questo partito, la Réforme. Relazioni anche più strette esistevano con la frazione rivoluzionaria dei cartisti, con Julian Harney, direttore del Northern Star, e con Ernest Jones, che era stato educato in Germania. Sotto l’influsso spirituale di questi dirigenti cartisti vivevano i Fraternal Democrats, organizzazione internazionale nella quale, attraverso Karl Schapper, Josef Moll e altri membri, era rappresentata anche la Lega dei Giusti.

Ora, proprio da questa Lega partì nel gennaio 1847 la spinta decisiva. Essa, in quanto «Comitato comunista di corrispondenza di Londra», era legata con il «Comitato di corrispondenza di Bruxelles», ma i rapporti reciproci erano molto freddi. Da una parte regnava una certa diffidenza verso i «dotti» che non riuscivano ancora a sapere di che cosa propriamente soffrisse il proletariato, dall’altra parte la diffidenza contro i «vagabondi», cioè contro la limitatezza artigianesca-corporativa che era ancora fortissima tra gli operai tedeschi di allora. Engels, che a Parigi aveva il suo bel da fare a sottrarre i «vagabondi» di là all’influsso di Proudhon e di Weitling, riteneva invero che i «vagabondi» di Londra fossero i soli coi quali si potesse trattare, ma di fronte a un indirizzo che la Lega dei Giusti aveva diramato nell’autunno del 1846 a proposito della questione dello Schleswig-Holstein dichiarò pari pari che era uno «sconcio»; i suoi autori avevano appreso dagli inglesi per l’appunto le balordaggini: la totale ignoranza di tutta la situazione realmente esistente e l’incapacità di concepire uno sviluppo storico.

Più di un decennio dopo, Marx così si espresse sulla sua posizione di allora nei riguardi della Lega dei Giusti:

«Noi pubblicammo contemporaneamente una serie di pamphlets in parte stampati, in parte litografati, nei quali quel miscuglio di socialismo o comunismo franco-inglese e di filosofia tedesca, che allora costituiva la dottrina segreta della Lega, era sottoposto ad una critica spietata, e in sua vece si prospettava come unica base teorica solida una considerazione scientifica della struttura economica della società borghese, e infine si spiegava in forma popolare come non si trattasse di attuare un qualche sistema utopistico, ma di partecipare consapevolmente al processo di rivoluzionamento della società che si andava svolgendo sotto i nostri occhi».

Alla efficacia di queste prese di posizione Marx attribuiva il fatto che la Lega dei Comunisti inviasse a Bruxelles nel gennaio del 1847 uno dei membri del suo Comitato centrale, l’orologiaio Josef Moll, per invitare lui ed Engels a entrare nella Lega che aveva intenzione di accettare la loro concezione.

Purtroppo non si è conservato nessuno degli opuscoli di cui Marx parla, eccetto la circolare contro Kriege, che fra l’altro viene preso in giro come emissario e profeta di una lega segreta di Esseni, la «Lega della giustizia». Kriege mistificava lo sviluppo storico reale del comunismo nei diversi paesi d’Europa descrivendo la sua origine e i suoi progressi sulla base di intrighi favolosi e romanzeschi, del tutto campati in aria, di questa Lega di Esseni e diffondendo le più folli fantasie circa la sua forza.

Se la circolare ha avuto efficacia sulla Lega dei Giusti, essa ha dimostrato proprio con questo che i suoi membri erano qualcosa di più che dei «vagabondi», e che essi avevano appreso dalla storia inglese qualcosa di meglio di quello che Engels supponeva. Essi seppero apprezzare la circolare, per quanto poco amichevolmente vi fosse citata la loro Lega di Esseni, meglio di quanto non fece Weitling, che non vi era affatto tartassato, ma che si schierò subito dalla parte di Kriege. In realtà la Lega dei Giusti, data la possibilità di contatti internazionali offerti da Londra, si era conservata più fresca e più potente delle sezioni di Zurigo e anche di Parigi. Destinata inizialmente alla propaganda tra gli operai tedeschi, in quella capitale del mondo aveva preso un carattere internazionale. Nelle continue relazioni con profughi di tutti i paesi del mondo, e al cospetto del movimento cartista, che alzava ondate sempre più possenti, i suoi dirigenti acquistarono una capacità di guardare lontano, che oltrepassava di gran lunga le posizioni artigianesche. Accanto ai vecchi dirigenti Schapper, Bauer e Moll, e più di loro, si fecero luce il miniaturista Karl Pfänder di Heilbronn e il sarto Georg Eccarius della Turingia per le loro doti di comprensione ideologica.

La procura scritta di mano di Schapper e datata al 20 gennaio 1847, con la quale Moll si presentò a Bruxelles da Marx e poi a Parigi da Engels, è redatta ancora in modo molto circospetto; essa autorizza il latore a dare informazioni sulla situazione della Lega e a fornire esatta informazione su tutti gli argomenti d’importanza. A voce Moll si espresse più liberamente. Egli invitò Marx ad entrare nella Lega e superò le sue remore iniziali comunicandogli che i dirigenti centrali avevano l’intenzione di convocare a Londra un congresso della Lega, per presentare in un pubblico manifesto come dottrina della Lega le opinioni critiche sostenute da Marx e da Engels. Tuttavia Marx ed Engels dovevano aiutare a contrastare gli elementi ormai invecchiati e recalcitranti, e per questo fine dovevano entrare nella Lega.

Così si decisero a entrarvi. Tuttavia, nel congresso che ebbe luogo nell’estate del 1847, si giunse soltanto a un’organizzazione democratica della Lega, come si confaceva a un’associazione di propaganda che voleva sì agire in segreto, ma che si teneva lontana da ogni attività di tipo cospiratorio. La Lega si organizzò in comunità che non dovevano contare meno di tre e più di dieci membri, in circoli, circoli direttivi, comitato centrale e congresso. Suo scopo fu dichiarato l’abbattimento della borghesia, il dominio del proletariato, l’abolizione della vecchia società fondata sugli antagonismi di classe, la fondazione di una nuova società senza classi e senza proprietà privata.

Era conforme al carattere democratico della Lega, che da questo momento si chiamò Lega dei Comunisti, che i nuovi statuti fossero prima sottoposti alla discussione delle singole comunità. La decisione definitiva su di essi fu rinviata a un secondo congresso, che avrebbe dovuto aver luogo prima della fine dell’anno e deliberare insieme il nuovo programma della Lega. Marx non partecipò al primo congresso, ma Engels sì, come rappresentante delle comunità parigine, e Wolff come rappresentante delle comunità di Bruxelles.

7. Propaganda a Bruxelles

La Lega dei Comunisti considerava suo primo compito fondare associazioni culturali di operai tedeschi che le rendessero possibile una propaganda pubblica, allo scopo di completarsi ed estendersi partendo dai suoi membri più idonei.

Il funzionamento di queste associazioni era dappertutto lo stesso. Un giorno alla settimana era destinato alla discussione, un altro ai trattenimenti sociali (canto, recitazione ecc.). Dappertutto furono istituite biblioteche sociali e, dove possibile, classi per l’istruzione elementare degli operai.

Secondo questo modello fu poi istituita anche l’Associazione operaia tedesca, che sorse a Bruxelles alla fine di agosto e contò presto un centinaio di membri. Presidenti ne erano Moses Hess e Wallau, segretario era Wilhelm Wolff. L’Associazione si riuniva il mercoledì e la domenica sera. Il mercoledì si discutevano questioni importanti riguardanti gli interessi del proletariato, la domenica sera Wolff soleva fare la sua rassegna politica settimanale, nella quale egli dispiegò ben presto una particolare capacità; poi seguiva il trattenimento sociale, al quale prendevano parte anche le donne.

Il 27 settembre questa Associazione organizzò un banchetto internazionale per dimostrare che gli operai di diversi paesi nutrivano sentimenti fraterni gli uni verso gli altri. Allora si preferiva scegliere la forma dei banchetti per la propaganda politica onde sfuggire ai controlli polizieschi sulle pubbliche riunioni. Il banchetto del 27 settembre aveva però anche un’origine e uno scopo particolare. Esso fu organizzato da Bornstedt e da altri elementi scontenti della colonia tedesca, come scriveva Engels, che vi presenziò, a Marx assente, «per degradare tutti noi a una parte secondaria di fronte... ai democratici belgi... e far nascere un’associazione molto più grandiosa e universale della nostra meschina Associazione operaia»V.12. Engels tuttavia seppe sventare a tempo l’intrigo; fu addirittura eletto a uno dei due posti di vicepresidente accanto al francese Imbert, nonostante la sua resistenza per il fatto che «aveva un aspetto così maledettamente giovanile», mentre la presidenza onoraria del banchetto fu data al generale Mellinet e la presidenza effettiva all’avvocato Jottrand, vecchi combattenti della rivoluzione belga del 1830.

Partecipavano al banchetto centoventi ospiti: belgi, tedeschi, svizzeri, francesi, polacchi, italiani ed anche un russo. Dopo i soliti discorsi, si decise di fondare in Belgio un’associazione degli amici della riforma sul modello dei Fraternal democrats. Nel comitato promotore fu eletto anche Engels. Poiché egli lasciò subito dopo Bruxelles, raccomandò in una lettera a Jottrand di chiamare al suo posto Marx, che sarebbe stato eletto senza dubbio se avesse potuto esser presente all’assemblea del 27 settembre. «Non sarebbe dunque il signor Marx a sostituirmi, ero piuttosto io che alla riunione ho sostituito il signor Marx». In realtà, quando il 7 e il 15 novembre si costituì definitivamente l’«Associazione democratica per l’unificazione di tutti i paesi», Imbert e Marx vennero eletti vicepresidenti, mentre Mellinet fu confermato presidente onorario e Jottrand presidente effettivo. Lo statuto era sottoscritto da democratici belgi, tedeschi, francesi e polacchi, in tutto circa sessanta nomi; di tedeschi, oltre Marx, vi si trovavano Moses Hess, Georg Weerth, i due Wolff, Stephan Born e anche Bornstedt.

La prima grande manifestazione dell’Associazione democratica fu la celebrazione dell’anniversario della rivoluzione polacca il 29 novembre. Per i tedeschi parlò Stephan Born, che ebbe grandi applausi Ma Marx parlò come rappresentante ufficiale dell’Associazione nel meeting che i Fraternal democrats organizzarono a Londra nello stesso giorno e per lo stesso motivo. Egli dette al suo discorso un’impostazione assolutamente proletario-rivoluzionaria. «La vecchia Polonia è perduta, e noi saremo gli ultimi ad auspicare la sua ricostituzione. Ma non soltanto la vecchia Polonia è perduta, ma la vecchia Germania, la vecchia Francia, la vecchia Inghilterra, tutta la vecchia società è perduta. La perdita della vecchia società non è però una perdita per coloro che non hanno nulla da perdere nella vecchia società, e in tutti i paesi è ora così per la grande maggioranza». Nella vittoria del proletariato sulla borghesia Marx vedeva il segnale della liberazione per tutte le nazionalità oppresse, e nella vittoria dei proletari inglesi sulla borghesia inglese egli vedeva il colpo decisivo per la vittoria di tutti gli oppressi sui loro oppressori. La Polonia non doveva essere liberata in Polonia, ma in Inghilterra. Se i cartisti battevano i loro nemici interni, avrebbero battuto l’intera società.

Nella risposta all’indirizzo presentato da Marx, i Fraternal Democrats tennero lo stesso tono.

«Il vostro rappresentante, il nostro amico e fratello Marx, vi racconterà con quale entusiasmo noi abbiamo salutato la sua comparsa e la lettura del vostro indirizzo. Tutti gli occhi lampeggiavano di gioia, tutte le voci gridavano il benvenuto, tutte le mani si tendevano fraternamente verso il vostro rappresentante.... Noi accettiamo coi sensi della gioia più viva l’alleanza che voi ci offrite. La nostra associazione esiste da più di due anni con la parola d’ordine: Tutti gli uomini sono fratelli. In occasione della nostra ultima festa nell’anniversario della nostra fondazione, noi abbiamo raccomandato la costituzione di un congresso democratico di tutte le nazioni, e siamo lieti di udire che voi avete fatto pubblicamente le stesse proposte. La congiura dei re dev’essere combattuta dalla congiura dei popoli... Noi siamo convinti che ci si deve rivolgere al vero popolo, ai proletari, agli uomini che versano giornalmente il loro sangue e il loro sudore sotto l’oppressione dell’attuale sistema sociale, per fondare la fratellanza universale.... Dalla capanna, dalla soffitta o dalla cantina, dall’aratro, dalla fabbrica, dall’incudine si potranno vedere, anzi già si vedono venire per la stessa strada i portatori della fraternità e gli eletti salvatori dell’umanità».

I Fraternal Democrats proponevano di tenere il congresso democratico universale a Bruxelles nel settembre del 1848, in un certo modo come contraltare al congresso liberoscambista che aveva avuto luogo nella stessa città nel settembre del 1847.

Tuttavia il saluto ai Fraternal Democrats non era l’unico scopo che aveva portato Marx a Londra. Subito dopo il meeting polacco, nello stesso locale, la sala delle riunioni dell’Associazione comunista operaia di cultura, che era stata fondata nel 1840 da Schapper, Bauer e Moll, ebbe luogo il congresso convocato dalla Lega dei Comunisti per approvare definitivamente i nuovi statuti e per discutere il nuovo programma. Anche Engels partecipò a questo congresso; egli si era incontrato con Marx a Ostenda, venendo da Parigi, il 27 novembre, e avevano fatto insieme il viaggio per mare. Dopo una discussione durata almeno dieci giorni, essi ottennero l’incarico di riassumere in un manifesto pubblico i principi fondamentali del comunismo.

Verso la metà di dicembre Marx tornò a Bruxelles ed Engels a Parigi. Pare che essi non dimostrassero troppa fretta di eseguire l’incarico avuto; perlomeno il 24 gennaio 1848, il Comitato centrale di Londra fece pervenire al comitato del circolo di Bruxelles un ammonimento molto energico in base al quale si doveva significare al cittadino Marx che se il Manifesto del Partito Comunista, della cui redazione egli si era assunto l’incarico, non fosse pervenuto a Londra entro il 1° febbraio, sarebbero stati presi ulteriori provvedimenti contro di lui. È ormai difficile stabilire che cosa possa aver provocato il ritardo; il modo di lavorare di Marx, così impegnativo e approfondito, o la sua lontananza da Engels; forse quelli di Londra si spazientirono anche alla notizia che Marx lavorava intensamente a Bruxelles alla sua propaganda.

Il 9 gennaio 1848 Marx tenne nell’Associazione democratica un discorso sul libero scambio. Egli avrebbe voluto tenere lo stesso discorso già al congresso libero-scambista di Bruxelles, ma non era riuscito ad aver la parola. Quello che egli dimostrava e confutava in questo discorso era l’inganno perpetrato dai liberoscambisti col «bene degli operai», che essi sostenevano fosse lo stimolo della loro agitazione. Ma se il libero scambio favoriva in assoluto il capitale a scapito degli operai, tuttavia Marx non disconosceva — e non lo disconosceva proprio per questo — che esso corrispondeva ai fondamenti dell’economia borghese. Era la libertà del capitale che abbatteva i confini nazionali entro i quali restava ancora impedito, per svincolare totalmente la propria attività. Il libero scambio spezzava le antiche nazionalità e spingeva all’estremo il contrasto tra borghesia e proletariato. Con ciò esso affrettava la rivoluzione sociale; e, in questo senso rivoluzionario, Marx era d’accordo col sistema della libertà di commercio.

Nello stesso tempo egli si schermiva dal sospetto di nutrire tendenze protezionistiche, e pur approvando il libero scambio, non entrava affatto in contraddizione colla sua valutazione dei dazi protettivi tedeschi corre di una «misura borghese progressiva». Come Engels, Marx considerava tutta la questione del libero scambio e del protezionismo da una posizione puramente rivoluzionaria. La borghesia tedesca aveva bisogno di dazi protettivi come di un’arma contro l’assolutismo e il feudalesimo, come di un mezzo per concentrare le sue forze, per attuare il libero scambio all’interno del paese, per promuovere la grande industria, che ben presto avrebbe finito col dipendere dal commercio mondiale, cioè più o meno dal libero scambio. Del resto il discorso trovò il vivo consenso dell’Associazione democratica, che decise di farlo stampare a sue spese in francese e in fiammingo.

Più significative e più importanti di questo discorso furono le conferenze che Marx tenne nell’Associazione operaia tedesca sul tema Lavoro salariato e capitale. Marx partiva dal fatto che il salario lavorativo non è una partecipazione dell’operaio alla merce da lui prodotta, ma la parte della merce già esistente, con cui il capitalista si compra una determinata quantità di lavoro produttivo. Il prezzo del lavoro viene determinato come il prezzo di ogni altra merce: dai suoi costi di produzione. Il costo di produzione del lavoro semplice ammonta alle spese per il mantenimento e per la propagazione della specie dell’operaio. Il prezzo di queste spese costituisce il salario lavorativo, che a causa delle oscillazioni della concorrenza sta ora al di sopra ora al di sotto dei costi di produzione, come il prezzo di ogni altra merce, ma entro queste oscillazioni tende a stabilirsi sul minimo salariale.

Marx esaminava quindi il capitale. Alla spiegazione degli economisti borghesi, secondo cui il capitale è lavoro accumulato, egli rispondeva:

«Che cos’è uno schiavo negro? Un uomo di razza nera. Una spiegazione vale l’altra. Un negro è un negro. Soltanto in determinate condizioni egli diventa uno schiavo. Una macchina filatrice di cotone è una macchina per filare il cotone. Soltanto in determinate condizioni essa diventa capitale. Sottratta a queste condizioni essa non è un capitale, allo stesso modo che l’oro in sé e per sé non è denaro e lo zucchero non il prezzo dello zucchero»V.13.

Il capitale è un rapporto sociale di produzione, un rapporto di produzione della società borghese. Una quantità di merci, di valori di scambio, diventa capitale per il fatto che come forza sociale indipendente, cioè come la forza di una parte della società, si conserva e si accresce mediante lo scambio con l’immediata forza di lavoro vivente.

«L’esistenza di una classe che non possiede nient’altro che la capacità di lavorare, è una premessa necessaria del capitale. Soltanto il dominio del lavoro accumulato, passato, materializzato, il lavoro immediato, vivente, fa del lavoro accumulato capitale. Il Capitale non consiste nel fatto che il lavoro accumulato serve al lavoro vivente come mezzo per una nuova produzione. Esso consiste nel fatto che il lavoro vivente serve al lavoro accumulato come mezzo per conservare e per accrescere il suo valore di scambio»V.14.

Capitale e lavoro li condizionano reciprocamente, si producono reciprocamente.

Da ciò gli economisti borghesi traggono la conseguenza che l'interesse dei capitalisti e quello degli operai sono lo stesso, e, certo, bisogna convenire che l’operaio è rovinato se il capitale non lo occupa, e il capitale va in malora se non sfrutta l’operaio. Quanto più rapidamente si accresce il capitale produttivo, quanto più è perciò fiorente l’industria, quanto più la borghesia si arricchisce, di tanti più operai ha bisogno il capitalista, tanto più caro si vende l’operaio. Perciò la condizione indispensabile per una situazione passabile dell’operaio è l’incremento più rapido possibile del capitale produttivo.

Marx spiegava che in questo caso un aumento sensibile del salario lavorativo presuppone un incremento tanto più rapido del capitale produttivo. Se cresce il capitale, per quanto salga il salario lavorativo, tanto più rapidamente sale il profitto del capitale. La situazione materiale dell’operaio si è migliorata ma a scapito della sua situazione sociale: l’abisso sociale che le separa dal capitalista si è approfondito. Che la condizione più favorevole per il lavoro salariato è l’incremento più rapido possibile del capitale, significa soltanto: quanto maggiore è la rapidità con cui la classe operaia accresce e aumenta la forza a lei avversa, la ricchezza altrui che la signoreggia, tanto più favorevoli sono le condizioni in cui le viene permesso di lavorare di nuovo all’accrescimento della potenza del capitale, soddisfatta di saldarsi da sé le catene d’oro con cui la borghesia la trascina dietro di sé.

Però, prosegue Marx, il fatto si è che incremento del capitale e l’aumento del salario lavorativo non sono affatto legati così indissolubilmente come sostengono gli economisti borghesi. Non è vero che quanto più il capitale s’ingrassa tanto meglio viene ingrassato il suo schiavo. L’incremento del capitale produttivo comprende in sé l’accumulazione e la concentrazione dei capitali. Il loro accentramento porta con sé una maggiore divisione del lavoro e un uso più intenso delle macchine. La maggiore divisione del lavoro distrugge la particolare abilità dell'operaio; sostituendo a questa particolare abilità un lavoro che ciascuno può eseguire, essa aumenta la concorrenza tra gli operai.

Questa concorrenza diventa tanto più forte quanto più la divisione del lavoro rende possibile al singolo operaio di eseguire il lavoro di tre operai. Lo stesso risultato lo hanno le macchine in grado anche molto maggiore. L’incremento del capitale produttivo costringe i capitalisti industriali a lavorare con mezzi sempre crescenti; così rovina i piccoli industriali e li respinge tra il proletariato. Inoltre poiché il tasso dell’interesse cade nella misura in cui i capitali si accumulano, i piccoli redditieri, che non possono più vivere sulle loro rendite, si rivolgeremo all’industria e aumenteranno il numero dei proletari.

Infine, quanto più il capitale produttivo cresce, tanto più è costretto a produrre per un mercato di cui non conosce i bisogni. Tanto più la produzione precede il bisogno, tanto più l’offerta cerca di forzare la domanda, tanto più crescono di frequenza e di violenza le crisi, quei terremoti industriali, dai quali il commercio mondiale ora si salva sacrificando agli dèi dell’Averno una parte della ricchezza, dei profitti e persino delle forze produttive. Il capitale non vive soltanto del lavoro. Un signore nobile insieme e barbarico lo trascina con sé nel sepolcro ove sono i cadaveri dei suoi schiavi, intere ecatombi di operai che periscono nelle crisi. E Marx così si riassume: se il capitale cresce rapidamente, cresce in modo incomparabilmente più rapido la concorrenza fra gli operai, cioè sempre più diminuiscono proporzionalmente i mezzi di occupazione, i mezzi di sussistenza per la classe operaia, e ad onta di ciò il rapido aumento del capitale è la condizione più favorevole per il lavoro salariato.

Purtroppo si è conservato soltanto questo frammento delle conferenze che Marx tenne agli operai tedeschi in Bruxelles. Ma è sufficiente per mostrare con che serietà e con che profondità di pensiero egli svolgesse questa propaganda. Bakunin che, espulso dalla Francia per un discorso da lui tenuto nell’anniversario della rivoluzione polacca, era arrivato a Bruxelles proprio in quei giorni, ne dava, certo, un giudizio diverso. Il 28 dicembre 1847 egli così scriveva a un amico russo:

«Marx qui seguita a fare le stesse cose di prima, corrompe gli operai facendone dei chiacchieroni. La stessa pazzia teorica e la stessa inappagata vanagloria»,

e anche peggio poi parlava di Marx ed Engels in una lettera a Herwegh:

«In una parola, menzogne e idiozie, idiozie e menzogne. In questa compagnia non c’è alcuna possibilità di respirare liberamente. Io me ne tengo lontano e ho dichiarato fermissimamente che me ne vado dalla loro Associazione operaia comunista e non voglio avere più nulla a che fare con essa».

Queste espressioni di Bakunin sono degne di nota non per quel che contengono di irritazione personale — Bakunin infatti, sia prima che poi, venne giudicato diversamente Marx — ma perché in esse si annunciava quel contrasto che doveva portare a lotte violente tra questi due rivoluzionari.

8. Il «Manifesto comunista»

Nel frattempo anche il manoscritto del Manifesto comunista era stato mandato a Londra per la stampa. Lavori preparatori non ne erano mancati già dopo il primo congresso, che aveva rinviato a un secondo congresso la deliberazione di un programma comunista. Era ovvio che i teorici del movimento si occupassero di questo compito. Marx ed Engels, ed anche Hess, hanno steso alcuni primi abbozzi del genere.

Ma si è conservato soltanto l’abbozzo a proposito del quale Engels scriveva a Marx il 24 novembre 1847, cioè poco prima del secondo congresso: «Pensa un po’ alla professione di fede. Io credo che facciamo la cosa migliore se abbandoniamo la forma di catechismo e intitoliamo la cosa: Manifesto comunista. Dato che bisogna più o meno narrare la storia, la forma usata finora non si adatta per nulla. Porterò con me quella di qui che ho fatto io, è semplicemente narrativa, ma redatta in modo miserabile, con una fretta tremenda»V.15. Engels aggiungeva che l’abbozzo non era stato ancora sottoposto al giudizio delle comunità parigine, ma che sperava di farlo passare, a parte alcune minuzie da nulla.

Esso è redatto ancora proprio nella forma di catechismo che in ogni caso avrebbe aiutato, piuttosto che compromesso, la sua grande accessibilità per l’uomo comune. Per gli scopi dell’agitazione immediata, esso sarebbe stato più adatto del Manifesto scritto poi, col quale coincide perfettamente per quanto riguarda il contenuto ideologico. Nondimeno Engels sacrificando del tutto le sue venticinque domande e risposte a favore di uno studio storico, dette una prova della sua coscienziosità: il Manifesto, nel quale il comunismo si annunciava come fenomeno storico mondiale, doveva — secondo le parole dello storico greco — essere un’opera di importanza duratura e non uno scritto polemico per il lettore distratto.

È infatti anche la sua forma classica che ha assicurato al Manifesto comunista il suo posto stabile nella letteratura mondiale. E non perché si debba con ciò fare una concessione a quegli strani originali che, estraendone singole frasi, hanno preteso di dimostrare che gli autori del Manifesto avrebbero plagiato Carlyle o Gibbon o Sismondi, o chissà chi altro. Questo non è che polvere negli occhi, e per questo riguardo il Manifesto è tanto indipendente e originale quanto non lo è mai stata nessun’opera. Ma tuttavia esso non contiene nessun pensiero che Marx ed Engels non avessero già espresso nei loro scritti precedenti. Il Manifesto non fu una nuova rivelazione; soltanto riassumeva la nuova concezione del mondo dei suoi autori in uno specchio la cui luce non poteva essere più chiara e la cui cornice più stretta. Per quello che lo stile ci consente di giudicare, Marx ha avuto la parte maggiore nel dargli la forma definitiva, sebbene Engels, come il suo abbozzo dimostra, non stesse affatto su di un livello ideologico inferiore, e debba con lo stesso buon diritto esserne considerato, anch’egli, autore.

Da quando uscì il Manifesto sono passati due terzi di secolo, e questi sei o sette decenni sono stati un periodo di possenti rivolgimenti economici e politici, che non sono passati senza lasciar traccia sul Manifesto. Per certi aspetti lo sviluppo storico si è compiuto altrimenti, e soprattutto più lentamente di quanto i suoi autori non supponessero.

Quanto più il loro sguardo si spingeva in avanti, tanto più le cose apparivano loro vicine. Si può dire che non si poteva avere la luce senza queste ombre. È un fenomeno psicologico che Lessing ha già notato negli uomini che lanciano «sguardi molto giusti nel futuro»: «Quello per cui la natura si prende millenni di tempo, deve maturarsi nel breve attimo della loro esistenza». Ora, Marx ed Engels non si sono sbagliati di millenni, ma certo di parecchi decenni. Nel concepire il Manifesto essi vedevano lo sviluppo del modo di produzione capitalistico ad un grado tale che esso ha appena raggiunto oggi. Ed Engels si esprimeva nel suo abbozzo in modo anche più crudo che nel Manifesto stesso, là dove diceva che nei paesi civili in quasi tutti i rami della produzione veniva attuato il sistema di fabbrica, e che in quasi tutti i rami della produzione l’artigianato e la manifattura erano stati soppiantati dalla grande industria.

In singolare contrasto con questo stava la consistenza relativamente meschina dei partiti operai che il Manifesto comunista poté registrare.

Perfino il più notevole di essi, il cartismo inglese, era ancora fortemente impregnato di elementi piccolo-borghesi, e tanto più lo era il partito socialista democratico di Francia. I radicali della Svizzera e quei rivoluzionari polacchi per i quali l’emancipazione dei contadini era la condizione preliminare della liberazione nazionale, erano soltanto ombre. Più tardi gli autori stessi hanno indicato quale ristretto territorio di diffusione avesse allora il movimento proletario, e sottolineato in particolare l’assenza della Russia e degli Stati Uniti.

«Erano i tempi in cui la Russia costituiva l’ultima grande riserva di tutta la reazione europea e l’emigrazione negli Stati Uniti assorbiva le forze esuberanti del proletariato europeo. Entrambi quei paesi rifornivano l’Europa di materie prime e le servivano al tempo stesso di mercato per i suoi prodotti industriali. Così entrambi, in un modo o nell’altro, erano dei bastioni dell’ordine sociale esistente in Europa»V.16.

Come era cambiato tutto ciò già dopo una generazione, e così completamente oggi! Ma è davvero una confutazione del Manifesto la constatazione che la «funzione altamente rivoluzionaria» che esso attribuisce al modo di produzione capitalistico ebbe un respiro più lungo di quanto non gli attribuissero i suoi autori?

È legato con questo il fatto che la descrizione avvincente e grandiosa che il primo capitolo del Manifesto traccia della lotta di classe tra la borghesia e il proletariato nelle sue linee fondamentali è invero di insuperabile verità, ma tratta in modo fin troppo sommario il processo di questa lotta. Oggi non si può porre la questione in questi termini generali, che l’operaio moderno — a differenza dalle classi oppresse del passato, a cui erano state assicurate le condizioni entro le quali esse potevano almeno aver sicura la loro esistenza servile — invece di elevarsi col progresso dell’industria, precipita sempre più profondamente al di sotto delle condizioni della sua stessa classe. Per quanto il modo di produzione capitalistico presenti questa tendenza, tuttavia larghi strati della classe operaia hanno saputo assicurarsi, anche sul terreno della società capitalistica, un’esistenza che si eleva addirittura al di sopra del livello di esistenza di certi strati piccolo-borghesi.

Ci si dovrà certo guardare dall’inseguire perciò coi critici borghesi la caducità della «teoria dell’immiserimento» che sarebbe stata proclamata dal Manifesto comunista. Questa teoria, l’asserzione cioè che il modo di produzione capitalistico immiserirebbe le masse delle nazioni in cui esso predomina, era stata avanzata lungo tempo prima che apparisse il Manifesto comunista, anzi prima che Marx ed Engels prendessero la penna in mano. Essa era stata avanzata da pensatori socialisti, da politici radicali, anzi prima di tutti da economisti borghesi. La legge della popolazione di Malthus si affannava a coonestare la «teoria dell’immiserimento» come una legge naturale eterna. La «teoria dell’immiserimento» rispecchiava una prassi contro la quale inciampava perfino la legislazione delle classi dominanti. Si fabbricavano leggi sui poveri e si costruivano bastiglie per i poveri, nelle quali l’immiserimento veniva considerato come una colpa dei poveri e come tale veniva punito. Questa «teoria dell’immiserimento» l’hanno tanto poco inventata Marx ed Engels che essi le si sono anzi opposti fin dal principio, non certo in quanto essi combattessero la realtà incontrovertibile e universalmente riconosciuta dell’immiserimento, ma in quanto dimostrarono che questo immiserimento non era una legge naturale eterna, ma un fenomeno storico che poteva essere eliminato, e lo sarà, grazie agli effetti dello stesso modo di produzione che l’aveva generato.

Se si vuole levare un’accusa contro il Manifesto comunista partendo da queste posizioni, si può mirare soltanto al fatto che esso non si era ancora abbastanza liberato dall’impostazione della teoria borghese dell’«immiserimento». Esso stava ancora sulle posizioni della legge dei salari, così come l’aveva sviluppata Ricardo partendo dalla teoria della popolazione di Malthus; perciò dava un giudizio troppo svalutativo sulle lotte salariali e sulle organizzazioni sindacali degli operai, nelle quali riconosceva essenzialmente soltanto la piazza d’armi e il campo di manovra della lotta politica di classe. Nella legge inglese sulle dieci ore Marx ed Engels non riconoscevano ancora, come fecero più tardi, la «vittoria di un principio»; partendo da premesse capitalistiche essa era ai loro occhi soltanto una catena reazionaria per la grande industria. Insomma il Manifesto non riconosceva ancora nelle leggi di fabbrica e nelle organizzazioni sindacali le tappe della lotta per l’emancipazione del proletariato, che dovrà rivoluzionare la società capitalistica nella società socialista e che sarà combattuta fino alla sua meta ultima, se non si vuole che vadano perduti anche i primi successi faticosamente conquistati.

Conformemente a ciò il Manifesto considerava la reazione del proletariato alle tendenze all’immiserimento insite nel modo di produzione capitalistico, troppo unilateralmente alla luce di una rivoluzione politica. Davanti ad esso aleggiavano gli esempi della rivoluzione inglese e francese; esso attendeva alcuni decenni di guerre civili e di lotte di popolo, nella cui serra calda il proletariato sarebbe presto giunto a maturità politica. L’opinione degli autori si manifestava con piena chiarezza nelle frasi che trattavano dei compiti del partito comunista in Germania. Il Manifesto auspicava qui la lotta comune del proletariato e della borghesia, non appena questa agisse rivoluzionariamente contro la monarchia assoluta, la proprietà fondiaria feudale e la piccola borghesia, senza però lasciar passare un momento per portare gli operai alla coscienza più chiara possibile dell’antagonismo insanabile tra borghesia e proletariato.

Vi si dice poi: «Sulla Germania i comunisti rivolgono specialmente la loro attenzione, perché la Germania è alla vigilia della rivoluzione borghese, e perché essa compie tale rivoluzione in condizioni di civiltà generale europea più progredite e con un proletariato molto più sviluppato che non avessero l’Inghilterra nel secolo XVII e la Francia nel secolo XVIII; per cui la rivoluzione borghese tedesca non può essere che l’immediato preludio di una rivoluzione proletaria»V.17.

Questa rivoluzione borghese in Germania, a dire il vero, tenne subito dietro al Manifesto ma le condizioni nelle quali essa si compì ebbero proprio l’effetto opposto: lasciarono fermarsi a mezza via la rivoluzione borghese, fino a che, alcuni mesi dopo, la battaglia parigina del giugno fece passare ogni velleità rivoluzionaria alla borghesia e particolarmente alla borghesia tedesca.

Così il dente del tempo ha roso qua e là le frasi quasi scolpite sul marmo del Manifesto. Già nell’anno 1872 gli autori stessi, nella prefazione ad una nuova edizione, riconoscevano che esso era «qua e là invecchiato», ma potevano con ugual diritto aggiungere che i principi fondamentali sviluppati nel Manifesto avevano conservato nel complesso la loro piena validità. E ciò varrà finché non sarà finita la lotta mondiale tra borghesia e proletariato. I momenti decisivi di questa lotta sono svolti con insuperabile maestria nel primo capitolo, come nel secondo sono svolte le idee direttive del comunismo scientifico moderno; e se nel terzo capitolo la critica della letteratura socialistica e comunistica giunge soltanto fino all’anno 1847, essa getta però lo sguardo così al fondo delle cose, che da allora in poi non è sorta nessuna tendenza socialista o comunista che non sia stata già criticata in questo capitolo. Ma finanche la predizione del quarto ed ultimo capitolo sullo svolgimento storico in Germania è stata vera, sia pure in un senso diverso di come la pensavano i suoi autori; la rivoluzione borghese in Germania, rattrappitasi già in germe, è stata soltanto un preludio del possente sviluppo della lotta di classe del proletariato.

Incrollabile nelle sue verità fondamentali e istruttivo anche nei suoi errori, il Manifesto comunista è divenuto un documento della storia mondiale, e attraverso la storia mondiale risuona il grido di battaglia con cui esso si conchiude: Proletari di tutti i paesi, unitevi!

VI - Rivoluzione e controrivoluzione

1. Le giornate di febbraio e marzo

Il 24 febbraio 1848 la rivoluzione aveva rovesciato la monarchia borghese di Francia. Essa ebbe il suo contraccolpo anche a Bruxelles, ma il re Leopoldo, un Coburgo furbo matricolato, seppe cavarsi d’impaccio più abilmente di quanto avesse fatto suo suocero a Parigi. Egli promise ai suoi ministri, ai suoi deputati e ai suoi borgomastri liberali di depone la corona se la nazione lo desiderasse, e così commosse a tal punto i sensibili uomini di Stato della borghesia che essi rinunciarono ad ogni pensiero di ribellione.

Poi il re fece disperdere dai suoi soldati le assemblee popolari sulle pubbliche piazze, e scatenò la polizia alla caccia dei rifugiati stranieri. In quest’occasione si procedette con particolare brutalità contro Marx; non solo si arrestò lui, ma anche sua moglie, che fu tenuta per una notte rinchiusa con delle prostitute. Il commissario di polizia responsabile di questa infamia fu poi destituito, e l’arresto fu subito revocato ma fu confermata l’espulsione, che era del resto un’angheria superflua.

Marx era infatti senz’altro in procinto di partire per Parigi. Il Comitato centrale di Londra della Lega dei Comunisti, subito dopo lo scoppio della rivoluzione di febbraio, aveva trasmesso i suoi poteri al Comitato distrettuale di Bruxelles. Ma questo, nelle condizioni di stato d’assedio esistenti già di fatto a Bruxelles, trasmise i suoi poteri a Marx il 3 marzo, con l’autorizzazione a creare un nuovo comitato centrale a Parigi, dove Marx era stato invitato a tornare sin dal 1° marzo con una lettera del Governo provvisorio, a firma di Flocon, assai lusinghiera per lui.

Già il 6 marzo Marx poté dimostrare la superiorità del suo giudizio contrapponendosi, in una grande assemblea dei tedeschi viventi a Parigi, al piano avventuroso di irrompere in Germania a mano armata per farvi scoppiare la rivoluzione. Il piano era stato covato dall’ambiguo Bornstedt, al quale purtroppo riuscì di convincere Herwegh. Anche Bakunin, che più tardi se ne pentì, allora fu favorevole. Il Governo provvisorio sostenne il piano, non per entusiasmo rivoluzionario, ma con il secondo fine di liberarsi degli operai stranieri in un momento di disoccupazione crescente; esso accordò loro alloggiamenti e un soldo di 50 centesimi al giorno durante la marcia fino al confine. Herwegh non si ingannò sul «motivo egoistico di liberarsi di molte migliaia di operai che facevano concorrenza ai francesi», ma per la sua mancanza di senso politico spinse l’avventura fino al suo miserevole epilogo presso Niederdossenbach.

Marx, mentre si contrapponeva decisamente a questo modo di giocare alla rivoluzione, che era divenuto del tutto insensato dopo che la rivoluzione aveva vinto a Vienna il 13 marzo e a Berlino il 18 marzo, si procurava i mezzi per sostenere efficacemente la rivoluzione tedesca, sulla quale soprattutto i comunisti avevano rivolto la loro attenzione. Sulla base dei pieni poteri ricevuti egli costituì un nuovo comitato centrale, formato per metà da antichi brussellesi (Marx, Engels, Wolff), per metà da antichi londinesi (Bauer, Moll, Schapper). Esso lanciò un appello contenente diciassette rivendicazioni «nell’interesse del proletariato tedesco, del ceto piccolo-borghese e contadino», tra cui la proclamazione della intera Germania a repubblica una e indivisibile, l’armamento generale del popolo, la statizzazione dei possessi fondiari principeschi e delle altre terre feudali, delle miniere, delle cave, dei mezzi di trasporto, l’istituzione di opifici nazionali, l’istruzione popolare generale e gratuita, ecc. Naturalmente queste rivendicazioni della propaganda comunista dovevano soltanto segnare le direttive generali; nessuno meglio di Marx sapeva che esse non potevano essere realizzate dall’oggi al domani, ma soltanto in un lungo processo di sviluppo rivoluzionario.

La Lega dei Comunisti era troppo debole per promuovere come organizzazione chiusa, il movimento rivoluzionario. Si vide che la sua riorganizzazione sul continente era ancora ai suoi primi inizi. Tuttavia la cosa importava poco, in quanto era venuta meno ogni giustificazione della sua esistenza dopo che la rivoluzione aveva fornito alla classe operaia i mezzi e la possibilità per una propaganda pubblica. In queste condizioni, Marx ed Engels fondarono a Parigi un club comunista tedesco, in cui consigliarono agli operai di non partecipare alla spedizione di Herwegh, e di ritornare invece in patria ciascuno per proprio conto e di agire a favore del movimento rivoluzionario. Così essi aiutarono qualche centinaio di operai a passare in Germania, ottenendo loro, per mezzo di Flocon, le stesse agevolazioni che erano state accordate al reparto partigiano di Herwegh dal Governo provvisorio.

In questo modo anche la grande maggioranza dei membri della Lega arrivò in Germania, e per mezzo loro la Lega si confermò un’eccellente scuola per la rivoluzione. Dove il movimento prese uno slancio possente, le forze che lo sospingevano erano membri della Lega: Schapper nel Nassau, Wolff a Breslavia, Stephan Born a Berlino, altri altrove. Born scriveva a Marx cogliendo nel segno: «La Lega è dissolta, dappertutto e in nessun luogo». Come organizzazione non era in nessun luogo, come propaganda era dovunque fossero già poste le reali condizioni per la lotta di emancipazione del proletariato, cosa che a dire il vero avveniva soltanto per una parte relativamente piccola della Germania. Marx e i suoi amici più intimi si lanciarono in Renania, in quanto era la parte più progredita della Germania, dove per di più il Code Napoléon assicurava loro più libertà di movimento di quanto ne avrebbe concessa il diritto regionale prussiano a Berlino. Riuscì loro di controllare i preparativi fatti a Colonia da parte di democratici e anche di comunisti per fondare un grande giornale. Certo restavano ancora una serie di difficoltà da superare; in particolare, Engels ebbe la delusione di vedere che il comunismo del Wuppertal, lungi dall’essere una realtà, e tanto meno una forza, da quando la rivoluzione si era mostrata in carne ed ossa, era rimasto soltanto un fantasma scomparso al cessar della notte.

Il 25 aprile egli scriveva da Barmen a Marx, a Colonia:

«C'è maledettamente poco da contare sulla vendita di azioni qui.... Tutti han paura di discutere questioni sociali come della peste; lo chiamano incitamento alla rivolta.... Dal mio vecchio non c’è proprio niente da cavar fuori. Per lui già la Kölner Zeitung è il non plus ultra dell’incitamento alla rivolta, e invece di 1.000 talleri preferirebbe mandarci tra capo e collo 1.000 proiettili»VI.1.

Comunque anche Engels procurò altre quattordici azioni, e dal 1° giugno poté uscire la Neue Rheinische Zeitung.

Marx firmava come redattore capo, e al suo comitato di redazione appartenevano Engels, Dronke, Weerth e i due Wolff.

2. Le giornate di giugno

La Neue Rheinische Zeitung si definiva «Organo della democrazia», ma non lo era nel senso di una qualche sinistra parlamentare. Essa non mirava a questo onore, riteneva anzi urgentemente necessario sorvegliare i democratici; la repubblica nero-rosso-oro, essa scriveva, era tanto poco il suo ideale, che la sua opposizione sarebbe cominciata primamente sul suo terreno.

Essa cercava di spingere avanti il movimento rivoluzionario, così come esso era allora, assolutamente nello spirito del Manifesto comunista. Il compito era tanto più urgente in quanto il terreno rivoluzionario che le giornate di marzo avevano conquistato, a giugno a poco a poco era già andato perduto. A Vienna, coi suoi contrasti di classe ancora non sviluppati, dominava una allegra anarchia; a Berlino la borghesia aveva il coltello dalla parte del manico, ma soltanto per riconsegnarlo alle potenze prequarantottesche sconfitte; negli Stati piccoli e medi troneggiavano ministri liberali, che si distinguevano dai loro predecessori feudali non certo per dignità umana di fonte ai troni regali, ma soltanto per una maggiore flessibilità della spina dorsale; e l’Assemblea nazionale di Francoforte, che, nella piena sovranità dei suoi poteri, doveva creare l’unità tedesca, appena si riunì il 18 maggio, si dimostrò da capo a fondo un club di chiacchiere senza speranza.

La Neue Rheinische Zeitung sin dal suo primo numero fece subito i conti con quest’ombra, e in modo così radicale che la metà dei suoi poco numerosi azionisti batté in ritirata. Essa non aveva in nessun modo avanzato pretese esagerate sull’intelligenza e sul coraggio degli eroi parlamentari. Criticando il feudalismo repubblicano rappresentato dalla sinistra del Parlamento di Francoforte, essa metteva in rilievo che una federazione di monarchie costituzionali, di piccoli principati e di piccole repubbliche con alla testa un governo repubblicano non poteva essere la costituzione definitiva della Germania, ma aggiungeva: «Noi non avanziamo il desiderio utopistico che venga proclamata sin dal principio una repubblica tedesca unica e indivisibile, ma esigiamo dal cosiddetto partito radical-democratico di non scambiare il punto di partenza della lotta e del movimento rivoluzionario con il loro punto di arrivo. L’unità tedesca, come la costituzione tedesca, possono venir fuori soltanto come risultato di un movimento in cui saranno tanto i conflitti interni quanto la guerra con l’Oriente a spingere a una decisione. La costituzione definitiva non può venir decretata, essa coincide col movimento che noi dobbiamo attraversare. Si tratta quindi non di realizzare questa o quella opinione, questa o quella idea politica, ma si tratta di comprendere il processo di sviluppo. L’Assemblea nazionale non ha che da fare i passi che sono praticamente possibili all’inizio».

Ma l’Assemblea nazionale fece ciò che secondo tutte le leggi della logica sarebbe dovuto risultare praticamente impossibile: elesse reggente dell’Impero l’arciduca austriaco Giovanni, e così, per la parte sua, mise il movimento tra le mani dei principi.

Gli avvenimenti di Berlino furono più importanti di quelli di Francoforte. Entro i confini tedeschi lo Stato prussiano era l’avversario più pericoloso della rivoluzione. Sì, il 18 marzo essa lo aveva abbattuto, ma i frutti della vittoria, conformemente alla situazione storica, erano caduti anzitutto tra le mani della borghesia, e questa si affrettò a tradire la rivoluzione. Per mantenere la «continuità dello Stato di diritto», cioè per smentire la sua origine rivoluzionaria, il ministero borghese Camphausen-Hansemann convocò il Landtag unificato, per far stabilire le basi di una costituzione borghese da questa rappresentanza feudale corporativa. Ciò fu fatto con le leggi del 6 e dell’8 aprile, delle quali la prima scrisse sulla carta, come linee essenziali della nuova costituzione, una serie di diritti civili, ma l’altra dispose il suffragio universale, uguale, segreto e indiretto per un’assemblea che doveva stabilire la nuova costituzione dello Stato attraverso un accordo con la corona.

Col famigerato principio dell’«accordo» era di fatto frustrata la vittoria che il proletariato berlinese aveva conquistato il 18 marzo sui reggimenti prussiani della guardia. Se le decisioni della nuova assemblea avevano bisogno dell’approvazione della corona, questa aveva di nuovo il sopravvento; essa dettava la sua volontà o avrebbe dovuto essere messa al bando con una nuova rivoluzione, a impedire la possibilità della quale il ministero Camphausen-Hansemann fece quanto era nelle sue forze. Esso vessò nel modo più gretto l’assemblea riunitasi il 22 marzo, ma si pose come «scudo di fronte alla dinastia», e dette un capo alla controrivoluzione che ne era ancor priva, richiamando dall’Inghilterra, dove il 18 marzo lo aveva cacciato l’ira delle masse, l’erede al trono, reazionario fino nelle midolla.

Ora, a dire il vero, nemmeno l’Assemblea di Berlino era all’altezza della rivoluzione, anche se magari non si muoveva nel regno aereo dei sogni così come il Parlamento di Francofone. Essa si prestò a riconoscere il principio dell’«accordo», che le succhiò il midollo dalle ossa, ma poi si riprese e assunse un contegno un po’ più deciso, quando il 14 giugno la popolazione di Berlino fece sentire la sua voce minacciosa con l’assalto all’arsenale. Camphausen cadde, ma non ancora Hansemann. I due si distinguevano per il fatto che Camphausen era tormentato ancora da un resto di ideologia borghese, mentre Hansemann si era messo a disposizione dei più scoperti interessi finanziari della borghesia, senza pentimenti e senza pudori. Egli credette di imporre questi interessi corteggiando ancor più la monarchia e gli Junker, corrompendo ancor più l’assemblea, e maltrattando le masse ancor più di quanto era stato fatto sino ad allora. La controrivoluzione aveva buoni motivi per lasciarlo stare dov’era.

A questo fatale sviluppo la Neue Rheinische Zeitung si oppose con tutta la decisione. Essa dimostrava che Camphausen seminava la reazione per favorire la grande borghesia, ma che il raccolto andava a vantaggio del partito feudale. Essa stimolava l’Assemblea berlinese, e soprattutto anche la sinistra, a un atteggiamento più deciso; di fronte all’indignazione di essa per la distruzione di qualche bandiera e di qualche arma durante l’assalto alle prigioni, essa lodò il giusto intuito del popolo che agiva rivoluzionariamente non soltanto contro i suoi oppressori, ma anche contro le brillanti illusioni del suo stesso passato. Essa mise la sinistra in guardia contro l’illusoria apparenza di vittorie parlamentari che il vecchio potere le consentiva volentieri, mentre conservava per sé tutte le posizioni veramente decisive.

Al ministero Hansemann il giornale predisse una fine miserabile. Esso voleva fondare il dominio della borghesia concludendo nello stesso tempo un compromesso col vecchio Stato feudale e poliziesco. «In questo compito ambiguo e contraddittorio esso vede ogni momento il dominio ancor da fondare della borghesia e la sua propria esistenza sopravanzati dalla reazione nel senso assolutistico feudale, e le soggiacerà. La borghesia non può conquistare il proprio dominio senza aver provvisoriamente come alleato tutto il popolo, senza agire più o meno democraticamente». Il giornale trattò con tagliente disprezzo anche l’affannarsi della borghesia per ridurre a un vano imbroglio la liberazione dei contadini, che è il compito più legittimo di una rivoluzione borghese. «La borghesia tedesca del 1848 tradisce senza il minimo pudore i contadini, i suoi più naturali alleati, che sono carne della sua carne, e senza dei quali essa è impotente di fronte alla nobiltà». Così la rivoluzione tedesca del 1848 era soltanto una parodia della rivoluzione francese del 1789.

E lo era anche in un altro senso. La rivoluzione tedesca non aveva vinto per forza propria, ma in conseguenza di una rivoluzione francese, che aveva già procurato al proletariato la partecipazione al governo. E, a dire il vero, con questo non si giustificava e nemmeno si scusava il tradimento della borghesia nei confronti della rivoluzione tedesca, ma comunque lo si chiariva. Ma ora, quasi nelle stesse giornate di giugno in cui il ministero Camphausen cominciava il suo lavoro di becchino, parve che le si togliesse questo peso dal petto. In una terribile lotta di strada di quattro giorni il proletariato parigino fu battuto, grazie al mestiere di carnefice che tutte le classi e i partiti borghesi si prestarono a compiere in comune per conto del capitale.

Ma in Germania la Neue Rheinische Zeitung sollevò dalla polvere la bandiera del «vinto vincitore». Da che parte dovesse schierarsi la democrazia nella lotta di classe tra borghesia e proletariato, Marx lo diceva con queste possenti parole:

«Ci si domanderà se non abbiamo lacrime, sospiri, parole per le vittime che sono cadute sotto il furore del popolo, cioè per la guardia nazionale, la guardia mobile, la guardia repubblicana, l’esercito di linea. Lo Stato avrà cura delle loro vedove e dei loro orfani, esse saranno onorate per decreto, solenni funerali accompagneranno i loro resti al sepolcro, la stampa ufficiale le dichiarerà immortali, la reazione europea farà loro omaggio dall’Oriente fino all’Occidente. Ma i plebei, dilaniati dalla fame, derisi dalla stampa, abbandonati dai medici, ingiuriati dagli onesti come ladri incendiari, schiavi da galera, le loro donne e i loro bambini precipitati in una miseria ancora più immensa, i migliori dei loro sopravvissuti deportati di là dall’oceano — intrecciare l’alloro sulla loro cupa fronte minacciosa, è il privilegio, è il diritto della stampa democratica».

Questo stupendo articolo, dal quale ancor oggi guizzano le fiamme della passione rivoluzionaria, costò alla Neue Rheinische Zeitung l’altra metà dei suoi azionisti.

3. La guerra contro la Russia

Nella politica estera la guerra contro la Russia era il cardine intorno a cui si muoveva la Neue Rheinische Zeitung. Nella Russia essa vedeva uno dei nemici veramente temibili della rivoluzione, che sarebbe immancabilmente entrato nella lotta quando il movimento avesse preso un’estensione europea.

E in questo essa era assolutamente sulla giusta strada. Nello stesso tempo in cui essa chiedeva la guerra rivoluzionaria contro la Russia, lo Zar — ed essa non poteva saperlo, ma oggi è noto attraverso documenti storici — offriva al principe di Prussia l’aiuto dell’esercito russo per restaurare con la forza il dispotismo, e un anno dopo l’orso russo salvò il dispotismo austriaco abbattendo con le sue zampe pesanti a rivoluzione ungherese. La rivoluzione tedesca non poteva vincere senza distruggere gli Stati oppressori prussiano ed austriaco, e questo scopo era irraggiungibile se non si fosse prima infranta la potenza dello Zar.

Dalla guerra contro la Russia il giornale si attendeva uno scatenamento di forze rivoluzionarie simile a quello scatenato dalla rivoluzione francese del 1789 con la guerra contro la Germania feudale. Quando essa, secondo un’espressione di Weerth, trattava en canaille la nazione tedesca, aveva ragione poiché fustigava con tutta severità la parte del poliziotto che i tedeschi si erano assunti da settanta anni contro la libertà e l’indipendenza di altri popoli; in America e in Francia, in Italia e in Polonia, in Olanda e in Grecia e magari altrove.

«Ora che i tedeschi scuotono il loro stesso giogo, deve anche cambiare tutta la loro politica di fronte agli stranieri, altrimenti nelle catene con cui incateniamo gli altri popoli metteremo la nostra stessa giovane libertà appena ora intravista. La Germania si rende libera nella stessa misura in cui essa lascia liberi i popoli vicini».

Il giornale denunciava la politica machiavellica che, mentre nell’interno della Germania era scossa nelle sue fondamenta, evocava un gretto odio razziale, contrastante col carattere cosmopolitico dei tedeschi, per paralizzare l’energia democratica, distogliere da sé l’attenzione, creare un canale di sfogo per la lava incandescente della rivoluzione, e forgiare così le armi della repressione interna.

«Nonostante le grida e gli stamburamenti patriottici di quasi tutta la stampa tedesca», esso sin dal primo momento prese posizione a Posen per i polacchi, in Italia per gli italiani, in Ungheria per gli ungheresi. Esso derise la «profondità della combinazione», il «paradosso storico», di intraprendere, nello stesso momento in cui i tedeschi lottavano contro il loro governo, una crociata contro la libertà della Polonia, dell’Ungheria, dell’Italia, sotto il comando dello stesso governo. «Soltanto la guerra contro la Russia è una guerra della Germania rivoluzionaria, una guerra in cui essa può lavare i peccati del passato, farsi animo, vincere i propri autocrati, in cui essa, come si conviene a un popolo che scuote le catene di una lunga ignava schiavitù, acquista il diritto di farsi banditrice di civiltà col sacrificio dei suoi figli, e si rende libera all’interno liberando all’esterno».

Da ciò veniva che per nessuna delle nazioni oppresse il giornale prese posizione tanto appassionatamente quanto per la Polonia. Il movimento polacco del 1848 si limitò alla provincia prussiana di Posen, dato che la Polonia russa era ancora fiaccata per la rivoluzione del 1830 e la Polonia austriaca per l’insurrezione del 1846. Esso tenne un atteggiamento abbastanza moderato e rivendicò appena quanto era stato promesso coi trattati del 1815, e non era poi stato mantenuto: la sostituzione dell’occupazione militare con truppe nazionali, e l’assegnazione di tutti gli uffici a polacchi. Nel primo momento di panico dopo il 18 marzo, a Berlino si promise una «riorganizzazione nazionale», ma naturalmente col segreto pensiero di non effettuarla. Mentre i polacchi erano abbastanza creduli da prestar fiducia alla buona volontà di Berlino, da qui si eccitava la popolazione tedesca ed ebrea della Posnania e si attizzava intenzionalmente una guerra civile, del cui incendio la Prussia portava tutta la responsabilità e dei cui orrori quasi tutta. I polacchi, spinti dalla violenza a una resistenza violenta, si batterono valorosissimamente, e più di una volta sbaragliarono totalmente il nemico superiore per numero e per armi, come il 30 aprile a Miloslaw, ma alla lunga la lotta delle sciabole polacche contro le granate prussiane era naturalmente senza possibilità di successo.

Sulla questione polacca la borghesia tedesca si comportò, come sempre, tanto senza cervello quanto senza fede. Nel periodo prerivoluzionario essa aveva compreso benissimo quanto strettamente fossero collegate la causa tedesca e la causa polacca, e, ancora dopo il 18 marzo, i suoi saggi avevano solennemente dichiarato nel preparlamento di Francoforte che la ricostituzione della Polonia era un sacro dovere della nazione tedesca. Ma non per questo Camphausen si trattenne dal fare anche in questo caso la parte del poliziotto per conto degli Junker prussiani. Egli mantenne la promessa della «riorganizzazione nazionale» in una maniera infame, strappando a pezzo a pezzo alla Posnania più di due terzi del suo territorio e facendoli annettere alla Confederazione tedesca con l’ultimo rantolo della Dieta federale, che finì sotto il peso dell’universale disprezzo. All’Assemblea nazionale di Francoforte non restava ormai che occuparsi del problema se riconoscere o no come propri membri di diritto i deputati eletti nelle parti sottratte alla Posnania. Dopo un dibattito di tre giorni, essa decise come solo ci si poteva attendere da lei: questa figlia degenere della rivoluzione consacrò il misfatto della controrivoluzione.

Quanto questo problema interessasse da vicino la Neue Rheinische Zeitung lo dimostra il modo esauriente con cui in otto o nove articoli, alcuni dei quali molto lunghi, essa commentò i dibattiti di Francoforte, in modo assolutamente opposto alla sprezzante brevità con cui di solito si sbrigava delle chiacchiere parlamentari. È il lavoro più esteso che sia apparso in generale sulle sue colonne. Per quanto il contenuto e lo stile consentono una supposizione, esso è stato scritto insieme da Marx e da Engels; comunque, Engels vi ha contribuito notevolmente; esso parta tracce molto evidenti del suo stile.

Quello che anzitutto colpisce in esso, e che in realtà costituisce il suo merito maggiore, è la refrigerante franchezza con cui esso scopriva il vano gioco che si faceva con la Polonia. Ma l’indignazione morale di cui Marx ed Engels erano capaci — molto più capaci di quanto potesse anche soltanto supporre il filisteo dabbene — non aveva nulla a che fare con la compassione sentimentale che per esempio Robert Blum a Francoforte aveva dedicato alla Polonia angariata: «la più triviale retorica da politicanti, anche se, e lo concediamo volentieri, retorica in grande e per un nobile compito», ecco quanto si sentì dire il celebrato oratore della sinistra, e non senza ragione. Egli non capì che il tradimento verso la Polonia era insieme il tradimento della rivoluzione tedesca, la quale perdeva così l’arma indispensabile contro il mortale nemico zarista.

Come «trivialissima retorica» Marx ed Engels consideravano anche la «fratellanza universale dei popoli» che, senza riguardo alla posizione storica, al grado di sviluppo sociale dei popoli pretendeva pari pari di affratellare tutti a vanvera; «giustizia», «umanità», «libertà», «uguaglianza», «fraternità», «indipendenza» erano per essi parole più o meno morali che suonavano molto bene, ma che non dimostravano assolutamente nulla in questioni storiche e politiche. Questa «moderna mitologia» è sempre stata per loro motivo d’orrore. E tanto più in quelle giornate roventi della rivoluzione per loro valeva soltanto la parola d’ordine: prò o contro?

Così gli articoli della Neue Rheinische Zeitung sulla Polonia erano animati da una passione schiettamente rivoluzionaria, che li innalzava molto al di sopra dei discorsi filopolacchi della democrazia corrente. Ancor oggi essi valgono come un’eloquente testimonianza di un penetrante acume politico. Tuttavia non sono privi di errori sulla storia polacca. Per quanto fosse importante dire che la lotta per l’indipendenza della Polonia poteva essere vittoriosa soltanto se fosse stata nello stesso tempo una vittoria della democrazia nelle campagne sull’assolutismo patriarcale-feudale, era però inesatto supporre che i polacchi avessero riconosciuto questa connessione sin dai tempi della costituzione del 1791. Ed era altrettanto inesatto che nel 1848 la vecchia Polonia della democrazia nobiliare fosse da tempo morta e sepolta e che avesse lasciato dietro, di sé un figlio vivo e vitale, la Polonia della democrazia contadina. Negli Junker polacchi che combattevano con splendido eroismo sulle barricate dell’Europa occidentale per liberare il loro popolo dalla stretta mortale della potenza orientale, Marx ed Engels vedevano i rappresentanti della nobiltà polacca, mentre avveniva soltanto che i Lelewel e i Mieroslawski, induriti e purificatisi nel fuoco della lotta, si alzavano al di sopra della loro classe, come una volta gli Hutten e i Sickingen si erano alzati al di sopra dei cavalieri tedeschi e, in un passato più recente, i Clausewitz e gli Gneisenau al di sopra degli Junker prussiani.

Anche Marx ed Engels superarono ben presto questo errore. Engels, invece, ha sempre mantenuto lo sprezzante giudizio della Neue Rheinische Zeitung dalle lotte per l’indipendenza delle nazioni e nazioncine slave del sud. Nel 1882 Engels si espresse in proposito non diversamente che nella polemica che egli ebbe nel 1849 con Bakunin. Nel luglio del 1848 il rivoluzionario russo era stato sospettato sul giornale dal loro corrispondente parigino, Ewerbeck, di essere un agente del governo russo, e l’affermazione era stata confermata da un analogo e contemporaneo comunicato dell’agenzia Havas. Tuttavia la notizia si era subito rivelata falsa ed era stata smentita in pieno dalla redazione. Poi Marx, quando alla fine d’agosto e al principio di settembre compì un viaggio a Berlino e Vienna, aveva rinnovato le sue vecchie relazioni amichevoli con Bakunin e aveva aspramente stigmatizzato nell’ottobre la sua espulsione dalla Prussia. Anche Engels univa a una sua polemica contro un appello di Bakunin agli slavi la premessa che Bakunin era suo amico, ma poi stroncava con concretezza e decisione le tendenze panslavistiche del breve scritto di lui.

Anche qui decisivo era anzi tutto l’interesse della rivoluzione. Nella lotta del governo di Vienna contro i rivoluzionari tedeschi e ungheresi, gli slavi dell’Austria — ad eccezione dei polacchi — si erano schierati dalla parte della reazione. Essi avevano assalito Vienna rivoluzionaria e l’avevano consegnata alla spietata vendetta dei governanti imperialregi; nel momento in cui Engels scriveva contro Bakunin, essi erano in campo contro l’Ungheria insorta, la cui guerra rivoluzionaria Engels seguiva nella Neue Rheinische Zeitung con grande competenza tecnica, e per di più con quell’appassionata partecipazione, che gli faceva sopravvalutare i magiari, come i polacchi, oltre il livello del loro sviluppo storico. Alla rivendicazione di Bakunin, che fosse assicurata l’indipendenza agli slavi dell’Austria, Engels rispondeva:

«Noi non ci pensiamo nemmeno. Alle frasi sentimentali sulla fratellanza, che qui ci vengono presentate in nome delle nazioni più reazionarie d’Europa, noi rispondiamo che l’odio contro i russi era ed è ancora tra i tedeschi la prima passione rivoluzionaria; che dalla rivoluzione vi si è aggiunto l’odio contro i cechi e i croati, e che noi, insieme con i polacchi e i magiari, possiamo consolidare la rivoluzione soltanto col più deciso terrorismo contro questi popoli slavi. Ora noi sappiamo dove sono concentrati i nemici della rivoluzione: in Russia e nei paesi slavi dell’Austria, e nessuna frase, nessun rinvio a un indeterminato futuro democratico di questi paesi ci tratterrà dal trattare da nemici i nostri nemici».

E così Engels decretava una lotta spietata per la vita e per la morte contro lo «slavismo traditore della rivoluzione».

E tuttavia ciò non era scritto o non era scritto soltanto in un impeto d’ira per i servizi che gli slavi dell’Austria prestavano alla reazione europea. Engels negava ai popoli slavi — ad eccezione dei polacchi, dei russi e magari degli slavi della Turchia — ogni avvenire storico, «per il semplice motivo che a tutti gli altri slavi mancavano tutte le premesse storiche, geografiche, politiche e industriali per l’indipendenza e la stessa esistenza». La lotta per la loro indipendenza nazionale li rendeva strumenti inerti dello zarismo, e in questo le bene intenzionate illusioni dei panslavisti democratici non potevano cambiare nulla. Il diritto storico dei grandi popoli civili a uno sviluppo rivoluzionario era preminente rispetto alla lotta di queste piccole, striminzite, impotenti nazioncine per la loro indipendenza, anche se così dovesse andar sgualcito di forza il fiorellino delicato di qualche nazione; soltanto così esse sarebbero state messe in grado di partecipare a uno sviluppo storico a cui, abbandonate a sé stesse, sarebbero rimaste del tutto estranee. E così, ancora nel 1882, quando la spinta alla libertà degli slavi dei Balcani contrastava con gli interessi del proletariato dell’Europa occidentale, Engels diceva che avrebbe fatto volentieri a meno di queste longae manus dello zarismo; simpatie poetiche non hanno posto nella politica.

Engels si sbagliava quando negava un avvenire storico alle piccole nazioni slave, ma il suo pensiero fondamentale era senza dubbio giusto, e la Neue Rheinische Zeitung lo sostenne con tutta decisione anche in un caso in cui esso coincideva con le «simpatie poetiche» del filisteo.

4. Le giornate di settembre

Si trattava della guerra che dopo il 18 marzo il governo prussiane aveva cominciato, per mandato della Confederazione tedesca, contro la Danimarca, e precisamente a proposito della questione dello Schleswig-Holstein.

Lo Holstein era un paese tedesco e apparteneva alla Confederazione tedesca; lo Schleswig era al di fuori di questa Confederazione e, almeno nelle sue province settentrionali, era prevalentemente danese. Ambedue i ducati erano legati da qualche secolo, per la comunanza della dinastia regnante, col regno di Danimarca, solo di poco più esteso e più popoloso ma lo erano tuttavia con la restrizione che in Danimarca valeva anche la discendenza femminile, mentre nello Schleswig-Holstein soltanto quella maschile. I due ducati erano stretti in una salda unione di fatto e in questa inseparabilità godevano di indipendenza statale.

Tali erano i rapporti della Danimarca coi ducati secondo i trattati internazionali. In pratica essi si esprimevano col fatto che fino all’inizio del secolo decimonono la cultura tedesca predominava a Copenhagen, la lingua tedesca era la lingua ufficiale del regno danese e la nobiltà dello Schehwig-Holstein aveva un’influenza determinante nei ministeri danesi. Durante le guerre napoleoniche i contrasti nazionali si acuirono; coi Trattati di Vienna, la Danimarca dovette scontare con la perdita della Norvegia, la fedeltà serbata fino all’ultimo all’erede della rivoluzione francese, e nella lotta per la sua esistenza statale essa fu spinta ad annettersi lo Scbelswig-Holstein, tanto più che la progressiva estinzione della discendenza maschile nella sua famiglia reale faceva prevedere vicino il passaggio dei ducati a una linea collaterale e con ciò la loro piena separazione dalla Danimarca. Così, per quanto glielo permettevano le sue forze, la Danimarca si emancipava dall’influenza tedesca, e in cambio, essendo troppo piccola per dar vita a un suo spirito nazionale, promuoveva un artificiale scandinavismo, per il quale cercava di legarsi con la Norvegia e con la Svezia in una particolare unità culturale.

I tentativi del governo danese per impadronirsi completamente dei ducati dell’Elba, trovarono in essi una tenace resistenza, che divenne presto un fatto nazionale tedesco. La Germania, in pieno rigoglio economico, soprattutto dopo la costituzione dello Zollverein, riconosceva l’importanza che la penisola dello Schleswig-Holstein, distesa tra due mari, aveva per il suo traffico commerciale marittimo, e salutò con plauso sempre crescente l’opposizione dello Schleswig-Holstein alla propaganda danese. Sin dal 1844 la canzone «Schleswig-Holstein meerumschlungen, deutscher Sitte hohe Wacht»VI.2 divenne una specie di inno nazionale. A dire il vero il movimento non andava oltre i limiti sonnacchiosi e noiosi di un’agitazione di tipo prequarantottesco, ma i governi tedeschi non riuscirono a sottrarsi del tutto al suo influsso. Quando nel 1847 il re di Danimarca Cristiano VIII preparò un atto di forza decisivo con la lettera patente in cui dichiarava parte integrante del comune Stato danese, il ducato dello Schleswig e anche una parte del ducato dello Holstein, perfino la Dieta federale levò un’impacciata protesta, invece di dichiararsi incompetente, come era sua usanza, quando si trattava della difesa di stirpi tedesche dall’oppressione di principi stranieri.

Ora, la Neue Rheinische Zeitung non sentiva la minima parentela razziale con questo entusiasmo borghese da birreria abbracciato dal mare; vi vedeva soltanto il contraltare dello scandinavismo che essa fustigava come «entusiasmo per la brutale, sporca, piratesca nazionalità antico-nordica, per quella profonda interiorità che non riesce a tradurre in parole i suoi prorompenti pensieri e sentimenti, ma che li sa ben tradurre in azioni, specialmente in atti brutali nei riguardi delle donnine, nell’ubriachezza permanente, e nei furori alternati al sentimentalismo lacrimoso». Tutta la situazione si complicò a tal punto che, sotto la bandiera reazionaria dello scandinavismo, combatteva in Danimarca per l’appunto l’opposizione borghese, il partito dei cosiddetti danesi dell’Eider, che aspirava alla danizzazione del ducato dello Schleswig e all’estensione del territorio economico danese, per consolidare poi tutto lo Stato con una costituzione moderna, mentre la lotta dei ducati pei il loro diritto antico e patentato era più o meno una lotta per privilegi feudali e per fanfaluche dinastiche.

Nel gennaio del 1848 salì al potere in Danimarca, Federico VII, ultimo rampollo del ramo maschile, e, seguendo il consiglio del padre morente, cominciò a preparare per la Danimarca e i ducati una costituzione comune liberale. Un mese dopo, la rivoluzione di febbraio suscitò a Copenhagen un travolgente movimento popolare. Esso portò al governo il partito dei danesi dell’Eider, che si accinse subito con slancio furibondo all’attuazione del suo programma, all’annessione dello Schleswig fino all’Eider. Allora i Ducati proclamarono il proprio distacco dal re danese, col loro esercito forte di 7.000 uomini, e crearono un governo provvisorio a Kiel. In esso la nobiltà aveva il sopravvento, ma invece di scatenare le energie del paese, che avrebbe potuto misurarsi benissimo con la potenza danese, essa si rivolse implorando aiuto alla Dieta federale e al governo prussiano, dai quali non aveva nulla da temere per i privilegi feudali.

Trovò pronta condiscendenza presso l'una e l’altro, a cui la «tutela della causa tedesca» parve il pretesto benvenuto per potersi rifare dei colpi micidiali della rivoluzione. Soprattutto il re di Prussia aveva urgente bisogno di ristabilire con una passeggiata militare contro la debole Danimarca il decoro della sua guardia, che il 18 marzo era stata battuta in pieno dai combattenti delle barricate di Berlino. Egli odiava il partito dei danesi dell’Eider come un parto della rivoluzione, ma anche negli abitanti dello Schleswig-Holstein vedeva dei ribelli contro l’autorità imposta da Dio, e comandò ai suoi generali di compiere nel modo più fiacco possibile il «servizio militare per conto della rivoluzione»; per mezzo di un inviato segreto, il maggiore von Wildenbruch, egli fece sapere a Copenhagen che desiderava soprattutto mantenere i Ducati dell’Elba al loro re-duca; egli interveniva soltanto per impedire il funesto intervento di elementi repubblicani e radicali.

Ma la Danimarca non si lasciò adescare. Essa invocò da parte sua la protezione delle grandi potenze, e sia l’Inghilterra che la Russia erano fin troppo pronte ad accordargliela. Il loro aiuto permise alla piccola Danimarca di dare una solenne lezione alla grande Germania. Mentre le navi da guerra danesi inferivano colpi sensibilissimi al commercio tedesco, l’esercito federale tedesco, che era penetrato nei Ducati dell’Elba sotto il comando del generale prussiano Wrangel e aveva respinto, nonostante la sua miserabile strategia, le tanto più deboli truppe danesi, fu completamente paralizzato dall’intervento diplomatico delle grandi potenze. Alla fine di maggio Wrangel ricevette da Berlino l’ordine di ritirarsi dallo Jutland, e il 9 giugno l’Assemblea nazionale decise che la causa dei Ducati rientrava nella sua competenza in quanto affare della nazione tedesca, e che essa avrebbe salvato l’onore della Germania.

In realtà, la guerra fu condotta in nome della Confederazione tedesca, e dirigerla sarebbe stato affare dell’Assemblea nazionale e del principe asburgico, che essa il 28 giugno aveva insediato come reggente dell’Impero. Ma il governo prussiano non si piegò a questo, e il 28 agosto, dietro pressione dell’Inghilterra e della Russia, concluse con la Danimarca per sette mesi l’armistizio di Malmö, col più assoluto disprezzo delle condizioni poste dal reggente dell’Impero e dal loro latore. Le singole disposizioni dell’armistizio erano addirittura offensive per la Germania; il governo provvisorio dello Schleswig-Holstein fu deposto, e durante l’armistizio la suprema autorità fu affidata a un partigiano dei danesi; le disposizioni del fu governo provvisorio furono sospese, e le truppe dello Schleswig furono separate da quelle dello Holstein. Anche dal punto di vista militare la Germania rimase svantaggiata in quanto l’armistizio fu deciso per i mesi invernali, durante i quali la flotta danese diveniva inutile per il blocco delle coste tedesche, mentre il gelo avrebbe permesso ai tedeschi di avanzare sui ghiacci del piccolo Belt, espugnare Fünen e ridurre la Danimarca al Seeland.

La notizia della conclusione dell’armistizio cadde nei primi giorni di settembre come un colpo di fulmine sull’Assemblea nazionale di Francoforte, che, «parolaia come gli scolastici del Medioevo», discuteva fino a non poterne più sui «diritti fondamentali», destinati a rimaner sulla carta, di una futura costituzione dell’Impero. Nel primo stupore, essa, il 5 settembre, decise di sospendere l’esecuzione dell’armistizio, e provocò così le dimissioni del Gabinetto.

La Neue Rheinische Zeitung salutò questa decisione con viva soddisfazione, pur senza farsi illusioni. Di là dalla equità dei trattati essa chiedeva la guerra contro la Danimarca, come un diritto dello sviluppo storico.

«I danesi sono un popolo che sta nella più assoluta dipendenza commerciale, industriale, politica e culturale dalla Germania. È noto che la capitale di fatto della Danimarca non è Copenhagen, ma Amburgo; che la Danimarca trae dalla Germania non solo tutti i suoi mezzi di sussistenza culturali ma anche quelli materiali e che la letteratura danese — con l’eccezione di Holberg — non è che una pallida copia di quella tedesca... Con lo stesso diritto con cui i francesi hanno preso le Fiandre, la Lorena e l’Alsazia, e prima o poi prenderanno il Belgio, con lo stesso diritto la Germania prende lo Schleswig: col diritto della civiltà contro la barbarie, del progresso contro la stagnazione... La guerra che noi conduciamo nello Schleswig-Holstein è una vera guerra nazionale. Chi è stato sin dal principio dalla parte della Danimarca? Le tre potenze più controrivoluzionarie d’Europa: la Russia, l’Inghilterra e il governo prussiano. Il governo prussiano finché ha potuto ha condotto soltanto un simulacro di guerra; si pensi alla nota di Wildenbruch, alla prontezza con la quale egli ordinava la ritirata dallo Jutland di fronte alle rimostranze anglorusse, e infine all’armistizio. La Prussia, l’Inghilterra e la Russia sono le tre potenze che hanno più da temere dalla rivoluzione tedesca e dalla sua prima conseguenza, l’unità tedesca: la Prussia, perché così essa cessa d’esistere, l’Inghilterra, perché così il mercato tedesco viene sottratto al suo sfruttamento, la Russia perché così la democrazia avanzerà non soltanto fino alla Vistola, ma addirittura fino alla Dvina e al Dnepr. La Prussia, l’Inghilterra e la Russia hanno complottato contro lo Schleswig-Holstein, contro la Germania e contro la risoluzione. La guerra, che ora può anche sorgere dalle decisioni di Francoforte, sarebbe una guerra della Germania contro la Prussia, l’Inghilterra e la Russia. E proprio di una guerra siffatta c’è bisogno per il movimento tedesco che sta addormentandosi; una guerra contro le tre grandi potenze della controrivoluzione, una guerra che dissolva veramente la Prussia nella Germania, che faccia dell’alleanza con la Polonia una necessità inevitabile, che porti immediatamente alla liberazione dell’Italia, che sia rivolta proprio contro gli antichi alleati controrivoluzionari della Germania dal 1792 al 1815, una guerra che metta la «patria in pericolo» e proprio per questo la salvi in quanto fa dipendere la vittoria della Germania dalla vittoria della democrazia».

Quello che la Neue Rheinische Zeitung esprimeva chiaro e netto in queste frasi, lo sentiva anche l’istinto delle masse rivoluzionarie; migliaia di persone accorrevano da cinquanta miglia all’intorno verso Francoforte, pronte a una nuova lotta rivoluzionaria. Ma come il giornale aveva detto a ragione, questa nuova lotta avrebbe tolto di mezzo la stessa Assemblea nazionale, e al suicidio per eroismo essa preferì il suicidio per viltà. Il 16 settembre essa approvò l’armistizio di Malmö, ed anche la sua sinistra, ad eccezione di pochi membri, rifiutò di proclamarsi convenzione rivoluzionaria. Si giunse soltanto a una piccola lotta di barricate nella stessa Francoforte, che il bravo reggente dell’Impero lasciò appositamente che crescesse, per far poi arrivare dalla fortezza di Magonza truppe in forze schiaccianti e porre così il parlamento sovrano sotto l’imperio delle baionette.

Nello stesso tempo il ministero Hansemann a Berlino andò incontro a quella misera fine che la Neue Rheinische Zeitung gli aveva predetto. Rafforzando l’«autorità dello Stato» contro l’«anarchia», esso contribuì a rimettere in piedi il vecchio Stato prussiano, burocratico, militaristico e poliziesco, che era crollato il 18 marzo, senza nemmeno riuscire a estorcergli i nudi interessi finanziari della borghesia, per amore dei quali tradiva la rivoluzione. Anzitutto, come sospirava un membro dell’Assemblea di Berlino, sussisteva ancora «assolutamente intatto il vecchio sistema militare, col quale aveva avuto luogo la rottura nelle giornate del marzo», e, dalle giornate parigine di giugno in poi, la sciabola gli sferragliava da sé nella guaina. Era un segreto di pubblico dominio che il proposito di richiamare Wrangel nei dintorni di Berlino e preparare il colpo decisivo della controrivoluzione non era l’ultima ragione per cui la Prussia aveva realizzato l’armistizio con la Danimarca. Perciò il 7 settembre l’Assemblea di Berlino giunse alla decisione di chiedere al ministro della guerra un’ordinanza che mettesse in guardia gli ufficiali dell’esercito contro ogni velleità reazionaria e considerasse debito d’onore per loro le dimissioni dall’esercito, nel caso che le loro convinzioni politiche non fossero compatibili con il diritto costituzionale.

Con ciò si era fatto ben poco, tanto più che ordinanze simili erano già state emesse senza alcun effetto nei riguardi della burocrazia, ma era tuttavia molto di più di quanto il militarismo potesse consentire a un ministero borghese. Il ministero Hansemann cadde, e il generale Pfuel formò un nuovo ministero puramente burocratico, che trasmise con tutta cordialità al corpo degli ufficiali l’ordinanza chiesta dall’Assemblea, testimonianza per tutto il mondo di come il militarismo non temesse più l’autorità borghese, ma ormai soltanto ne ridesse.

Così si compì nei riguardi della «piagnucolosa, furbastra, indecisa» Assemblea di Berlino la profezia della Neue Rheinische Zeitung, secondo cui la sinistra avrebbe potuto trovare un bel mattino che la sua vittoria parlamentare e la sua sconfitta sostanziale coincidevano. Ma di fronte al chiasso della stampa controrivoluzionaria sul fatto che la vittoria delle sinistre si doveva spiegare soltanto con la pressione esercitata dalle masse popolari di Berlino sull’Assemblea, essa respinse i maldestri tentativi di smentita dei fogli liberali e dichiarò apertamente:

«Il diritto delle masse popolari democratiche di influire moralmente con la loro presenza sull’atteggiamento delle assemblee costituenti è un antico diritto popolare, da cui, dopo le rivoluzioni inglese e francese, non si può prescindere in nessun momento. A questo diritto la storia deve quasi tutti i passi energici di tali assemblee».

Era un’allusione al «cretinismo parlamentare», che nelle giornate del settembre del 1848 colpiva l’Assemblea di Francoforte tanto quanto quella di Berlino.

5. La democrazia di Colonia

Le crisi di settembre a Berlino e a Francoforte esercitarono un forte contraccolpo anche su Colonia.

I paesi renani rappresentavano la preoccupazione più grave per la controrivoluzione. In essi vennero ammassate truppe reclutate nelle province orientali; circa un terzo dell’esercito prussiano era in Renania e in Vestfalia. Contro di esso non si poteva arrivare a nulla con piccole insurrezioni; tanto più necessaria era quindi un’energica e rigida organizzazione della democrazia per il giorno in cui dalla mezza rivoluzione potesse venirne fuori una intera.

L’organizzazione democratica, decisa nel giugno in un congresso a Francoforte sul Meno, al quale avevano inviato delegati 88 associazioni democratiche, si creò un’ossatura solida soltanto a Colonia, mentre in tutte le altre località della Germania restò un qualche cosa di molto inconsistente. La democrazia di Colonia constava di tre grandi associazioni, ciascuna delle quali annoverava diverse migliaia di iscritti: l’Associazione democratica, che era diretta da Marx e dall’avvocato Schneider, l’Associazione operaia, alla cui testa erano Moll e Schapper, e l’Unione degli imprenditori e degli operai, rappresentata dal referendario Hermann Becker. Queste associazioni, quando Colonia fu scelta dal Congresso di Francoforte come centro per la Renania e la Vestfalia, si riunirono in un Comitato centrale, che convocò per la metà di agosto a Colonia un congresso delle associazioni di tendenza democratica della Renania e della Vestfalia. Vennero 40 deputati che rappresentavano 17 associazioni e confermarono il Comitato centrale delle tre associazioni di Colonia a Comitato regionale per la Renania e la Vestfalia.

Anima di questa organizzazione era Marx, così come egli era l’anima della Neue Rheinische Zeitung. Egli aveva il dono di dominare gli uomini, cosa che la democrazia corrente non seppe proprio perdonargli. Al congresso di Colonia Karl Schurz, che era allora un giovane studente di diciannove anni, lo vedeva per la prima volta e lo descrisse più tardi così in una sua rievocazione:

«Allora Marx aveva trent’anni, ed era già il capo riconosciuto di una scuola socialista. Quell’uomo tozzo, possente, con la fronte spaziosa, i capelli e la barba nerissimi e gli occhi scuri lampeggianti, attirò subito su di sé l’attenzione di tutti. Aveva fama di essere un dotto di grande valore nella sua disciplina, e quel che egli diceva era in realtà ricco di contenuto, logico e chiaro. Ma io non ho mai conosciuto un uomo dal comportamento così offensivo e arrogante».

E quest’eroe della borghesia si è sempre ricordato del tono tagliente e sprezzante, con cui Marx, per così dire quasi sputando, pronunciava la parola «borghese».

Era la stessa musica che due anni dopo veniva intonata dal tenente Techow, che dopo una conversazione con Marx scriveva:

«Marx mi ha fatto l’impressione non soltanto di una rara superiorità, ma anche di una notevole personalità. Se avesse tanto cuore quanto intelletto, tanto amore quanto odio, passerei attraverso il fuoco per lui, sebbene egli non soltanto mi abbia in diverse maniere fatto intendere il suo pieno disprezzo, ma alla fine me lo abbia espresso pari pari. È il primo e il solo tra noi tutti a cui io attribuisca la stoffa del dominatore, la capacità di non perdersi nelle piccolezze nemmeno nelle grandi situazioni».

E poi viene la litania sul pericolosissimo orgoglio che avrebbe divorato tutto in Marx.

Diversamente giudicava Albert Brisbane, l’apostolo americano di Fourier, che nell’estate del 1848 si trattenne a Colonia come corrispondente della New York Tribune, insieme a Charles Dana, editore di questo giornale:

«Là vidi Karl Marx, capo del movimento popolare. Allora era proprio nel momento dell’ascesa, un uomo sulla trentina, con una figura robusta e tarchiata, con un viso fine e una folta capigliatura nera. I suoi lineamenti avevano un’espressione di grande energia, e di là dalla sua misurata riservatezza si poteva scoprire il fuoco appassionato di un’anima ardita».

In realtà allora Marx guidava la democrazia di Colonia con meditato ardire.

Per quanto grande fosse l’agitazione che le crisi di settembre avevano suscitato tra le sue file, tuttavia l’Assemblea di Francoforte non osò fare una rivoluzione, e il ministero Pfuel non osò ancora fare una controrivoluzione. Con ciò ogni insurrezione locale era senza prospettive di successo, ma tanto più interessava alle autorità di Colonia provocare un colpo di mano che potesse essere sanguinosamente represso con poca fatica. Sulla base di pretesti inventati e presto lasciati cadere, esse procedettero con misure giudiziarie e poliziesche contro i membri del Comitato regionale democratico e i redattori della Neue Rheinische Zeitung. Marx mise in guardia contro l’insidia tesa dagli avversari; in un momento in cui nessuna grossa questione spingeva alla lotta la massa della popolazione, e ogni colpo di mano era perciò destinato a fallire, un tentativo di insurrezione era tanto più senza scopo in quanto nel prossimo futuro sarebbero potuti intervenire avvenimenti di grande portata, e non ci si doveva perciò mettere fuori combattimento prima del giorno della decisione. Se la corona osava una controrivoluzione, allora suonava per il popolo l’era di una nuova rivoluzione.

Tuttavia, quando il 25 settembre Becker, Moll, Schapper e Wilhelm Wolff dovevano essere arrestati, si venne a un piccolo tumulto. Si innalzarono perfino alcune barricate alla notizia che arrivavano le truppe per disperdere una adunanza popolare che aveva luogo nel Mercato vecchio; ma le truppe non giunsero, e soltanto quando in seguito fu completamente ristabilito l’ordine, il comandante ebbe il coraggio di proclamare lo stato d’assedio a Colonia. Così la Neue Rheinische Zeitung veniva soppressa; il 27 settembre essa cessò le pubblicazioni. Colpirla a morte era certo stata l’intenzione dell’insensato atto di forza ma pochi giorni dopo il ministero Pfuel dovette far marcia indietro. Ed essa era stata colpita anche abbastanza duramente, tanto che poté tornare di nuovo sul terreno della lotta soltanto il 12 ottobre.

La sua redazione si trovava dispersa, dato che la maggior parte dei redattori, per sfuggire ai mandati di cattura, avevano passato i confini, rifugiandosi nel Belgio, come Dronke ed Engels, o nel Palatinato come Wilhelm Wolff, donde poterono tornare soltanto a poco a poco; Engels era a Berna ancora al principio del gennaio del 1849, dove era arrivato attraverso la Francia, per lo più a piedi. Ma soprattutto le finanze del giornale erano totalmente dissestate. Dopo l’abbandono dei suoi azionisti, esso aveva tenuto duro grazie alla sua crescente diffusione; ma dopo questo nuovo colpo lo si poté salvare soltanto in quanto Marx se lo accollò come «proprietà personale», il che vuol dire che gli sacrificò quel po’ di averi che aveva ereditato da suo padre, o quel po’ che riuscì ad aver di liquido ipotecando la sua futura parte di eredità. Lui personalmente non ha mai lasciato cadere una parola in proposito, ma la cosa è stata confermata da certe espressioni delle lettere di sua moglie, e anche da pubbliche dichiarazioni dei suoi amici, nelle quali si dà la somma di circa 7.000 talleri sacrificati da Marx per l’agitazione e per il giornale durante gli anni della rivoluzione. Ma naturalmente non si tratta dell’ammontare della somma, ma del fatto che egli cercò di mantenere la posizione fino all’ultima cartuccia.

Anche per un altro riguardo egli viveva alla giornata. Dopo lo scoppio della rivoluzione, il 30 marzo, la Dieta federale aveva deciso che anche i profughi tedeschi potevano essere elettori ed eleggibili all’Assemblea nazionale tedesca, se tornavano in Germania e dichiaravano di voler riacquistare il diritto di cittadinanza. Questa decisione fu espressamente riconosciuta dal governo prussiano. Marx aveva adempiuto le condizioni che gli assicuravano il diritto di cittadinanza dell’Impero, e tanto più poteva pretendere che non gli fosse negata la cittadinanza prussiana. In realtà il consiglio comunale di Colonia glielo assicurò subito, quando nell’aprile del 1848 egli ne fece domanda, e il capo della polizia di Colonia, Müller, a cui Marx fece presente che non poteva trasferire la propria famiglia da Treviri a Colonia così alla cieca, gli assicurò che la sua rinaturalizzazione sarebbe stata accordata anche dal governo regionale che, secondo una vecchia legge prussiana, doveva convalidare la decisione del consiglio comunale. Nel frattempo cominciò ad uscire la Neue Rheinische Zeitung, e il 3 agosto Marx ricevette una lettera ufficiale del direttore della polizia, Geiger, nella quale costui gli comunicava che il regio governo, presa visione della sua situazione non aveva fatto «per il momento» alcun uso a suo favore del proprio potere di concedere ad uno straniero la qualifica di suddito prussiano, e che perciò egli era da considerarsi, come prima, uno straniero. Un’energica protesta che Marx rivolse al ministero degli interni il 22 agosto, fu respinta.

Ma lui, il più tenero dei mariti e dei padri, aveva fatto venire la sua famiglia a Colonia, anche «alla cieca». E nel frattempo essa era cresciuta; alla prima figlioletta, che si chiamava Jenny come la madre ed era nata nel maggio del 1844, nel settembre del 1845 era seguita un’altra bambina, Laura, e, dopo un periodo di tempo presumibilmente non più lungo, anche un bambino, Edgar, l’unico di questi figli e di quelli venuti in seguito di cui non si è più in grado di precisare il mese e l’anno della nascita. Helene Demuth accompagnava la famiglia già dal periodo di Parigi, come fedele nume familiare.

Marx non era di quegli uomini che passano facilmente da un’amicizia all’altra, ma di quelli che mantengono la fede e sanno conservare l’amicizia. Nello stesso congresso in cui egli avrebbe respinto con la sua insopportabile arroganza anche quelli che erano ben disposti verso di lui, egli si conquistò nell’avvocato Schily di Treviri e nell’insegnante Imandt di Krefeld degli amici per la vita, e se la severa riservatezza del suo carattere apparve inquietante a dei rivoluzionari a metà come Schurz e Techow, essa, proprio in queste giornate di Colonia, mise tante più irresistibilmente in sua balia, sia intellettualmente che affettivamente dei veri rivoluzionari, come Freiligrath e Lassalle.

6. Freiligrath e Lassalle

Ferdinand Freiligrath era di otto anni maggiore di Marx. Nei suoi anni giovanili egli aveva bevuto abbondantemente il latte della religiosità e aveva ricevuto i colpi della vecchia Rheinische Zeitung, quando, dopo l’espulsione di Herwegh dalla Prussia, aveva intonato un inno satirico sul fallito viaggio trionfale di questo poeta. Ma presto la reazione prequarantottesca aveva fatto di questo Saulo un Paolo, e nell’esilio di Bruxelles egli si era incontrato fuggevolmente, sì, ma amichevolmente, con Marx, un tipo com’egli diceva «interessante, simpatico, senz’alcuna pretenzione», e in questo Freiligrath sapeva giudicare. Infatti, sebbene, o piuttosto, siccome era privo di ogni vanità, egli aveva una acuta sensibilità per tutto quello che avesse sentore di arroganza.

Una vera amicizia i due uomini la strinsero soltanto nell’estate e nell’autunno del 1848. Ciò che li unì fu il reciproco rispetto per l’audacia e la forza di carattere con cui ciascuno dei due rappresentò nel movimento renano il comune principio rivoluzionario. «È un vero rivoluzionario e un uomo assolutamente onesto, lode che io saprei fare soltanto di pochi», scriveva Marx con sincero rispetto in una lettera a Weydemeyer, incoraggiandolo nello stesso tempo ad adulare un po’ il poeta, perché il piccolo popolo dei poeti aveva bisogno di sentirsi un po’ adulare quando doveva cantare. E Marx, che altrimenti non aveva il cuore sulle labbra, così scriveva a Freiligrath stesso in un momento di tensione:

«Ti dico francamente che non mi so decidere a perdere per malintesi secondari uno dei pochi uomini che io ho amato come amici nel senso più alto della parola».

Nei momenti del più grave bisogno Marx non ebbe, accanto ad Engels, un amico più fedele di Freiligrath.

Poiché questa amicizia fu così schietta e semplice, essa è stata da sempre uno scandalo e una follia per i filistei. Ora sarebbe stata la accesa immaginazione del poeta ad avergli giocato un brutto scherzo e ad averlo attirato nella compagnia di gente sospetta, ora sarebbe stato un demoniaco demagogo ad avere avvelenato e ridotto al silenzio un innocente cantore. Non varrebbe la pena di spendere anche soltanto una parola sull’argomento, se non si fosse usato come contravveleno a queste insensataggini il rimedio errato di fare di Freiligrath un socialdemocratico moderno, col che lo si mette ugualmente in una luce falsa. Egli era un rivoluzionario per intuizione poetica, e non per ragionamento scientifico; vedeva in Marx un campione della rivoluzione e nella Lega dei Comunisti un’avanguardia rivoluzionaria che non aveva uguali ai suoi tempi, ma il pensiero storico del Manifesto comunista gli rimase più o meno estraneo; non ci si poteva accostare alla sua ardente fantasia con le piccolezze spesso cosi misere e grette dell’agitazione.

Di tutt’altra tempra era Ferdinand Lassalle, che si legò strettamente a Marx nello stesso periodo. Era più giovane di lui di sette anni, e fino a questo momento si era reso noto soltanto per una lotta tenace a favore della contessa Hatzfeldt, maltrattata dal marito e tradita dalla sua casta; arrestato nel febbraio 1848 per presunta istigazione al furto di una cassetta, l’11 agosto era stato assolto dai giurati di Colonia dopo una brillante difesa, e solo da quel momento poté prender parte alla lotta rivoluzionaria, come capo della quale, data la sua «infinita simpatia per ogni grande forza», Marx non poteva che imporglisi.

Lassalle era passato per la scuola di Hegel e dominava in pieno il metodo del maestro, senza dubitare ancora della sua infallibilità, ma anche senza le piccinerie degli epigoni; durante un suo soggiorno a Parigi egli aveva conosciuto il socialismo francese e dallo sguardo profetico di Heine gli era stato predetto un grande avvenire. Soltanto, le grandi aspettative che questo giovinetto aveva fatto nascere restarono deluse per certe discordanze del suo carattere che, nella lotta contro l’eredità umiliante di una razza oppressa, egli non aveva ancora saputo correggere; nella sua casa paterna dominava ancora incontrastato lo spirito insulso dell’ebraismo polacco. E nella sua levata di scudi a favore della contessa Hatzfedt anche spiriti più liberi non seppero sempre riconoscer e quello che egli stesso asseriva e che dal suo punto di vista poteva anche asserire a ragione, cioè che nel caso singolo egli combatteva la miseria sociale di un’epoca destinata a morire. Perfino Freiligrath, che in generale non ebbe molta simpatia per lui, parlò con disgusto del «luridume familiare» intorno a cui secondo Lassalle girava tutta la storia del mondo.

Sette anni dopo Marx si esprimeva in modo del tutto simile: Lassalle si credeva un dominatore del mondo perché era stato privo di scrupoli in un intrigo privato, come se un uomo veramente notevole potesse sacrificare dieci anni a una bagattella del genere. E ancora un ventennio dopo Engels diceva che Marx aveva nutrito fin dal principio una forte antipatia verso Lassalle; la Neue Rheinische Zeitung aveva accolto appositamente quante meno notizie poté sulla causa della Hatzfeldt patrocinata da Lassalle, perché non si era voluta creare l’apparenza che si avesse qualcosa in comune con Lassalle in questa faccenda. Ma su questo punto Engels è stato ingannato dalla sua memoria. La Neue Rheinische Zeitung fino al giorno in cui fu soppressa, il 27 settembre, ha dato notizie molto circostanziate sul processo per il furto della cassetta, e da queste notizie si può proprio vedere che il processo aveva i suoi lati meno belli. Inoltre Marx, come lui stesso ammetteva in una sua lettera a Freiligrath, aiutò con prestiti, pur nella modestia dei suoi mezzi, la contessa Hatzfeldt nella tragica situazione in cui allora si trovava, e quando egli stesso, subito dopo il periodo di Colonia, si trovò in una grave situazione, in una città cove aveva più di un vecchio amico, scelse come suoi intimi accanto a Freiligrath, Lassalle.

Sicuramente Engels ha ragione sul fatto che, per dirla come si usa, Marx aveva allora questa antipatia, come l’aveva lo stesso Engels e anche Freiligrath, quella antipatia che sta al di sopra o anche al di sotto di ogni ragionamento. Ma ci sono testimonianze sufficienti del fatto che Marx non si lasciò guidare da capo a fondo dalla sua antipatia, fino a misconoscere il significato nonostante tutto profondo dell’affare Hatzfeldt, né tanto meno l’ardente entusiasmo di Lassalle per la causa della rivoluzione, le sue doti preminenti per la lotta di classe del proletariato, e infine anche l’amicizia piena di abnegazione che il più giovane compagno di lotta ebbe per lui.

Non è soltanto per amor di Lassalle, il cui diritto storico è già stato assicurato da gran tempo, che si deve valutare con tanta cura quali siano stati sin dal principio i rapporti fra i due uomini. Importa di più tutelare Marx da ogni falsa apparenza perché la sua relazione con Lassalle è il problema psicologico più difficile che la sua vita presenta.

7. Le giornate dell’ottobre e del novembre

Quando, il 12 ottobre, la Neue Rheinische Zeitung tornò ad uscire, con l’annuncio che Freiligrath era entrato a far parte della sua redazione, essa ebbe la ventura di salutare una nuova rivoluzione. Il 6 ottobre il proletariato viennese aveva fermato col suo solido pugno il perfido piano della controrivoluzione asburgica, di schiacciare con l’aiuto delle popolazioni slave, dopo le vittorie di Radetzky in Italia, prima i ribelli ungheresi e poi i ribelli tedeschi.

Dal 28 agosto al 7 settembre Marx si era trattenuto a Vienna, per illuminare le masse di questa città. Stando alle molto scarse informazioni giornalistiche che abbiamo sull’argomento, la cosa non gli era riuscita; il che è abbastanza spiegabile, dato che gli operai viennesi si trovavano incora ad un grado di sviluppo relativamente inferiore. Tanto più era da apprezzare lo schietto istinto rivoluzionario con cui essi si opposero alla marcia dei reggimenti destinati a schiacciare gli ungheresi. Così essi si tirarono addosso il primo colpo della controrivoluzione, magnanimo sacrificio, di cui la nobiltà ungherese non fu capace in ugual misura. Essa volle condurre la lotta per l’indipendenza del proprio paese sulla base dei suoi diritti patentati, e l’esercito ungherese azzardò un’avanzata incerta e timorosa, che non alleggerì la lotta mortale dell’insurrezione viennese, ma la rese più grave.

Né la democrazia tedesca si comportò meglio. Essa riconobbe, sì, l’importanza che per essa aveva l’esito dell’insurrezione viennese. Se nella capitale austriaca vinceva la controrivoluzione, essa avrebbe portato il colpo decisivo anche nella capitale prussiana, dove stava da tempo in agguato. Ma la democrazia tedesca si abbandonava soltanto a lamentele sentimentali, a sterili simpatie, a invocazioni d’aiuto all’impotente reggente dell’Impero. Il congresso democratico che si radunò per la seconda volta a Berlino alla fine d’ottobre, emanò un appello redatto da Ruge a favore di Vienna assediata, di cui la Neue Rheinische Zeitung disse, cogliendo nel segno, che sostituiva la mancanza di energia rivoluzionaria con un pathos da predicatore piagnone, dietro al quale si nascondeva la più assoluta mancanza di pensiero e di passione. Ma i suoi appelli appassionati, scritti da Marx in una prosa veemente, e da Freiligrath in versi stupendi, perché si portasse ai viennesi l’unico aiuto che poteva salvarli, cioè la vittoria sulla controrivoluzione in casa propria, caddero nel vuoto.

Così era segnato il destino della rivoluzione viennese. Traditi anche dalla borghesia e dai contadini in casa propria, sostenuti soltanto dagli studenti e da una parte della piccola borghesia, gli operai viennesi opposero una resistenza eroica. Ma alla sera del 31 ottobre l’attacco delle truppe assedianti riuscì; il 1° novembre sul campanile di Santo Stefano sventolava una gigantesca bandiera gialla e nera.

Alla drammatica tragedia di Vienna tenne dietro la grottesca tragicommedia di Berlino. Il ministero Pfuel fu sostituito dal ministero Brandenburg, che ordinò all’Assemblea di ritirarsi nella città di provincia di Brandeburgo, e Wrangel entrò a Berlino coi reggimenti della guardia, per far eseguire quest’ordine con la forza delle armi. Brandenburg, un Hohenzollern illegittimo, si paragonava anche troppo lusinghieramente a un elefante che doveva schiacciare la rivoluzione; più giustamente la Neue Rheinische Zeitung diceva che Brandenburg e il suo complice Wrangel erano «due uomini senza testa, senza cuore, senza opinioni, tutto baffi» e tuttavia, in quanto tali, erano l’esatto contrasto della degna assemblea dei conciliatori.

In realtà il «tutto baffi» riuscì a intimidirla. A dire il vero, essa indugiò ad abbandonare la sua sede costituzionale di Berlino, e quando, colpo su colpo, una violenza si succedeva all’altra — lo scioglimento della guardia nazionale, la proclamazione dello stato d’assedio — essa dichiarò i ministri rei d’alto tradimento, e li denunciò alla... autorità dello Stato. Ma respinse la richiesta del proletariato berlinese di ristabilire, armi alla mano, il diritto calpestato del paese, e proclamò la «resistenza passiva», cioè la nobile decisione di ricevere sul dorso le nerbate dell’avversario. Poi lasciò che le truppe di Wrangel la cacciassero da una sala all’altra, e infine, in un momentaneo prorompere di energia, di fronte alle baionette che già penetravano nella sua sede, negò al ministero Brandenburg il diritto di disporre dei denari dello Stato e di imporre imposte, fino a che essa non avesse potuto tenere liberamente le sue sedute a Berlino. Ma era appena stata dispersa che il suo presidente von Unruh, in gran pena per il suo caro cadavere, convocò l’ufficio di presidenza per mettere a verbale che la decisione di rifiutare le imposte, che altrimenti egli avrebbe lasciato che fosse tranquillamente diffusa per il paese, non poteva avere vigore di legge a causa di un vizio di forma.

Toccava alla Neue Rheinische Zeitung di rispondere al colpo di mano del governo in modo storicamente dignitoso. Per essa era venuto il momento decisivo in cui bisognava che la controrivoluzione fosse abbattuta da una seconda rivoluzione, e ogni giorno essa chiamava le masse a contrapporre alla forza ogni genere di forza. La resistenza passiva doveva avere alla base la resistenza attiva, altrimenti assomigliava alla resistenza di un vitello al macellaio. Tutte le sottigliezze giuridiche della teoria della conciliazione, dietro cui si voleva nascondere la viltà della borghesia, furono spazzate via.

«La corona prussiana è nel suo diritto quando si contrappone all’Assemblea come corona assoluta. Ma l’Assemblea nel torto, perché non si contrappone alla corona come assemblea assoluta... La vecchia burocrazia non vuole abbassarsi a servitrice di una borghesia di cui finora era la dispotica maestra. Il partito feudale non vuole lasciar bruciare le sue decorazioni e i suoi interessi sull’altare della borghesia. E infine la corona scorge negli elementi della vecchia società feudale di cui essa è la più alta escrescenza, il terreno sociale su cui essa è, mentre nella borghesia scorge una terra straniera artificiale, dalla quale è soltanto sopportata a condizione che si rattrappisca. La borghesia trasforma l’inebriante “grazia di Dio” in un nudo titolo giuridico, il dominio del sangue nel dominio della carta, il sole regio in una lampada borghese. Perciò la monarchia non si è lasciata incantare dalle chiacchiere della borghesia. Alla sua mezza rivoluzione ha risposto con una controrivoluzione intera. Ha riprecipitato indietro la borghesia tra le braccia della rivoluzione, del popolo, gridandole: Brandenburg nell’Assemblea, e l’Assemblea a Brandeburgo».

La Neue Rheinische Zeitung tradusse esattamente questa parola d’ordine della controrivoluzione: il corpo di guardia nell’Assemblea e l’Assemblea nel corpo di guardia. Essa sperava che con questa parola d’ordine il popolo avrebbe vinto, essa vi leggeva l’epitaffio della casa di Brandeburgo.

Quando l’Assemblea di Berlino decise il rifiuto delle imposte, il Comitato regionale democratico, in un appello del 18 novembre redatto da Marx, Schapper e Schneider, invitò le associazioni democratiche della Renania a mandare ad effetto l’esecuzione delle seguenti misure: la riscossione violenta delle imposte sarà respinta dappertutto con ogni forma di resistenza; si organizzerà dappertutto la guardia mobile per respingere il nemico; per le persone prive di mezzi si procureranno armi e munizioni a spese della comunità o con contributi volontari; nel caso che le autorità si rifiutino di riconoscere o di eseguire le decisioni dell’Assemblea, si costituiranno comitati di sicurezza, possibilmente d’accordo coi consigli comunali; consigli comunali che contrastino all’Assemblea legislativa saranno rinnovati attraverso elezioni popolari. Con ciò il Comitato democratico fece ciò che avrebbe dovuto fare l’Assemblea di Berlino, se, decidendo il rifiuto delle imposte, avesse voluto fare sul serio. Ma questi eroi tremarono subito di fronte al loro eroico coraggio; si affrettarono a recarsi nelle loro circoscrizioni elettorali per impedire l’esecuzione della loro decisione, e poi trotterellarono a Brandeburgo per proseguire le loro consultazioni. Così l’Assemblea aveva perso a tal punto ogni dignità che il 5 dicembre il governo poté disperderla con una pedata, elargendo una nuova costituzione e una nuova legge elettorale.

Così anche il Comitato regionale renano era paralizzato nella sua provincia irta di armi. Il 22 novembre, Lassalle, che aveva risposto con entusiasmo all’appello, fu imprigionato a Dusseldorf, e a Colonia il procuratore dello Stato procedette contro i firmatari dell’appello, anche se non osò arrestarli. L’8 febbraio essi stavano davanti ai giurati di Colonia per istigazione alla resistenza armata contro le autorità militari e civili.

Con un’argomentazione incontestabile Marx respinse il tentativo del procuratore dello Stato di dedurre dalle leggi del 6 e dell’8 aprile, dalle stesse leggi che il governo aveva strappato col suo colpo di stato, l’illegittimità dell’Assemblea e tanto meno l’illegittimità dell’azione degli accusati. Se una rivoluzione riesce felicemente, essa potrebbe impiccare i suoi avversari, ma non condannarli, spazzarli via come nemici vinti, ma non giudicarli come criminali. È una vile ipocrisia giuridica, dopo finita la rivoluzione o la controrivoluzione, applicare le leggi calpestate contro i difensori delle stesse leggi. La questione di chi sia stato nel diritto, se la corona o l’Assemblea, è un problema storico che può esser deciso soltanto dalla storia e non da una giuria.

Ma Marx andò oltre, e rifiutò in generale di riconoscere le leggi del 6 e dell’8 aprile. Esse erano pasticci arbitrari del Landtag unificato, che avrebbero dovuto risparmiare alla corona il riconoscimento della sconfitta subita nelle giornate, del marzo. Non si poteva giudicare secondo le leggi di un’assemblea feudale, un’assemblea che rappresenta la moderna società borghese. Era una presunzione giuridica il credere che la società si fondi sulla legge. Al contrario è la legge che si fonda sulla società.

«Ecco il Code Napoléon, che io ho tra le mie mani: non esso ha generato la moderna società borghese; piuttosto, è la società borghese, sorta nel secolo decimottavo e ulteriormente sviluppatasi nel secolo decimonono, che trova nel Code soltanto un’espressione giuridica. Appena esso non corrisponde più alle condizioni sociali, si riduce a una palla di carta. Loro non possono fare delle vecchie leggi la base della nuova società, così come queste leggi non hanno creato le antiche condizioni».

L’Assemblea di Berlino non aveva compreso la sua posizione storica quale era uscita dalla rivoluzione di marzo. Il rimprovero del procuratore dello Stato, secondo cui essa non avrebbe voluto nessuna mediazione, la riguardava così poco che la sua sventura e il suo torto consistevano appunto nel fatto che essa si era degradata da convenzione rivoluzionaria ad un’ambigua associazione di conciliatori.

«Qui si trattava non di un conflitto politico di due frazioni sul terreno di una sola società, ma del conflitto politico di due società, di un conflitto sociale, che aveva preso un aspetto politico, cioè della lotta della vecchia società feudale-burocratica con la moderna società borghese, della lotta tra la società della libera concorrenza e la società delle corporazioni, tra la società della proprietà fondiaria e la società dell’industria, tra la società della fede e la società della scienza».

Tra queste società non esiste pace, ma soltanto lotta per la vita e per la morte. Il rifiuto delle imposte non scuoteva le fondamenta della società, come aveva comicamente affermato il procuratore dello Stato, ma era una legittima difesa della società contro il governo che minacciava la società nelle sue fondamenta.

Decidendo il rifiuto delle imposte, l’Assemblea non aveva agito illegalmente, ma piuttosto aveva agito illegalmente proclamando la difesa passiva.

«Una volta che la riscossione delle imposte è proclamata illegale, non devo respingere con la forza l’esercizio violento di un’illegalità?».

Se i signori che rifiutavano di pagare le imposte disdegnavano la via rivoluzionaria per non rischiare la testa, allora il popolo doveva mettersi sul terreno rivoluzionario, praticando il rifiuto delle imposte. Il comportamento dell’Assemblea non costituiva una regola per il popolo.

«L’Assemblea non ha nessun diritto di per sé, il popolo le ha soltanto affidato l’affermazione dei suoi propri diritti. Se essa non adempie al suo mandato, essa scompare. Il popolo viene quindi in scena in prima persona e agisce nella pienezza dei propri poteri. Se la corona fa una controrivoluzione, a buon diritto il popolo risponde con una rivoluzione».

Marx concludeva dicendo che era finito soltanto il primo atto del dramma. Il seguito sarebbe Stato o la vittoria completa della controrivoluzione, o una nuova rivoluzione vittoriosa. Forse la vittoria della rivoluzione sarebbe stata possibile soltanto dopo che si fosse compiuta la controrivoluzione.

Dopo questo discorso pieno d’orgoglio rivoluzionario i giurati assolsero gli accusati, e il loro presidente ringraziò per di più l’oratore per l’istruttiva spiegazione.

8. Un colpo mancino

Con la vittoria della controrivoluzione a Vienna e a Berlino erano stati gettati i dadi decisivi per la Germania. Quel che ancora rimaneva delle conquiste rivoluzionarie era l’Assemblea di Francoforte, che aveva già da un pezzo perduto ogni credito politico e si occupava tra chiacchiere infinite di una costituzione di carta, della quale restava dubbio ancora soltanto se dovesse essere infilzata dalla spada austriaca o da quella prussiana. La Neue Rheinische Zeitung, dopo aver narrato ancora una volta, nel dicembre, in una serie di brillanti articoli la storia della rivoluzione e della controrivoluzione prussiana per il nuovo anno 1849, rivolse il suo sguardo pieno di speranza alla sollevazione della classe operaia francese, dalla quale si attendeva una guerra mondiale.

«Il paese che trasforma intere nazioni in suoi proletari, che tiene stretto tra le sue braccia gigantesche tutto il mondo, che col suo denaro ha già una volta fatto fronte alle spese della restaurazione europea, in seno al quale gli antagonismi di classe si sono spinti alla forma più marcata e più sfrontata, l’Inghilterra insomma, sembra lo scoglio contro cui s’infrangono le onde della rivoluzione, fa morir di fame la nuova società già nel grembo materno. L’Inghilterra domina il mercato mondiale. Un sovvertimento della situazione politico-economica in ogni paese del continente europeo, su tutto il continente europeo, senza l’Inghilterra, è una tempesta in un bicchier d’acqua. La situazione dell’industria e del commercio all’interno di ogni nazione sono dominate dal commercio con le altre nazioni, sono condizionate dal loro rapporto col mercato mondiale Ma l’Inghilterra domina il mercato mondiale, e la borghesia domina l’Inghilterra». Così ogni sovvertimento francese-sociale fallirà di fronte alla borghesia inglese, di fronte al dominio mondiale dell’industria e del commercio esercitato dalla Gran Bretagna. Ogni parziale riforma sociale in Francia, e sul continente europeo in generale, che debba essere definitiva, è e rimane nient’altro che un pio desiderio. E la vecchia Inghilterra sarà rovesciata soltanto con una guerra mondiale, la quale sola offre al partito cartista, il partito organizzato degli operai inglesi, le condizioni per una sollevazione vittoriosa contro i suoi giganteschi oppressori. I cartisti alla testa del governo inglese: e soltanto da questo momento la rivoluzione sociale entra dal regno dell’utopia nel regno della realtà.

La premessa di queste speranze nel futuro non si avverò; dopo le giornate di giugno la classe operaia francese, ancora sanguinante da mille ferite, era incapace di una nuova sollevazione. Dopo il giro che la controrivoluzione europea aveva percorso, dalle giornate parigine del giugno, attraverso Francoforte, Vienna e Berlino, per concluderlo momentaneamente il 10 dicembre con l’elezione del falso Bonaparte a presidente della repubblica francese, la rivoluzione sopravviveva soltanto in Ungheria, e trovò in Engels, che nel frattempo era tornato a Colonia, l’avvocato più eloquente e più competente. Per il resto la Neue Rheinische Zeitung dovette limitarsi alla guerriglia contro la prorompente controrivoluzione, e la combatté con lo stesso ardire e la stessa tenacia che le grandi battaglie campali dell’anno precedente. Un fascio di processi per reati di stampa che il ministero le accollò come al giornale peggiore della stampa cattiva, essa lo accolse osservando sprezzantemente che l’autorità dell’Impero era la più comica di tutte le comiche autorità. Alla pomposa esibizione di «prussianesimo», di cui gli Junker delle terre al di là dell’Elba si compiacquero dopo il colpo di Stato di Berlino, essa contrappose il meritato dileggio: «Noi della Renania abbiamo la fortuna di aver acquisito nel grande mercato d’uomini di Vienna un granduca del basso Reno, che non ha adempiuto alle condizioni sulla base delle quali era divenuto “granduca”. Un re di Prussia esiste per noi soltanto attraverso l’Assemblea di Berlino, e siccome per il nostro «granduca del basso Reno» non esiste nessuna assemblea, per noi non esiste nessun re di Prussia. Noi siamo caduti in balia del “granduca del basso Reno” grazie al mercato dei popoli. Appena saremo abbastanza avanti per non riconoscere il traffico delle anime chiederemo conto al granduca del suo “titolo di possesso”». Questo veniva scritto nel mezzo delle più selvagge orge della controrivoluzione.

Di una cosa, a dire il vero, si sente la mancanza a un primo sguardo gettato sulle colonne della Neue Rheinische Zeitung, di una cosa che si poteva presumere di trovarvi in primo piano: un’informazione esauriente sul contemporaneo movimento operaio in Germania. Esso non era poi così insignificante nemmeno nelle campagne al di là dall’Elba; aveva i suoi congressi, le sue organizzazioni, i suoi giornali, e Stephan Born, la sua mente più dotata, era amico di Marx e di Engels sin dai tempi di Bruxelles e di Parigi; anche ora, da Berlino e da Lipsia, egli collaborava alla Neue Rheinische Zeitung. Born capiva molto bene il Manifesto comunista, se sapeva adattarlo, sia pur imperfettamente, alla coscienza di classe del proletariato, ancor non del tutto sviluppata nella massima parte della Germania; soltanto in tempi più recenti Engels giudicò con ingiusta severità l’attività di Born in quel periodo. È assolutamente credibile, come Born racconta nelle sue memorie, che Marx e Engels non abbiano mai espresso una parola di scontentezza sulla sua attività di allora, col che non è poi escluso che essi siano stati scontenti di qualche cosa nei particolari. Comunque, essi stessi nella primavera del 1849 compirono un avvicinamento al movimento operaio, che era sorto indipendentemente dalla loro influenza.

La scarsa attenzione che da principio la Neue Rheinische Zeitung dedicò a questo movimento, si spiegava in parte col fatto che due volte alla settimana usciva un organo speciale dell’Unione operaia di Colonia, diretto da Moll e Schapper, e in parte, e a dire il vero per la parte maggiore, col fatto che essa era anzitutto un «organo della democrazia», cioè voleva assicurare gli interessi comuni della borghesia e del proletariato di fronte all’assolutismo e al feudalismo. In realtà, questa era anche la cosa più necessaria, in quanto preparava il terreno su cui il proletariato poteva cominciare il suo duello con la borghesia. Soltanto, l’elemento borghese di questa democrazia si disgregava sempre più con l’andar del tempo; ad ogni prova appena appena seria, esso crollava. Nel Comitato centrale di cinque membri, che era stato eletto dal primo congresso democratico nel giugno del 1848, si trovavano gente come Meyen e Kriege, tornato dall’America; con una guida siffatta, questa organizzazione andò incontro a un rapido sfacelo, che si manifestò paurosamente quando alla vigilia del colpo di stato prussiano essa si riunì per la seconda volta a Berlino. Se allora fu eletto un nuovo comitato centrale, a cui appartenne anche d’Ester, che era un amico personale e politico di Marx, fu però soltanto una cambiale tratta sul futuro. La sinistra parlamentare dell’Assemblea ci Berlino durante la crisi del novembre aveva miseramente ceduto, e la sinistra di Francoforte sprofondava sempre più nella palude di lamentevoli compromessi.

Stando così le cose, Marx, Wilhelm Wolff, Schapper e Hermann Becker, dettero il 15 aprile le dimissioni dal Comitato democratico regionale. Essi motivarono la loro decisione con queste parole:

«Noi riteniamo che l’attuale organizzazione delle associazioni democratiche racchiuda in sé troppi elementi eterogenei perché sia possibile un’attività giovevole allo scopo della causa. Noi siamo anzi dell’opinione che sia preferibile un più stretto collegamento delle associazioni operaie, poiché esse consistono di elementi simili».

Nello stesso tempo l’Associazione operaia di Colonia si staccò dalla Lega delle associazioni democratiche renane, e convocò quindi ad un nuovo congresso provinciale indetto per il 6 maggio, tutte le associazioni operaie nonché tutte le altre che aderissero alle tesi fondamentali della democrazia sociale. Questo congresso doveva decidere su di una organizzazione delle associazioni operaie della Renania e della Vestfalia e sull’opportunità o no di mandare delegati al congresso di tutte le associazioni operaie tedesche, convocato a Lipsia per il mese di giugno dalla Fratellanza operaia di Lipsia, organizzazione diretta da Born.

Già il 20 marzo, prima di queste dichiarazioni, la Neue Rheinische Zeitung aveva cominciato a pubblicare gli infiammati articoli di Wilhelm Wolff sui miliardi della Slesia, che mettevano in moto il proletariato rurale, e il 5 aprile Marx in persona aveva iniziato la stampa delle conferenze da lui tenute nell’Associazione operaia di Bruxelles su Lavoro salariato e capitale. Il giornale, dopo aver dimostrato, sulla base delle gigantesche lotte di massa dell’anno 1848, che ogni sollevazione rivoluzionaria, per quanto il suo scopo potesse sembrare lontano dalla lotta di classe, doveva fallire fino a che non vincesse la classe operaia rivoluzionaria, ormai voleva affrontare lo studio delle condizioni economiche su cui si fondava sia l’esistenza della borghesia che la schiavitù degli operai.

Ma il promettente sviluppo fu interrotto dalle lotte per quella costituzione di carta dell’Impero che l’Assemblea di Francoforte era finalmente riuscita a confezionare. In sé e per sé essa non valeva la pena che si versasse per lei anche una sola goccia di sangue; la corona imperiale ereditaria che essa voleva ficcare sulla testa del re di Prussia, somigliava pari pari a un berretto da pazzo. Il re non l’accettò, ma nemmeno la rifiutò; voleva trattare coi prìncipi tedeschi sulla costituzione dell’Impero, con la segreta speranza che essi avrebbero riconosciuto l’egemonia prussiana, se egli avesse abbattuto con la spada prussiana quanto rimaneva ancora di forza rivoluzionaria nei medi e piccoli Stati tedeschi.

Era una spoliazione del cadavere della rivoluzione, che attizzò di nuovo la fiamma rivoluzionaria. Essa provocò una serie di insurrezioni, alle quali la costituzione dell’Impero dava il nome, anche se non il contenuto. Nonostante tutto essa impersonava la sovranità della nazione, che bisognava assassinare in essa, per restaurare la sovranità dei prìncipi. Nel regno di Sassonia, nel granducato del Baden e nel Palatinato bavarese si combatté con le armi alla mano per la costituzione dell’Impero, e dappertutto il re di Prussia fece la parte del carnefice, a dire il vero per essere poi truffato dai potentati da lui salvati sul compenso per questo servizio. Anche nella provincia renana si venne a singole insurrezioni, ma furono soffocate in germe dalla superiorità schiacciante delle truppe con cui il governo aveva inondato questa temibile provincia.

E ora si prese il coraggio anche per un colpo definitivo contro la Neue Rheinische Zeitung. Quanto più crescevano i segni di una nuova sollevazione rivoluzionaria, tanto più luminose splendevano nelle sue colonne le fiamme della passione rivoluzionaria; tutti i suoi numeri straordinari dell’aprile e del maggio furono altrettanti appelli al popolo a tenersi pronto all’attacco; allora il giornale si meritò dalla Kreuzzeitung la lode onorifica di avere un’audacia vulcanica, al confronto della quale impallidiva quella del Moniteur del 1793. Da un pezzo il governo avrebbe voluto prenderla per il collo, ma il coraggio, il coraggio! Con due processi contro Marx non si era fatto altro, dato l’umore dei giurati renani, che preparargli nuovi trionfi; alle sollecitazioni di Berlino perché fosse proclamato ancora una volta lo stato d’assedio a Colonia, il comando della piazza non ebbe il coraggio di dar corso. Esso preferì rivolgersi alla direzione di polizia con la richiesta di espellere Marx come «individuo pericoloso».

Questa autorità a sua volta si rivolse al governo regionale di Colonia, il quale per la parte sua riversò i suoi datori in petto a Manteuffel che, in quanto ministro degli Interni, era il suo superiore. Il 10 marzo essa comunicava che Marx era sempre a Colonia senza permesso di soggiorno e che il giornale da lui diretto continuava nelle sue tendenze distruttive, istigando a rovesciare la costituzione vigente e a istituire una repubblica sociale, deridendo e disprezzando tutto ciò che ogni uomo rispetta e ritiene santo; esso diventava tanto più dannoso in quanto la sfrontatezza e il tono di scherno con cui era scritto facevano aumentare sempre più la cerchia dei suoi lettori. La direzione di polizia aveva delle riserve circa la richiesta del comando della piazza di espellete Marx, e il governo non poteva che dar ragione a queste riserve; un’espulsione «senza un particolare motivo pubblico», «soltanto a causa della tendenza e della pericolosità del giornale», poteva forse provocare una dimostrazione del partito democratico.

Avuta questa comunicazione, Manteuffel si rivolse a Eichmann, prefetto della provincia renana, per sentire anche il suo parere. Eichmann rispose il 29 marzo che l’espulsione era sì giustificata, ma non tale da non destar preoccupazioni, prima che Marx non si rendesse ulteriormente colpevole. Allora, il 7 aprile, Manteuffel decise che non aveva nulla da eccepire contro l’espulsione, ma che la scelta del momento doveva esser lasciata al governo; comunque, era desiderabile che avvenisse in seguito a qualche preciso addebito. Essa ebbe luogo l’11 maggio, e non per un particolare addebito, ma per la pericolosa tendenza della Neue Rheinische Zeitung. In altre parole: il governo l’11 maggio si sentì abbastanza forte per un colpo mancino, a compiere il quale era stato troppo vile il 29 marzo e il 7 aprile.

Il professore prussiano che recentemente ha scoperto negli archivi, sulla base di documenti, il modo in cui si sono svolte le cose, ha voluto, in questo modo, evidentemente celebrare lo sguardo profetico del poeta Freiligrath, che sotto l’impressione diretta dell’espulsione, cantava:

Non un colpo diretto in aperta battaglia...
Mi abbattono malizie e perfidie,
Mi abbatte la strisciante abiezione
Degli sporchi calmucchi occidentali.

9. Un altro colpo vigliacco

Marx si trovava fuori, quando arrivò l’ordine di espulsione. Sebbene il giornale fosse in continua ascesa e contasse circa 6.000 abbonamenti, però le sue difficoltà finanziarie non erano superate ancora; con l’aumento degli abbonamenti crescevano le spese nette, mentre le entrate potevano accrescersi soltanto successivamente. A Hamm Marx trattò con Rempel, uno dei due capitalisti che nel 1846 si erano mostrati disposti a fondare una casa editrice comunista, ma il prode tenne anche questa volta la borsa chiusa e indirizzò Marx dall’ex tenente Henze, che in realtà anticipò al giornale 300 talleri, il cui rimborso Marx si assunse come debito personale. Henze, che poi si rivelò per un provocatore, fu allora perseguitato dalla polizia e si recò con Marx a Colonia dove questi trovò il «pezzo di carta del governo».

Così il destino del giornale era segnato. Anche qualche altro redattore poteva venire espulso come «straniero», i rimanenti erano sotto processo. Il 19 maggio uscì l’ultimo numero col noto canto d’addio di Freiligrath e con un fiero congedo di Marx, che faceva piovere sulla schiena del governo una grandinata di colpi.

«A che scopo le vostre insulse menzogne, le vostre frasi ufficiali? Noi non abbiamo riguardi, né pretendiamo che li abbiate voi. Quando verrà il nostro turno non risparmieremo il terrorismo. Ma i terroristi monarchici, i terroristi in grazia di Dio e del diritto, nella pratica sono brutali, spregevoli, volgari, nella teoria vili, simulatori, ambigui, per l’uno e per l’altro aspetto disonesti».

Il giornale mise in guardia gli operai di Colonia contro ogni tentativo armato; data la situazione militare di Colonia sarebbero stati irrimediabilmente perduti. I redattori li ringraziavano per il loro vivo interesse;

«la loro ultima parola sarà sempre e dovunque: emancipazione della classe lavoratrice!».

Quindi Marx compì i doveri che toccavano a lui, come comandante della nave naufragata. I 300 talleri che gli aveva prestati Henze, 1.500 talleri di abbonamento che aveva ricevuto per posta, la macchina tipografica che gli apparteneva ecc., furono tutti adoperati per pagare i debiti del giornale al compositore, allo stampatore, al cartolaio, agli impiegati, ai corrispondenti, al personale di redazione, ecc. Per sé egli conservò soltanto l'argenteria di sua moglie, che fu versata al Monte di Pietà di Francoforte. I circa duecento fiorini che essa fruttò furono il viatico della famiglia quando essa dovette di nuovo, come solevano dire i nostri padri, emigrare alla «ventura».

Da Francoforte Marx si recò con Engels sul campo dell’insurrezione nel Baden e nel Palatinato. Andarono anzitutto a Karlsruhe, poi a Kaiserslautern, dove s’incontrarono con d’Ester, che era l’anima del governo provvisorio. Da lui Marx ricevette un mandato del Comitato centrale democratico, per rappresentare il Partito rivoluzionario tedesco a Parigi, presso la Montagna dell’Assemblea nazionale, la socialdemocrazia di allora, mista di elementi piccolo-borghesi e proletari, che preparava un colpo di forza contro i partiti dell’ordine e il loro rappresentante, il falso Bonaparte. Durante il viaggio di ritorno essi vennero imprigionati dalle truppe dell’Assia, come sospetti di partecipazione all’insurrezione, trasportati a Darmstadt e da lì a Francoforte, dove furono di nuovo messi in libertà. Allora Marx andò a Parigi, mentre Engels tornò a Kaiserslautern per entrare come aiutante nei reparti volontari formati dall’ex tenente prussiano Willich.

Il 7 giugno Marx scriveva da Parigi che là imperversava una reazione monarchica più terribile che sotto Guizot, ma anche che mai era stata più imminente una colossale esplosione del cratere rivoluzionario. Ma in quest’aspettazione egli si illuse; il colpo che la Montagna progettava fallì e in modo nemmeno molto dignitoso. E un mese dopo lui stesso fu colpito dalla vendetta del vincitore; il 19 luglio il ministro degli Interni gli fece ordinare dal Prefetto di polizia di prender dimora nel dipartimento del Morbihan. Era un colpo vigliacco, «l’infamia delle infamie», come Freiligrath scriveva a Marx appena avuta la notizia. «Daniels dice che il Morbihan è la religione più malsana della Francia, paludosa e malarica: le paludi pontine della Bretagna». Ma Marx non accettò questo «assassinio mascherato»; per il momento gli riuscì di rinviarne l’esecuzione con un appello al ministero degli Interni.

Egli si trovava nella più nera miseria, avendo esaurito le sue scarse risorse, e si rivolse a Freiligrath e a Lassalle per aiuto. L’uno e l’altro fecero il possibile, ma tuttavia in modo tale che Freiligrath si lamentò per l’indiscrezione con cui Lassalle conduceva la cosa facendone una chiacchiera da birreria. Marx ne restò amaramente toccato; il 30 luglio rispondeva: «Preferisco le più grandi ristrettezze, piuttosto che mendicare in pubblico. Per questo gli ho scritto. Questa storia mi fa indicibilmente adirare». Tuttavia Lassalle seppe fargli passare questo malumore con una lettera traboccante di buona volontà, anche se le assicurazioni del suo autore, di aver trattato la cosa «con estrema delicatezza», lasciassero però qualche dubbio.

Il 23 agosto Marx annunciava ad Engels che lasciava la Francia, e il 5 settembre scriveva a Freiligrath che la moglie lo avrebbe seguito il 15 settembre; egli non sapeva come scovare i mezzi necessari per partire e trovare poi una sistemazione. Nel suo terzo esilio lo accompagnavano i neri pensieri che dovevano poi restargli compagni anche troppo fedeli.

VII - L’esilio a Londra

1. La «Neue Rheinische Revue»

Nell’ultima lettera che Marx mandò ad Engels da Parigi, gli comunicava di aver tutte le buone prospettive di fondare a Londra una rivista tedesca; una parte del denaro gli era già stata assicurata. Pregava Engels, che dopo il fallimento dell’insurrezione nel Baden e nel Palatinato viveva esule in Svizzera, di venire subito a Londra. Engels seguì il richiamo, facendo il viaggio da Genova con un veliero.

Da dove venissero i mezzi per l’impresa progettata, oggi non è più possibile determinarlo. Non possono essere stati abbondanti, e nemmeno si contava su una lunga vita della rivista; Marx sperava che dopo tre o quattro mesi sarebbe scoppiato un incendio rivoluzionario. «L’invito a sottoscrivere azioni» per la Neue Rheinische Zeitung, Politisch-Ökonomische Revue, redatta da Karl Marx, porrà la data di Londra, 1° gennaio 1850, ed è firmato da Konrad Schramm come gerente dell’impresa. Vi si dice che redattori della Neue Rheinische Zeitung si erano ritrovati a Londra, dopo aver preso parte sia nella Germania meridionale che a Parigi ai movimenti rivoluzionari dell’estate precedente, e avevano deciso di continuare a Londra il loro giornale. Inizialmente esso poteva uscire soltanto come rivista in quaderni mensili di circa cinque fogli di stampa; appena i mezzi lo avessero consentito, sarebbe dovuto uscire però due volte al mese nello stesso formato o, possibilmente, come grosso settimanale del tipo dei settimanali inglesi o americani, per trasformarsi subito in un quotidiano, appena la situazione avesse consentito il ritorno in Germania. Infine s’invitava a sottoscrivere azioni di 50 franchi.

Non devono essere state collocate molte azioni. La rivista fu stampata ad Amburgo, dove una ditta commerciale aveva accettato di curarne l’edizione, e pretendeva per questo il 50 per cento dei 25 Groschen d’argento che costituivano il prezzo ordinario di vendita per un trimestre. Essa non si dette un gran da fare con la cosa, tanto più che l’occupazione prussiana ad Amburgo le tolse ogni slancio. Ma sarebbe andata sì e no meglio se vi avesse messo uno zelo maggiore. Lassalle non riuscì a scovare a Düsseldorf 50 abbonamenti, e Weydemeyer, che si era fatto mandare 100 copie a Francoforte per la diffusione, dopo mezzo anno aveva incassato appena 51 fiorini; «io insisto davvero parecchio con la gente, ma nonostante tutte le sollecitazioni nessuno ha fretta di pagare». Con giustificata amarezza la signora Marx gli scriveva che l’impresa era stata del tutto rovinata per il disordine e la trascuratezza dell’amministrazione, e che non si sapeva che cosa fosse stato più dannoso, se l’ostruzionismo del libraio o quello degli incaricati e degli amici di Colonia, oppure l’atteggiamento della democrazia.

Non del tutto immune da responsabilità era anche l’insufficiente preparazione redazionale dell’iniziativa, che in sostanza ricadeva tutta su Marx ed Engels. Il manoscritto per il fascicolo di gennaio arrivò ad Amburgo soltanto il 6 febbraio. Ma i posteri hanno tutte le ragioni di essere grati che il progetto sia stato comunque eseguito, perché, se fosse stato rinviato soltanto di pochi mesi, il rapido defluire dell’ondata rivoluzionaria l’avrebbe reso assolutamente impossibile. Così nei sei fascicoli della rivista ci sono state conservate testimonianze preziose di come Marx, secondo le parole di sua moglie, sapeva sollevarsi «grazie a tutta la sua energia, la serena, chiara, tranquilla coscienza di sé» al di sopra delle cure meschine della vita che giorno per giorno ed ora per ora lo assalivano «in modo rivoltante».

Marx, e anche Engels – anzi questi più dell’altro – a dire il vero nella loro gioventù hanno visto sempre troppo vicino il futuro, e sperato spesso di poter già cogliere i frutti quando cominciava appena la fioritura; quanto spesso sono stati per questo derisi come falsi profeti! Ed essere un falso profeta non è proprio la lode maggiore di un politico. Ma si deve distinguere se le false profezie derivano dall’ardita sicurezza di un pensiero chiaro e acuto o dal vano fantasticare su pii desideri. In questo caso la delusione ha un effetto snervante, in quanto un miraggio scompare senza lasciare traccia, ma in quell’altro caso ha un effetto corroborante, in quanto la mente che ragiona indaga le cause del suo errore e conquista così nuove cognizioni.

Forse non ci sono mai stati politici che in questa autocritica siano stati di una sincerità cosi spiccata come Marx ed Engels. Essi erano totalmente privi di quella miserevole presunzione che anche di fronte alle più aspre delusioni cerca di illudersi ancora, immaginandosi che avrebbe avuto ragione purché questa o quella cosa fosse andata diversamente da com’è andata in realtà. Ed erano altrettanto schivi dal sentenziare a buon mercato, da ogni sterile pessimismo; dalla sconfitta imparavano, onde preparare la vittoria con forze maggiori.

Con il colpo mancato del 13 giugno a Parigi, con il fallimento della campagna per la costituzione dell’Impero in Germania e con lo schiacciamento della rivoluzione ungherese a opera dello Zar, era giunto alla fine un grande capitolo della rivoluzione. Che essa si ridestasse era possibile ormai soltanto in Francia, dove il dado decisivo, nonostante tutto, non ero ancora stato tratto. Marx si teneva saldo a questa speranza, ma ciò non gli impediva di agire, lo spingeva anzi a sottoporre il corso della rivoluzione francese fino a quel momento a una critica spietata, schernitrice di ogni illusione. Così avvenne che egli illuminasse il confuso intrico delle sue lotte, che doveva apparire più o meno indecifrabile agli ideologi politici, movendo dalla loro fonte interiore, dalle contraddizioni economiche che si scontravano in esse.

Così in questa descrizione, che si prolungò per i primi tre fascicoli della rivista, gli riuscì abbastanza spesso di semplificare le più complicate questioni del giorno con qualche frase epigrammatica. Quante chiacchiere le teste più illuminate della borghesia e anche i dottrinari del socialismo avevano accumulato nell’Assemblea nazionale di Parigi sul diritto al lavoro, e con quanta penetrazione Marx attinse il senso e il nonsenso storico di questa parola d’ordine in queste sue poche frasi: «Nel primo progetto di Costituzione, elaborato prima delle giornate di giugno, si trovava ancora il droit au travail, il diritto al lavoro, prima formula goffa in cui si riassumono le esigenze rivoluzionarie del proletariato. Lo si trasformò nel droit à l’assistance, nel diritto alla pubblica assistenza. E qual è lo stato moderno che non nutre, in un modo o nell’altro, i suoi poveri? Il diritto al lavoro è nel senso borghese un controsenso, un meschino, pio desiderio; ma dietro il diritto al lavoro sta il potere sul capitale, dietro il potere sul capitale sta l’appropriazione dei mezzi di produzione, il loro assoggettamento alla classe operaia associata, e quindi l’abolizione del lavoro salariato, del capitale e dei loro rapporti reciproci».VII.1 Che la lotta di classe è la ruota motrice della Storia, Marx l’aveva riconosciuto per la prima volta nella storia francese, dato che in essa per l’appunto questa lotta si è manifestata sin dai giorni del Medioevo in forme particolarmente chiare e classiche, e perciò si spiega facilmente la sua particolare predilezione per la storia francese. Questa trattazione, come poi l’altra sul colpo di stato del Bonaparte e quella ancora più tarda sulla Comune di Parigi, sono le gemme più luminose nello scrigno dei suoi scritti storici.

Come riscontro ameno, ma non senza un tragico esito, c’era nei primi tre fascicoli della rivista, tratteggiato da Engels, il quadro di una rivoluzione piccolo-borghese, la campagna tedesca per la costituzione. Le rassegne mensili, nelle quali essi soprattutto indagavano il corso delle vicende economiche, erano redatte in comune da loro due. Già nel fascicolo di febbraio essi additavano nella scoperta delle miniere d’oro in California un fatto «anche più importante della rivoluzione di febbraio», che avrebbe avute risultati anche più grandiosi della scoperta dell’America.

«Una costa estesa per trenta gradi di latitudine, una delle più belle e feconde della terra, finora quasi disabitata, si trasforma sotto i nostri occhi in una terra ricca e civile, densamente abitata da uomini di tutte le razze, dal yankee al cinese, dal negro all’indiano e al malese, dal creolo e dal meticcio all’europeo. L’oro californiano si riversa a torrenti sull’America e sulla costa asiatica dell’Oceano Pacifico e trascina i riluttanti barbari nel traffico mondiale, nella civiltà. Per la seconda volta il traffico mondiale prende una nuova direzione… Grazie all’oro californiano e all’instancabile energia degli yankee, tutt’e due le coste dell’Oceano Pacifico saranno presto altrettanto popolate, altrettanto aperte al commercio, altrettanto industrializzate come lo è ora la costa da Boston a Nuova Orleans. Allora l’Oceano Pacifico avrà la stessa funzione che ha ora l’Atlantico e che il Mediterraneo ha avuto nell’antichità, quella della grande via marittima del commercio mondiale, e l’Oceano Atlantico decadrà alla funzione di un mare interno, quale è oggi il Mediterraneo. L’unica possibilità che i paesi civili europei non cadano poi nella stessa dipendenza industriale, commerciale e politica in cui si trovano ora il Portogallo, la Spagna e l’Italia, risiede in una rivoluzione sociale che, finché si è in tempo, trasformi il modo di produzione e di commercio secondo i bisogni della produzione risultanti dalle forze produttive moderne, e in questo modo permetta di creare nuove forze produttive che assicurino la superiorità dell’industria europea, compensando così gli svantaggi della situazione geografica».

Soltanto, come ben presto dovettero riconoscere gli autori di questa prospettiva grandiosa, la rivoluzione in corso si insabbiava proprio per la scoperta delle miniere d’oro di California.

Ugualmente opera comune di Marx ed Engels sono le recensioni degli scritti in cui alcuni luminari prequarantotteschi avevano cercato di affrontare la rivoluzione: il filosofo tedesco Daumer, lo storico francese Guizot e l’originale genio inglese Carlyle. Se Daumer veniva dalla scuola di Hegel, Guizot aveva esercitato una notevole influenza su Marx, e Carlyle su Engels. Ormai si poteva dire di tutti e tre: pesati sulla bilancia della rivoluzione e trovati troppo leggeri. Gli incredibili luoghi comuni con cui Daumer predicava «la religione della nuova epoca» vengono riassunti in questo «quadro commovente»: la filosofia tedesca si torce le mani e geme lamentosamente presso il letto di morte del padre suo adottivo, la piccola borghesia tedesca. A proposito di Guizot si mostra come perfino le persone più intelligenti dell’ancien régime, perfino persone alle quali non si poteva negare di possedere a modo loro del talento storico, erano state messe talmente in imbarazzo dal fatale avvenimento del febbraio che avevano perduto ogni comprensione storica e addirittura la comprensione della loro stessa attività precedente. Infine, se lo scritto di Guizot mostrava che le capacità della borghesia erano in decadenza, alcuni opuscoli di Carlyle dimostravano l’insufficienza del genio letterario di fronte all’acuirsi delle lotte storiche, contro le quali esso cercava di far valere le sue misconosciute, immediate, profetiche ispirazioni.

Dimostrando con queste brillanti recensioni gli effetti devastanti della rivoluzione sulle grandezze letterarie del periodo prequarantottesco, Marx ed Engels erano tuttavia molto lontani dal credere ad una qualche mistica forza della rivoluzione, come talvolta è stato detto di loro. La rivoluzione non creò il quadro che spaventò a morte i Daumer, i Guizot, i Carlyle, ma non fece che strappare il velo davanti a questo quadro. Nelle rivoluzioni lo sviluppo storico non prende un corso diverso, ma soltanto un corso più celere; in questo senso Marx le ha chiamate una volta le «locomotive della storia». La sciocca fiducia filistea nella «riforma pacifica e legale», che sarebbe superiore a tutte le esplosioni rivoluzionarie, è stata naturalmente sempre estranea a uomini come Marx ed Engels; per loro la violenza era anche una potenza economica, la levatrice di ogni nuova società.

2. Il caso Kinkel

Col suo quarto quaderno, nell’aprile 1850, la Neue Rheinische Revue cessò di uscire regolarmente, e vi ha contribuito un po’ un breve articolo di questo fascicolo, di cui gli autori predissero che «avrebbe provocato l’universale indignazione degli imbroglioni sentimentali e dei declamatori democratici»: una breve recensione stroncatrice dell’arringa difensiva che Gottfried Kinkel aveva pronunciato il 7 agosto 1849 davanti al tribunale militare di Rastatt nella sua qualità di volontario preso prigioniero, e che aveva poi pubblicato in un giornale di Berlino al principio dell’aprile 1850.

Questa recensione era pienamente giustificata in sé. Kinkel, davanti al tribunale militare, aveva rinnegato la rivoluzione e i suoi compagni d’arme; egli aveva reso omaggio al «principe delle granate» e gridato un evviva all’«impero degli Hohenzollern», davanti allo stesso tribunale militare che aveva mandato alla fucilazione ventisei suoi compagni, tutti morti eroicamente. Ma Kinkel era ancora in carcere quando Marx ed Engels lo attaccarono; e, a quanto generalmente si credeva, vi era come vittima agognata della regia bramosia di vendetta, la quale, si credeva, con un atto del ministero di giustizia aveva trasformato la condanna alla fortezza, pronunciata dal tribunale militare, nel carcere disonorante. Metterlo per di più alla berlina politica mentre era in quella situazione, era cosa che poteva muovere forti riserve non soltanto presso degli «imbroglioni sentimentali e dei declamatori democratici».

Da allora sono stati aperti gli archivi sul caso Kinkel, che si presenta come un vero groviglio di tragicomici equivoci. Kinkel era da principio un teologo, e precisamente un teologo ortodosso; con la sua apostasia dall’ortodossia protestante, che era stata accompagnata o magari provocata dal suo matrimonio con una cattolica intransigente, egli si era tirato addosso l’odio inconciliabile degli ortodossi, che gli procurò la nomea, molto superiore ai suoi meriti e alla sua dignità, di «eroe della libertà». In realtà era poi andato a finire nello stesso partito di Marx ed Engels soltanto per un «malinteso»; politicamente non andava oltre le parole d’ordine della democrazia corrente, anche se – per dirla con Freiligrath – la «maledetta retorica», che gli era rimasta appiccicata addosso dal suo periodo teologico, all’occasione poteva trascinarlo a sinistra tanto quanto lo aveva trascinato a destra nella sua arringa di Rastatt. Una modesta vena poetica serviva a renderlo più noto di altri democratici del suo stampo.

Nella campagna per la costituzione dell’Impero, Kinkel era entrato nel reparto volontario di Willich, nel quale combatterono anche Engels e Moll; qui egli si comportò valorosamente, e nell’ultimo combattimento alla Murg, dove cadde Moli, fu ferito al capo da un colpo di striscio, e quindi preso prigioniero. Il tribunale militare lo condannò alla fortezza a vita ma con ciò il «principe delle granate», o come Kinkel si era preziosamente espresso nella sua difesa, «l’Altezza reale del nostro erede al trono» non era ancora servito, e la Corte militare suprema di Berlino propose al re di annullare la sentenza del tribunale militare, dato che Kinkel avrebbe meritato la pena di morte, e riaprire il procedimento giudiziario contro di lui.

Contro di ciò si levò però tutto il ministero, poiché esso riconosceva, sì, che la pena era stata troppo mite per un reato di alto tradimento, ma consigliava di convalidare la condanna con un «atto di grazia», per riguardo all’opinione pubblica. Nello stesso tempo gli sembrava «indicato» disporre che la pena fosse scontata in un carcere «giudiziario», perché se Kinkel fosse stato trattato come un condannato alla fortezza, la cosa avrebbe fatto «grande sensazione». Il re approvò queste proposte del ministero, ma proprio così sollevò quella «grande sensazione» che si era voluta evitare. La «opinione pubblica» avvertì come un oltraggio sanguinoso che un re con un «atto di grazia» mandasse in carcere un reo di alto tradimento, che perfino un tribunale militare aveva voluto inviare soltanto in una fortezza.

Ma si trattava di un errore, perché essa non si intendeva della raffinatezza delle pene nelle fortezze prussiane. Kinkel non era stato condannato all’arresto militare in fortezza, ma alla pena militare della fortezza, una pena che si scontava in un modo anche più duro e brutale che quella carceraria. I condannati alla fortezza venivano ammassati in dieci o venti entro buchi angusti, avevano come giaciglio soltanto una dura panca, venivano nutriti poco e male, dovevano eseguire i lavori più umili, come pulire latrine, spazzare strade ecc., alla minima mancanza dovevano assaggiare lo staffile. Il ministero aveva voluto salvare il prigioniero Kinkel da questa vita da cani, per paura dell’«opinione pubblica», ma quando la «opinione pubblica» capì la cosa alla rovescia, esso non osò per paura del «principe delle granate» e del suo partito ebbro di vendetta confessare apertamente le sue «umane» intenzioni, e preferì lasciare il re sotto il peso di un sospetto che doveva danneggiarlo, e lo ha danneggiato gravemente anche agli occhi dei benpensanti.

Sotto la fatale impressione di questa azione malriuscita, il ministero non volle provocare nuova «sensazione» con le vicende di Kinkel nel carcere, ma osò soltanto arrivare fino a dare l’ordine che in nessun caso si eseguissero su di lui punizioni corporali. Esso aveva visto di buon occhio anche che lo si esentasse dal lavoro forzato e fece capire al direttore del carcere di Naugard, dove Kinkel risiedette da principio, che doveva accollarsene personalmente la responsabilità. Ma il rigido burocrate si tenne al suo regolamento e mise Kinkel alla ruota dell’incannatoio. E di nuovo grande indignazione; nacque una «canzone della ruota» e la si cantò moltissimo, ritratti del «poeta alla ruota» inondarono la Germania, e Kinkel stesso scrisse alla moglie: «Il gioco del destino e la rabbia dei partiti arrivano all’assurdo, perché la mano che scrisse per la nazione tedesca Ottone il tiratore, ora gira la ruota». Tuttavia si confermò subito l’antica esperienza secondo cui la «indignazione morale» del filisteo finisce di solito in una grande ridicolaggine. Spaventato dal chiasso e più coraggioso del ministero, ma a dire il vero denunciato anche subito per «opinioni democratiche», il governo regionale di Stettino ordinò che Kinkel fosse occupato in lavori d’ufficio, al che lo stesso Kinkel dichiarò che desiderava restare alla ruota perché un leggero esercizio fisico gli consentiva di abbandonarsi liberamente ai suoi pensieri, mentre il copiare per tutto il giorno gli affaticava il petto e lo faceva ammalare.

L’opinione diffusissima che nel carcere Kinkel fosse trattato per ordine del re con particolare perfidia, non corrispondeva al vero, anche se egli ebbe a soffrire di qualche sevizia. Schnuchel, direttore della prigione di Naugard, era un rigido burocrate, ma non un essere disumano: dava del tu a Kinkel, ma gli consentiva molto moto all’aria aperta, e aveva umana comprensione per l’instancabile affaccendarsi della signora Kinkel per liberare il marito. Invece a Spandau, dove Kinkel andò nel maggio del 1850, gli si dava del Lei, ma dovette lasciarsi tagliare barba e capelli; il direttore Jeserich, un bigotto reazionario, lo tormentava tentando di convertirlo, e attaccò subito i litigi più indisponenti con «la coniugata Kinkel». Tuttavia anche questo mercante d’anime non fece troppe difficoltà quando il ministero lo invitò a riferire sulla proposta della signora Kinkel secondo la quale, nel caso che si lasciasse partire suo marito per l’America, egli si sarebbe impegnato sulla sua parola d’onore a rinunciare a ogni attività politica e a non ritornare mai più in Europa. Jeserich pensava addirittura, per quel che egli conosceva di Kinkel, che in America si sarebbe ottenuta anche prima una radicale guarigione del suo spirito. Ma doveva scontare almeno un anno di galera, perché la spada dell’autorità non si ottundesse e si smussasse troppo; poi gli si poteva consentire di emigrare, a meno che la salute di Kinkel non risentisse della lunga prigionia, del che tuttavia non vi erano indizi. Questo rapporto di Jeserich arrivò al re, che ora si dimostrò veramente più vendicativo dei ministri e del direttore del carcere; «Sua Altezza in persona» decise che al prof. Kinkel non si poteva accordare di emigrare nemmeno dopo un anno, perché bisognava umiliarlo ancora di più di quanto si era fatto fino ad allora.

Se si considera il culto che fu allora tributato a Kinkel, si comprende l’avversione che egli doveva suscitare in uomini come Marx ed Engels. Teatralità piccolo-borghesi del genere sono state sempre insopportabili per loro. Già nella sua narrazione della campagna per la costituzione dell’Impero, Engels si era espresso molto amaramente sul conto esagerato che si era fatto degli «intellettuali vittime» dell’insurrezione di maggio, mentre nessuno parlava delle centinaia e migliaia di operai che erano caduti in battaglia o ammuffivano nelle casematte di Rastatt, o all’estero, soli tra tutti gli esuli, dovevano assaporare l’esilio fino alla feccia della miseria. Ma anche se si prescindeva da questo, c’erano anche tra le «vittime intellettuali» molti che avevano da sopportare sacrifici incomparabilmente più gravi e li sopportavano in modo incomparabilmente più virile di Kinkel, senza che per questo nessun gallo cantasse. Basti ricordare August Röckel, che come artista era almeno alla pari di Kinkel; nel carcere di Waldheim fu maltrattato nella maniera più crudele, fino alle punizioni corporali, ma dopo dodici anni di torture insopportabili non lo si poté indurre a chieder grazia neppure con un cenno delle ciglia, di modo che la reazione, disperando per il suo orgoglio, alla fine lo dovette per così dire gettar via di forza dal carcere. E Röckel non era l’unico del suo stampo. Piuttosto Kinkel fu l’unico che, già dopo pochi mesi di una prigionia pur sempre sopportabile, pubblicando la sua difesa di Rastatt, espresse davanti a tutto il mondo pentimento e dolore. E allora l’aspra e dura critica che Marx ed Engels fecero di questo discorso era assolutamente opportuna; essi potevano dire a ragione che non peggioravano così la situazione di Kinkel nella sua prigione, ma che la miglioravano.

Il seguito del caso Kinkel diede loro ragione anche per altra via. L’entusiasmo per Kinkel sciolse i lacci delle borse borghesi al punto che poté essere corrotto un impiegato del carcere di Spandau, e nel novembre del 1850 Kinkel poté essere liberato a opera di Karl Schurz. Il re se l’era voluta, con la sua sete di vendetta. Se egli avesse lasciato che Kinkel, dietro parola d’onore di non far più politica, emigrasse in America, Kinkel sarebbe stato presto dimenticato, come aveva compreso perfino il direttore del carcere Jeserich; ma ora, grazie al successo della sua fuga, Kinkel fu un agitatore tre volte celebrato, e il re dovette aggiungere al danno le beffe.

Tuttavia egli seppe comportarsi nella sua maniera regale. Il rapporto sulla fuga di Kinkel fece nascere in lui un pensiero che egli stesso fu abbastanza onesto da dichiarare ignobile. Il re ordinò al suo Manteuffel di scoprire e far punire un complotto per mezzo di quella «preziosa persona» di Stieber. Stieber era allora già così universalmente disprezzato che perfino il presidente della polizia di Berlino Hinckeldey, che nel perseguitare gli avversari politici aveva una coscienza molto elastica, si oppose violentemente alla sua riassunzione al servizio della polizia. Ma nulla valse, e Stieber inscenò allora come saggio delle sue capacità quel pezzo a base di funi e di spergiuri che fu il processo dei comunisti di Colonia.

Quanto a mascalzonate di ogni genere superò di gran lunga il caso Kinkel, ma non si è mai sentito dire che anche un solo galantuomo borghese si sia agitato per esso. Forse questa piacevole classe volle cosi dimostrare di aver compreso bene, fino in fondo, Marx ed Engels.

3. La scissione nella Lega dei Comunisti

Del resto, il caso Kinkel ebbe un significato più sintomatico che effettivo. La natura del dissidio in cui Marx ed Engels si trovarono con l’emigrazione londinese la si può riconoscere esattamente da esso, ma la sua manifestazione più importante non fu esso, e tanto meno ne fu la causa.

Quello che legava Marx ed Engels agli altri emigrati e quello che li divideva da loro lo mostrano le due attività a cui essi si dedicarono nell’anno 1850, accanto alla pubblicazione della Neue Rheinische Revue: da una parte il Comitato dei profughi, che fondarono con Bauer, Pfänder e Willich per aiutare gli emigrati che affluivano a Londra, tanto più numerosi quanto più la Svizzera cominciava a mostrare agli esuli il muso duro; dall’altra la ricostituzione della Lega dei Comunisti, che diventava tanto più necessaria in quanto la controrivoluzione vittoriosa strappava senza riguardi alla classe operaia la libertà di stampa e di riunione e tutti i mezzi di propaganda in generale. Si può dire che Marx ed Engels si dichiarassero solidali con l’emigrazione umanamente ma non politicamente; che condividessero le sofferenze, ma non le illusioni di essa; che le sacrificassero l’ultimo centesimo, ma non le più piccole briciole delle loro convinzioni.

L’emigrazione tedesca, e anzi internazionale, rappresentava una massa confusa dei più diversi elementi. Tutti speravano in un ridestarsi della rivoluzione che li avrebbe riportati in patria, e tutti lavoravano per questo scopo, con il che pareva che fosse creata l’unità d’azione. Tuttavia ogni slancio in questa direzione falliva regolarmente; arrivava, al massimo a manifestazioni cartacee che tanto meno dicevano quanto più pomposamente tuonavano. Appena si doveva cominciare ad agire, nascevano i litigi meno edificanti. Essi non erano dovuti alle persone, e tutt’al più venivano acuiti dalla situazione sconfortante in cui queste persone si trovavano; la loro vera causa erano le lotte di classe che avevano determinato il corso della rivoluzione e che proseguivano nell’emigrazione, nonostante tutti i tentativi di esorcizzarle. La sterilità di questi tentativi fu subito avvertita da Marx ed Engels, ed essi non vi parteciparono, cosa che unì tutte le frazioni e frazioncine dell’emigrazione almeno in quest’unica convinzione che Marx ed Engels fossero i veri e incorreggibili disturbatori della pace.

Da parte loro essi proseguirono la lotta di classe del proletariato, che avevano cominciato già da prima della rivoluzione. I vecchi membri della Lega dei Comunisti si erano ritrovati quasi al completo a Londra sin dall’autunno del 1849, a eccezione di Moll, che era caduto nelle battaglie sulla Murg, e di Schapper, che arrivò soltanto nell’estate del 1850, e infine di Wilhelm Wolff, che vi si trasferì dalla Svizzera soltanto un anno più tardi. Inoltre si erano acquistate nuove energie: August Willich, l’ex ufficiale prussiano, che nella campagna del Baden e del Palatinato si era rivelato accorto capo di truppe volontarie ed era stato conquistato dal suo aiutante d’allora, Engels: una personalità notevole, ma teoricamente una testa poco chiara. Poi giovani d’ogni tipo, il commerciante Konrad Schramm, l’insegnante Wilhelm Pieper, e soprattutto Wilhelm Liebknecht, che aveva studiato nelle università tedesche, ma aveva preso la laurea nell’insurrezione del Baden e nell’esilio in Svizzera. Tutti questi stettero molto intorno a Marx in questi anni, ma il più attaccato e il più fedele fu certo Liebknecht. Sugli altri due Marx non si espresse sempre favorevolmente, ma non si deve prendere alla lettera ogni parola pronunciata in un momento d’impazienza su di loro. Quando Konrad Schramm, ancor giovane d’anni, fu rapito dalla tisi, Marx lo esaltò come il «Percy testa calda» del partito; anche il Pieper diceva che «nonostante tutto era un bon garçon». Per mezzo di Pieper si mise in contatto epistolare con Marx l’avvocato Johannes Miquel di Gottinga, che entrò nella Lega dei Comunisti. Marx lo apprezzava apertamente come uomo d’ingegno, e Miquel tenne fede alla sua bandiera per parecchi anni, finché non tornò indietro, come il suo amico Pieper, nel campo liberale.

Una circolare del Comitato centrale, in data marzo 1850, redatta da Marx ed Engels e portata in Germania dall’emissario Heinrich Bauer, era destinata a ricostituire la Lega dei Comunisti. Essa muoveva dall’idea che fosse imminente una nuova rivoluzione, «sia che essa stia per essere provocata da una sollevazione indipendente del proletariato francese, o dall’invasione della Santa Alleanza contro la Babele rivoluzionaria». Come la rivoluzione del marzo aveva portato alla vittoria la borghesia, così la nuova rivoluzione vi avrebbe portato la piccola borghesia, che avrebbe tradito ancora una volta la classe operaia. L’atteggiamento del partito rivoluzionario operaio verso la democrazia piccolo-borghese veniva così riassunto: «Esso procede d’accordo con quest’ultima contro la frazione di cui persegue la caduta; esso si oppone ai democratici piccolo-borghesi in tutte le cose pel cui mezzo essi vogliono consolidarsi per conto proprio»VII.2. I piccoli borghesi avrebbero sfruttato una rivoluzione per loro vittoriosa per riformare la società capitalistica fino al punto di renderla più comoda e più vantaggiosa per la loro stessa classe e, fino a un certo punto, anche per gli operai. Ma il proletariato non avrebbe potuto esserne in alcun modo soddisfatto. Mentre i piccoli borghesi democratici avrebbero spinto il più rapidamente possibile, dopo l’attuazione delle loro limitate rivendicazioni, all’accantonamento della rivoluzione, compito degli operai sarebbe stato piuttosto di rendere permanente la rivoluzione «sino a che tutte le classi più o meno possidenti non siano scacciate dal potere, sino a che il proletariato non abbia conquistato il potere dello stato, sino a che l’Associazione dei proletari, non solo in un paese, ma in tutti i paesi dominanti del mondo, si sia sviluppata al punto che venga meno la concorrenza tra i proletari di questi paesi, e sino a che almeno le forze produttive decisive non siano concentrate nelle mani dei proletari». VII.3

Conforme a ciò, la circolare metteva in guardia gli operai dal lasciarsi ingannare dalle prediche dei democratici piccolo-borghesi sull’unione e sulla conciliazione, e dal lasciarsi degradare ad appendice della democrazia borghese. Al contrario essi dovevano organizzarsi il più saldamente e il più fortemente possibile, per dettare alla piccola borghesia, dopo la vittoria della rivoluzione, che come sempre sarebbe stata conquistata grazie alla loro forza e al loro valore, condizioni tali che il dominio dei democratici borghesi portasse in sé il germe della sua fine e che si rendesse più facile soppiantarlo in seguito con il dominio del proletariato. «Innanzi tutto gli operai debbono durante il conflitto e immediatamente dopo la lotta, fin quando è possibile, opporsi ai tentativi della borghesia di mantenere la calma, e costringere i democratici a tradurre in atto le loro attuali frasi terroristiche… Ben lungi dall’opporsi ai cosiddetti eccessi, casi di vendetta popolare su persone odiate o su edifici pubblici, cui non si connettono altro che ricordi odiosi, non soltanto si devono tollerare quegli esempi, ma se ne deve prendere in mano la direzione».VII.4 Nell’elezione di un’assemblea nazionale gli operai avrebbero dovuto presentare dappertutto candidati indipendenti, anche dove non ci fosse la minima prospettiva di successo, senza curarsi di tutte le frasi democratiche. Naturalmente gli operai all’inizio del movimento non avrebbero potuto ancora proporre nessuna misura direttamente comunistica, ma avrebbero potuto costringere i democratici a intervenire il più ampiamente possibile nell’ordinamento attuale della società, a disturbarne il corso regolare, e a compromettere sé stessi, come anche a concentrare nelle mani dello stato il più gran numero possibile di forze produttive, mezzi di trasporto, fabbriche, ferrovie ecc.

Soprattutto gli operai non avrebbero dovuto tollerare che nell’abolizione del feudalesimo le terre feudali venissero date, come nella grande rivoluzione francese, ai contadini in libera proprietà, con il che si sarebbe lasciato sussistere il proletariato agricolo e si sarebbe creata una classe di contadini piccolo-borghesi, che avrebbe dovuto attraversare lo stesso ciclo di impoverimento e di indebitamento per cui è passato il contadino francese. Gli operai, al contrario, avrebbero dovuto pretendere che le terre feudali confiscate restassero beni demaniali e fossero trasformare in colonie di lavoro, coltivate dal proletariato agricolo associato con tutti i mezzi della grande agricoltura. Così il principio della proprietà comune avrebbe ricevuto subito una base salda in mezzo agli scossi rapporti della società borghese.

Armato di questa circolare, Bauer ebbe un grande successo nella sua missione in Germania. Riuscì a riannodare delle fila strappate e a intesserne delle nuove, e in particolare a guadagnare una grande influenza sui resti delle associazioni operaie, contadine, di salariati, ginnastiche, che si erano conservate anche nel pieno furore della controrivoluzione. Anche i membri più influenti della Fratellanza operaia fondata da Stephan Born si unirono alla Lega, che «aveva guadagnato a sé tutte le forze adoperabili», come scriveva a Zurigo Karl Schurz, il quale nello stesso periodo viaggiava attraverso la Germania per incarico di un’organizzazione di profughi in Svizzera. In un secondo comunicato, in data giugno 1850, il Comitato centrale poteva annunciare che la Lega aveva preso piede saldamente in una serie di città tedesche e che si erano formati dei circoli direttivi ad Amburgo per lo Schleswig-Holstein, a Schwerin per il Mecklemburgo, a Breslavia per la Slesia, a Lipsia per la Sassonia e Berlino, a Norimberga per la Baviera, a Colonia per la Renania e la Vestfalia.

Sempre in questo appello il circolo di Londra era indicato come il più forte della Lega, quello che quasi da solo faceva fronte alle spese. Esso continuava a dirigere l’Associazione tedesca operaia di cultura a Londra, e insieme la parte più decisa degli esuli di lì; inoltre il Comitato centrale era in stretti rapporti con i partiti rivoluzionari inglese, francese e ungherese. Ma per altri riguardi il circolo di Londra era però la parte più debole della Lega, in quanto la avviluppava nelle lotte sempre più roventi ma anche sempre più inconcludenti dell’emigrazione.

Nel corso dell’estate del 1850, venne palesemente meno la speranza di un rapido ridestarsi della rivoluzione. In Francia fu abolito il suffragio universale, senza che la classe operaia si sollevasse; ormai la decisione era tra il pretendente Luigi Bonaparte e l’Assemblea nazionale monarchica e reazionaria. In Germania la democrazia piccolo-borghese si ritirava dalla scena politica, mentre la borghesia liberale partecipava alla spoliazione del cadavere della rivoluzione tedesca tentata dalla Prussia. Ma la Prussia fu gabbata dai medi e dai piccoli stati tedeschi, che ballavano tutti al suono della musica austriaca, mentre lo Zar agitava su tutta questa società tedesca il suo staffile minaccioso. Ma nella misura in cui la vera rivoluzione rifluiva, aumentavano gli sforzi febbrili dell’emigrazione per fabbricare una rivoluzione artificiale; essa continuava a illudersi a ogni segno minaccioso, e riponeva le sue speranze nei prodigi che avrebbe saputo compiere grazie alla sua decisa volontà. Nella stessa misura essa divenne più diffidente contro ogni autocritica nelle proprie file. Così Marx ed Engels, che contemplavano con uno sguardo chiaro e freddo il vero corso delle cose, si trovarono in contrasto sempre più acuto con l’emigrazione. Ma in che modo la voce della logica e della ragione avrebbe potuto domare la tempesta delle passioni in questa massa dirigente più o meno disperata? Lo poteva tanto poco che la generale ubriacatura penetrò anche nel circolo di Londra della Lega dei Comunisti e scompigliò profondamente il suo Comitato centrale.

Nella sua seduta del 15 settembre del 1850 si venne alla scissione aperta. Sei membri stavano contro quattro: Marx ed Engels, poi Bauer, Eccarius, Pfänder della vecchia guardia, e della giovane generazione, Konrad Schramm, contro Willich, Schapper, Fränkel e Lehmann, dei quali uno solo era del vecchio ceppo: cioè Schapper, un rivoluzionario nato, come Engels lo ha ben definito, trascinato ancora dalla passione rivoluzionaria, dopo che aveva visto da vicino gli orrori della controrivoluzione per tutto un anno ed era arrivato proprio allora in Inghilterra. Nella seduta decisiva Marx caratterizzò il contrasto con queste parole:

«Al posto della considerazione critica, la minoranza ne mette una dogmatica, al posto di una materialistica ne mette una idealistica. Per essa invece delle condizioni effettive diventa ruota motrice della rivoluzione la nuda volontà. Mentre noi diciamo agli operai: Voi dovete attraversare 15, 20, 50 anni di guerre civili e di lotte popolari non soltanto per cambiare la situazione ma anche per cambiare voi stessi e per rendervi capaci del dominio politico, voi dite invece: Noi dobbiamo giungere subito al potere, oppure possiamo andare a dormire! Mentre noi richiamiamo in particolare gli operai tedeschi sul fatto che il proletariato tedesco non è ancora sviluppato, voi adulate nel modo più goffo il sentimento nazionale e i pregiudizi di casta dell’artigiano tedesco, cosa che comunque dà più popolarità. Come i democratici hanno fatto della parola “popolo” un qualcosa di sacro, così voi avete fatto della parola “proletariato”».

Si venne a delle spiegazioni violente, perfino a una sfida a duello di Schramm a Willich – deplorata del resto da Marx – che ebbe luogo presso Anversa e portò a una leggera ferita di Schramm. Ma una riconciliazione degli spiriti si dimostrò impossibile.

La maggioranza cercò di salvare la Lega, trasferendone la direzione a Colonia; il circolo di Colonia avrebbe dovuto eleggere un nuovo Comitato centrale e al posto dell’unico circolo esistito fino ad allora a Londra se ne sarebbero dovuti fare due che, indipendenti l’uno dall’altro, avrebbero dovuto aver relazione soltanto con il comune Comitato centrale. Il circolo di Colonia fu d’accordo, ed elesse un nuovo Comitato centrale, ma la minoranza si rifiutò di riconoscerlo. Essa aveva il seguito maggiore nel circolo di Londra e soprattutto nell’Associazione tedesca operaia di cultura, da cui Marx e i suoi amici più intimi si staccarono. Willich e Schapper fondarono una Lega scissionista, che si perdette subito in un vano giocare alla rivoluzione.

Marx ed Engels motivarono la loro posizione, più ampiamente che nella seduta del 15 settembre, nel quinto e sesto fascicolo della loro rivista, un fascicolo doppio con il quale essa terminò di esistere nel novembre del 1850. Accanto a un lungo studio nel quale Engels esponeva la guerra dei contadini del 1525 secondo la concezione del materialismo storico, esso conteneva un articolo di Eccarius sulle sartorie di Londra, che Marx accoglieva con questo lieto saluto:

«Il proletariato, prima di conquistare la vittoria sulle barricate, annunzia l’avvento del proprio dominio con una serie di vittorie intellettuali».

Eccarius, che lavorava personalmente in una delle sartorie londinesi, considerava un progresso storico il soccombere dell’artigianato di fronte alla grande industria, mentre nello stesso tempo nei risultati e nei portati della grande industria riconosceva le condizioni reali della rivoluzione proletaria suscitate dalla storia stessa e riproducentisi giornalmente. In questa concezione schiettamente materialistica, che senza lasciarsi prendere da vani sentimentalismi si contrapponeva alla società borghese e al suo movimento, Marx esaltava il grande progresso sulla critica sentimentale, moralistica e psicologica, con cui Willich e altri pubblicisti operai pretendevano di porsi di fronte alla situazione esistente. Era un frutto del suo lavoro instancabile, e un frutto per lui graditissimo.

Ma il centro di gravità di questo ultimo fascicolo era nella rassegna politico-economica dei mesi dal maggio all’ottobre. Con un’ampia indagine Marx ed Engels chiarivano le cause economiche della rivoluzione e della controrivoluzione politica, spiegando come quella fosse sorta da una grave crisi economica e questa avesse la sua radice in un nuovo slancio della produzione. Essi giungevano al risultato che: «Data questa prosperità universale, in cui le forze produttive della società borghese si sviluppano con quella sovrabbondanza che è, in generale, possibile nelle condizioni borghesi, non si può parlare di una vera rivoluzione. Una rivoluzione siffatta è possibile solamente in periodi in cui entrambi questi fattori, le forze moderne di produzione e le forme borghesi di produzione, entrano in conflitto tra di loro. Le diverse beghe, a cui attualmente si abbandonano i rappresentanti delle singole frazioni del partito continentale dell’ordine, e in cui si compromettono a vicenda, ben lungi dal fornire l’occasione di nuove rivoluzioni, sono al contrario possibili soltanto perché la base dei rapporti è momentaneamente così sicura e, ciò che la reazione ignora, così borghese. Contro di essa si spezzeranno tutti i tentativi reazionari di arrestare l’evoluzione borghese, come tutta l’indignazione morale e tutti i proclami ispirati dai democratici. Una nuova rivoluzione non è possibile se non in seguito a una nuova crisi. L’una però è altrettanto sicura quanto l’altra».

A questa chiara e convincente esposizione era poi contrapposta, a conclusione della rassegna, la critica dell’appello di un Comitato centrale europeo, che, firmato da Mazzini, Ledru-Rollin, Darasz e Ruge, compendiava in breve spazio tutte le illusioni dell’emigrazione, faceva risalire il fallimento della rivoluzione alle ambiziose gelosie dei singoli capi e alle opinioni contrastanti dei diversi apostoli dei popoli, e faceva la sua professione di fede nella libertà, nell’uguaglianza, nella fraternità, nella famiglia, nei comuni, nello stato, nella patria, in breve in una situazione sociale che aveva al vertice Dio e la sua legge, e alla base il popolo.

Questa rassegna porrà la data del 1° novembre 1850. Con essa i due autori cessavano per due decenni di lavorare l’uno accanto all’altro; Engels partì per Manchester, per rientrare come impiegato nella fabbrica tessile Ermen & Engels, mentre Marx restò a Londra per dedicarsi con tutte le sue forze al lavoro scientifico.

4. Vita d’esule

Questi giorni di novembre, che cadono quasi esattamente alla metà della sua vita, appaiono non soltanto esteriormente una svolta notevole dell’attività esplicata da Marx. Egli stesso lo avvertiva molto vivamente, e forse in grado anche maggiore lo avvertiva Engels.

«Si vede sempre più – egli scriveva nel febbraio del 1851 a Marx – che l’emigrazione è un’istituzione nella quale chiunque non si tenga del tutto lontano da essa e non si accontenti della posizione di scrittore indipendente che se ne infischia anche del cosiddetto partito rivoluzionario, diventa necessariamente un pazzo, un somaro e un volgare briccone»VII.5.

E Marx rispondeva.

«Mi piace molto il pubblico autentico isolamento in cui ci troviamo ora noi due, tu e io. Corrisponde del tutto alla nostra posizione e ai nostri principi. Il sistema delle reciproche concessioni, dei mezzi termini tollerati per correttezza, e il dovere di assumersi davanti al pubblico la propria parte di ridicolaggine insieme con tutti questi somari del partito, son cose finite». VII.6

Ed Engels ancora:

«Finalmente abbiamo un’altra volta – per la prima volta dopo lungo tempo – l’occasione di dimostrare che non abbiamo bisogno di nessuna popolarità, di nessun support di qualsiasi partito di qualsiasi paese e che la nostra posizione è totalmente indipendente da miserie del genere. Da questo momento noi siamo responsabili soltanto di noi stessi… Del resto non possiamo in fondo lamentarci molto che i petits grands hommes ci temano; non abbiamo da tanti e tanti anni fatto come se Tizio e Caio fossero del nostro partito quando non avevamo proprio nessun partito e quando le persone che noi calcolavamo che appartenessero al nostro partito, almeno ufficialmente… non capivano neanche le basi più elementari delle nostre idee?». VII.7

Non c’è bisogno di pesare con il bilancino i «pazzi» e i «bricconi» e si può anche fare un po’ la tara a questi sfoghi appassionati: questo resta certo, che Marx ed Engels videro a ragione una decisione liberatrice nel separarsi con passo risoluto dalle sterili beghe dell’emigrazione e, come si espresse Engels, in «solitudine cosciente» indagare scientificamente fino a che non venissero gli uomini e i tempi che comprendessero le loro cose.

Soltanto, il taglio non fu né così reciso né così rapido né così profondo come può forse apparire all’osservatore che si volga ora a guardare. Nelle lettere che Engels e Marx si scambiarono nell’anno seguente, le lotte dell’emigrazione trovarono un’eco ancor molto intensa. La cosa avvenne se non altro per gli attriti non ancora sopiti tra le due frazioni in cui si era divisa la Lega dei Comunisti. Inoltre i due amici non avevano affatto l’intenzione di rinunciare a ogni partecipazione alle lotte politiche, anche se non si mescolavano più nelle gazzarre dell’emigrazione. Se non cessarono la loro collaborazione agli organi cartisti, essi non pensarono nemmeno di rassegnarsi alla fine della Neue Rheinische Revue.

L’editore Schabelitz di Basilea voleva curarne l’edizione; ma non se ne fece di nulla; con Hermann Becker, che era rimasto a Colonia e aveva diretto dapprima la Westdeutsche Zeitung e, dopo che questa fu soppressa, una piccola casa editrice, Marx trattò per la pubblicazione di tutti i suoi scritti e poi anche per una rivista trimestrale che sarebbe dovuta uscire a Liegi. Questi progetti andarono in fumo con l’arresto di Becker nel maggio del 1851, però dei Saggi raccolti a cura di Hermann Becker è uscito se non altro un fascicolo. Avrebbero dovuto comprendere due volumi di 25 fogli di stampa ciascuno. Chi sottoscriveva per questi volumi entro il 15 maggio li avrebbe ricevuti in dieci fascicoli a 8 Groschen d’argento l’uno; altrimenti il loro prezzo sarebbe stato di 1 tallero e 15 Groschen d’argento per ogni volume. Il primo fascicolo fu smerciato subito, però la notizia di Weydemeyer, secondo cui sarebbe stato diffuso in 15.000 copie, deve fondarsi su di un errore; già la decima parte di questa cifra avrebbe rappresentato nelle condizioni d’allora un successo considerevole.

A questi progetti Marx era spinto anche dalla «imperiosa necessità di un lavoro redditizio». Egli viveva nelle più amare condizioni. Nel novembre del 1849 gli nacque il quarto bambino, il figlioletto Guido. La madre allattò lei stessa il bambino, e scriveva in proposito: «Il povero angioletto succhiò da me tante ansie e muti affanni che stette quasi sempre malato, soffrendo giorno e notte forti dolori. Da quando è venuto al mondo non ha ancora dormito una sola notte, al massimo due o tre ore». Il povero piccino morì un anno dopo la nascita.

La famiglia fu estromessa brutalmente dalla sua prima abitazione in Chelsea, perché essa aveva sì pagato la pigione all’affittuaria, ma questa non l’aveva versata al padrone di casa. Con molta fatica poté trovare un nuovo alloggio in un albergo tedesco in Leicester Street, Leicester Square, da dove si trasferì presto in Dean Street 28, Soho Square. Qui per una mezza dozzina di anni trovò una dimora stabile in due stanzette.

Ma non per questo fu scongiurata la miseria. Essa cresceva sempre più; alla fine di ottobre del 1850, Marx scriveva a Weydemeyer, a Francoforte sul Meno, che ritirasse e vendesse l’argenteria impegnata in quel Monte di Pietà; soltanto una posata da bambino, che apparteneva alla piccola Jenny, doveva esser salvata a ogni costo. «Ora la mia situazione è tale che devo scovare del denaro in ogni caso, anche per poter continuare a lavorare». Proprio in questi giorni Engels si trasferiva a Manchester, per dedicarsi allo «sporco commercio», certamente già con la prospettiva di poter così soprattutto aiutare l’amico.

Se no gli amici si facevano veramente rari nella sventura.

«Quello che davvero mi annienta fin nel più intimo e fa sanguinare il mio cuore – scriveva la signora Marx a Weydemeyer nel 1850 – è che mio marito deve far fronte a tante piccolezze, nelle quali basterebbe così poco per aiutarlo, e che lui, che ha aiutato tanti spontaneamente e gioiosamente, è rimasto così privo di aiuto. Non creda, caro signor Weydemeyer, che noi pretendiamo nulla da nessuno. L’unica cosa che mio marito poteva pretendere da quelli che avevano trovato in lui della sollecitudine, un sollievo, un aiuto, era che dimostrassero una maggiore abilità commerciale, un maggiore interessamento per la sua rivista. Posso affermarlo con orgoglio e franchezza. Di questo poco gli si era debitori, e credo che nessuno ci avrebbe rimesso. Ciò mi addolora, ma mio marito pensa altrimenti. Nemmeno nei momenti più terribili egli ha mai perduto la certezza del futuro e nemmeno il suo sereno umore ed era tutto contento quando mi vedeva serena e i nostri teneri bambini circondavano amorosamente la madre».

E come lei pensava a lui quando gli amici tacevano, così lui pensava a lei quando i nemici alzavano troppo la voce.

Sempre a Weydemeyer Marx scriveva nell’agosto del 1851:

«Puoi immaginarti quanto la mia situazione sia fosca. Mia moglie non ce la farà più, se le cose durano così a lungo. Le cure continue, la meschinità di questa lotta borghese la estenuano. E per di più anche l’infamia dei miei avversari che non hanno ancora nemmeno tentato di attaccarmi con argomenti concreti e cercano di vendicarsi della loro impotenza diffamandomi di fronte alla gente e diffondendo le più nefande malignità sul mio conto… Naturalmente, io riderei di tutta questa porcheria; cose del genere non mi disturbano un solo istante nel mio lavoro, ma tu capisci che mia moglie, che è sofferente e dal mattino alla sera si trova immersa nella più spiacevole miseria borghese e ha il sistema nervoso logorato, non ha ristoro dal fatto che ogni giorno degli stupidi pettegoli le portino le esalazioni delle pestilenziali cloache democratiche. La mancanza di tatto di certa gente è spesso enorme».

Quando pochi mesi prima, nel marzo, gli era nata la figlioletta Franziska, la signora Marx, nonostante il parto facile, era rimasta gravemente malata, «per motivi più borghesi che fisici»; in casa non c’era un centesimo, «e inoltre avremmo anche sfruttato gli operai! e tenderemmo alla dittatura!», VII.8 scriveva Marx di tristissimo umore a Engels.

Personalmente Marx trovava nel lavoro scientifico un conforto inesauribile. Dalle 9 del mattino alle 7 di sera lavorava al British Museum. Riferendosi al vuoto indaffararsi dei Kinkel e dei Willich, egli diceva:

«I Simplicii democratici, a cui l’illuminazione viene “dall’alto”, non hanno naturalmente bisogno di affaticarsi così. A che scopo dovrebbero tormentarsi con i fatti dell’economia e della storia questi uomini nati vestiti? È tutto così semplice, soleva dirmi il bravo Willich. Tutto così semplice! In queste teste vuote. Semplicioni, costoro!».

Marx sperava allora di finire la sua Critica dell’economia politica entro poche settimane e cominciava già a cercare un editore, ricerca che ancora una volta gli portò soltanto una delusione dopo l’altra.

Poi, nel maggio 1851 venne a Londra un fedele amico, su cui Marx poteva contare con sicurezza e con cui negli anni seguenti fu in strettissime relazioni: Ferdinand Freiligrath. Ma anche a lui tenne dietro una notizia funesta. Il 10 maggio fu arrestato a Lipsia il sarto Nothjung durante un suo viaggio di propaganda come inviato della Lega dei Comunisti, e grazie alle carte che egli aveva con sé fu rivelata alla polizia l’esistenza della Lega. Subito dopo vennero arrestati i membri del Comitato centrale di Colonia; Freiligrath si era sottratto giusto in tempo alla stessa sorte, senza sospettare del pericolo che lo minacciava. Al suo arrivo a Londra le diverse frazioncine dell’emigrazione tedesca si disputarono il famoso poeta, ma Freiligrath dichiarò la propria fedeltà a Marx e alla cerchia dei suoi intimi. Così rifiutò anche di partecipare a un’assemblea che doveva aver luogo il 14 luglio 1851 e doveva servire ancora una volta al tentativo di ristabilire l’unità dell’emigrazione tedesca. Il tentativo fallì, come tutti i precedenti, e provocò soltanto nuove discordie. Il 20 luglio fu fondata l’Unione di agitazione sotto la direzione spirituale di Ruge, e il 27 luglio il Club dell’emigrazione sotto la direzione spirituale di Kinkel. Le due associazioni condussero subito una guerra rabbiosa l’una contro l’altra, soprattutto nella stampa tedesco-americana.

Marx naturalmente non aveva ormai altro che scherno per questa «guerra dei topi e delle rane», i cui capi, per tutta la loro mentalità, lo indisponevano parecchio. I tentativi di Ruge nel 1848 di «dimostrar per iscritto la ragione degli avvenimenti» erano stati trattati sulla Neue Rheinische Zeitung con una specie di predilezione artistica, ma non erano nemmeno mancati colpi alquanto secchi contro «Arnold Winkelried Ruge», il «pensatore della Pomerania», i cui scritti erano lo scolo dove «andavano a fluire tutte le immondizie retoriche e tutte le contraddizioni della democrazia tedesca». Ruge, con tutta la sua confusione in fatto di politica, era pur sempre altro uomo da Kinkel, che dopo la sua fuga dal carcere di Spandau faceva a Londra la primadonna, «ora per la birreria, ora per il salotto», come diceva per derisione Freiligrath. Per il momento egli presentava nondimeno per Marx un interesse maggiore, perché Willich si era collegato con Kinkel per il solenne imbroglio di una nuova rivoluzione da fondarsi per mezzo di azioni. Il 14 settembre 1851 Kinkel sbarcò a New York con la missione di convincere degli esuli di riguardo a far da garanti di un prestito nazionale tedesco «per l’importo di due milioni di dollari, onde preparare l’imminente rivoluzione repubblicana», e di raccogliere un fondo preliminare di 20.000 talleri. Comunque, Kossuth era arrivato prima alla geniale trovata di attraversare l’oceano con la borsa per la questua rivoluzionaria. Ma Kinkel, su una base più modesta, condusse l’affare con zelo non minore e non meno senza scrupoli; sia il maestro che il discepolo predicarono negli stati del nord contro la schiavitù e negli stati del sud a suo favore.

Di fronte a queste farse Marx stringeva più serie relazioni con il nuovo mondo. Date le sue crescenti ristrettezze – «è impossibile seguitare a vivere così», scriveva il 31 luglioVII.9 a Engels – egli aveva appunto l’intenzione di pubblicare insieme con Wilhelm Wolff una Corrispondenza litografica per i giornali americani, quando, pochi giorni dopo, ricevette l’invito a collaborare regolarmente alla New York Tribune, il giornale più diffuso nel Nord America, da parte del suo editore Dana, con cui s’era conosciuto sin dai tempi di Colonia. Siccome egli non padroneggiava ancora la lingua inglese tanto da poterla scrivere correntemente, da principio lo sostituì Engels, che scrisse una serie di articoli sulla rivoluzione e la controrivoluzione tedesca. Marx però poté subito dopo pubblicare anche lui su suolo americano uno scritto tedesco.

5. Il «Diciotto brumaio»

Josef Weydemeyer, l’antico amico di Bruxelles, aveva partecipato valorosamente alla lotta negli anni della rivoluzione, come redattore di un giornale democratico a Francoforte sul Meno. Nel frattempo questo giornale era stato soppresso dalla controrivoluzione che imperversava sempre più sfrontatamente, e Weydemeyer, dopo che la polizia scoprì la Lega dei Comunisti, di cui egli era uno dei membri più attivi, ebbe i segugi alle calcagna.

Da principio egli si nascose «in una tranquilla birreria a Sachsenhausen»; voleva lasciar passare la tempesta e intanto scrivere un libro di economia politica, ma l’aria diventava sempre più soffocante e «neanche il diavolo può sopportare alla lunga di restarsene nascosto e di bighellonare». Come marito e padre di due bambini egli non vedeva nessuna prospettiva nel trasferirsi in Svizzera o a Londra; così si decise a emigrare in America.

Marx ed Engels perdettero a malincuore il compagno fedele. Invano Marx tormentò il suo cervello con mille progetti per procurargli un posto come ingegnere o come geometra nelle ferrovie o simili; «perché una volta laggiù, chi garantisce che tu non ti perda nel Far West? E noi abbiamo forze così scarse e dobbiamo fare gran conto delle nostre capacità». Tuttavia, se non poteva essere diversamente, c’era anche un vantaggio nel sapere che nella metropoli del nuovo mondo c’era un rappresentante in gamba della causa del comunismo. «A New York c’è proprio mancato un ragazzo in gamba come lui, e alla fine anche New York non è poi fuori del mondo e con Weydemeyer si è sicuri che le cas échéant sarà subito a portata di mano»,VII.10 pensava Engels. Così dettero la loro benedizione al progetto di Weydemeyer, che il 29 settembre alzò le vele da Le Havre e, dopo una traversata tempestosa di circa 40 giorni, arrivò a New York.

Marx, già il 31 ottobre, gli aveva mandato una lettera nella quale gli proponeva di occuparsi di attività editoriali e di pubblicare come opere a sé le migliori cose della Neue Rheinische Zeitung e della Revue. E fece subito fuoco e fiamme, quando Weydemeyer, fra un improperio e l’altro contro la mentalità da rivenduglioli che in nessun luogo si mostrava in tutta la sua ripugnante nudità come in America, gli comunicava che sperava di poter pubblicare già al principio di gennaio un settimanale dal titolo Revolution, e lo pregava di mandar subito della collaborazione. Marx si affrettò a mettere al lavoro tutte le penne comuniste, Engels soprattutto, poi Freiligrath, di cui Weydemeyer desiderava soprattutto una poesia, Eccarius e Weerth, i due Wolff; rimproverava che nell’annuncio del suo settimanale Weydemeyer non avesse fatto anche il nome di Wilhelm Wolff: «Nessuno fra tutti noi ha il suo stile popolare. È straordinariamente modesto. Tanto più bisogna evitare che sembri che si ritiene superflua la sua collaborazione». Quanto a sé stesso, – accanto a un lungo studio su di una nuova opera di Proudhon – annunciava in particolare uno studio sul Diciotto brumaio di Luigi Bonaparte, cioè sul colpo di stato bonapartistico del 2 dicembre, che in quel momento era l’avvenimento più importante della politica europea e aveva dato occasione a innumerevoli scritti.

Tra questi, due soprattutto divennero famosi e portarono ai loro autori un ricco compenso; e Marx così chiarì in seguito ciò che li differenziava dal suo. Nel Napoléon le Petit

«Victor Hugo si limita a un’invettiva amara e piena di sarcasmo contro l’autore responsabile del colpo di stato. L’avvenimento in sé gli appare come un fulmine a ciel sereno. Egli non vede in esso altro che l’atto di violenza di un individuo. Non si accorge che ingrandisce questo individuo invece di rimpicciolirlo, in quanto gli attribuisce una potenza di iniziativa personale che non avrebbe esempi nella storia del mondo».VII.11

Nel coupe d’Etat

«Proudhon dal canto suo, cerca di rappresentare il colpo di stato come il risultato di una precedente evoluzione storica: ma la ricostruzione storica del colpo di stato si trasforma in lui in un’apologia storica dell’eroe del colpo di stato. Egli cade così nell’errore dei nostri cosiddetti storici oggettivi. Io mostro, invece, come in Francia la lotta di classe creò delle circostanze e una situazione che rendono possibile a un personaggio mediocre e grottesco di far la parte dell’eroe».VII.12

Quest’opera fece, accanto alle sue due più fortunate sorelle, la figura di una Cenerentola, ma mentre queste sono da tempo ridotte in cenere e in polvere, essa splende ancor oggi d’intramontabile freschezza.

In questo suo lavoro scintillante di spirito e d’ingegno, con una maestria prima appena raggiunta, Marx riuscì a spiegare fin nel profondo un avvenimento contemporaneo sulla base della concezione materialistica della storia; la forma è altrettanto deliziosa quanto il contenuto. Dallo stupendo paragone dell’inizio:

«Le rivoluzioni borghesi, come quelle del secolo diciottesimo, passano tempestivamente di successo in successo; i loro effetti drammatici si sorpassano l’un l’altro; gli uomini e le cose sembrano illuminati da fuochi di Bengala; l’estasi è lo stato d’animo d’ogni giorno. Ma hanno una vita effimera, presto raggiungono il punto culminante; e allora una lunga nausea s’impadronisce della società, prima che essa possa rendersi freddamente ragione dei risultati del suo periodo di febbre e di tempesta. Le rivoluzioni proletarie invece, quelle del secolo diciannovesimo, criticano continuamente sé stesse; interrompono a ogni istante il loro proprio corso; ritornano su ciò che già sembrava cosa compiuta, per ricominciare daccapo; si fanno beffe in modo spiccato e senza riguardi delle mezze misure, delle debolezze e delle miserie dei loro primi tentativi; sembra che abbattano il loro avversario solo perché questo attinga dalla terra nuove forze e si levi di nuovo più formidabile di fronte a esso; si ritraggono continuamente, spaventate dall’infinita immensità dei loro propri scopi, sino a che si crea la situazione in cui è reso impossibile ogni ritorno addietro e le circostanze stesse gridano: Hic Rhodus, hic salta! Qui è la rosa, qui balla!…»

fino alle sicure parole profetiche della conclusione:

«Ma quando il mantello imperiale cadrà finalmente sulle spalle di Luigi Bonaparte, la statua di bronzo di Napoleone precipiterà dall’alto della colonna Vendôme».VII.13

E in quali condizioni fu composto questo scritto stupendo! Fu ancora il male minore che Weydemeyer dovesse «bloccare» il suo settimanale già dopo il primo numero, per mancanza di mezzi; egli scriveva in proposito:

«La disoccupazione che infierisce qui sin dall’autunno in proporzioni finora sconosciute, pone notevoli ostacoli sul cammino di ogni nuova iniziativa. E poi tutte le diverse maniere con cui da qualche tempo sono sfruttati gli operai di qui: prima Kinkel, poi Kossuth, e la maggioranza è abbastanza asinesca da tirar fuori un dollaro per ogni propaganda a lei ostile, piuttosto che un centesimo per chi sostiene i suoi interessi. Il terreno americano esercita una enorme corruzione su questa gente, e nello stesso tempo dà anche loro l’illusione di guardare dall’alto i loro compagni del vecchio mondo».

Tuttavia Weydemeyer non disperava di destare a nuova vita il suo settimanale come rivista mensile; con 200 miserabili dollari sperava di poter combinare la faccenda.

Ma il peggio fu che, subito dopo il 1° gennaio Marx si ammalò e poté lavorare soltanto con grande sforzo;

«da anni nulla mi ha tanto abbattuto come queste maledette emorroidi, nemmeno le peggiori figuracce francesi».

Ma soprattutto era esasperato dai «maledetti guai finanziari», che gli turbavano ogni momento tranquillo; il 27 febbraio scriveva:

«Da una settimana sono arrivato al punto che per mancanza degli abiti impegnati al Monte di Pietà non esco più e per mancanza di credito non posso più mangiare carne».VII.14

Finalmente il 25 marzo poté mandare a Weydemeyer l’ultimo fascicolo di manoscritti, insieme con l’augurio per la nascita di un piccolo rivoluzionario, che Weydemeyer gli aveva annunciato:

«Non si può venire al mondo in un tempo più stupendo di oggi. Quando andrà in sette giorni da Londra a Calcutta, noi due saremo da lungo tempo decapitati o avremo le ceste vacillanti. E l’Australia e la California e l’Oceano Pacifico! I nuovi cittadini del mondo non comprenderanno più quanto fosse piccolo il nostro mondo».

Con lo sguardo volto alle possenti prospettive dello sviluppo dell’umanità, Marx conservava in mezzo a tutte le avversità personali il sereno equilibrio dello spirito.

Ma tristi giornate lo attendevano presto. In una lettera del 30 marzo Weydemeyer dovette togliergli ogni speranza di poter stampare il suo scritto. Non si è conservata la lettera ma soltanto un’eco di essa: una violenta lettera di Wilhelm Wolff del 16 aprile, scritta nel giorno in cui era stata sepolta una bambina di Marx, scritta «nell’universale disgrazia e nelle più orribili ristrettezze di quasi tutti i conoscenti», piena di amari rimproveri per Weydemeyer, che pur non stava nemmeno lui su di un letto di rose e faceva sempre del suo meglio.

Fu una Pasqua terribile per Marx e la sua famiglia. La bambina che essi perdettero era la figlioletta nata un anno prima; su di un foglio di diario della madre sono state trovate queste commoventi parole:

«Pasqua del 1852, la nostra piccola Franziska si ammalò di una grave bronchite. Per tre giorni la povera piccina lottò con la morte. Soffrì moltissimo. Il suo piccolo corpicino inanimato giaceva nella seconda delle due stanzette, tutti noi passammo insieme nella prima, ci mettemmo a giacere per terra. Là tre bambini vivi si distesero con noi, e noi piangemmo per il piccolo angelo, che giaceva accanto a noi freddo e bianco. La morte della cara piccina avvenne nel momento della nostra più nera miseria. Allora io corsi da un esule francese, che abitava nelle vicinanze e che ci aveva fatto visita poco prima. Mi dette subito due sterline condolendosi nel modo più amichevole con noi. Con esse fu pagata la piccola bara, nella quale ora dorme in pace la mia povera piccina. Non ebbe culla quando venne al mondo, e anche l’ultimo piccolo riparo le fu negato per lungo tempo. Che cosa è stato per noi, quando fu portata fuori per l’ultima sua dimora!».

E proprio in questa giornata dolorosa arrivò la triste lettera di Weydemeyer. Marx era estremamente preoccupato per sua moglie, che da due anni vedeva fallire tutte le sue iniziative.

Tuttavia, in queste ore di sventura già da una settimana varcava l’oceano una nuova lettera di Weydemeyer in data 9 aprile, che così cominciava:

«Un aiuto inaspettato ha finalmente fatto superare le difficoltà che si frapponevano alla stampa dell’opuscolo. Dopo l’invio della mia ultima lettera incontrai uno dei nostri operai di Francoforte, un sarto, che era venuto quaggiù anche lui quest’estate. Mi ha messo subito a disposizione tutti i suoi risparmi, quaranta dollari».

Si deve a questo operaio se il Diciotto brumaio poté vedere allora la luce. Weydemeyer non nominò nemmeno questa persona così meritevole; ma che importa che si chiamasse in un modo o nell’altro? Quello che lo guidò fu la coscienza di classe del proletariato, che mai si stanca nei suoi magnanimi sacrifici per la propria emancipazione.

Il Diciotto brumaio formò così il primo fascicolo della rivista mensile Revolution, a cui Weydemeyer tentò di dar vita: il secondo e ultimo fascicolo conteneva due missive poetiche di Freiligrath a Weydemeyer, nelle quali si fustigavano con stupenda ironia per l’appunto gli accattonaggi americani di Kinkel. Poi la cosa finì; alcune cose mandate da Engels andarono perdute in viaggio.

Del Diciotto brumaio Weydemeyer fece tirare mille copie, delle quali un terzo arrivò in Europa, anche se non nelle librerie europee; queste copie furono diffuse da amici del partito in Inghilterra e particolarmente in Renania. Nemmeno dei librai «radicali» si lasciarono indurre a curarsi della diffusione di un libro così «contrario ai tempi», né tanto meno poté vedere la luce una traduzione inglese buttata giù da Pieper e riveduta da Engels.

Ma se il bisogno di un editore si accrebbe ancora per Marx, ciò fu dovuto al fatto che al colpo di stato bonapartistico seguì il processo dei comunisti di Colonia.

6. Il processo dei comunisti di Colonia

Dopo gli arresti del maggio 1851, Marx aveva seguito con grande attenzione il corso dell’istruttoria, ma dato che essa s’inceppava a ogni momento per mancanza di «risultanze obiettive per l’accusa», come stabilì perfino il Senato d’accusa della Corte d’Appello di Colonia, in principio ci fu poco da fare. Agli undici accusati non si poteva addebitare altro che la partecipazione a un’associazione segreta di propaganda, e per questo il Code pénal non prevedeva alcuna sanzione.

Ma per volontà del re la «preziosa persona» di Stieber doveva fornire il «saggio delle sue capacità» e dare al pubblico prussiano lo spettacolo, lungamente e giustamente atteso, di un complotto scoperto e (soprattutto) punito, e Stieber era un troppo buon patriota per non render giustizia alla volontà del suo avito signore e re. Egli cominciò degnamente con un furto con scasso, facendo scassinare da uno dei suoi tirapiedi la scrivania di un certo Oswald Dietz, segretario della lega scissionista di Willich. Con il suo fiuto da poliziotto Stieber aveva capito che l’irriflessiva e incauta attività di questa lega apriva alla sua degna missione prospettive di riuscita che egli avrebbe cercato invano nel «partito di Marx».

In realtà, con l’aiuto degli scritti rubati, nonché con l’aiuto di provocazioni di ogni genere e di altri sistemi polizieschi, nei quali la polizia bonapartistica alla vigilia del colpo di stato gli dette una mano, egli riuscì a confezionare un cosiddetto «complotto franco-tedesco di Parigi», che nel febbraio 1852 portò a far condannare dai giurati parigini alcuni poveri diavoli di operai tedeschi a un periodo più o meno lungo di perdita della libertà.

Ma quello che non si poté fabbricare con tutte le arti stieberiane fu una qualche relazione con gli accusati di Colonia; contro di loro dal «complotto franco-tedesco» non venne fuori nemmeno l’ombra di una prova.

Anzi grazie a esso divenne anche più acuto il contrasto tra il «partito di Marx» e il «partito di Willich e Schapper». Nella primavera e nell’estate del 1852 si venne ad attriti più forti, tanto più che Willich continuava come prima a far causa comune con Kinkel, il cui ritorno dall’America tornò a far divampare più vive le fiamme anche delle altre contese tra i profughi. Egli non era riuscito a raccogliere i 20.000 talleri che avrebbero dovuto servire come deposito base per il prestito nazionale rivoluzionario, ma soltanto una metà, e il problema di quel che ci si dovesse fare diventò un problema sul quale gli esuli democratici si ruppero la resta anche nel senso materiale della parola. Infine 1.000 sterline – il resto se ne era andato in spese di viaggio e varie – furono depositate nella Westminsterbank a disposizione del primo governo provvisorio. A dire il vero esse non servirono a questo scopo, ma tutta la faccenda finì tuttavia in modo passabilmente conciliante, dato che quindici anni dopo questi danari contribuirono a far superare alcune difficoltà alla stampa della socialdemocrazia tedesca ai suoi inizi.

Mentre ancora infuriava la contesa per questo tesoro dei Nibelunghi, Marx ed Engels effigiarono gli eroi contendenti con alcuni tratti di penna che purtroppo non sono giunti ai posteri. Essi furono sollecitati a ciò dal colonnello ungherese Banya, che si era accreditato presso di loro con una dichiarazione per mano di Kossuth come capo della polizia dell’emigrazione ungherese. In realtà Banya era una spia internazionale, che si rivelò come tale per l’appunto in questa occasione, consegnando al governo prussiano il manoscritto affidatogli da Marx per un editore di Berlino. Marx smascherò subito questo soggetto con una denuncia da lui firmata nella New Yorker Criminalzeitung, ma il suo manoscritto andò perduto e non lo si è più trovato. Se il governo prussiano aveva cercato di averlo per trovarci del materiale per il processo di Colonia, s’era dato da fare per nulla.

Disperando di poter scovare delle prove contro gli accusati, esso aveva rinviato lo svolgimento pubblico del processo da un’assise all’altra e aveva così eccitato al massimo la tensione del rispettabile pubblico, finché nell’ottobre del 1852 dovette finalmente decidersi ad alzare il sipario per la rappresentazione. Ma poiché con tutti i convulsi spergiuri della canaglia poliziesca non si poté dimostrare che gli accusati avessero qualche cosa a che fare con il «complotto franco-tedesco», cioè con un complotto che era stato messo su da provocatori della polizia durante l’arresto preventivo in un’organizzazione con la quale essi erano stati in palese ostilità, alla fine Stieber se ne venne fuori con «l’originale dei verbali del partito di Marx», una serie di verbali dei dibattiti in cui Marx e i suoi compagni di partito avrebbero discusso i loro piani scellerati per sconvolgere il mondo. Il fascicolo era un’infame falsificazione, messa insieme a Londra sotto la guida del tenente di polizia Greif a opera dei provocatori Charles Fleury e Wilhelm Horsch. Portava visibilissime le tracce della falsificazione, anche a prescindere dal contenuto balordo, ma Stieber contava sull’ottusità borghese dei giurati accuratamente vagliati e sulla severa vigilanza della posta, grazie alla quale sperava di poter impedire l’arrivo di ogni chiarimento da Londra.

Ma il piano indegno fallì per l’energia e la vigilanza con cui Marx seppe rispondergli, per quanto poco egli fosse armato per una lotta estenuante e protrattasi per settimane. L’8 settembre egli aveva scritto a Engels:

«Mia moglie è malata, la piccola Jenny è malata, Lenchen ha una specie di febbre nervosa. Il dottore non potevo e non posso chiamarlo, perché non ho denaro per le medicine. Da otto o dieci giorni ho nutrito la family con pane e patate, ed è anche dubbio che io riesca a scovarne oggi… Articoli per Dana non ne ho scritti perché non avevo il penny per andare a leggere i giornali… La cosa migliore e più desiderabile che potrebbe accadere sarebbe che la landlady mi cacciasse di casa. Perlomeno in tal caso mi libererei di un debito di 22 sterline. Ma riesco appena a crederla capace di tanta cortesia. Inoltre il fornaio, il lattaio, quello del tè, il greengrocer, e ancora un vecchio debito con il macellaio. Come debbo fare a farla finita con tutta questa merda del diavolo? Finalmente, negli ultimi otto o dieci giorni ho preso in prestito qualche scellino e qualche pence da certi zoticoni, il che è stato per me la cosa più noiosa ma era necessario per non crepare».VII.15

In questa situazione disperata egli dovette intraprendere la lotta contro avversari strapotenti, e nella lotta lui, e con lui la sua coraggiosa moglie, dimenticò le cure domestiche.

La vittoria non era ancora decisa, quando la signora Marx scriveva a un amico americano:

«Bisognò far pervenire di qua tutte le prove della falsificazione, sicché mio marito dovette lavorare tutto il giorno fino a notte alta. Poi bisognò copiare tutti i documenti da sei a otto volte, e spedirli in Germania per diverse vie, per Francoforte, Parigi ecc., perché tutte le lettere a mio marito, come quelle da qui a Colonia, venivano aperte e sequestrate. Tutto si riduce ora a una lotta tra la polizia da una parte e mio marito dall’altra, sulle cui spalle si fa gravare tutto, anche la condotta del processo. Mi scusi per il mio modo disordinato di scrivere, ma anch’io ho collaborato in questo intrigo e ho copiato, e le dita mi bruciano. Perciò questa confusione. Proprio ora arrivano da parte di Weerth ed Engels pacchi interi di indirizzi di commercianti e di lettere dall’aspetto commerciale, per poter far pervenire sicuramente i documenti ecc. Abbiamo un intero ufficio in casa, adesso. Due, tre persone scrivono, altri corrono, altri ancora mettono insieme i pence affinché gli scrivani abbiano di che vivere e possano portare al cospetto di tutto il mondo ufficiale le prove dello scandalo più inaudito. Intanto i miei allegri bambini fischiettano e cantano e spesso si prendono delle belle risciacquate dal loro signor papà. Questo si chiama lavorare».

Marx vinse questa battaglia; la falsificazione di Stieber fu scoperta ancor prima di arrivare in assise, e lo stesso procuratore dello stato dovette lasciar cadere come mezzo di prova l’«infelice libro». Ma la vittoria fu fatale per la maggior parte degli accusati. I dibattiti durati cinque settimane avevano scoperto una massa tale di scandali polizieschi, ordinati dalle più alte autorità dello stato prussiano, che la piena assoluzione di tutti gli accusati avrebbe bollato questo stato davanti a tutto il mondo. Piuttosto di far arrivare le cose a tal punto, i giurati preferirono far violenza al loro onore e alla loro coscienza, e condannarono sette degli undici accusati per tentativo di alto tradimento: il sigaraio Röser, lo scrittore Bürgers, il lavorante sarto Nothjung a 6 anni di fortezza, l’operaio Reiff, il chimico Otto, l’ex referendario Becker a 5 anni e il lavorante sarto Lessner a 3. Vennero assolti l’impiegato Ehrhardt e i medici Daniels, Jacoby e Klein. Tuttavia uno degli assolti fu colpito più duramente di tutti: Daniels morì pochi anni dopo in seguito alla tisi che si era preso in cella durante l’istruttoria durata un anno e mezzo, profondamente compianto da Marx, a cui la signora Daniels mandò in una commovente lettera gli ultimi saluti del marito.

Le altre vittime di questo vergognoso processo sopravvissero a lungo e in parte sono ritornate nel mondo borghese, come Bürgers, che arrivò a essere deputato progressista al Parlamento, e Becker, che diventò primo sindaco di Colonia e membro del senato prussiano, stimato dalla corte e dal governo per i suoi alti sentimenti patriottici. Dei condannati che rimasero fedeli alla bandiera, Nothjung e Röser sono stati attivi ancora agli inizi della ripresa del movimento operaio, e Lessner sopravvisse a lungo a Marx ed Engels, tra i più fedeli compagni dei quali egli fu durante il suo esilio.

Dopo il processo, la Lega dei Comunisti si sciolse, e la seguì presto la Lega scissionista di Willich e Schapper. Willich emigrò in America, dove acquistò gloria meritata come generale dei nordisti nella guerra di secessione, e Schapper tornò pentito dai vecchi compagni.

Ma Marx volle stigmatizzare il sistema che davanti alle assise di Colonia aveva ottenuto una vergognosa vittoria. Egli scrisse le Rivelazioni sul processo dei comunisti di Colonia, che voleva pubblicare in Svizzera e possibilmente anche in America. Il 7 dicembre scriveva a certi amici americani:

«Voi potrete apprezzare lo spirito dell’opuscolo, se rifletterete che il suo autore è praticamente internato a causa della mancanza di una copertura bastevole per il di dietro e per i piedi, e che inoltre era ed è sotto la minaccia di veder presentarsi a ogni momento alla sua famiglia una miseria veramente disastrosa. Il processo mi mise nei pasticci anche perché per cinque settimane, invece di lavorare per il pane, dovetti lavorare per il partito contro le macchinazioni del governo. Inoltre mi ha del tutto alienato alcuni editori tedeschi con i quali speravo di concludere un contratto per la mia Economia».

Ma l’11 dicembre Schabelitz figlio, che intendeva curarne l’edizione, scriveva da Basilea a Marx che aveva appunto terminato di leggere le prime bozze di stampa: «Sono convinto che l’opuscolo farà un grande scalpore, perché è un capolavoro». Schabelitz voleva tirarne 2.000 copie e fissare il prezzo dell’opuscolo a 10 Groschen d’argento, nella supposizione che in ogni caso una parte della tiratura sarebbe stata sequestrata.

Purtroppo tutta l’edizione fu sequestrata proprio quando la si doveva mandare dal villaggio di confine nel Baden, dove era rimasta sei settimane, nell’interno della Germania. Il 10 marzo Marx dava la brutta notizia a Engels con queste amare parole: «In queste condizioni non si deve perdere la voglia di scrivere? Lavorar sempre pour le roi de Prusse».VII.16 Non si poté più appurare come erano andate le cose; il sospetto nutrito in principio da Marx contro l’editore si rivelò presto ingiustificato. Schabelitz voleva addirittura diffondere ancora nella Svizzera 500 copie che aveva trattenuto presso di sé, ma pare che non se ne sia fatto nulla, e per Marx la faccenda ebbe ancora l’amaro strascico che tre mesi dopo non propriamente Schabelitz in persona, ma il suo socio Amberger pretese da lui il rimborso delle spese di stampa per l’ammontare di 424 franchi.

Quello che era fallito in Svizzera, riuscì poi in America, dove, a dire il vero, l’apparire delle Rivelazioni non aveva ragione di preoccupare troppo il governo prussiano. La New England-Zeitung di Boston le ristampò, ed Engels ne fece tirare a sue spese 440 copie speciali che dovevano essere diffuse in Renania con l’aiuto di Lassalle. La signora Marx fu per questo in corrispondenza con Lassalle, che si dimostrò abbastanza attivo, ma da questa corrispondenza non è possibile stabilire se lo scopo è stato effettivamente raggiunto.

Il libro trovò larga risonanza nella stampa tedesco-americana, dove specialmente Willich si dette da fare contro di esso, cosa che indusse di nuovo Marx a un piccolo scritto contro Willich, che uscì alla fine del 1853 con il titolo: Il cavaliere della nobile coscienza. Oggi vale sì e no la pena di riesumarlo dal passato dove è sprofondato da tempo. Come sempre in lotte del genere, anche allora si è peccato da una parte e dall’altra, e, uscito vincitore dalla contesa, Marx rinunciò volentieri a trionfare sul vinto. Già nel 1860 egli diceva a proposito dei primi anni dell’emigrazione che la più splendida difesa che si potesse farne era un confronto della sua storia con la storia contemporanea dei governi e della società borghese; fatta eccezione di pochissime persone, non si poteva rimproverarle altro che delle illusioni, più o meno giustificate dalle condizioni dei tempi, e delle follie, che sorgevano di necessità dalle circostanze straordinarie in cui essa si trovò inaspettatamente coinvolta.

E quando, nel 1875, Marx preparò una seconda edizione delle Rivelazioni, esitò un istante domandandosi se non dovesse togliere la parte sulla frazione Willich-Schapper. E la lasciò stare, ma soltanto perché, dopo più attenta riflessione, ogni mutilazione del testo gli parve una falsificazione di un documento storico, ma vi aggiunse:

«La sconfitta violenta di una rivoluzione lascia nelle teste di chi vi ha partecipato, soprattutto di quelli scagliati nell’esilio, lontano dalla scena patria, una scossa che rende per così dire irresponsabili per un periodo più o meno lungo anche delle personalità in gamba. Esse non riescono più a ritrovarsi nel cammino della Storia, non vogliono riconoscere che la forma del movimento è cambiata. Da qui il giocare alla cospirazione e alla rivoluzione, ugualmente compromettente per loro stesse e per la causa al cui servizio esse stanno; da qui anche gli sbagli di Schapper e di Willich. Willich dimostrò nella guerra nordamericana di essere qualcosa di più che un fantasticone, e Schapper, per tutta la vita campione del movimento operaio, riconobbe e confessò subito dopo la fine del processo di Colonia il suo temporaneo errore. Molti anni dopo, sul suo letto di morte, un giorno prima di morire, egli parlò ancora con mordace ironia di quei tempi delle “balordaggini degli esuli”. D’altra parte, le circostanze nelle quali furono scritte le rivelazioni, spiegano l’amarezza dell’attacco agli involontari complici del comune nemico. Nei momenti di crisi la mancanza di riflessione diventa tradimento del partito, che richiede un’espiazione pubblica».

Parole auree, tanto più in giorni in cui l’attenzione al «tono adatto» viene messa al di sopra della fedeltà ai principi.

Combattuta la battaglia e conquistata la vittoria, Marx era meno che mai uomo da serbar rancore. Concedette più di quanto occorreva che concedesse, quando nel 1860, di fronte a certe brusche osservazioni di Freiligrath sugli «elementi ambigui e abbietti» che si erano infiltrati nella Lega, ammetteva per parte sua:

«È certo che durante le tempeste si accumuli della sporcizia, che nessun periodo rivoluzionario odori di estratto di rose, che qua e là ti resti addosso anche dell’immondizia d’ogni genere. Ma, o l’una cosa o l’altra».

Tuttavia poteva aggiungere a buon diritto:

«Del resto, quando si riflette agli sforzi enormi fatti contro di noi da tutto il mondo ufficiale che, per rovinarci, non soltanto rasentava ma contravveniva al Code pénal, quando si riflette alla faccia viziosa della “democrazia dell’idiozia”, che non poté mai perdonare al nostro partito di avere più intelligenza e più carattere di quanto non ne avesse lei, quando si conoscono le vicende contemporanee di tutti gli altri partiti, e ci si domanda alla fine che cosa mai possa essere rinfacciato a tutto il partito, si giunge alla conclusione che in questo secolo diciannovesimo esso si distingue per la sua purezza».

Con lo scioglimento della Lega dei Comunisti, si strapparono gli ultimi fili che legavano Marx con la vita pubblica della Germania. L’esilio, «la patria dei buoni», da questo momento fu per lui la seconda patria.

VIII - Engels-Marx

1. Genio e società

Se si può dire che Marx aveva trovato in Inghilterra una seconda patria, non si deve però davvero estendere troppo il concetto di patria. Sul suolo inglese egli non fu mai importunato per la sua propaganda rivoluzionaria, che non da ultimo era diretta contro lo stato inglese. Il governo dell’«avido, invidioso popolo di mercantucoli» aveva rispetto di sé stesso e coscienza delle sue forze in misura maggiore di quanto non ne possedessero quei governi continentali che, con la paura che viene dalla cattiva coscienza, davano la caccia ai loro avversari con tutte le armi della polizia, anche se questi si muovevano soltanto sul terreno della discussione e della propaganda.

Soltanto in un altro senso più profondo Marx non ha trovato più patria, da quando ficcò il suo sguardo geniale nel cuore e nelle viscere della società borghese. Il destino del genio in questa società è un lungo capitolo, sul quale si sono pronunciate le più differenti opinioni; dall’innocua fede in Dio del filisteo, che predice a ogni genio la vittoria finale, fino alle malinconiche parole di Faust:

I pochi che ne hanno capito qualche cosa,
Che furono abbastanza folli da non custodire il loro cuore
E rivelarono al volgo il loro sentimento e le loro visioni
Sempre li hanno crocifissi e bruciati.

Il metodo storico che Marx ha sviluppato consente anche a proposito di questa questione uno sguardo più profondo nella connessione dei fatti. Il filisteo predice a ogni genio la vittoria finale appunto perché è un filisteo; ma se un genio una volta tanto non viene crocifisso o bruciato, è soltanto purché alla fin fine si rassegna a divenire un filisteo. Senza il codino che pende dalle loro teste, i Goethe e gli Hegel non sarebbero mai stati riconosciuti come i grandi della società borghese.

La società borghese, che per questo aspetto non è che la forma più marcata di ogni società classista, può avere quanti meriti vuole, ma non è mai stata una patria ospitale per il genio. E nemmeno può esserlo, perché l’intima essenza del genio consiste proprio nel mettere in gioco lo slancio creativo di una forza umana originaria contro le usanze tradizionali, e nello scuotere i limiti entro i quali soltanto può sussistere una società classista. Il solitario cimitero sull’isola di Sylt, che ospita i morti ignoti che il mare getta sulla spiaggia, porta questa pia iscrizione:

«Patria pei senza patria è la croce sul Golgota».

In queste parole è descritta inconsapevolmente, ma non per questo cogliendo meno nel segno, la sorte del genio in una società classista: senza patria com’egli è in essa, trova la sua patria soltanto nella croce sul Golgota.

A meno che il genio in un modo o nell’altro non si metta d’accordo con la società classista. Quando esso si pose al servizio della società borghese per rovesciare la società feudale, acquistò apparentemente una forza smisurata, ma questa forza si disfece nel momento in cui egli volle atteggiarsi a padrone di sé: e dovette finire sulle rocce di Sant’Elena. Oppure il genio si avvolse nel soprabito del piccolo borghese, e poté arrivare a essere ministro granducale della Sassonia a Weimar o regio professore prussiano a Berlino. Ma guai al genio che in superba indipendenza e inaccessibilità si contrappone alla società borghese, che sa scorgere nelle sue più intime giunture il suo vicino tramonto, che forgia le armi che le assesteranno il colpo mortale. Per questi geni la società borghese ha soltanto torture e tormenti, che esternamente possono apparire meno brutali, ma intimamente sono più crudeli del legno del martirio degli antichi e del rogo della società medioevale.

Nessuno degli uomini di genio del secolo diciannovesimo ha sofferto di questa sorte più duramente del più geniale di tutti, di Karl Marx. Già nel primo decennio della sua attività pubblica, egli dovette lottare con la miseria quotidiana, e quando si trasferì a Londra lo accolse l’esilio con tutti i suoi orrori; ma quello che si può chiamare il suo destino davvero prometeico cominciò però soltanto quando, dopo il faticoso ascendere verso l’altro, egli, nel pieno del suo vigore virile, per anni e decenni fu preso ogni giorno dalle ordinarie necessità della vita, dalle preoccupazioni umilianti per il pane quotidiano. Fino al giorno della sua morte non riuscì ad assicurarsi sul terreno della società borghese una sia pur modesta esistenza.

Eppure egli era molto lontano da quella che il filisteo suole chiamare nel senso corrente e superficiale una condotta di vita «geniale». Alla sua capacità gigantesca corrispondeva la sua gigantesca operosità; l’abitudine di lavorare giorno e notte cominciò presto a intaccare la sua salute, originariamente salda quanto il ferro. Egli diceva che l’incapacità di lavorare era la condanna a morte per ciascun uomo che non fosse una bestia, e quando parlava così parlava sul serio; una volta che fu malato per parecchie settimane, scriveva a Engels:

«In questo tempo essendo del tutto incapace di lavorare, ho letto: Carpenter Physiology, Lord lo stesso, Kölliker Istologici, Spurzheim Anatomia del cervello e del sistema nervoso, Schwann e Schleiden sulla merda delle cellule».VIII.1

E con tutta l’insaziabilità della sua sete di sapere, Marx fu sempre consapevole, come aveva già detto da giovane, che lo scrittore non doveva lavorare per guadagnare, ma guadagnare per lavorare; Marx non ha mai «frainteso la imperiosa necessità di un lavoro per guadagnare».

Ma tutti i suoi sforzi fallirono davanti al sospetto o all’odio o, nel caso più favorevole, alla paura di un mondo ostile. Anche quegli editori tedeschi, che solevano altrimenti vantarsi della loro indipendenza, rifuggivano davanti al nome del malfamato demagogo. Tutti i partiti tedeschi lo calunniavano ugualmente, e poiché i puri tratti della sua figura balenavano sempre tra i vapori artificiali, allora subentrava la perfida astuzia del silenzio sistematico. In nessun altro caso il più grande pensatore di una nazione è scomparso così dall’orizzonte di essa.

L’unica relazione per mezzo della quale Marx si sarebbe potuto assicurare in parte il terreno sotto i piedi era la sua collaborazione per la New York Tribune, che dal 1851 in poi gli procurò un decennio discreto. La Tribune con i suoi 200.000 abbonati era allora il giornale più letto e più ricco degli Stati Uniti, e con la sua agitazione a favore del fourierismo americano si era pur sempre innalzata al di sopra del piatto affarismo di un’impresa puramente capitalistica. In sé e per sé le condizioni alle quali Marx doveva lavorare per essa non erano nemmeno del tutto sfavorevoli; egli doveva scrivere due articoli alla settimana e ogni articolo sarebbe stato compensato con 2 sterline (40 marchi). Sarebbe stato un incasso annuo di 4.000 marchi, e con esso, limitandosi allo strettamente necessario, Marx si sarebbe potuto mantenere a galla anche a Londra. Freiligrath, che continuava a vantarsi ancora di mangiare «la bistecca dell’esilio», da principio non incassava di più per la sua attività commerciale.

Naturalmente non si trattava in nessun modo di sapere se il compenso che Marx riscuoteva dal giornale americano corrispondesse o no al valore letterario e scientifico della sua collaborazione. Un’impresa editoriale capitalistica calcola soltanto sulla base dei prezzi del mercato, e ne ha tutto il diritto nella società borghese. Né Marx pretese di più; ma quello che pure lui avrebbe potuto pretendere anche nella società borghese era il rispetto del contratto una volta concluso e magari anche un certo rispetto per il suo lavoro. Invece la New York Tribune e il suo editore fecero mancare del tutto l’uno e l’altro. Dana era, sì, in teoria un fourierista, ma in pratica era uno yankee di tre cotte, il suo socialismo si riduceva alla più pidocchiosa abilità piccolo-borghese di truffare il prossimo, diceva Engels in un momento d’ira. Quantunque Dana sapesse bene che collaboratore avesse in Marx e se ne vantasse non poco con i suoi abbonati, se pure non faceva passare le corrispondenze che Marx gli mandava come suo lavoro redazionale, cosa che accadeva anche troppo spesso e provocava la collera giustificata del loro autore, tuttavia non esitò di fronte a nessuna di quelle mancanze di riguardo che uno sfruttatore capitalistico crede di poter osare verso la forza lavorativa da lui sfruttata.

Non soltanto, appena gli affari andarono male, egli mise subito Marx a mezzo salario, ma in generale pagava soltanto gli articoli che stampava effettivamente, e non era così balordo da buttare via tutto quello che non trovava posto tra la sua roba. Capitava che per tre, per sei settimane gli articoli che Marx inviava andassero a finire nel cestino. A dire il vero, quei pochi giornali tedeschi con i quali Marx trovò un introito passeggero, come la Wiener Presse, non facevano meglio. Così egli poteva dire a ragione che con il suo lavoro per i giornali se la cavava peggio del peggior scribacchino.

Sin dal 1853 egli sentiva il bisogno di qualche mese di solitudine, per occuparsi dei suoi lavori scientifici:

«Sembra che io non debba riuscirci. Il continuo scribacchiar per i giornali mi annoia. Mi prende parecchio tempo, mi disperde e non se ne cava nulla. Indipendente quanto si vuole, si è legati al giornale e al suo pubblico, specialmente se si è pagati in contanti come lo sono io. Lavori puramente scientifici sono qualche cosa di assolutamente diverso».

Un tono del tutto differente Marx usò dopo aver lavorato qualche anno di più sotto il mite scettro di Dana:

«È schifoso in realtà che si sia condannati a considerare una fortuna che un simile fogliaccio di carta ti prenda nella sua barca. Il lavoro politico a cui si è abbondantemente condannati in simili imprese si riduce a pestare ossa, macinarle e farne una zuppa come i poveri nel workhouse».

Non soltanto nelle ristrettezze della vita, ma specialmente nella totale mancanza di sicurezza dell’esistenza, Marx ha condiviso la sorte del proletario moderno.

Quello che prima si sapeva soltanto in generale, le sue lettere a Engels lo mostrano nella forma più palpabile; come una volta dovesse starsene chiuso in casa perché non aveva né cappotto né scarpe per uscire, come un’altra volta gli mancassero i centesimi per comprarsi della carta da scrivere o per leggere i giornali, come un’altra volta ancora andasse alla caccia di un paio di francobolli per potere mandare un manoscritto all’editore. Per di più l’eterno litigare con rivenduglioli e mercantucoli, a cui non poteva pagare i viveri indispensabili, per tacere del padrone di casa, che a ogni istante minacciava di mandargli in casa l’usciere, e poi, come costante rifugio, il Monte di Pietà, le cui cedole a tassi usurari si inghiottivano le ultime risorse che avrebbero dovuto tenere lontano dalla soglia della sua casa lo spettro della disperazione.

Ed essa non soltanto posava sulla soglia, ma sedeva con loro a tavola. Abituata sin dall’infanzia a una vita senza preoccupazioni, la moglie, donna di alto sentire, vacillava sotto i colpi di un destino feroce e desiderava di morire con i suoi bambini. Nelle sue lettere non mancano tracce di scene familiari, e all’occasione egli diceva che per chi avesse delle aspirazioni di carattere universale non c’era asineria peggiore che quella di sposarsi e di abbandonarsi così alle piccole necessità della vita privata. Ma sempre, quando i lamenti di lei lo spazientivano, egli la scusava e la giustificava; per lei tutto era molto più duro che per lui nell’affrontare le umiliazioni, i tormenti e i timori che bisognava superare nella loro situazione, tanto più che a lei era tolto di rifugiarsi nelle sale della scienza, nelle quali lui finiva sempre per salvarsi. Veder sottrarre ai loro figli le gioie innocenti della giovinezza era cosa che colpiva con uguale amarezza i due genitori.

Per quanto questo destino di un grande spirito fosse triste, tuttavia esso divenne tragedia soltanto quanto Marx accettò consapevolmente l’aspro martirio di decenni e respinse ogni tentativo di salvarsi nel porto di una professione borghese, che avrebbe potuto trovare con tutti gli onori. Quel che c’è da dire in proposito, egli lo disse semplicemente e pianamente senza parole solenni:

«Devo mirare il mio scopo attraverso ogni ostacolo, e non devo permettere alla società borghese di trasformarmi in una macchina per far denaro».

Questo Prometeo non fu saldato alla rupe dalle catene di Vulcano, ma da una volontà di ferro, che additava la meta più alta dell’umanità con la sicurezza di una bussola. Tutta la sua natura è flessibile acciaio. Nulla di più ammirevole di quando, spesso nella stessa lettera, soffocato in apparenza dalla più lamentevole miseria, s’innalza con meravigliosa agilità a discutere dei problemi più importanti con la serenità di spirito di un saggio al quale nessuna preoccupazione segna di rughe la fronte pensosa.

Ma davvero Marx li ha sentiti i colpi con cui la società borghese l’ha perseguitato. Sarebbe stoicismo da strapazzo domandare: che cosa significano in sostanza tormenti come quelli che ha sopportato Marx, per il genio che soltanto dalla posterità riceverà quanto gli è dovuto? Se sono facili quei letterati vani che desidererebbero vedere tutti i giorni il loro nome stampato sul giornale, è però indispensabile a ogni personalità creatrice trovare lo spazio necessario al proprio dispiegarsi, e nell’eco suscitata trovare nuova forza per nuove creazioni. Marx non era uno di quei retori della virtù che si incontrano nei cattivi drammi e romanzi, ma un uomo pieno di gioia di vivere, come lo era stato Lessing, e così non gli fu estraneo lo stato d’animo con cui Lessing morente scriveva ai vecchi amici di gioventù:

«Non credo che Loro mi conoscano come un uomo avido di lodi. Ma la freddezza con cui il mondo suole far capire a certe persone che, secondo lui, non fanno nulla di buono, se non uccide, certo agghiaccia».

È la stessa amarezza con cui Marx, alla vigilia del suo cinquantesimo compleanno, scriveva:

«Mezzo secolo sulle spalle e sempre ancora povero!».VIII.2

Così una volta si augurava di trovarsi cento tese sotto terra, piuttosto che seguitare a vegetare così, o la disperazione gli sgorgava dal cuore quando diceva di non augurare al suo peggiore nemico di passare attraverso il pantano nel quale lui si trovava da otto settimane, con la rabbia, per di più, di vedere il proprio spirito demolito e la propria capacità di lavoro spezzata da questo sudiciume.

Certo Marx non divenne per questo un «cane maledettamente triste», come diceva scherzando, all’occasione, e in questo senso Engels poteva dire a ragione che il suo amico non aveva mai ispirato tristezza. Ma se Marx amava definirsi un carattere duro, nella fucina della sventura è stato forgiato a maggior durezza. Il cielo sereno che si stendeva sui suoi lavori giovanili si coprì sempre più di pesanti nuvole temporalesche, tra le quali i suoi pensieri prorompevano come fulmini, e i suoi giudizi su nemici, e abbastanza spesso anche su amici, acquistarono una tagliente mordacità, che era destinata a ferire non soltanto delle anime deboli. Quelli che lo ingiuriavano come demagogo freddo come il ghiaccio sono su di una falsa strada non meno – anche se certo non più – di quelle prodi anime di sottufficiali che in questo grande lottatore vedevano soltanto un fantoccio da parata.

2. Un’amicizia senza pari

Tuttavia Marx deve la vittoria della sua vita non soltanto alla sua forza possente. Secondo ogni umano giudizio, alla fine egli sarebbe dovuto soccombere in un modo o nell’altro se non avesse avuto in Engels un amico della cui fedeltà e della cui capacità di sacrificio ci si può fare un’immagine esatta soltanto da quando è stato pubblicato il loro epistolario. Un’immagine che non ha l’uguale in tutta la storia. Non sono certo mancate, nemmeno nella storia tedesca, delle coppie storiche d’amici la cui opera si confonda talmente da non potersi dire quello che è di uno e quello che è dell’altro, ma restava sempre un qualche rimasuglio di egoismo o di presunzione o magari anche soltanto una resistenza segreta ad abbandonare la propria personalità, che secondo le parole del poeta è «la più alta ventura dei figli della terra». In fin dei conti Lutero vedeva in Melantone soltanto un dotto dal cuore debole, e Melantone in Lutero soltanto un rozzo contadino, e bisogna avere scarsa sensibilità per non avvertire nel carteggio tra Goethe e Schiller la segreta dissonanza tra il grande consigliere segreto e il piccolo consigliere di corte. All’amicizia che legò Marx ed Engels mancò anche quest’ultima traccia di debolezza umana; quanto più il loro pensiero e la loro attività s’intrecciavano, tanto più anzi ciascuno dei due restava un uomo intero.

Già esteriormente si distinguevano. Engels, il biondo germano, slanciato, con le maniere di un inglese, come scrisse di lui un osservatore, vestito sempre accuratamente, severamente compreso della disciplina non soltanto della caserma, ma anche dell’ufficio, voleva con sei impiegati metter su una sezione di ministero mille volte più semplice e chiara che con sessanta consiglieri di governo che non sapevano nemmeno scrivere comprensibilmente e ti introiavano tutti i registri in modo tale che nessuno ci capiva più niente: ma, con tutta la rispettabilità di un membro della borsa di Manchester, negli affari e nei piaceri della borghesia inglese, nelle sue cacce alle volpe e nei suoi banchetti di Natale, restò il lavoratore e il combattente intellettuale che nella casetta ai margini della città nascondeva il suo tesoro, una popolana irlandese, tra le cui braccia si ristorava quando si sentiva troppo stanco della canaglia umana.

Invece Marx, robusto, tarchiato, con gli occhi fiammeggianti e la criniera leonina nera come l’ebano, che rivelavano l’origine semitica, trascurato nell’aspetto esteriore; padre di famiglia pieno di guai, che viveva lontano da tutta la vita di società della metropoli, tutto immerso in uno snervante lavoro intellettuale, che gli consentiva appena di consumare un rapido pranzo, e che logorava le sue forze fino a notte alta; un pensatore senza riposo, per il quale pensare era la gioia più alta e in questo il vero erede di un Kant, di un Fichte, e soprattutto di un Hegel, di cui ripeteva volentieri il detto: «Anche il pensiero delittuoso di uno scellerato è più nobile e più grandioso di tutte le meraviglie del cielo», con la sola differenza che il suo pensiero spingeva incessantemente all’azione; poco pratico nelle cose piccole, ma molto nelle cose grandi; anche troppo impacciato nel sistemare un piccolo ménage familiare, ma incomparabile nella capacità di arruolare e guidare un esercito destinato a sconvolgere il mondo.

Se per altri aspetti lo stile è l’uomo, essi si distinguono anche come scrittori. Ciascuno di loro era a modo suo un maestro della lingua, e ciascuno anche un genio per le lingue, che dominava molti gruppi di lingue straniere e anche di dialetti. Engels in questo era anche superiore a Marx, ma quando scriveva nella sua lingua materna si controllava moltissimo anche nelle lettere, per non parlare dei suoi scritti, e manteneva il suo stile libero da ogni sia pur minimo tratto straniero, senza per questo andare a finire nelle bizzarrie dei puristi teutonici. Scriveva semplice e chiaro, in modo così comprensibile che si può contemplare sempre fino al fondo la corrente limpida del suo fluido discorso.

Marx scriveva in modo più trascurato insieme e più difficile. Nelle sue lettere giovanili, come nelle lettere giovanili di Heine, si può ancora chiaramente avvertire una certa lotta con la lingua, e nelle lettere dei suoi anni più maturi, soprattutto da quando visse in Inghilterra, egli usava un suo gergo misto di tedesco, inglese e francese. Anche nelle sue opere ci sono più parole straniere di quanto fosse indispensabile, e non mancano né gli anglicismi né i gallicismi, ma egli è tanto un maestro della lingua tedesca che non lo si può tradurre senza perder molto. Engels, una volta che lesse un capitolo dell’amico in una traduzione francese alla quale Marx in persona aveva dato con cura l’ultima mano, sentì subito che forza e vigore e vita se ne erano andate al diavolo. Se Goethe una volta scriveva alla signora von Stein: «Nelle similitudini io gareggio con i proverbi di Sancio Panza», Marx poteva gareggiare nella concreta immaginosità della lingua con i più grandi «autori di similitudini», un Lessing, un Goethe, uno Hegel. Egli aveva compreso il detto di Lessing, che per una figurazione completa ci vogliono concetto e immagine, come maschio e femmina, e per questo i dotti delle Università, dal decano Wilhelm Roscher fino al più giovane libero docente lo hanno convenientemente ripagato stroncandolo in quanto sarebbe riuscito a farsi capire soltanto in una maniera approssimativa, «tutta rappezzata di immagini». Marx approfondiva le questioni che trattava soltanto fino al punto in cui restasse al lettore feconda materia di riflessione; il suo discorso è un gioco d’onde sulla profondità purpurea del mare.

Engels ha sempre riconosciuto in Marx il genio superiore; accanto a lui egli pretende di aver sempre avuto la parte del secondo violino. Non è però mai stato soltanto il suo commentatore e il suo aiutante, ma il suo collaboratore indipendente, un intelletto se non uguale, certo degno del suo. Come agli inizi della loro amicizia, Engels ha dato più di quanto ha ricevuto, e in un campo decisivo, così venti anni dopo Marx gli scriveva:

«Tu sai che 1. a tutto io arrivo con ritardo e 2. che io seguo sempre le tue orme».VIII.3

Nella sua armatura leggera Engels si muoveva più agilmente, e se il suo sguardo era abbastanza acuto per riconoscere il punto decisivo di una questione o di una situazione, non penetrava abbastanza al profondo per considerare subito tutti i se e i ma, di cui è piena anche la più necessaria soluzione. Questo difetto a dire il vero è un grande vantaggio per l’uomo d’azione e Marx non prendeva nessuna decisione politica senza essersi prima consigliato con Engels, che di solito l’imbroccava giusta.

Era conforme a questa situazione che il consiglio che Marx chiedeva a Engels anche in questioni teoriche non si dimostrasse altrettanto produttivo quanto in quelle politiche. Qui Marx si trovava di solito già più avanti. E fece orecchie da mercante a un consiglio che Engels gli dette spesso, per spingerlo a terminare con una certa sollecitudine la sua maggiore opera scientifica:

«Sii una buona volta meno coscienzioso nei riguardi dei tuoi lavori; vanno sempre anche troppo bene per il miserabile pubblico. La cosa principale è che il lavoro sia scritto e che esca, i punti deboli che a te saltano agli occhi questi somari non li scoveranno».VIII.4

In questo consiglio c’era tutto Engels; nel non tenerne conto c’era tutto Marx.

Da tutto ciò risulta che per il quotidiano lavoro pubblicistico Engels era meglio dotato di Marx; «una vera enciclopedia», come lo definiva un amico comune, «pronto a lavorare a ogni ora del giorno e della notte, sazio o digiuno, vivace e tutto preso dallo scrivere come un diavolo». Pare anche che, dopo la cessazione della Neue Rheinische Revue, nell’autunno del 1850, essi avessero da principio concepito l’idea di un’altra iniziativa comune a Londra; per lo meno nel dicembre del 1853 Marx scriveva a Engels:

«Se noi due – tu e io – avessimo cominciato a tempo giusto a fare a Londra il mestiere dei corrispondenti inglesi, tu non te ne staresti a Manchester, tormentato dall’ufficio, e io non sarei tormentato dai debiti».VIII.5

Se Engels alle prospettive di questo «affare» preferì il posto d’impiegato nella ditta paterna, certo l’ha fatto in considerazione della situazione disperata in cui Marx si trovava, e con la prospettiva di tempi migliori, ma non già con l’intenzione di dedicarsi stabilmente al «maledetto commercio». Ancora nella primavera del 1854, ma comunque per l’ultima volta, Engels indugiava sul pensiero di tornare a Londra per darsi all’attività letteraria; in questo momento deve aver preso la decisione di assoggettarsi stabilmente all’odiato giogo, non soltanto per aiutare l’amico, ma per conservare al partito la sua maggiore forza intellettuale. Soltanto a questa condizione Engels poteva affrontare il sacrificio e Marx accettarlo; per affrontarlo come per accettarlo ci voleva un animo egualmente grande.

Prima che con il passar degli anni Engels divenisse comproprietario della ditta, come semplice impiegato non stava proprio su di un letto di rose; ma, sin dal primo giorno del suo trasferimento a Manchester, ha mandato il suo aiuto e non si è mai stancato di mandarlo. Incessantemente i fogli da una, da cinque, da dieci, poi anche da cento sterline partivano per Londra. Engels non perdette mai la pazienza, anche quando era messa a una prova più dura di quanto sarebbe stato necessario da Marx e dalla moglie di lui, le cui capacità in economia domestica pare non siano state eccessive. Scosse appena la testa una volta che Marx, dimenticandosi l’importo di una cambiale che era tratta anche su lui, si trovò spiacevolmente sorpreso il giorno della sua scadenza. O ancora, quando la signora Marx, in occasione di un ennesimo risanamento del bilancio familiare, tacque per falsi pudori una grossa somma, per risparmiarla a poco a poco con il denaro delle spese quotidiane, e ricominciare da capo così, nonostante tutte le buone intenzioni, con la vecchia miseria; Engels perdonò all’amico il gusto un po’ farisaico di sparlare della «follia delle femmine» che «evidentemente avevano sempre bisogno del tutore», e si limitò al bonario ammonimento: «Cerca soltanto che una cosa del genere non si ripeta per il futuro».

Tuttavia, non soltanto di giorno Engels sgobbava per l’amico nell’ufficio e alla Borsa, ma gli sacrificava in gran parte le ore di riposo della sera fino a notte inoltrata. Da principio ciò accadeva per scrivere al posto di Marx, o per tradurre le corrispondenze per la New York Tribune finché questi non poté padroneggiare la lingua inglese; ma egli continuò questa tacita collaborazione anche quando il suo motivo originario non sussisteva più.

Ma tutto ciò appare di poco conto di fronte al sacrificio maggiore che Engels affrontò: la rinuncia all’enorme produzione scientifica di cui sarebbe stato in grado con la sua incomparabile capacità di lavoro e le sue ricche doti. Anche di questo si ha un’idea esatta soltanto dall’epistolario tra i due amici, pur limitandosi soltanto agli studi linguistici e militari, che Engels praticava con particolare predilezione, sia per una «antica inclinazione» che per le necessità pratiche della lotta per l’emancipazione proletaria. Infatti, per quanto gli ripugnasse ogni «autodidattismo» – «è sempre una balordaggine», pensava sprezzantemente – e per quanto solido fosse il metodo del suo lavoro scientifico, tuttavia egli, come Marx, non era uno studioso da tavolino, e ogni nuova cognizione aveva per lui un valore doppio, se poteva essere subito utile per far saltare le catene del proletariato.

Così cominciò a studiare le lingue slave, per la «opportunità» che «almeno uno di noi» conosca al prossimo grande avvenimento politico la lingua, la storia, la letteratura, le istituzioni sociali proprio di quelle nazioni con le quali si verrà subito in conflitto, I torbidi nell’oriente lo indussero a studiare le lingue orientali; davanti all’arabo con le sue quattromila radici indietreggiò con spavento, ma «il persiano… è un vero gioco di bambini come lingua»;VIII.6 voleva venirne a capo in tre settimane. Poi vennero le lingue germaniche:

«Sto tutto immerso nei testi di Ulfila, ora, dovevo una buona volta venire a capo di questo maledetto gotico, che ho sempre studiato così a sbalzi. Con mio stupore trovo di saperne molto di più di quanto pensassi; se riesco ad avere un altro testo sussidiario, penso di arrivarne completamente a capo entro due settimane. Poi sotto con la lingua nordica antica e con l’anglosassone, con i quali pure sono sempre restato a mezzo. Finora lavoro senza lessico e senza altri testi sussidiari, soltanto il testo gotico e il Grimm, ma questo vecchione è proprio in gamba». VIII.7

Quando, nel decennio 1860-1870, si acuì la questione dello Schleswig-Holstein, Engels studiò alquanto «filologia e archeologia frisone-inglese-jutlandico-scandinava», e al nuovo divampare della questione irlandese «un po’ di celtico-irlandese» e così via. Nel Consiglio generale dell’Internazionale le sue vaste cognizioni linguistiche gli furono poi di grande aiuto: «Engels balbetta in venti lingue», si diceva giustamente, dato che nei momenti in cui parlava con più agitazione s’inceppava un po’.

Così egli si meritò anche il soprannome di «generale» per i suoi studi, anche più assidui e approfonditi, di scienza militare. Anche qui una «antica inclinazione» fu nutrita da bisogni pratici della politica rivoluzionaria. Engels contava sulla «importanza enorme che la partie militaire avrebbe avuto al prossimo movimento». Con gli ufficiali che negli anni della rivoluzione avevano combattuto dalla parte del popolo, non si era fatta troppo buona esperienza.

«Questa canaglia militare – diceva Engels – ha un incomprensibilmente sporco spirito di corpo. Si odiano l’un l’altro a morte, s’invidiano l’uno all’altro come scolaretti la più piccola decorazione, ma contro i “civili” sono tutti uniti».

Engels voleva soltanto arrivare al punto di poter dire la sua sul piano teorico senza rischiare di far brutta figura.

S’era appena ambientato a Manchester, quando cominciò a «sgobbare sulla scienza militare». Cominciò dalle cose «più piatte e più comuni, che si richiedono negli esami per allievi ufficiali e ufficiali, e che appunto per questo si presuppongono dappertutto come cose note». Studiò tutta la struttura dell’esercito fin nelle minuzie tecniche: tattica elementare, sistemi di fortificazione di Vauban fino al sistema moderno dei forti isolati, costruzione di ponti e trincee campali, scienza delle armi fino alle diverse costruzioni di affusti da campo, organizzazione degli ospedali da campo e altro ancora; infine passò alla storia militare generale nella quale studiò l’inglese Napier, il francese Jomini e il tedesco Clausewitz con intelligente diligenza.

Ben lungi dall’infervorarsi in una superficiale illustrazione dell’irrazionalità morale delle guerre, Engels cercava piuttosto di riconoscerne la ragione storica, e con ciò eccitò più di una volta l’ira sfrenata della democrazia declamatoria. Se una volta un Byron riversò la sua ira ardente sui due condottieri che, come portabandiera dell’Europa feudale, nella battaglia di Waterloo dettero il colpo mortale all’erede della rivoluzione francese, così un caso significativo volle che Engels nelle sue lettere a Marx abbozzasse dei ritratti storici di Blücher e di Wellington, che nei loro brevi limiti sono disegnati con tanta chiarezza e acume che anche allo stato attuale della scienza militare non hanno bisogno di essere cambiati sia pure di un tratto.

Anche in un certo campo, nel quale Engels lavorò molto e volentieri, nel campo delle scienze naturali, non gli è stato concesso di dare l’ultima mano alle sue ricerche dei decenni in cui fece il suo servizio nel commercio, per dar campo libero al lavoro scientifico di uno più grande di lui.

Tutto ciò era anche un tragico destino. Ma Engels non ci ha mai piagnucolato su, perché ogni sentimentalismo era tanto estraneo a lui quanto al suo amico. Egli considerò sempre come la più grande ventura della sua vita quella di essere stato per quaranta anni accanto a Marx, anche a costo di vedere che la figura possente di lui lo metteva in ombra. Non ha mai considerato come una tardiva soddisfazione il fatto di essere stato dopo la morte dell’amico per più di un decennio la prima personalità del movimento operaio internazionale, e di essere stato incontestabilmente in esso il primo violino; al contrario, egli pensava che gli venisse attribuito un merito maggiore di quello che gli spettava.

In quanto ognuno di loro si dedicò completamente alla causa comune e ognuno di loro sostenne non il medesimo sacrificio, ma un sacrificio ugualmente grande, senza alcun’ombra penosa di rammarico o di orgoglio, la loro amicizia fu un legame che non trova l’uguale nella storia.

IX - Guerra di Crimea e crisi

1. Politica europea

Circa nello stesso tempo, alla fine del 1853, in cui Marx, col suo pamphlet contro Willich, concludeva la sua lotta con «l’imbroglio democratico dell’emigrazione e la mania di rivoluzione» cominciò con la guerra di Crimea un nuovo periodo della politica europea, che negli anni seguenti attrasse prevalentemente la sua attenzione.

Il suo pensiero in proposito è espresso stupendamente negli articoli sulla New York Tribune. Per quanto questo giornale cercasse di abbassarlo al grado di un normale corrispondente, Marx poteva dire a ragione di essersi «occupato di vere e proprie corrispondenze giornalistiche soltanto in via eccezionale». Rimase fedele a sé stesso e riuscì a nobilitare anche il lavoro intellettuale fatto per guadagnare, fondandolo su studi faticosi e dandogli così un valore non caduco.

Questi tesori sono in gran parte ancora inesplorati, e costerebbe alquanta fatica portarli alla luce. Poiché la New York Tribune considerava per così dire come materiali grezzi la collaborazione che Marx le forniva, li gettava a suo piacimento nel cestino o anche li pubblicava come cosa propria e non sempre, come Marx diceva inquietandosi, stampava «quella robaccia» con il nome di lui, non si può ristabilire tutto il lavoro di Marx per questo giornale americano, e, nei limiti in cui ciò è ancora possibile, si richiede un vaglio attento per stabilire esattamente dove cominci e dove finisca.

Un criterio indispensabile per questa ricerca è fornito soltanto da tempo relativamente breve con la pubblicazione del Carteggio tra Engels e Marx. Da esso risulta, per esempio, che la serie di articoli sulla Rivoluzione e controrivoluzione in Germania, di cui da tempo si è ritenuto autore Marx, sono stati scritti prevalentemente da Engels, e inoltre che quest’ultimo non soltanto ha scritto gli articoli militari per la New York Tribune, cosa che era già nota da tempo, ma ha lavorato ampiamente per il giornale anche in altri campi. Oltre alla serie già citata di contributi, finora sono stati raccolti dalle colonne della New York Tribune gli articoli sulla questione orientale, ma la raccolta sia per quello che contiene, che per quello che non contiene, è anche molto più impugnabile dell’altra, a proposito della quale c’era stato soltanto l’equivoco circa l’autore.

Con questa ricerca critica sarebbe compiuta soltanto la parte più semplice del lavoro. Per quanto Marx sapesse dare dignità al quotidiano lavoro pubblicistico, tuttavia non lo poteva innalzare oltre sé stesso. Anche il genio più grande non può fare nuove scoperte o partorire nuovi pensieri due volte alla settimana, in coincidenza col vapore del martedì o del venerdì. In questo, come disse una volta Engels, si finisce sempre con il «prender le cose di sottogamba e con l’arrangiarsi soltanto a memoria». Inoltre il lavoro quotidiano dipende sempre dalle notizie del giorno e dagli umori del giorno, dai quali non ci si può nemmeno liberare senza diventare noiosi e pesanti. Che cosa sarebbero i quattro grossi volumi del Carteggio tra Engels e Marx senza le cento contraddizioni nelle quali si sviluppano le grandi direttrici del loro pensiero e della loro lotta!

Le grandi linee direttive della loro politica europea, quale si precisò con la guerra di Crimea, sono però oggi già del tutto chiare, anche senza l’enorme materiale che attende ancora di esser tratto fuori dalle colonne della New York Tribune. In un certo senso, la si può chiamare una conversione. Gli autori del Manifesto comunista rivolgevano il loro sguardo principalmente sulla Germania, e così anche la Neue Rheinische Zeitung. E allora questo giornale prendeva entusiasticamente posizione per l’indipendenza dei polacchi, degli italiani, degli ungheresi, e infine chiedeva la guerra contro la Russia, la più forte riserva della controrivoluzione europea, arrivando ad auspicarne l’estensione a una guerra mondiale contro l’Inghilterra, con la quale soltanto la rivoluzione sociale passava dal regno dell’utopia in quello della realtà.

La «schiavitù anglo-russa» che pesava sull’Europa era il punto a cui Marx ricollegava la sua politica europea al tempo della guerra di Crimea. Egli salutò questa guerra, in quanto prometteva di porre un argine alla preponderanza acquistata dallo zarismo in Europa con la vittoria della controrivoluzione, ma non era affatto d’accordo sul modo con cui le potenze occidentali lottavano contro la Russia. Ugualmente la pensava Engels, che definì la guerra di Crimea una colossale commedia degli errori, durante la quale ci si domandava a ogni istante: chi è gabbato a questo punto?IX.1 Tutti e due vedevano nella guerra di Crimea, per come la conducevano la Francia e soprattutto l’Inghilterra, soltanto un simulacro di guerra, nonostante il milione di vite umane e gli innumerevoli milioni che essa costò.

Ed essa lo era sicuramente in quanto né il falso Bonaparte né lord Palmerston, ministro inglese degli esteri, pensavano di colpire a morte il colosso russo. Appena furono sicuri che l’Austria teneva in scacco la potenza russa ai suoi confini occidentali, essi spostarono la guerra in Crimea, per intestarsi contro la fortezza di Sebastopoli, di cui dopo un anno intero avevano espugnato felicemente la metà. E dovettero accontentarsi di questo meschino alloro, e alla fine chiedere il permesso alla Russia «sconfitta» di reimbarcare indisturbate le loro truppe.

Quanto al falso Bonaparte, era abbastanza spiegabile perché non osasse sfidare lo zar a una lotta per la vita e per la morte, ma era meno spiegabile per Palmerston, che i governi del continente temevano come la «fiaccola» della rivoluzione e i liberali del continente ammiravano come un modello di ministro liberale-costituzionale. Marx sciolse l’enigma, sottoponendo a un faticoso controllo i Libri azzurri e i dibattiti parlamentari della prima metà del secolo, e oltre a quelli anche una serie di notizie diplomatiche conservate nel British Museum, per dimostrare sulla loro base che dal tempo di Pietro il Grande fino ai giorni della guerra di Crimea c’era stata collaborazione tra i gabinetti di Londra e di Pietroburgo e che soprattutto Palmerston era un venale strumento della politica zarista. I risultati di questi studi hanno poi sollevato polemiche e sono ancor oggi contrastati, soprattutto per quel che riguarda Palmerston, la cui poco scrupolosa politica commerciale, coi suoi mezzi termini e le sue contraddizioni, fu giudicata da Marx indubbiamente in modo più esatto di quanto facessero i governi e i liberali del continente, senza però che ne risulti con assoluta necessità che Palmerston sia stato comprato dalla Russia. Ma più importante della questione se Marx abbia teso troppo l’arco in questo caso, è il fatto che in seguito egli lo tenne sempre teso, e considerò compito imprescindibile della classe operaia penetrare i misteri della politica internazionale e sventare i tiri diplomatici dei governi o, se questo le era ancora impossibile, almeno denunziarli.

Soprattutto importava per lui la lotta senza quartiere contro la potenza barbarica di cui vedeva la testa a Pietroburgo e le mani rimestare in tutti i Gabinetti europei. Nello zarismo egli vedeva non soltanto la maggiore fortezza della reazione europea, la cui pura esistenza passiva era un continuo pericolo e una continua minaccia, ma anche il nemico principale che con il suo incessante immischiarsi negli affari dell’occidente ne impediva e ne disturbava il normale sviluppo, con lo scopo di espugnare delle posizioni geografiche che avrebbero dovuto assicurargli il dominio dell’Europa e rendere così impossibile la liberazione del proletariato europeo. L’importanza decisiva che Marx attribuiva a questo punto da questo momento in poi influenzò notevolmente la sua politica operaia, molto più fortemente di quanto non fosse già avvenuto negli anni della rivoluzione.

Se così Marx non faceva che continuare a tessere un filo che egli aveva annodato nella Neue Rheinische Zeitung, le nazioni per le cui lotte d’indipendenza il giornale s’era entusiasmato passavano in seconda linea sia per lui che per Engels. Non che tutti e due avessero cessato di sostenere l’indipendenza della Polonia, dell’Ungheria e dell’Italia, sia come un diritto di questi paesi che come un interesse della Germania e dell’Europa. Ma sin dal 1851 Engels dava ai prediletti di una volta questo secco congedo: «Agli italiani, ai polacchi e agli ungheresi dirò chiaramente che in tutte le questioni moderne devono tenere la bocca chiusa». Qualche mese dopo diceva ai polacchi che essi erano una nazione dissolta, adoperabili ancora come strumento, fino a che non fosse trascinata nella rivoluzione la Russia stessa. I polacchi non avevano fatto altro nella storia che combinare eroiche sciocchezze per la smania di litigare. Perfino nei confronti della Russia non avevano mai fatto nulla di importanza storica, mentre la Russia era stata effettivamente progressiva nei confronti dell’Oriente. Il dominio russo con tutta la sua brutalità, con tutto il suo sudiciume slavo, aveva una funzione di civiltà per il Mar Nero, il Mar Caspio e l’Asia centrale, per i basckiri e i tartari, e la Russia aveva accolto in sé molti più elementi di cultura, e soprattutto elementi industriali, che non la Polonia nobilesca e impellicciata per natura. Frasi che a dire il vero risentono fortemente della passione delle lotte tra i profughi. Più tardi Engels ha di nuovo espresso giudizi molto più miti sulla Polonia e, ancora nei suoi ultimi anni, ha riconosciuto che essa ha salvato almeno due volte la civiltà europea: con la sua insurrezione nell’anno 1792 e 1793, e con la sua rivoluzione del 1830 e 1831.

Però Marx ha dedicato questo giudizio al celebrato eroe della rivoluzione italiana: «Mazzini conosce soltanto le città con la loro nobiltà liberale e i loro borghesi illuminati. I bisogni materiali della popolazione italiana delle campagne – sfruttata e sistematicamente snervata e incretinita come quella irlandese – restano naturalmente al di sotto del cielo delle frasi dei suoi manifesti cosmopolitico-neocattolico-ideologici. Tuttavia ci vuole del coraggio per spiegare ai borghesi e ai nobili che il primo passo per l’indipendenza dell’Italia è la completa emancipazione dei contadini e la trasformazione del loro sistema a mezzadria in una libera proprietà borghese». E a Kossuth, che faceva pompa di sé a Londra, Marx faceva dire in una lettera aperta del suo amico Ernest Jones che le rivoluzioni europee significavano la crociata del lavoro contro il capitale. Non si poteva farla scendere al livello spirituale e sociale di un popolo oscuro e semibarbaro come i magiari, fermi ancora alla mezza civiltà del secolo sedicesimo e che s’immaginavano davvero di poter avere a propria diposizione la grande civiltà della Germania e della Francia e di carpire un evviva alla credulità dell’Inghilterra.

Tuttavia Marx si allontanava al massimo dalle tradizioni della Neue Rheinische Zeitung quando non soltanto non rivolgeva più sulla Germania la sua principale attenzione, ma la bandiva alquanto dal suo orizzonte politico. A dire il vero, allora la Germania aveva una funzione eccezionalmente torbida nella politica europea e poteva passare per un pascialicato russo, ma se così la cosa si spiega in certo modo, fu tuttavia per certi aspetti fatale che Marx – e la stessa cosa vale per Engels – abbia perduto per una serie di anni ogni stretto contatto con l’evoluzione tedesca. Specialmente il disprezzo, che tutti e due, in quanto cittadini della Renania annessi allo stato prussiano, avevano sempre provato per quest’ultimo, si accrebbe nel periodo Manteuffel-Westphalen fino a un punto che era fortemente in contrasto con la loro acuta visione dello stato reale delle cose.

Un’eloquente testimonianza di ciò la fornisce anche quell’unico caso eccezionale in cui Marx degnò della sua attenzione la situazione prussiana del momento. Ciò avvenne verso la fine del 1856, quando la Prussia si accapigliò con la Svizzera per l’affare di Neufchâtel. L’urto indusse Marx, come egli scriveva a Engels il 2 dicembre 1856, ad «approfondire le mie molto manchevoli cognizioni di storia prussiana»;IX.2 ed egli riassumeva il risultato dei suoi studi nell’affermazione che la storia universale non ha mai prodotto nulla di più miserevole. Quel che poi aggiungeva nella lettera stessa, e ripeteva più distesamente qualche giorno dopo nel People’s Paper, organo dei cartisti, non lo mostra davvero all’altezza consueta della sua concezione della storia, ma rasenta piuttosto pericolosamente quelle bassure storiografiche proprie della democrazia usa ai toni scandalizzati dei galantuomini, che altrimenti è proprio suo merito avere superato.

Lo stato prussiano, boccone duro, quale esso era senza dubbio per ogni uomo di cultura, proprio per ciò non poteva esser dissolto dall’acquaforte dello scherno sul «diritto divino degli Hohenzollern», sulle loro tre maschere caratteristiche sempre ricorrenti: il pietista, il sottufficiale e il pagliaccio, sulla storia prussiana che sarebbe una «poco pulita cronaca familiare» al confronto dell’«epicità diabolica» della storia austriaca, e su altre cose del genere, che al massimo spiegavano il perché, ma lasciavano completamente all’oscuro il perché del perché.

2. David Urquhart. Harney e Jones

Nello stesso tempo, e con lo stesso criterio con cui collaborava alla New York Tribune, Marx collaborò ai giornali urquhartisti e cartisti.

David Urquhart era un diplomatico inglese che si acquistò grandi meriti con la sua precisa conoscenza e la sua lotta incessante contro i piani russi di dominio mondiale, ma che poi diminuì questi suoi meriti con un fanatico odio per i russi e un fanatico entusiasmo per i turchi. Marx fu definito spesso un urquhartista, ma molto ingiustamente; si può dire piuttosto che tanto lui quanto Engels abbiano più contrastato le folli esagerazioni che apprezzato i portati effettivi di questo uomo. Proprio nel nominarlo la prima volta, nel marzo del 1853, Engels scriveva:

«Ora ho in casa l’Urquhart, quel pazzo M.P.IX.3 che pretende che Palmerston sia pagato dalla Russia. La cosa si spiega semplicemente: questo tipo è un celta scozzese, di cultura sassone scozzese, romantico per tendenza, freetrader per educazione. Andò in Grecia come filelleno, e dopo essersi battuto per tre anni contro i turchi, andò in Turchia e si entusiasmò per l’appunto dei turchi. È entusiasta dell’Islam, e il suo principio è: se non fossi calvinista, potrei essere soltanto maomettano».IX.4

Nell’insieme Engels trovava che il libro di Urquhart era davvero divertentissimo.

Il punto di contatto tra Marx e Urquhart era la lotta contro Palmerston. Un articolo contro questo ministro, pubblicato da Marx nella New York Tribune e riprodotto da un giornale di Glasgow, destò l’attenzione di Urquhart, e nel febbraio del 1854 egli ebbe un incontro con Marx, nel quale lo accolse col complimento che i suoi articoli erano quali li avrebbe scritti un turco. E quando Marx in risposta spiegò di essere un «rivoluzionario», Urquhart restò molto deluso, perché tra le sue fisime c’era anche quella che i rivoluzionari europei fossero, coscienti o no, strumenti adoperati dallo zarismo per creare difficoltà ai governi europei. «È un perfetto monoman»,IX.5 scrisse Marx a Engels dopo questa conversazione. Come ebbe a spiegargli, non era d’accordo con lui su niente fatta eccezione che su Palmerston, e su questo punto Urquhart non lo aveva minimamente aiutato.

Certo non si dovrà far dire troppo a queste espressioni confidenziali. Pubblicamente, pur con ogni riserva critica, Marx ha ripetutamente riconosciuto i meriti di Urquhart, e non ha nemmeno fatto un mistero del fatto di essere stato, se non convinto, però stimolato da Urquhart. Perciò non si fece uno scrupolo di fornire all’occasione della collaborazione per i giornali di Urquhart e particolarmente per la Free Press di Londra, e di consentire la diffusione in forma di opuscoli di parecchi suoi articoli della New York Tribune. Questi pamphlet contro Palmerston furono diffusi in diverse edizioni fino a 15-30.000 copie, e suscitarono un grande scalpore. Ma per il resto Marx ebbe presso lo scozzese Urquhart tanto poco successo quanto presso lo yankee Dana.

Una relazione durevole tra Marx e Urquhart era esclusa già per il fatto che Marx sosteneva il cartismo, che Urquhart odiava doppiamente, anzitutto come libero-scambista e poi come nemico dei russi che in ogni movimento rivoluzionario sentiva tintinnio di rubli. Il cartismo non si era più riavuto della grave sconfitta subita il 10 aprile 1848, ma fino a che i suoi resti lottarono per una nuova vita, Marx ed Engels li sostennero fedelmente e coraggiosamente e in particolare fornirono collaborazione gratuita ai loro organi, che nel decennio tra il 1850 e il 1860 furono editi da George Julian Harney e da Ernest Jones; da Harney, uno dopo l’altro, il Red Republican, il Friend of the People e la Democratic Review, e da Jones le Notes of the People e il People’s Paper, che durò più di tutti, fino al 1858.

Harney e Jones appartenevano alla frazione rivoluzionaria del cartismo, e in esso erano anche i più liberi da ogni grettezza isolana; nella associazione internazionale dei Fraternal Democrats essi passavano per le personalità dirigenti. Harney era figlio di un uomo di mare ed era cresciuto in condizioni proletarie; aveva studiato da sé la letteratura rivoluzionaria di Francia, e vedeva soprattutto in Marat il proprio modello. Più vecchio di Marx di un anno, quando Marx dirigeva la Rheinische Zeitung, era già nella redazione del Northern Star, il principale organo dei cartisti. Qui lo venne a trovare nel 1843 Engels, «un giovane snello, di aspetto estremamente giovanile, quasi un ragazzo, che già allora parlava un inglese straordinariamente corretto». Nei 1847 Harney conobbe anche Marx e si unì a lui entusiasticamente.

Nel suo Red Republican egli ristampò una traduzione inglese del Manifesto comunista, con la postilla che esso era il documento più rivoluzionario che si fosse mai avuto al mondo, e nella sua Democratic Review tradusse gli articoli della Neue Rheinische Zeitung sulla rivoluzione francese, come la «vera critica» delle vicende di Francia. Nelle lotte degli emigrati però egli tornò in seguito ai suoi antichi amori, ed ebbe con Jones un dissenso violento non meno che con Marx ed Engels. Subito dopo si trasferì sull’isola di Jersey e poi negli Stati Uniti, dove Engels lo visitò nell’anno 1888. Subito dopo Harney tornò in Inghilterra; e vi morì in età inoltrata, ultimo testimone di una grande epoca.

Ernest Jones discendeva da un vecchio ceppo normanno, ma era nato ed era stato educato in Germania, dove suo padre viveva come addetto militare del duca di Cumberland, che fu poi il re Ernesto Augusto di Hannover. Questo libertino ultrareazionario, a cui la stampa inglese rimproverò tutti i misfatti a eccezione del suicidio, tenne a battesimo il piccolo Ernest, senza che questo padrinato e le relazioni di corte della sua famiglia abbiano avuto alcuna influenza su di lui. Ancor ragazzo, Jones manifestava un indomabile ardore di libertà, e, fatto adulto, ha resistito a tutti i tentativi di stringerlo entro catene d’oro. Aveva circa vent’anni quando si dedicò agli studi di diritto e fu ammesso all’avvocatura. Sacrificò tutte le prospettive apertegli dalle sue brillanti capacità e dalle relazioni aristocratiche della sua famiglia, per dedicarsi alla causa cartista, che sostenne con tanto ardore da essere condannato nel 1848 a due anni di prigione. Come punizione per aver tradito la sua classe, in prigione fu trattato come un detenuto comune, ma nel 1850 lasciò il carcere senza esserne stato piegato e dall’estate del 1850 in poi, per circa due decenni, fu in stretti rapporti con Marx ed Engels, tra l’uno e l’altro dei quali stava come età.

A dire il vero, anche questa amicizia non è stata del tutto senza nuvole: furono offuscamenti dello stesso genere di quelli che si ebbero nell’amicizia con Freiligrath, col quale Jones aveva in comune il dono della poesia, o anche con Lassalle, sul quale Marx dava un giudizio analogo, ma solo incomparabilmente più aspro, di quello che, nel 1855, scriveva di Jones;

«Jones, con tutta l’energia, la tenacia e l’attività che bisogna riconoscergli, però rovina tutto con la sua ciarlataneria, la sua inopportuna smania di trovar pretesti di agitazione, e la sua impazienza di bruciare le tappe».IX.6

Anche in seguito non sono mancati gli scontri duri, quando l’agitazione cartista s’insabbiava sempre più e Jones si avvicinava al radicalismo borghese.

Ma nella sostanza rimase un’amicizia sincera e schietta. Jones da ultimo visse a Manchester come avvocato e morì inaspettatamente nel 1869, ancora nel pieno delle sue forze; Engels mandò la triste notizia a Londra con un foglio scritto in fretta: «Un altro di quelli vecchi!», e Marx rispose:

«La notizia di E. Jones ha destato a casa nostra naturalmente una profonda costernazione: era uno dei pochi vecchi amici».IX.7

Engels poi dava ancora la notizia che Jones era stato sepolto, seguito da un enorme corteo, nello stesso cimitero dove già riposava uno dei loro fedeli, Wilhelm Wolff. Era davvero un peccato che se ne fosse andato; le sue frasi borghesi erano in fondo solo finzioni, e fra gli uomini politici era pur sempre l’unico inglese colto che in fondo fosse completamente dalla loro parte.

3. Famiglia e amici

In questi anni Marx si tenne lontano da ogni relazione politica, anzi quasi da ogni compagnia. Si era ritirato completamente nel suo studio, che lasciava soltanto per dedicarsi alla famiglia, che nel gennaio del 1855 si accrebbe di un’altra bambina, Eleanor.

Egli era un grande amico dei bambini, come anche Engels, e se qualche volta sottraeva un’ora al suo incessante lavoro era per giocare con i suoi figli. Essi lo idolatravano, sebbene, o magari proprio perché rinunciava a ogni autorità paterna lo trattavano come un compagno, e lo chiamavano «Moro», con un soprannome che era dovuto ai suoi capelli neri e al colore scuro della sua pelle. «I bambini devono educare i genitori», egli soleva dire. Soprattutto essi gli proibivano di lavorare la domenica; la domenica egli doveva appartenere tutto a loro, e le gite domenicali in campagna, durante le quali sostavano in qualche modesta osteria per bere birra allo zenzero e mangiare un po’ di pane e formaggio, erano dei raggi di sole in mezzo alle nuvole pesanti sempre sospese sulla casa.

Queste gite erano dirette con particolare preferenza verso Hampstead Heath, la landa di Hampstead, una linea di colline a nord di Londra, senza costruzioni, sparsa di gruppi di alberi e di ginestre. Liebknecht ha descritto con molta grazia queste gite domenicali. Oggi la landa non è più quella che era sessanta anni fa, ma dall’antica osteria Jack Straws Castle, ai cui tavoli Marx si è spesso seduto, si gode ancora una splendida vista su di essa, col suo pittoresco alternarsi di colline e di valli, soprattutto quando la domenica sono animate di gente in festa. Al sud della città gigantesca, con le sue masse di case, sovrastate dalla cupola della cattedrale di S. Paolo e dalle torri di Westminster, appaiono tra i vapori della lontananza le colline di Surrey, al nord un tratto di terreni fertili, fittamente popolati, sparsi di numerosi villaggi, all’ovest l’altra collina di Highgate, dove Marx dorme il suo sonno eterno.

Ma su questa modesta felicità familiare si abbatté la folgore; il venerdì santo del 1855 gli fu strappato dalla morte l’unico figlio maschio, di circa nove anni, Edgar o «Musch», come veniva chiamato in casa. Il ragazzo, che già rivelava delle qualità notevoli, era il beniamino di tutti. «Una perdita così triste e tremenda che non posso proprio dire quanto mi abbia colpito», scriveva Freiligrath in Germania.

Le lettere in cui Marx dava notizia a Engels della malattia e della morte del bimbo strappano il cuore. Il 30 marzo egli scriveva:

«Mia moglie da una settimana in qua è stata ammalata come mai prima d’ora per un’angoscia morale. E anche a me sanguina il cuore e brucia il capo, sebbene io debba naturalmente darmi un contegno. Durante la malattia il bambino non smentisce un solo istante il suo carattere particolare, cordiale e nello stesso tempo indipendente». IX.8

E il 6 aprile: «Il povero Musch non è più. Si è addormentato (nel vero senso della parola) tra le mie braccia oggi tra le 5 e le 6. Non dimenticherò mai come la tua amicizia ci ha reso più leggero questo terribile periodo. Il mio dolore per il bambino tu lo capisci». IX.9 E il 12 aprile:

«La casa è naturalmente del tutto desolata e vuota dopo la notte del caro bambino che ne era l’anima. Non si può dire come il bambino ci manchi a ogni istante. Ho già sofferto ogni sorta di guai, ma solo ora so che cosa sia una vera sventura… Tra tutte le pene terribili che ho passato in questi giorni, il pensiero di te e della tua amicizia, e la speranza che noi abbiamo ancora da fare insieme al mondo qualche cosa di intelligente, mi hanno tenuto su». IX.10

Ci volle molto tempo prima che la ferita cominciasse sia pure a rimarginarsi. Il 28 luglio Marx rispondeva a una lettera di condoglianze di Lassalle: «Bacone dice che gli uomini veramente significativi hanno tanti rapporti con la natura e col mondo, tanti oggetti del loro interesse che superano facilmente il dolore di ogni perdita. Io non appartengo a questi uomini significativi. La morte del mio bambino mi ha scosso profondamente il cuore e il cervello, e soffro della perdita ancora come il primo giorno. Anche la mia povera moglie è del tutto affranta». E il 6 ottobre Freiligrath scriveva a Marx:

«Che tu non ti sia ancora ripreso della tua perdita è cosa che mi addolora profondamente. Comprendo e rispetto il tuo dolore, ma cerca di dominarlo, per non esserne dominato. Non commetterai così un tradimento verso la memoria del tuo caro piccino».

La morte del piccolo Edgar fu la conseguenza di continue malattie che da un paio di anni avevano imperversato in famiglia, e che dalla primavera avevano preso anche Marx, per non abbandonarlo mai più del tutto. Lo tormentava soprattutto una malattia di fegato, che credeva di avere ereditato dal padre. Ma contribuì molto alle cattive condizioni di salute anche la misera abitazione e il quartiere malsano in cui sorgeva. Nell’estate del 1854 il colera vi dilagò con particolare violenza, forse perché i canali di scolo scavati nello stesso tempo erano stati immessi nei pozzi dove erano sepolti i morti della peste del 1665. Il medico ingiunse di lasciare «la zona infetta di Soho Square», la cui aria Marx aveva respirato ininterrottamente da anni. Un nuovo lutto in famiglia ne creò la possibilità. Nell’estate del 1856 la signora Marx si era recata a Treviri con le tre figlie, per rivedere la sua vecchia madre. Ma arrivò appena in tempo per chiuderle gli occhi dopo sofferenze durate undici giorni.

La sua eredità era modesta, tuttavia un paio di centinaia di talleri toccarono alla signora Marx, e vi si aggiunse, a quanto pare, anche una piccola eredità da parte dei parenti scozzesi. Così nell’autunno del 1856 la famiglia poté trasferirsi in una casetta non lontana dal loro amato Hampstead Heath: 9 Graftonterrace, Maitlandpark, Haverstockhill. La pigione ammontava a 36 sterline l’anno.

«È un’abitazione davvero principesca, confrontata col buco dove stavamo prima – scriveva la signora Marx a una amica – e sebbene tutto l’arredamento non sia costato tutto compreso molto più di 40 sterline (una parte notevole è roba di seconda mano), al principio mi sentivo proprio grande nel nostro salotto. Tutta la biancheria e altri residui dell’antica grandezza sono stati liberati dalle mani dello “zio” (il Monte) e ho riscontrato con gioia le salviette di damasco che venivano da antica fonte scozzese. Sebbene la magnificenza non sia durata a lungo, perché ben presto un pezzo dopo l’altro se ne dovette emigrare di nuovo nel Pop-haus (così i bambini chiamano il misterioso negozio con le tre palle), però per una volta ci siamo sentiti soddisfatti della nostra agiatezza borghese».

Fu un momento di respiro anche troppo breve.

La morte mieté anche tra i loro amici. Daniels morì nell’autunno del 1855, Weerth nel gennaio del 1856 a Haiti, Konrad Schramm al principio del 1858 nell’isola di Jersey. Marx ed Engels si adoperarono con ardore perché la stampa pubblicasse almeno un breve necrologio di loro tutti, ma senza successo. Essi lamentarono spesso che la vecchia guardia scomparisse e che non ci fosse nessun nuovo afflusso. Per quanto al principio fosse loro piaciuto il «pubblico isolamento», e per quanto sicura fosse la fede nella vittoria con la quale i due solitari prendevano parte alla politica europea, essi erano tuttavia dei politici troppo appassionati per non sentire alla lunga la mancanza di un partito; perché i pochi loro seguaci, come lo stesso Marx ebbe a dire una volta, non erano un partito. E tra loro non c’era nessuno che fosse all’altezza dei loro pensieri, a eccezione del solo nei riguardi del quale essi non poterono mai superare la loro diffidenza.

A Londra Liebknecht era tutti i giorni da Marx, soprattutto finché questi abitò in Dean Street, ma doveva lottare duramente con le miserie della vita nella sua angusta soffitta, e lo stesso era per i vecchi compagni della Lega dei Comunisti, per Lessner e per il falegname Lochner, per Eccarius e per il «peccatore pentito» Schapper. Altri erano dispersi: Dronke faceva il commerciante a Liverpool e poi a Glasgow, Imandt il professore a Dundee, Schily l’avvocato a Parigi, dove era anche Reinhardt, segretario di Heine durante gli ultimi anni della di lui vita, che apparteneva anche lui alla cerchia ristretta dei fedeli.

Ma anche tra i più fedeli la vita politica si veniva spegnendo, Wilhelm Wolff, che viveva passabilmente a Manchester dando lezioni, era sempre lo stesso, era come la signora Marx scrisse una volta, «una natura schietta, viva, plebea», solo che con gli anni crescevano le fisime dello scapolo e le sue «battaglie più grandi» erano ormai quelle con la padrona di casa per il tè, lo zucchero e il carbone. Spiritualmente nell’esilio non ha rappresentato molto per i vecchi amici. Così anche Freiligrath rimase il vecchio amico fidato; anzi, da quando nell’estate del 1856 gli fu affidata l’agenzia londinese di una banca svizzera, egli sfruttò le accresciute possibilità di aiutare finanziariamente Marx con tanto maggiore larghezza in quanto gli anticipava subito in contanti le cambiali della New York Tribune, che abbastanza spesso mostrava di non avere troppa fretta nel pagare. Freiligrath restò saldo anche nelle sue convinzioni rivoluzionarie ma si estraniò sempre più dalla lotta di partito. Per quanto affermasse con onesta convinzione che in nessun luogo il rivoluzionario poteva farsi seppellire con decoro se non nell’esilio, tuttavia il poeta tedesco non poteva essere contento dell’esilio. Di fronte alla nostalgia della donna amata, e alla schiera dei bambini che accendevano l’albero di Natale su terra straniera, la fonte della poesia s’inaridiva sempre più. Egli ne soffriva e fu un bene per lui che la patria tornasse a poco a poco a ricordarsi del famoso poeta.

E ora la lunga serie dei «morti vivi»! Avvenne a Marx di incontrare a Londra qualche compagno della sua giovinezza filosofica: Eduard Meyen, che era sempre il vecchio rospo velenoso, Faucher, che, segretario di Cobden, pretendeva di «fare la storia» libero-scambista, Edgar Bauer, che all’opposto faceva l’agitatore comunista, ma che Marx seguitò a chiamare il «clown». Quando Bruno venne per un certo periodo di tempo a Londra in visita al fratello, Marx si incontrò più volte col vecchio amico di gioventù. Dato che Bruno Bauer era tutto entusiasta della forza primitiva russa, e invece nel proletariato vedeva solo un «volgo» da guidare con la forza e con l’astuzia, e che in caso estremo si poteva comprare elargendogli un Groschen d’argento, naturalmente ogni possibilità d’intendersi era esclusa. Marx lo trovò visibilmente invecchiato, con la fronte più alta e le maniere da professore pedante, ma dette tuttavia notizie circostanziate a Engels sulle sue conversazioni col «piacevole vecchio signore».

Ma anche i «morti vivi» di un passato più recente erano troppi e crescevano a ogni anno. Così i vecchi amici della Renania: Georg Jung, Heinrich Bürgers, Hermann Becker e altri. Alcuni di loro, come Becker e dopo di lui il bravo Miquel, sistemarono tutto «scientificamente»: bisognava che la borghesia vincesse completamente sulla feudalità degli Junker, prima che il proletariato potesse pensare alla propria vittoria. Becker spiegava: «Là dove arriva il tarlo della canaglia degli interessi materiali, là la marcia armatura della feudalità degli Junker cade in polvere, e la storia al primo alito dello spirito del mondo di là da tutto l’intonaco esterno passa all’ordine del giorno estremamente semplice». Una teoria molto carina fin qui, che anche oggi può incantare qualche furbacchione. Ma quando Becker divenne primo borgomastro di Colonia e Miquel ministro prussiano delle finanze, si erano talmente innamorati della «canaglia degli interessi materiali» che si opposero con le mani e coi piedi «al primo alito dello spirito del mondo» e al suo «ordine del giorno estremamente semplice».

Era comunque un compenso alquanto problematico alla perdita di uomini come Becker e Miquel quel tale Gustav Levy, commerciante di Colonia, che nella primavera del 1856 si presentò a Marx per offrirgli pari pari un’insurrezione nelle fabbriche di Iserlohn, Solingen ecc. Marx si espresse molto aspramente contro questa pazzia inutile e pericolosa; fece dire da Levy agli operai, su mandato vero o presunto dei quali egli era venuto, di inviare di nuovo qualcuno a Londra dopo qualche tempo, ma di non fare nulla senza accordo preventivo.

Di fronte all’altro mandato che Levy pretendeva di aver avuto dagli operai di Düsseldorf, Marx non rispose con un rifiuto altrettanto deciso: quando cioè questi lo mise in guardia contro Lassalle, dicendo che era un individuo malsicuro, che dopo l’esito vittorioso del processo Hatzfeldt viveva sotto il giogo vergognoso della contessa, si faceva mantenere da lei, voleva andare con lei a Berlino, per crearle una corte di letterati, e gettava via gli operai come strumenti già sfruttati, per passare dalla parte della borghesia, e altre chiacchiere del genere. Questa volta si può dubitare a buon diritto del fatto che degli operai renani abbiano mandato a Marx una siffatta ambasciata, perché gli stessi operai pochi anni dopo annunciarono con solenni manifesti e con appelli festosi che la casa di Lassalle a Düsseldorf nel periodo del terrore bianco del decennio tra il 1850 e il 1860 era stata «l’asilo sicuro dei più intrepidi e decisi sostenitori del partito». È più che verosimile che il messaggero si sia inventato di testa sua l’ambasciata; quel brav’uomo era adirato al massimo con Lassalle, perché questi, alla sua richiesta di un prestito di 2.000 talleri, gliene aveva accordati solo 500.

Se Marx fosse stato informato di ciò, avrebbe sicuramente mantenuto di fronte a questo Levy il più assoluto riserbo. Ma l’informazione stessa era già tale da far nascere i maggiori sospetti. Marx era rimasto con Lassalle in contatto epistolare non certo frequente, ma tuttavia ininterrotto; aveva trovato sempre in lui, sia personalmente che politicamente, un amico e un compagno di partito fidato; anzi, aveva egli stesso lottato contro la diffidenza che ai tempi della Lega dei Comunisti era comunque esistita contro Lassalle nei circoli degli operai renani a causa del fatto che egli era implicato nell’affare Hatzfeldt. Ancora appena un anno prima, quando Lassalle gli scrisse da Parigi, gli aveva risposto in maniera assolutamente cordiale:

«Naturalmente sono sorpreso di saperti così vicino a Londra, senza che tu pensi di venir qua sia pure per pochi giorni. Spero che ci rifletterai ancora e che ti accorgerai quanto il viaggio da Parigi a Londra sia breve e costi poco. Se le porte della Francia non fossero sbarrate per me, ti farei una sorpresa a Parigi».

Così mal si spiega che Marx abbia comunicato a Engels le sciocche chiacchiere di Levy, e vi abbia aggiunto:

«Questi non sono che fatti singoli, colti al volo e annotati saltuariamente. Tutto l’insieme ha fatto su di me e su Freiligrath un’impressione definitiva per quanto io fossi favorevolmente prevenuto nei confronti di Lassalle e diffidente dei riguardi delle chiacchiere degli operai».IX.11

A Levy aveva detto che era impossibile giungere a una decisione sulla base del resoconto di una sola parte, ma che in ogni caso era utile stare in guardia; si sorvegliasse Lassalle, ma evitando per il momento ogni scandalo pubblico. Ed Engels fu d’accordo, con alcune osservazioni che sulla sua bocca colpiscono meno, dato che conosceva Lassalle meno di Marx. Era un peccato per lui, dato il suo grande talento, ma queste cose passavano davvero ogni limite. Lassalle era sempre un tipo dal quale bisognava stare maledettamente in guardia; da vero ebreo del confine slavo, era sempre all’erta per sfruttare ciascuno per i suoi scopi personali, sotto pretesti di partito.

Così Marx interruppe la sua corrispondenza con quell’uomo che qualche anno più tardi poteva scrivergli con tutta verità: tu non hai in Germania un altro amico come me.

4. La crisi del 1857

Quando nell’autunno del 1850 Marx ed Engels si ritirarono dalle lotte pubbliche e dalla vita di partito, avevano dichiarato:

«Una nuova rivoluzione è possibile soltanto in seguito a una nuova crisi. Ma è anche altrettanto sicura quanto questa».

Da allora essi avevano spiato, e ogni anno più impazientemente, i segni di una nuova crisi. Liebknecht racconta che Marx la prediceva talvolta e che gli amici lo stuzzicavano in proposito: ma quando nel 1857 essa venne sul serio, Marx fece effettivamente annunciare a Wilhelm Wolff da parte di Engels che avrebbe dimostrato che normalmente essa sarebbe dovuta scoppiare due anni prima.

Essa cominciò negli Stati Uniti, e i suoi prodromi furono avvertiti da Marx per il fatto che la New York Tribune lo mise a mezza paga. Il colpo lo toccò tanto più duramente in quanto nella nuova abitazione si era installata già la vecchia miseria o una miseria ancora maggiore. Qui Marx non poteva «tirare avanti da un giorno all’altro come in Dean Street», senza prospettive e con spese familiari sempre crescenti. «Non so proprio che devo fare, e sono davvero in una situazione disperata più che cinque anni fa», scriveva a Engels il 20 gennaio 1857. E questi fu colpito dalla notizia «come da un fulmine a ciel sereno»,IX.12 ma si affrettò a dare il suo aiuto e si lamentò soltanto perché Marx non aveva scritto due settimane prima: si era appena comprato un cavallo, per il quale suo padre gli aveva mandato il denaro necessario come regalo di Natale. «Mi dà proprio fastidio che io debba qui mantenere un cavallo mentre a Londra tu stai nei guai con la tua famiglia».IX.13 E fu molto contento quando, un paio di mesi dopo, Dana chiese a Marx di collaborare, in particolare anche con articoli militari, a un’enciclopedia da lui pubblicata. La faccenda capitava per lui «proprio a punto» e gli faceva «un piacere immenso»,IX.14 perché sarebbe stata un enorme aiuto per liberare Marx dalle sue eterne necessità finanziarie; questi doveva soltanto prendere più voci che poteva, e organizzare a poco a poco una redazione.

Di questo non si fece nulla, se non altro per mancanza di persone. E del resto la cosa si dimostrò non tanto brillante quanto Engels aveva supposto; il compenso alla fine risultò di nemmeno un penny a riga, e sebbene molte cose potessero anche essere soltanto lavoro di seconda mano, però Engels era troppo coscienzioso per sbrigarsela a cuor leggero. Quello che ne trapela nel loro carteggio, non giustifica in alcun modo il giudizio sprezzante che Engels pronunciò più tardi sopra queste voci redatte in parte da Marx in parte da lui: «Puro lavoro commerciale e non altro, possono tranquillamente restare sepolte». A poco a poco questa attività, pur sempre secondaria, cessò, e pare che la collaborazione regolare dei due amici all’enciclopedia non si sia estesa oltre la lettera C.

Essa venne sin dal principio ostacolata notevolmente dal fatto che nell’estate del 1857 Engels fu colpito da una malattia glandolare, che lo costrinse a recarsi per un periodo alquanto lungo al mare. Anche per Marx le cose non andavano bene. I suoi dolori al fegato si manifestarono in un nuovo attacco così violento che egli poté compiere i lavori necessari soltanto grazie a uno sforzo immenso. Nel luglio sua moglie partorì un bambino nato morto, in condizioni che fecero una terribile impressione sulla sua fantasia e lo ossessionarono con un ricordo tormentoso; «Bisogna che ti vada assai male prima che tu scriva così»,IX.15 rispondeva Engels spaventato, ma Marx rimandava tutto a una spiegazione a voce, perché non poteva scrivere su queste cose.

Ma ogni guaio personale fu subito dimenticato quando in autunno la crisi passò in Inghilterra e poi anche sul continente.

«Per quanto mi trovi personalmente in financial distress, dal 1849 non mi sono mai sentito tanto cosy come con questo outbreak»,IX.16

scriveva Marx il 13 novembre a Engels. E questi, due giorni dopo, si dimostrava soltanto preoccupato del fatto che gli sviluppi di essa potessero precipitare.

«Sarebbe desiderabile che, prima che arrivasse un secondo colpo decisivo, si verificasse questo “miglioramento” che rendesse la crisi, da acuta, cronica. La pressione cronica è necessaria per un certo tempo per riscaldare il popolo. Il proletariato in questo caso colpisce meglio, con una migliore connaissance de cause e con maggiore accordo; proprio come un attacco di cavalleria riesce molto meglio quando i cavalli abbiano dovuto trottare per un 500 passi, prima di arrivare alla carica. Non vorrei che scoppiasse qualcosa troppo presto, prima che tutta l’Europa ne fosse contagiata; la lotta dopo sarebbe più dura, più noiosa e più indecisa. Quasi quasi maggio o giugno sarebbe ancora troppo presto. Per la lunga prosperità le masse debbono essere cadute in profondo letargo… Per il resto sto come stai tu. Da quando c’è stato il crollo a New York, non stavo più tranquillo a Jersey, e mi sento allegrissimo in questo general downbreak.IX.17 Questa schifezza borghese degli ultimi sette anni mi si era in certo qual modo attaccata addosso, ora mi sento lavato, e torno ad essere un altro uomo. Fisicamente la crisi mi farà bene quanto un bagno di mare, me n’accorgo fin d’ora. Nel 1848 dicevamo: ora viene il momento nostro, e in a certain sense è venuto, ma questa volta viene in pieno, si tratta di vita o di morte».IX.18

Non si trattò di vita o di morte. La crisi ebbe a suo modo un effetto rivoluzionario, ma diverso da quanto Marx ed Engels supponevano. Non che loro si fossero abbandonati a sognare speranze utopistiche; essi studiavano anzi con estrema cura di giorno in giorno il decorso della crisi, e il 18 dicembre Marx scriveva:

«Lavoro moltissimo. Per lo più fino alle 4 del mattino. Perché è un lavoro doppio: 1) elaborazione delle linee fondamentali dell’economia. (È assolutamente necessario andare al fondo della questione per il pubblico, e per me, individually, to get rid of this nightmare.)IX.19 2) La crisi attuale. Su di essa, oltre agli articoli per la Tribune, mi limito a prendere appunti, cosa che però richiede un tempo notevole. Penso che aboutIX.20 in primavera potremo scrivere insieme un pamphlet sulla faccenda, a mo’ di riapparizione davanti al pubblico tedesco, per dire che siamo sempre qui, always the sameIX.21».IX.22

Poi, di questo opuscolo, non se ne fece nulla, perché la crisi non mise in movimento le masse, ma proprio per questo Marx ebbe l’agio di eseguire la parte teorica del suo piano.

Dieci giorni prima la signora Marx aveva scritto a Konrad Schramm ormai morente, a Jersey:

«Sebbene noi risentiamo parecchio nella nostra borsa gli effetti della crisi americana, in quanto Karl scrive soltanto una volta alla settimana invece di due per la Tribune, che ha licenziato tutti i corrispondenti europei eccetto Bayard Taylor e Karl, tuttavia Lei può bene immaginarsi quanto il Moro sia su d’umore. È tornata tutta la sua vecchia capacità e facilità di lavoro, e anche la freschezza e la serenità dello spirito, che da anni era stata spezzata, da quando avemmo quel grande dolore, la perdita del nostro bimbo prediletto, che farà sempre triste il mio cuore. Karl lavora di giorno per provvedere al pane quotidiano, di notte per portare a termine la sua Economia. Ora che questo lavoro è divenuto una necessità, si troverà anche un miserabile editore».

E lo si trovò, grazie alle premure di Lassalle.

Nell’aprile del 1857 egli aveva scritto a Marx, col vecchio tono amichevole d’una volta, meravigliato, sì, che Marx avesse per tanto tempo lasciato dormire la loro corrispondenza, ma senza sospettare il perché. Sebbene Engels consigliasse di rispondere a questa lettera, Marx non lo fece. Nel dicembre dello stesso anno Lassalle scrisse di nuovo, per un motivo esterno: suo cugino Max Friedländer lo aveva pregato di invitare Marx a collaborare alla Wiener Presse, alla cui redazione Friedländer apparteneva. Ora Marx rispose, respingendo l’offerta di Friedländer, poiché egli era, sì, «antifrancese», ma non meno «antinglese» e meno che mai poteva scrivere a favore di Palmerston. Ma alla confessione di Lassalle, di essere addolorato, per quanto estraneo a ogni sentimentalismo, per non aver avuto nessuna risposta alla sua lettera dell’aprile, Marx rispose «brevemente e freddamente» che non aveva risposto per motivi che difficilmente si potevano mettere per iscritto. Per il resto aggiungeva soltanto poche righe, comunicandogli che pensava di pubblicare un’opera di economia.

Nel gennaio del 1858 arrivò a Londra una copia dell’Eraclito di Lassalle, il cui invio era stato annunciato dall’autore nella sua lettera del dicembre, insieme con alcune osservazioni sull’entusiastica accoglienza che la sua opera aveva avuto nel mondo culturale di Berlino. Già la tassa postale di due scellini «gli assicurò una cattiva accoglienza». Ma anche sul contenuto Marx giudicò alquanto sfavorevolmente. La «enorme esibizione» di erudizione non gli incuteva soggezione; pensava che costasse poco ammucchiare citazioni quando si aveva tempo e denaro e ci si poteva far mandare a casa i libri dalla biblioteca universitaria di Bonn; avvolto in questo orpello filosofico Lassalle si muoveva proprio con la grazia di chi porti per la prima volta un vestito elegante. Questo significava giudicare troppo ingiustamente dell’effettiva dottrina di Lassalle, tuttavia si spiega benissimo che Marx si sentisse sfavorevolmente impressionato dal libro per lo stesso motivo per il quale secondo lui si erano rallegrati i grossi professori, cioè perché trovava un carattere così «antico» in un uomo così giovane che passava per un grande rivoluzionario. Era noto che la maggior parte dell’opera era stata scritta dieci anni prima della sua pubblicazione.

Nemmeno dalla risposta «breve e fredda» alla sua lettera di rimostranze, Lassalle si era accorto che c’era qualche cosa che non andava. Egli – palesemente in buona fede e non appositamente, come Marx sospettò – intese la necessità di una spiegazione verbale nel senso innocente che Marx volesse raccontargli qualche cosa per cui ci dovessero entrare affari privati. Nel febbraio del 1858 egli rispose con tutto candore, descrisse drasticamente le vertigini d’entusiasmo della borghesia di Berlino per il fidanzamento del principe ereditario prussiano con una principessa inglese, e per il resto si offrì di trovare un editore per il libro di economia politica. Marx accettò, e già alla fine di marzo Lassalle aveva pronto il contratto col suo stesso editore, Franz Duncker, e anche a condizioni più favorevoli di quanto Marx avesse preteso. Questi voleva perfino che l’opera uscisse a dispense, ed era pronto a rinunciare a ogni compenso per le prime dispense. Ma Lassalle gli garantì sin dal principio tre federici d’oro – il normale compenso per un professore ammontava a due federici soltanto – per ogni foglio di stampa. Soltanto per il caso che la vendita non coprisse le spese, l’editore si riservava di rifarsi sulla terza dispensa. Ma ci vollero ancora più di nove mesi prima che Marx venisse a capo del manoscritto della prima dispensa. Nuovi attacchi di fegato e preoccupazioni familiari gli impedivano di finirlo. A Natale del 1858 la casa aveva un’aria «più cupa e più triste che mai». Il 21 gennaio 1859 il «disgraziato manoscritto» era pronto, ma non c’era «un centesimo» per affrancarlo e assicurarlo.

«Non credo che nessuno abbia mai scritto sul denaro con una tale mancanza di denaro. La maggior parte degli autores su questo subject erano in pace assoluta col subject of their researches».IX.23

Così scriveva Marx a Engels, nel chiedergli il denaro necessario per la spedizione.

5. «Per la critica dell’economia politica»

Il piano di una grande opera di economia politica che dovesse indagare a fondo il modo di produzione capitalistico era vecchio di circa quindici anni, quando Marx cominciò a eseguirlo praticamente. Egli lo aveva meditato già nel periodo precedente alla rivoluzione, e lo scritto contro Proudhon era stato un primo anticipo. Dopo aver partecipato alle lotte degli anni della rivoluzione, Marx l’aveva subito ripreso e già il 2 aprile 1851 aveva annunciato a Engels:

«Sono tanto avanti che entro cinque settimane sarò pronto con tutta la merda economica. Et cela fait, porterò a termine a casa il lavoro sull’Economia, e nel British Museum mi butterò su di un’altra scienza. Ça commence à m’ennuyer. Au fond! questa scienza da A. Smith e D. Ricardo in poi non ha più fatto progressi, per quanto molto si sia fatto in singole ricerche, spesso molto delicate».IX.24

Engels rispondeva tutto gioioso:

«Sono contento che tu abbia finalmente finito con l’Economia. La cosa si è trascinata davvero troppo per le lunghe, e finché tu hai ancora da leggere un libro che tu ritenga importante, non ti metti mai a scrivere».IX.25

Egli inclinava sempre al parere che oltre a tutti gli altri impedimenti, «la ragione prima del ritardo» risiedesse sempre negli «scrupoli personali» dell’amico.

Questi scrupoli non erano, a dire il vero – e in fondo non lo pensava neppure Engels – di natura superficiale. E perché nel 1851 Marx si decidesse non a conchiudere, ma a ricominciare da capo, lo ha spiegato lui stesso, nella prefazione al primo fascicolo, con queste parole:

«La enorme quantità di materiali per la storia dell’economia politica che sono accumulati nel Museo Britannico, il fatto che Londra è un punto favorevole per l’osservazione della società borghese, infine la nuova fase di sviluppo in cui questa società sembrava essere entrata con la scoperta dell’oro dell’Australia e della California».IX.26

E se egli aggiungeva che la sua collaborazione durata ormai otto anni alla New York Tribune aveva reso inevitabile una straordinaria dispersione dei suoi studi, bisognerebbe completare dicendo che questa attività lo riconduceva fino a un certo punto in quella lotta politica che era sempre in cima ai suoi pensieri. Era proprio la prospettiva del ridestarsi del movimento rivoluzionario degli operai a spingerlo a tavolino, per mettere finalmente per iscritto quello su cui in tutti questi anni egli non aveva cessato di meditare.

Di questo ci dà un’eloquente testimonianza il suo Carteggio con Engels, nel quale la discussione di questioni economiche non cessa mai, ma anzi si estende in trattazioni che si possono appunto definire «molto delicate». E come in esse si configuri lo scambio di opinioni tra i due amici lo mostrano alcune loro espressioni occasionali. Engels parlò una volta della sua «nota pigrizia in fatto di teoria» che, malgrado gli intimi rimbrotti del suo io migliore si quietava senza andare al fondo della questione, mentre Marx un’altra volta, allorché un industriale lo salutò con la «divertente» osservazione che lui stesso doveva essere stato un industriale, non poteva trattenersi dal sospirare: «Se soltanto la gente sapesse quanto poco io conosco di tutta questa roba».

Se, com’è giusto, in tutti e due i casi si fa la tara all’esagerazione umoristica, resta il fatto che Engels conosceva più esattamente l’intimo meccanismo della società borghese, ma Marx sapeva indagarne con maggiore acume di pensiero le leggi di movimento. Quando egli espose all’amico il piano del primo fascicolo, Engels rispose: «È in realtà un abbozzo molto astratto, e non si poteva neppure evitarlo data la sua brevità, e spesso debbo ricercarmi faticosamente i nessi dialettici, perché non ho più familiarità col ragionamento astratto». Marx invece faticava alquanto a ritrovarsi nelle risposte di Engels alle sue domande sul modo in cui gli industriali e i commercianti calcolavano la parte dell’incasso che consumavano essi stessi, o sul logorio delle macchine o sul calcolo degli interessi del capitale circolante anticipato. Egli si lamentava del fatto che nell’economia politica quello che era praticamente interessante e quello che era teoricamente necessario divergevano di molto.

Che Marx abbia cominciato a elaborare per iscritto la sua opera soltanto nel 1857 e nel 1858, risulta anche dal fatto che il piano gli si veniva mutando tra mano. Ancora nell’aprile del 1858 egli voleva trattare nel primo fascicolo «il capitale in generale», ma sebbene il fascicolo crescesse di due o tre volte rispetto all’ampiezza preventivata, in esso non c’era ancora nulla sul capitale, ma soltanto due capitoli su merce e denaro. Marx vi vedeva il vantaggio che la critica non si sarebbe potuta limitare a semplici ingiurie tendenziose, ma gli sfuggiva che tanto più le si metteva a portata di mano l’arma efficace del più assoluto silenzio.

Nella prefazione egli dava un rapido cenno del proprio svolgimento scientifico, e le note frasi nelle quali egli compendiava il materialismo storico non possono essere taciute qui.

«La mia ricerca [sulla filosofia del diritto di Hegel] arrivò alla conclusione che tanto i rapporti giuridici quanto le forme dello stato non possono essere comprese né per se stesse né per la cosiddetta evoluzione generale dello spirito umano, ma hanno le loro radici, piuttosto, nei rapporti materiali dell’esistenza, il cui complesso viene abbracciato da Hegel, seguendo l’esempio degli inglesi e dei francesi del secolo XVIII, sorto il termine di “società civile”; e che l’anatomia della società civile è da cercare nell’economia politica… Il risultato generale al quale arrivai e che, una volta acquisito, mi servì da filo conduttore nei miei studi, può essere brevemente formulato così: nella produzione sociale della loro esistenza, gli uomini entrano in rapporti determinati, necessari, indipendenti dalla loro volontà, in rapporti di produzione, che corrispondono a un determinato grado di sviluppo delle loro forze produttive materiali. L’insieme di questi rapporti di produzione costituisce la struttura economica della società, ossia la base reale sulla quale si eleva una soprastruttura giuridica e politica e alla quale corrispondono forme determinate della coscienza sociale. Il modo di produzione della vita materiale condiziona, in generale, il processo sociale, politico e spirituale della vita. Non è la coscienza degli uomini che determina il loro essere, ma è, al contrario, il loro essere sociale che determina la loro coscienza. A un dato punto del loro sviluppo, le forze produttive materiali della società entrano in contraddizione con i rapporti di produzione esistenti, cioè con i rapporti di proprietà (il che è l’equivalente giuridico di tale espressione) dentro dei quali esse forze per l’innanzi s’erano mosse. Questi rapporti da forme di sviluppo delle forze produttive, si convertono in loro catena. E allora subentra un’epoca di rivoluzione sociale. Con il cambiamento della base economica si sconvolge più o meno rapidamente tutta la gigantesca soprastruttura. Quando si studiano simili sconvolgimenti, è indispensabile distinguere sempre fra lo sconvolgimento materiale delle condizioni economiche della produzione, che può essere constatato con la precisione delle scienze naturali, e le forme giuridiche, politiche, religiose, artistiche o filosofiche, ossia le forme ideologiche, che permettono agli uomini di concepire questo conflitto e di combatterlo. Come non si può giudicare un uomo dall’idea che egli ha di sé stesso, così non si può giudicare una simile epoca di sconvolgimento dalla coscienza che ha di sé stessa; occorre invece spiegare questa coscienza con le contraddizioni della vita materiale, con il conflitto esistente tra le forze produttive della società e i rapporti di produzione. Una formazione sociale non perisce finché non si siano sviluppate tutte le forze produttive a cui può dare corso; nuovi superiori rapporti di produzione non subentrano mai, prima che siano maturate in seno alla vecchia società le condizioni materiali della loro esistenza. Ecco perché l’umanità non si propone se non quei problemi che può risolvere, perché, a considerare le cose dappresso, si trova sempre che il problema sorge solo quando le condizioni materiali della sua soluzione esistono già o almeno sono in formazione. A grandi linee, i modi di produzione asiatico, antico, feudale e borghese moderno, possono essere designati come epoche che marcano il progresso della formazione economica della società. I rapporti di produzione borghesi sono l’ultima forma antagonistica del processo di produzione sociale; antagonistica non nel senso di un antagonismo individuale, ma di un antagonismo che sorga dalle condizioni di vita sociali degli individui. Ma le forze produttive che si sviluppano nel seno della società borghese creano in pari tempo le condizioni materiali per la soluzione di questo antagonismo. Con questa formazione sociale si chiude dunque la preistoria della società umana».IX.27

Nello stesso fascicolo, che egli intitolò Per la critica dell’economia politica, Marx compì il passo decisivo oltre l’economia borghese, quale si era sviluppata a opera di Adam Smith e David Ricardo. Essa culminava nella determinazione del valore delle merci per mezzo del tempo di lavoro, ma, in quanto considerava la produzione borghese come la forma naturale eterna della produzione sociale, supponeva nella produzione del valore una proprietà naturale del lavoro umano, quale è data nel lavoro individuale concreto del singolo uomo, e andava a finire in una serie di contraddizioni che non era in grado di risolvere. Marx invece vedeva nella produzione borghese non la forma naturale eterna, ma soltanto una determinata forma storica di produzione sociale, che era stata preceduta da tutta una serie di altre forme. Muovendo da questa considerazione, Marx sottopose a un esame radicale la proprietà del lavoro di produrre valore; egli ricercò quale lavoro e perché e come produce valore, perché il valore non è altro che lavoro coagulato di questo

Così arrivò al punto intorno a cui si muove la comprensione dell’economia politica: il duplice carattere che il lavoro ha nella società borghese. Il lavoro individuale concreto crea valori d’uso, il lavoro indifferenziato, sociale crea valori di scambio. In quanto produce valori d’uso, il lavoro è proprio a tutte le forme sociali; in quanto attività volta nell’una o nell’altra forma all’appropriazione di quanto esiste in natura, il lavoro è condizione naturale dell’esistenza umana, una condizione indipendente da tutte le forme sociali del ricambio materiale tra uomo e natura. Questo lavoro ha bisogno della materia come di sua premessa, e così non è l’unica fonte di quanto esso produce, cioè della ricchezza materiale. Per quanto il rapporto tra lavoro e materia naturale sia diverso nei diversi valori d’uso, però il valore d’uso contiene sempre un substrato naturale.

Diversamente avviene per il valore di scambio. Esso non contiene nessuna materia naturale, ma il lavoro è la sua unica fonte, e con ciò anche l’unica fonte della ricchezza, che consiste di valori di scambio. In quanto valore di scambio un valore d’uso ha altrettanto valore quanto un altro, supposto che esista in giuste proporzioni.

«Il valore di scambio. di un palazzo può essere espresso in un numero determinato di scatole di lucido da scarpe. Ma al contrario i fabbricanti di lucido da scarpe di Londra hanno espresso in palazzi il valore di scambio delle loro molteplici scatole».

In quanto si scambiano merci, del tutto indifferentemente al loro modo di esistenza naturale e senza riguardo ai bisogni che esse devono soddisfare, esse, nonostante la loro variopinta apparenza, rappresentano la stessa unità: esse sono risultati di lavoro uguale, indifferenziato, «per il quale è altrettanto indifferente di comparire in oro, ferro, cereali, seta, quanto lo è all’ossigeno di comparire nella ruggine del ferro, nell’atmosfera, nel succo della vite o nel sangue dell’uomo». Se la differenza dei valori d’uso deriva dalla differenza del lavoro che produce i valori d’uso, il lavoro che pone valori di scambio è indifferente alla materia particolare del lavoro stesso. Esso è lavoro uguale, indifferenziato, astrattamente universale, che si differenzia non più per il modo ma solo per la misura, per le differenti quantità che esso oggettiva in valori di scambio di differente grandezza. Le differenti quantità di lavoro universale astratto hanno la loro unica misura nel tempo, che ha la sua unità di misura nelle misure naturali del tempo, ora, giorno, settimana e così via. Il tempo di lavoro è resistenza vivente del lavoro, indifferente alla sua forma, al suo contenuto, alla sua individualità. In quanto valori di scambio, tutte le merci sono soltanto determinate quantità di tempo di lavoro coagulato. Il tempo di lavoro oggettivato nei valori d’uso è la sostanza che li rende valori di scambio e perciò merci, in questo essa misura la loro determinata grandezza di valore.

Il suo duplice carattere è una forma sociale del lavoro, che è propria alla produzione di merci. Nel comunismo primitivo, che si trova alle soglie della storia di tutti i popoli civili, il lavoro singolo era immediatamente inserito nell’organismo sociale. Nelle servitù e nelle prestazioni in natura del Medioevo la particolarità e non l’universalità del lavoro costituiva il suo legame sociale. Nella famiglia rurale-patriarcale, nella quale le donne filavano e gli uomini tessevano per i bisogni stessi della famiglia, il filo e la tela erano prodotti sociali, filare e tessere erano lavori sociali entro i limiti della famiglia. Il complesso familiare con la sua naturale divisione del lavoro imprimeva sul prodotto del lavoro il proprio sigillo particolare: filo e tela non si scambiavano l’uno contro l’altra come espressioni indifferenziate ed equivalenti dello stesso tempo di lavoro universale. Soltanto con la produzione di merci il lavoro singolo diventa lavoro sociale, per il fatto che assume la forma del suo immediato antagonismo, la forma dell’universalità astratta.

Ora la merce è unità immediata di valore d’uso e valore di scambio. Il vero rapporto delle merci l’una con l’altra è il processo di scambio. In questo processo, nel quale entrano individui indipendenti l’uno dall’altro, la merce deve configurarsi nello stesso tempo come valore d’uso e di scambio, come lavoro particolare che soddisfa particolari bisogni, e come lavoro universale che è scambiabile contro uguali quantità di lavoro universale. Il processo di scambio delle merci deve sviluppare e risolvere la contraddizione per cui il lavoro individuale, che è oggettivato in una merce particolare, deve avere immediatamente il carattere dell’universalità.

In quanto valore di scambio, ogni singola merce diviene misura del valore di tutte le altre merci. Ma viceversa, ogni singola merce, nella quale tutte le altre merci misurano il proprio valore, diviene esistenza adeguata del valore di scambio, e così il valore di scambio diviene una particolare merce esclusiva, che con la riduzione di tutte le altre merci a essa oggettiva immediatamente il tempo di lavoro universale del denaro. Così in una sola merce è risolta la contraddizione che la merce in quanto tale racchiude, di essere, in quanto particolare valore d’uso, equivalente universale e perciò valore d’uso per ciascuno, valore d’uso universale. E questa sola merce è il denaro.

Nel denaro in quanto merce particolare si cristallizza il valore di scambio delle merci. La cristallizzazione denaro è un prodotto necessario del processo di scambio, nel quale diversi prodotti di lavoro vengono effettivamente equiparati l’uno all’altro e perciò effettivamente trasformati in merci. Essa si è sviluppata istintivamente per via storica. Il baratto diretto, la forma naturale del processo di scambio, rappresenta l’iniziale trasformazione del valore d’uso in merci, piuttosto che delle merci in denaro. Quanto più il valore di scambio si sviluppa e quanto più i valori d’uso diventano merci, quanto più dunque il valore di scambio acquista una figura indipendente e non è più direttamente legato al valore d’uso, tanto più spinge alla formazione del denaro. Inizialmente esercitano la funzione di denaro una merce o anche più merci di più universale valore d’uso, bestiame, cereali, schiavi. Hanno alternativamente esercitato la funzione del denaro merci differentissime, più o meno disadatte. Se infine questa funzione passò ai metalli nobili, fu per il motivo che i metalli nobili possiedono le necessarie qualità fisiche della merce particolare nella quale si deve cristallizzare l’esser denaro di tutte le merci, quali risultano direttamente dalla natura del valore di scambio: durevolezza del loro valore d’uso, suddivisibilità a piacere, uniformità delle parti e mancanza di differenza tra tutti gli esemplari di questa merce.

Tra i metalli nobili è di nuovo l’oro che sempre più diventa l’esclusiva merce-denaro. Esso serve come misura dei valori e come scala dei prezzi, serve come mezzo di circolazione delle merci. Per mezzo del salto mortaleIX.28 della merce che diventa oro, il lavoro particolare in essa accumulato si afferma in quanto lavoro astratto universale, in quanto lavoro sociale; se questa sua transustanziazione non riesce, essa ha fallito la sua esistenza non soltanto in quanto merce ma anche in quanto prodotto, perché essa è merce soltanto in quanto non ha alcun valore d’uso per il suo possessore.

Così Marx dimostrava come e perché, grazie alla proprietà di valore in essa inerente, la merce e lo scambio delle merci devono generare il contrasto di merce e denaro; nel denaro, che si presenta come una cosa naturale con particolari proprietà, egli riconosceva un rapporto di produzione sociale e mostrava che le confuse spiegazioni del denaro degli economisti moderni derivavano dal fatto che quello che essi pensavano goffamente di aver in mano come una cosa compariva come rapporto sociale e ora quello che avevano appena fissato come rapporto sociale, li stuzzicava poi di nuovo come cosa.

La pienezza della luce che promanava da questa indagine critica, da principio accecò più che illuminare anche gli amici dell’autore. Liebknecht pensava di non essere stato mai tanto deluso da nessuna opera quanto da questa, e Miquel vi trovò «poco di veramente nuovo». Lassalle fece delle osservazioni molto belle sulla efficacia artistica del fascicolo, che poneva senza invidia al di sopra della forma dell’Eraclito, ma quando Marx derivò da queste frasi il sospetto che Lassalle non avesse capito «molto di economico», questa volta era sulla via giusta. Lassalle mostrò subito di non aver riconosciuto proprio il punto saliente, la differenza tra il lavoro che risulta in valori d’uso e il lavoro che risulta in valori di scambio.

Se questo avvenne quando la cosa era ancor fresca, che doveva essere quando essa non era più tale? Engels, a dire il vero nel 1885, diceva che Marx aveva fondato la prima esauriente teoria del denaro, e che essa era stata accolta da tutti col silenzio, ma sette anni dopo nel Dizionario di scienze politiche, l’opera classica dell’economia borghese, apparve un articolo sul denaro che per cinquanta colonne ripeteva le vecchie chiacchiere e, senza neppure citare Marx, dichiarava che l’enigma del denaro non era ancora stato risolto.

E come poteva non restare impenetrabile il denaro per un mondo di cui esso è divenuto il dio?

X - Rivolgimenti dinastici

1. La guerra italiana

La crisi del 1857 non era sfociata nella rivoluzione proletaria che da essa Marx ed Engels avevano sperato. Ma non per questo essa mancò di effetti rivoluzionari, anche se questi si produssero soltanto nella forma di rivolgimenti dinastici. Sorse un regno d’Italia, e poi un impero tedesco, mentre l’impero francese andava sommerso e scompariva senza lasciar tracce.

Questo cambiamento si spiegava col duplice fatto che la borghesia non combatte mai da sé le sue battaglie rivoluzionarie, e che d’altra parte, dopo la rivoluzione del 1848, le era passata la voglia di farle combattere dal proletariato. In questa rivoluzione, e specialmente nelle lotte parigine di giugno, gli operai avevano rinunciato alla tradizionale abitudine di servire semplicemente come carne da cannone alla borghesia, e avevano preteso di avere almeno una parte dei frutti della vittoria che essi avevano conquistato col loro sangue.

Così la borghesia, già negli anni della rivoluzione, aveva fatto la bella pensata di farsi togliere le castagne dal fuoco da un’altra forza, invece che dal proletariato, diventato diffidente e malfido; e questo soprattutto in Germania e in Italia, cioè in quei paesi nei quali ancora si doveva cominciare col creare lo stato nazionale, del quale le forze produttive capitalistiche hanno bisogno per potersi dispiegare efficacemente. Veniva naturale l’offrire il dominio su tutto il paese al sovrano di una sua regione, se egli in cambio dava alla borghesia campo libero per i suoi bisogni di sfruttamento e di espansione. In tal modo la borghesia, invero, doveva mettere in soffitta i suoi ideali politici e contentarsi di soddisfare soltanto i propri interessi economici, perché invocando l’aiuto del sovrano essa si sottometteva al suo dominio.

Erano infatti proprio gli stati regionali più reazionari quelli ai quali, già negli anni della rivoluzione, la borghesia aveva cercato di fare l’occhiolino: in Italia il regno di Sardegna, quello stato regionale «gesuitico-militare» dove, secondo la maledizione del poeta tedesco, «mercenari e preti succhiavano insieme il sangue del popolo»; in Germania il regno di Prussia, che stava sotto la cupa oppressione degli Junker delle terre d’oltr’Elba. Ma inizialmente né qua né là si arrivò allo scopo. Il re Carlo Alberto di Sardegna si atteggiò in realtà a «spada d’Italia», però sul campo di battaglia soccombette all’esercito austriaco e morì esule all’estero. Ma in Prussia il quarto Federico Guglielmo respinse la corona imperiale tedesca, che la borghesia tedesca gli metteva nel piatto, come un inconsistente cerchio impastato di fango, e del cadavere della rivoluzione preferì tentare una sporca spoliazione che però, a Olmütz, gli fu mandata a male, e neppure dalla spada, bensì dalla frusta austriaca.

La stessa prosperità industriale di fronte alla quale si era esaurita la rivoluzione del 1848 era diventata però una leva potente per far avanzare la borghesia in Germania e in Italia e per porre a essa l’unità nazionale come una necessità sempre più urgente. Quando poi la crisi del 1857 rammentò la caducità di ogni splendore capitalistico, le cose cominciarono a precipitare. Dapprima in Italia, ciò che tuttavia non si spiega col fatto che qui il capitalismo si fosse sviluppato più che in Germania. Anzi, il contrario! In Italia la grande industria ancora non esisteva affatto, e il contrasto fra borghesia e proletariato non era ancora così aspramente marcato da destare diffidenza reciproca. Non meno gravemente pesava sul piatto della bilancia il fatto che lo spezzettamento dell’Italia dipendeva da un dominio straniero, liberarsi dal quale era scopo comune di tutte le classi. L’Austria dominava direttamente in Lombardia e nel Veneto, indirettamente anche sull’Italia centrale, le cui piccole corti obbedivano agli ordini della Corte Imperiale di Vienna. La lotta contro questo dominio straniero continuava senza soste fin dal terzo decennio del secolo e aveva portato alle più crudeli misure di repressione, che provocavano la vendetta esasperata degli oppressi; il pugnale italiano era la conseguenza inevitabile del bastone austriaco.

Ma tutti gli attentati, le sommosse e le congiure non riuscivano a spuntarla contro lo strapotere asburgico, e contro di esso erano fallite le sollevazioni italiane anche negli anni della rivoluzione. La promessa che l’Italia si sarebbe fatta per proprio conto (l’Italia farà da séX.1), si era dimostrata un’illusione. L’Italia aveva bisogno dell’aiuto esterno per liberarsi dal dominio austriaco, e rivolse il suo sguardo alla nazione sorella, la Francia. Lo spezzettamento dell’Italia come quello della Germania costituiva certo un vecchio principio della politica francese, ma l’avventuriero che in quel tempo sedeva sul trono francese era un uomo che accettava di trattare. Il secondo Impero diventava una farsa, se si teneva nei confini che le potenze straniere avevano tracciato al territorio francese dopo la caduta del primo Impero. Aveva bisogno di conquiste che il falso Bonaparte non poteva fare sulla via del vero Bonaparte. Egli doveva contentarsi di scopiazzare il suo preteso zio col cosiddetto «principio di nazionalità» e di atteggiarsi a messia delle nazioni oppresse, col presupposto che i suoi buoni servigi sarebbero stati pagati con ricche mance in terre e genti.

La situazione in cui egli si trovava, nel suo insieme, non gli permetteva di lanciarsi troppo. Non poteva condurre una guerra europea, per non parlare poi di una guerra rivoluzionaria; tutt’al più poteva infierire, con il superiore consenso dell’Europa, sul capro espiatorio di tutti, quale era stata la Russia al principio del sesto decennio del secolo, ed era, alla fine del decennio, l’Austria. La vergognosa amministrazione austriaca in Italia aveva finito per diventare lo scandalo d’Europa, e la casa di Asburgo si era inimicata a morte gli antichi soci della Santa Alleanza, la Prussia a causa di Olmütz, e la Russia a causa della guerra di Crimea: specialmente dell’aiuto russo Bonaparte era sicuro, in caso di un attacco contro l’Austria.

Inoltre le condizioni interne della Francia premevano affinché fosse dato nuovo lustro al bonapartismo mediante un’azione esterna. La crisi commerciale del 1857 aveva paralizzato l’industria francese, e il male era diventato cronico in seguito alle manovre del governo per impedire lo scoppio acuto della crisi, così che il ristagno del commercio francese si trascinò per anni. In tal modo tanto la borghesia che il proletariato diventavano ugualmente ribelli, e anche i contadini, l’effettivo sostegno del colpo di stato, cominciavano a mormorare; il tracollo dei prezzi dei cereali, dal 1857 al 1859, provocò le loro rimostranze perché l’agricoltura francese sarebbe diventata impossibile per i bassi prezzi e gli alti oneri che su di essa gravavano.

In questa situazione Bonaparte fu attivamente corteggiato da Cavour, primo ministro del regno di Sardegna, che aveva ripreso le tradizioni di Carlo Alberto, ma sapeva rappresentarle con un’abilità incomparabilmente maggiore. Tuttavia avendo a sua disposizione soltanto i mezzi impotenti della diplomazia, non andava avanti che lentamente, tanto più che il carattere di Bonaparte, indeciso nelle sue macchinazioni, rendeva difficile una rapida decisione. Per contro, il partito d’azione italiano seppe mettere rapidamente in moto questo liberatore di popoli. Il 14 gennaio 1858 a Parigi, l’Orsini e i suoi compagni di congiura lanciarono delle bombe a mano sulla carrozza imperiale, che fu crivellata da 76 schegge. I passeggeri, è vero, rimasero incolumi e l’uomo del dicembre, com’è costume in gente di tal fatta, rispose al terrore mortale istituendo un regime di terrore. Ma in tal modo rivelò soltanto che il suo dominio, dopo sette anni, poggiava ancora su piedi d’argilla, e una lettera che l’Orsini gli indirizzò dal carcere gettò nuova angoscia nel suo animo abietto. Vi era detto: «Non dimenticate che la pace dell’Europa e la Vostra saranno soltanto una chimera finché l’Italia non sarà indipendente». Ancora più chiaro l’Orsini deve essere stato in una seconda lettera. Nelle vicende della sua vita avventurosa Bonaparte era capitato una volta anche fra i congiurati italiani, e sapeva bene che con la loro vendetta non c’era da scherzare.

Perciò nell’estate del 1858 fece venire Cavour ai bagni di Plombières e concordò con lui la guerra contro l’Austria. La Sardegna avrebbe ottenuto la Lombardia e il Veneto e avrebbe arrotondato le sue frontiere fino a costituire un regno dell’alta Italia, in cambio avrebbe ceduto la Savoia e Nizza alla Francia. Era un mercanteggiamento diplomatico che in fondo aveva poco a che fare con la libertà e l’indipendenza dell’Italia. Sull’Italia centrale e meridionale non ci fu alcun accordo, anche se entrambe le parti avevano i loro secondi fini. Bonaparte non poteva sacrificare le tradizioni della politica francese fino al punto di favorire un’Italia unita; egli desiderava – anche soltanto per conservare il dominio papale – una confederazione delle dinastie italiane, che si sarebbero paralizzate a vicenda e avrebbero assicurato la preponderanza francese, e inoltre accarezzava anche il pensiero di creare nell’Italia centrale un regno per il cugino Girolamo. Cavour invece contava sul movimento nazionale, che gli avrebbe permesso di reprimere tutte le tendenze dinastico-particolaristiche, appena l’alta Italia fosse stata unificata in un più grande stato.

Il giorno di Capodanno del 1859, parlando all’ambasciatore austriaco a Parigi, Bonaparte scoprì i suoi piani, e pochi giorni dopo il re di Sardegna dichiarò di non essere insensibile al grido di dolore dell’Italia. Le minacciose parole furono intese a Vienna e la guerra si appressò rapidamente; il governo austriaco fu abbastanza inabile da lasciarsi spingere a fare la parte dell’aggressore. Nello stato semifallimentare in cui era, si trovò, aggredito dalla Francia e minacciato dalla Russia, in una situazione difficile dalla quale la tiepida amicizia dei tories inglesi non poteva trarlo fuori. Esso cercò tuttavia di tirare dalla propria parte la Confederazione Germanica, che a norma di trattato non era obbligata a intervenire in difesa dei possessi extratedeschi di uno stato confederato ma doveva essere attratta con lo slogan politico-militare che affermava che il Reno doveva essere difeso sul Po, in altre parole che mantenere il dominio austriaco in alta Italia era interesse nazionale vitale della Germania.

In Germania, dopo la crisi del 1857 e le sue conseguenze, era ugualmente iniziato un movimento nazionale, che però si distingueva, e non in meglio, da quello italiano. A esso mancava il pungolo del dominio straniero, e la borghesia tedesca aveva addosso dal 1848 una disperata paura del proletariato, che pure, a quel tempo, era per essa ancora ben poco pericoloso. Ma dalla battaglia parigina di giugno essa aveva tratto degli insegnamenti. Se fino al 1848 essa aveva visto il suo ideale nell’evoluzione della Francia, da allora giurava sull’Inghilterra, dove borghesia e proletariato sembravano andar d’accordo in sì piacevole armonia. Già il matrimonio del successore al trono prussiano con una principessa inglese aveva suscitato il suo più vivo entusiasmo, e quando poi, nell’autunno del 1858, il re malato di mente dovette cedere il potere al fratello, e questi, per motivi tutt’altro che liberali, nominò un governo moderatamente liberale, esplose quel «bovino tripudio per l’incoronazione» da parte della borghesia che Lassalle scherniva con la massima asprezza. Questa degna classe rinnegò i propri eroi del 1848, per non irritare il principe reggente, e non forzò la mano quando il nuovo ministero lasciò tutto come prima, ma anzi lanciò la famosa parola d’ordine: «soprattutto non forzate la mano!», proprio per paura che lo sfavore del nuovo signore potesse far svanire come un gioco d’ombre sul muro la «nuova era», che esisteva soltanto per sua grazia.

Con il raddensarsi del temporale della guerra le onde cominciarono ora a battere più alte in Germania. Il modo in cui Cavour faceva l’unità italiana aveva molto di allettante per la borghesia tedesca, perché essa aveva destinato da tempo allo stato prussiano quella parte che si era assunta la Sardegna. Ma l’attacco del nemico ereditario francese contro la prima potenza della Confederazione Germanica risvegliò apprensioni e ricordi che la resero di nuovo timorosa. Questo falso Bonaparte non riprendeva le tradizioni dell’autentico? Sarebbero ritornati i giorni di Austerlitz e di Jena, si sarebbe di nuovo udito in Germania il sinistro rumore delle catene del dominio straniero? I pennivendoli austriaci non si stancavano di evocare questi spettri terrificanti e di tratteggiare la futura immagine paradisiaca di una «grande potenza centro-europea» che, sotto la preponderanza dell’Austria, avrebbe compreso la Confederazione Germanica, l’Ungheria, i paesi danubiani slavo-romeni, l’Alsazia e la Lorena, l’Olanda e Dio sa che altro. Di fronte a questa propaganda anche il Bonaparte naturalmente sguinzagliò i suoi lacchè della penna, perché giurassero che all’animo sincero del loro padrone nulla era più estraneo che mirare alle sponde del Reno, e che con la guerra contro l’Austria egli perseguiva soltanto i più nobili scopi della civiltà.

In tale guazzabuglio di opinioni il borghesuccio ben pensante difficilmente si raccapezzava, ma cominciò a poco a poco a dar ascolto più agli allettamenti asburgici che a quelli bonapartistici. Quelli lusingavano il suo patriottismo da osteria, mentre ci voleva una fede troppo robusta per credere alla vocazione civilizzatrice dell’uomo del dicembre. Tuttavia la situazione era così imbrogliata che dei politici veri, e per di più rivoluzionari, che si trovavano pienamente d’accordo su tutte le questioni fondamentali, non riuscirono a intendersi sulla politica pratica che la Germania doveva seguire di fronte alla guerra italiana.

2. Il contrasto con Lassalle

D’accordo con Marx, Engels entrò per prima cosa in campo col suo opuscolo Po e RenoX.2 per il quale Lassalle gli procurò un editore in Franz Duncker. Lo scritto si prefiggeva di liquidare la parola d’ordine asburgica, secondo cui il Reno doveva essere difeso sul Po. Engels dimostrava che la Germania non aveva bisogno, per la sua difesa, di nessun pezzo d’Italia, e che la Francia, se dovevano valere motivi puramente militari, aveva indubbiamente diritti ben più forti sul Reno che non la Germania sul Po. Ma se dichiarava che il dominio austriaco in Italia non era militarmente necessario per la Germania, politicamente lo riprovava come oltremodo dannoso per la Germania, perché l’inaudito maltrattamento dei patrioti italiani da parte del bastone austriaco le tirava addosso l’odio e l’ostilità fanatica di tutta l’Italia. Però, così affermava Engels, la questione del possesso della Lombardia è una questione fra l’Italia e la Germania, non fra Luigi Napoleone e l’Austria. Di fronte a un terzo, come Bonaparte, che s’immischiava per interessi suoi propri, e d’altro canto antitedeschi, si trattava semplicemente di conservare una provincia che si cede soltanto se costretti, una posizione militare che si sgombra soltanto se non si può più tenere. Di fronte alle minacce bonapartiste dunque l’appello asburgico era pienamente giustificato. Se il Po era il pretesto per Luigi Napoleone, il Reno sarebbe stato in ogni caso il suo obiettivo finale. Soltanto la conquista del confine del Reno poteva assicurare un dominio durevole al colpo di stato in Francia. Era il caso dell’antico proverbio: bastonare il sacco e pensare all’asino. Se l’Italia si trovava a fare la parte del sacco, la Germania invece questa volta non aveva affatto voglia di servire da asino. Se si trattava, in ultima analisi, del possesso della sponda sinistra del Reno, la Germania non poteva in nessun modo pensare a cedere senza colpo ferire una delle sue più forti posizioni, anzi addirittura la più forte. Alla vigilia della guerra, proprio come in guerra, si occupa ogni posizione utile dalla quale si possa minacciare il nemico e recargli danno, senza fare riflessioni morali e pensare se ciò si accordi con l’eterna giustizia e col principio di nazionalità. Si difende appunto la propria pelle.

Marx era pienamente d’accordo con queste dichiarazioni. Quando ebbe letto il manoscritto dell’opuscolo scrisse all’autore:

«Exceedingly clever;X.3 anche la parte politica trattata in modo stupendo, cosa che era maledettamente difficile. L’opuscolo avrà un gran successo».X.4 Invece Lassalle dichiarò che non comprendeva affatto questa concezione. Subito dopo egli pubblicò, ancora presso l’editore Franz Duncker, un opuscolo dal titolo La guerra italiana e il compito della Prussia, che prendeva le mosse da presupposti del tutto diversi e quindi giungeva a risultati del tutto diversi, e però fu considerato da Marx come un «enormous blunderX.5».X.6

Nel movimento nazionale tedesco, che sorgeva sotto i segni della minaccia di guerra, Lassalle vedeva solo una «assoluta francofobia, odio antifrancese (Napoleone solo pretesto, lo sviluppo rivoluzionario della Francia il reale segreto motivo)»; una guerra popolare tedesco-francese, nella quale i due grandi popoli civili del continente si dilaniassero a cagione di illusioni nazionali, una guerra popolare contro la Francia che non avesse la sua ragione in alcuna vitale questione nazionale e che succhiasse invece il suo nutrimento spirituale da un sentimento nazionale morbosamente sovreccitato, da un aberrante patriottismo e da puerile francofobia, era agli occhi di Lassalle il pericolo più spaventoso per la civiltà europea, per tutti gli interessi tanto nazionali che rivoluzionari, la vittoria di gran lunga più mostruosa e incalcolabile che il principio reazionario avesse riportato dal marzo 1848. Lassalle riteneva compito essenziale della democrazia l’opporsi a una tal guerra con tutte le forze.

Egli spiegava estesamente che la guerra italiana non costituiva una seria minaccia per la Germania. La nazione tedesca, egli affermava, aveva il più stretto interesse al buon esito del movimento per l’unità italiana, e una buona causa non diventava cattiva per il fatto che un cattivo uomo la prendeva in mano. Se Bonaparte voleva carpire qualche soldo di popolarità per mezzo della guerra italiani, gli si doveva rifiutare questo favore, e così la sua azione sarebbe diventata inutile per quegli scopi personali che l’avevano spinto a intraprenderla. Ma come si poteva allora combattere contro quel che finora si era voluto e desiderato? Da una parte si aveva un uomo cattivo con una buona causa. Dall’altra parte una cattiva causa e… «Già, e l’uomo?». Lassalle ricordava l’uccisione di Blum, Olmütz, lo Holstein, Bronzell, tutti i delitti commessi contro la Germania non dal dispotismo bonapartista, ma dall’asburgico. Il popolo tedesco aveva tanto poco interesse a impedire un indebolimento dell’Austria che, anzi, il completo smembramento dell’Austria era la prima condizione preliminare per l’unità tedesca. Il giorno che l’Italia e Ungheria fossero diventate indipendenti, i dodici milioni di tedeschi-austriaci sarebbero stati restituiti al popolo tedesco, e solo allora essi si sarebbero potuti sentire tedeschi, solo allora sarebbe stata possibile una Germania unita.

Dall’insieme della situazione storica in cui Bonaparte si trovava Lassalle deduceva che quest’uomo di capacità limitate, così generalmente sopravvalutato in Europa, non poteva affatto pensare a conquiste, neppure in Italia, e meno che mai in Germania. Ma se effettivamente egli si ingolfava in piani fantastici di conquista, perché mai i tedeschi avrebbero dovuto spaventarsi così indegnamente? Lassalle scherniva i prodi patrioti che scorgevano nei giorni di Jena la misura normale della forza nazionale e diventavano temerari soltanto per paura, e che per timore di un attacco estremamente improbabile della Francia spingevano all’attacco contro la Francia. Era chiaro che la Germania nel difendersi da un attacco francese avrebbe potuto spiegare e avrebbe spiegato ben altre forze che in una guerra d’invasione, la quale avrebbe per giunta necessariamente fatto schierare la nazione francese attorno a Bonaparte e avrebbe soltanto consolidato il suo trono.

La guerra contro la Francia era richiesta da Lassalle per il caso che Bonaparte volesse tenere per sé la preda strappata agli austriaci o anche soltanto erigere un trono per il suo cugino nell’Italia centrale. Ma se niente di tutto ciò fosse accaduto e tuttavia il governo prussiano avesse voluto provocare una guerra contro la Francia, e aizzare l’uno contro l’altro i due popoli, allora la democrazia doveva opporvisi. Ma anche la semplice neutralità, non bastava. Il compito storico che la Prussia doveva assolvere nell’interesse della nazione tedesca consisteva piuttosto nel mandare il suo esercito contro la Danimarca con questo proclama: «Se Napoleone modifica nel Sud la carta europea secondo il principio delle nazionalità, noi facciamo lo stesso nel Nord, se Napoleone libera l’Italia, noi prendiamo lo Schleswig-Holstein». Se la Prussia continuava a indugiare e a stare inerte, concludeva Lassalle, sarebbe stato più che dimostrato che la monarchia in Germania non era più capace di una azione nazionale.

Per questo programma Lassalle è stato celebrato quasi come profeta nazionale, che avrebbe predetto quella che poi fu la politica di Bismarck. Però la guerra dinastica di conquista per lo Schleswig-Holstein che Bismarck condusse nel 1864 non aveva nulla a che fare con la guerra popolare rivoluzionaria per lo Schleswig-Holstein che Lassalle voleva nel 1859, o al massimo le somigliava come un cammello somiglia al cavallo. Lassalle sapeva benissimo che il principe reggente non avrebbe adempiuto il compito che lui gli assegnava, ma tuttavia era suo buon diritto fare una proposta che corrispondeva agli interessi nazionali, anche se questa proposta si tramutava subito in un rimprovero contro il governo; era suo buon diritto richiamare da una falsa strada le masse irrequiete, mostrando loro la strada giusta.

Ma Lassalle, oltre a ciò che diceva nel suo scritto, aveva i suoi «argomenti sotterranei», che esponeva nelle sue lettere a Marx ed Engels. Egli sapeva che il principe reggente era già sul punto di intervenire nella guerra italiana in favore dell’Austria, e non aveva neppure niente da obiettare, dato che supponeva che la guerra sarebbe stata mal condotta, così che dalle sue inevitabili alterne vicende si sarebbero tratti dei profitti rivoluzionari. Ma questa possibilità si sarebbe data soltanto se la guerra del principe reggente fosse apparsa fin da principio al movimento nazionale come una guerra dinastica di gabinetto, niente affatto imposta da interessi nazionali. Secondo la concezione di Lassalle una guerra impopolare contro la Francia era una «immensa fortuna» per la rivoluzione, mentre da una guerra popolare condotta sotto la guida della dinastia egli prevedeva tutte le conseguenze controrivoluzionarie che spiegava così eloquemente nel suo scritto.

Ma per questo doveva riuscirgli più o meno incomprensibile la tattica che Engels nel suo scritto aveva raccomandato. Quanto luminosa era la prova che la Germania per la sua potenza militare non aveva bisogno del Po, tanto contestabile appariva l’argomentazione conclusiva secondo cui in caso di guerra si sarebbe dovuto, innanzi tutto, tenere il Po, e dunque la nazione tedesca sarebbe stata impegnata ad appoggiare l’Austria contro l’attacco francese. Perché era evidente che, in caso di successo, la difesa dell’Austria contro l’attacco francese poteva avere solo conseguenze controrivoluzionarie. Se l’Austria vinceva, fondandosi sul suo possesso in alta Italia e appoggiata dalla Confederazione Germanica, nessuno poteva impedirle di mantenere anche in seguito il suo dominio sull’alta Italia, che pure Engels condannava così aspramente; così l’egemonia asburgica sulla Germania sarebbe stata consolidata e la misera amministrazione della Dieta confederale avrebbe ripreso energia, e anche se l’Austria avesse rovesciato l’usurpatore francese, al suo posto avrebbe messo il vecchio regime borbonico; e allora non si sarebbe servito né l’interesse tedesco, né quello francese, e meno che mai l’interesse della rivoluzione.

Per comprendere giustamente il punto di vista sostenuto da Engels e Marx si deve tener presente che anch’essi avevano i loro «argomenti sotterranei», non meno di Lassalle, ed entrambi per la stessa ragione, espressa da Engels in una lettera a Marx: «Intervenire direttamente in Germania, con la politica e la polemica, nello spirito del nostro partito, è assolutamente impossibile».X.7 Però gli «argomenti sotterranei» degli amici londinesi non sono del tutto manifesti perché sono conservate le lettere di Lassalle a loro ma non le loro lettere a lui. Tuttavia possiamo riconoscerli, se si getta uno sguardo generale alla loro attività pubblicistica di quel tempo. Nel secondo opuscolo, Savoia, Nizza e il Reno pubblicato un anno più tardi, Engels manifestava chiaramente in opposizione all’annessione bonapartista della Savoia e di Nizza i presupposti dai quali era partito nel primo opuscolo. Erano essenzialmente due, o in sostanza tre.

In primo luogo, Marx ed Engels credevano che il movimento nazionale in Germania fosse di buonissima lega; che fosse sorto «spontaneo, istintivo, immediato» e che potesse trascinare con sé i governi riluttanti.

Pensavano che prima di tutto il dominio dell’Austria in Italia e il movimento italiano d’indipendenza gli erano indifferenti; l'istinto popolare aveva richiesto la lotta contro Luigi Napoleone, contro le tradizioni del primo Impero francese, e aveva avuto ragione.

In secondo luogo, però, Marx ed Engels supponevano che la Germania fosse seriamente minacciata dall’alleanza franco-russa. Nella New York Tribune Marx spiegava che le condizioni finanziarie e di politica interna del secondo Impero erano arrivate a un punto critico, al punto che soltanto una guerra esterna poteva prolungare il dominio del colpo di stato in Francia e quindi la controrivoluzione in Europa. Egli temeva che la liberazione bonapartista dell’Italia fosse solo un pretesto per tenere soggiogata la Francia, per sottomettere l’Italia al colpo di stato, per spostare i «confini naturali» della Francia verso la Germania, per trasformare l’Austria in uno strumento russo, e per cacciare a forza i popoli in una guerra fra la controrivoluzione legittima e l’illegittima. Ma nell’intervento della Confederazione Germanica in favore dell’Austria Engels vedeva, come spiegava nel suo secondo opuscolo, il momento decisivo, nel quale la Russia sarebbe apparsa sul campo di battaglia, per conquistare alla Francia la sponda sinistra del Reno e per ottenere essa stessa mano libera in Turchia.

Infine Marx ed Engels supponevano che i governi tedeschi e specialmente la «saccenteria berlinese», che aveva salutato con giubilo la pace di Basilea, con la quale era stata ceduta alla Francia la sponda sinistra del Reno, e che aveva goduto in segreto quando l’Austria era stata sconfitta a Ulma e Austerlitz, avrebbero piantato in asso l’Austria. Secondo la loro opinione i governi tedeschi dovevano essere spinti avanti dal movimento nazionale, e quel che poi essi aspettavano era detto da Engels in una lettera a Lassalle, con una frase che questi ripeteva letteralmente nella sua risposta: «Viva la guerra, se francesi e russi ci attaccheranno contemporaneamente, se noi staremo per affogare: allora in questa situazione disperatissima tutti i partiti, da quello che domina ora fino a Zitz e Blum, si logoreranno inevitabilmente e la nazione, per salvarsi, dovrà finalmente rivolgersi al partito più energico». Al che Lassalle notava che era molto giusto, e che lui a Berlino si ammazzava per dimostrare che il governo prussiano, se faceva la guerra, faceva il gioco della rivoluzione, a patto però che la guerra del governo fosse esecrata dal popolo come guerra controrivoluzionaria della Santa Alleanza. Ma in ogni caso, se avveniva quello che Engels pensava, l’esistenza della Confederazione Germanica, il dominio austriaco in alta Italia e il colpo di stato francese sarebbero stati ugualmente spacciati, e solo sotto questo rapporto la tattica da lui proposta diviene pienamente comprensibile.

Da tutto ciò risulta che non esisteva alcuna fondamentale divergenza di opinione fra le parti in contrasto, ma soltanto «giudizi opposti su presupposti di fatto», come diceva Marx un anno dopo. Essi non si differenziavano affatto nei loro principi, tanto nazionali che rivoluzionari. Per loro tutti l’obiettivo supremo era l’emancipazione del proletariato, e un presupposto indispensabile per arrivarci era la formazione di grandi stati nazionali. Come tedeschi, avevano soprattutto a cuore l’unità tedesca, e il suo presupposto indispensabile era l’eliminazione della molteplicità dei domini dinastici. Perciò, appunto per i loro principi nazionali, essi non avevano proprio nessuna tenerezza per i governi tedeschi, e desideravano la loro sconfitta; la brillante idea, secondo cui, nel caso di una guerra divampata fra i governi, la classe operaia dovesse rinunciare a ogni politica propria e affidare ciecamente il suo destino alle classi dominanti, non è mai neppur lontanamente balenata nelle loro menti. I loro principi nazionali erano troppo schietti perché essi potessero essere sedotti da slogan dinastici.

La situazione diventò difficile soltanto perché l’eredità degli anni rivoluzionari cominciò a essere liquidata attraverso rivolgimenti dinastici. Trovare la giusta separazione in questa mescolanza d’interessi rivoluzionari e reazionari non era una questione di principi, ma una questione di fatti. Una applicazione pratica non si è avuta né per l’una né per l’altra soluzione, ma proprio il corso degli avvenimenti che ha impedito questa applicazione ha mostrato abbastanza chiaramente che in sostanza Lassalle aveva giudicato più giustamente di Engels e di Marx i «presupposti di fatto». Essi però ora scontavano l’aver perduto di vista, in certo modo, le condizioni tedesche, e l’avere in un certo modo sopravvalutato, se non la bramosia di conquista, almeno le possibilità di conquista dello zarismo. Lassalle poteva esagerare, quando riconduceva senz’altro il movimento nazionale all’odio antifrancese dei tempi andati, ma che esso fosse tutt’altro che rivoluzionario si vide dalla creatura che alla fine partorì: l’aborto dell’Unione nazionale tedesca.

Lassalle avrà anche sottovalutato il pericolo russo; nel suo scritto ne trattava solo in via del tutto secondaria. Però, che esso era ancora ben lontano lo si vide quando il principe reggente di Prussia, proprio come Lassalle aveva predetto, mobilitò l’esercito prussiano e propose alla Confederazione Germanica di mobilitare i reparti dei medi e piccoli stati. Questa dimostrazione militare bastò per portare a più miti consigli tanto l’uomo del dicembre quanto lo zar. In seguito alle vivaci sollecitazioni di un aiutante generale russo, che subito comparve al quartier generale francese, Bonaparte offrì la pace al vinto imperatore d’Austria, rinunciando anche per metà al suo programma ufficiale; si contentò della Lombardia, e il Veneto rimase sotto lo scettro asburgico. Egli non poteva condurre con le proprie forze una guerra europea, e la Russia era paralizzata dal fermento in Polonia, dalle difficoltà create dall’emancipazione dei servi della gleba e dai contraccolpi, non ancora superati, della guerra di Crimea.

Con la pace di Villafranca il contrasto sulla tattica rivoluzionaria di fronte alla guerra italiana era terminato, però Lassalle nelle sue lettere a Marx ed Engels vi tornava sopra ripetutamente, insistendo sempre sul fatto che il suo parere era stato giusto ed era stato confermato dall’effettivo corso delle cose. Poiché le risposte mancano, e Marx ed Engels non hanno reso noti i loro pareri, in un manifesto pubblico, come avevano progettato, manca la possibilità di contrapporre e valutare le opposte ragioni. Lassalle poteva a buon diritto appellarsi al corso effettivo del movimento italiano per l’unità, al fatto che le dinastie dell’Italia centrale erano state liquidate con la sollevazione dei loro maltrattati «sudditi», che la Sicilia e Napoli le avevano conquistate i volontari di Garibaldi, e che tutto ciò aveva cancellato, come un grosso tratto di penna, i piani bonapartisti, anche se in ultima analisi finì che ad approfittarne fu la dinastia dei Savoia.

Purtroppo la contesa con Lassalle fu in qualche misura inasprita dall’invincibile diffidenza che Marx provava contro di lui. Non già che Marx non avesse desiderato di guadagnarsi «l’uomo tutto intero»! Lo chiamava un «tipo energico», incapace di trafficare con il partito della borghesia: riteneva anche che l’Eraclito di Lassalle, benché scritto in modo grossolano, fosse quanto di meglio i democratici potessero vantare.X.8 Ma quanto Lassalle era aperto ed espansivo nei suoi riguardi, altrettanto Marx era convinto invece di dover sempre agire con diplomazia, di dover usare una «scaltra tattica» per tenere all’ordine Lassalle, e il primo incidente capitato bastò per risvegliare nuovamente i suoi sospetti.

Quando Friedländer per mezzo di Lassalle fece ripetere a Marx l’offerta di scrivere per la Wiener Presse, e questa volta senza alcuna condizione, ma poi lasciò cadere la cosa, Marx suppose che Lassalle gli avesse mandato a monte questa possibilità, e quando la stampa della sua Economia politica si trascinò dal principio di febbraio alla fine di maggio, egli vide in ciò un «colpo» che non avrebbe dimenticato da parte di Lassalle. In realtà il ritardo era dovuto alla lentezza dell’editore, che pero poteva scusarsi col dire che aveva dovuto accordare la precedenza agli opuscoli di Engels e Lassalle, essendo la loro efficacia calcolata per quel momento.

3. Nuove lotte fra emigrati

Il carattere contraddittorio della guerra italiana accese fra gli emigrati antichi contrasti e nuova confusione.

Mentre gli esuli italiani e francesi si battevano contro questo contendersi del movimento unitario italiano col colpo di stato francese, gran parte degli esuli tedeschi era pronta a ripetere quelle follie che alla prima edizione avevano fruttato loro dieci anni d’esilio. Essi erano ben lontani dalle opinioni di Lassalle, anzi si esaltavano per la «nuova era» della grazia del principe reggente, di un raggio della quale speravano anche essi di poter beneficiare; scoppiavano dalla «smania dell’amnistia», come li scherniva Freiligrath, ed erano disposti a qualsiasi azione patriottica, se l’«Altezza reale» avesse voluto forgiare con la spada l’unità della Germania, come Kinkel aveva già predetto a Rastatt, davanti al tribunale militare.

Anche allora infatti si fece araldo di questa tendenza, e a partire dal 1° gennaio 1859 pubblicò lo Hermann, un settimanale che già per il suo titolo antidiluviano rivelava di che pasta fosse fatto. Esso diventò l’adeguato organo degli «strombettamenti nostalgici» (per citare ancora una volta Freiligrath) che non ponevano tempo in mezzo per tuffarsi nell’«imbroglio liberale del sottufficiale». Ma per questo motivo il settimanale prosperò e fece subito morire la Neue Zeit, un piccolo giornale operaio che Edgar Bauer pubblicava per conto dell’Associazione operaia di cultura. La Neue Zeit viveva essenzialmente del credito dello stampatore, e quindi per essa fu finita quando Kinkel offrì a questo il più profittevole e solido incarico di stampare lo Hermann. Il colpo però non trovò plauso unanime neppure fra gli emigrati borghesi; persino il liberoscambista Faucher formò un comitato finanziario per far continuare la Neue Zeit, come poi fu fatto ribattezzandola Das Volk. Ne assunse la direzione Elard Biskamp, un esule dell’Assia elettorale, che dalla provincia aveva collaborato alla Neue Zeit, e ora rinunciava al suo posto di insegnante per dedicare la sua attività al giornale risorto.

Insieme con Liebknecht, Biskamp cercò subito Marx, per ottenerne la collaborazione. Dopo la rottura del 1850 Marx non aveva più avuto alcun legame con l’Associazione operaia di cultura. Fu anzi scontento quando Liebknecht per parte sua ristabilì questo legame, benché l’opinione di Liebknecht, che infine un partito operaio senza operai era in sé stesso una contraddizione, avesse molti punti a suo favore. Tuttavia era abbastanza comprensibile che Marx non potesse tanto presto passar sopra a tutti i cattivi ricordi e «sbalordisse» una deputazione dell’Associazione dichiarando che lui ed Engels, come rappresentanti del partito proletario, non avevano avuto l’investitura da nessuno se non da sé stessi, e che essa era convalidata dal generale ed esclusivo odio che tutti i partiti del vecchio mondo dedicavano loro.X.9

Anche di fronte alla richiesta di collaborare al Volk Marx fu dapprima molto riservato. Certo approvava ampiamente che non si dovesse lasciare via libera ai maneggi di Kinkel, e si dichiarò anche d’accordo sull’appoggio che Liebknecht voleva dare all’attività redazionale di Biskamp. Ma non voleva aver a che fare direttamente con un piccolo giornale e nemmeno con un giornale di partito che non fosse diretto da Engels e da lui.X.10 Promise soltanto di adoprarsi per la diffusione del giornale, di consentire che ripubblicasse di quando in quando articoli stampati sulla Tribune, e ancora di dargli a voce note e cenni su questo o quell’argomento. A Engels scrisse che considerava il Volk come un giornaletto da nulla, com’erano stati a suo tempo il Vorwärts parigino e la Deutsche Brüsseler Zeitung. Che però poteva venire un momento che sarebbe stato decisamente importante per loro disporre di un giornale londinese. Biskamp meritava tanto più appoggio in quanto lavorava gratis.X.11

Tuttavia Marx era di una natura troppo combattiva e indocile per non mettersi attivamente all’opera in favore del «giornaletto da nulla», quando questo cominciò a diventare incomodo per i maneggi di Kinkel. Egli spese molto tempo ed energia per tenerlo a galla, ma non tanto con la sua collaborazione che, secondo le sue asserzioni, sembra essersi limitata a un certo numero di piccole note, quanto con i suoi sforzi per assicurare la resistenza materiale dell’organo (che del resto usciva in formato grande a quattro pagine) tanto almeno che potesse vivere alla giornata. Chi poteva offrire il suo obolo, dei pochi amici di partito, veniva messo all’opera; in prima fila Engels che collaborava anche assiduamente con la penna, scriveva articoli militari sulla guerra italiana, e in particolare dette un contributo di molto valore con un saggioX.12 sull’opera scientifica del suo amico che era appena uscita, del quale però il terzo ed ultimo articolo non apparve più. Alla fine di agosto infatti il giornale era spirato, e il risultato pratico degli sforzi di Marx fu che il tipografo, un certo Fidelio Hollinger, lo fece responsabile per le spese di stampa ancora da pagare. Era una richiesta senza fondamento, ma «poiché la banda di Kinkel non aspettava che questa faccenda per fare uno scandalo pubblico, e tutto il personale che gravitava attorno al giornale era poco adatto per un’esibizione davanti al tribunale»X.13 Marx si riscattò con circa cinque sterline.

Un’altra eredità che gli lasciò il Volk doveva costargli sacrifici e preoccupazioni incomparabilmente maggiori. Il 1° aprile 1859, a Ginevra, Karl Vogt aveva mandato ad alcuni profughi di Londra, fra cui Freiligrath, un programma politico sull’atteggiamento della democrazia tedesca verso la guerra italiana, con la richiesta di collaborare in conformità di questo programma a un nuovo settimanale svizzero. Il Vogt, nipote dei fratelli Follen, che avevano avuto una parte considerevole nel movimento studentesco, era stato con Robert Blum il capo della sinistra all’Assemblea nazionale di Francoforte e negli ultimi momenti di vita del Parlamento era stato nominato, insieme ad altri quattro, reggente imperiale. Ora viveva, come professore di geologia, a Ginevra, della quale egli era rappresentante nel Consiglio degli stati svizzero insieme con Fazy, capo dei radicali ginevrini. In Germania manteneva vivo il suo ricordo conducendo una fervida agitazione per un ristretto materialismo naturalistico, che subito si smarriva quando capitava sul terreno storico. Per di più Vogt sosteneva questa concezione, come diceva Ruge non senza coglier nel segno, con «screanzata fanciullaggine»; cercava di solleticare i filistei con cinici slogan, e quando ci riuscì, specialmente con la frase «i pensieri stanno nello stesso rapporto con il cervello come la bile con il fegato o l’orina con i reni», persino il suo più stretto compagno d’opinioni, Ludwig Büchner, rifiutò questa sorta di volgarizzazione culturale.

Ora Freiligrath chiese a Marx un giudizio sul programma politico che Vogt gli aveva presentato, e ottenne la laconica risposta: chiacchiere. Un po’ più diffusamente Marx ne scrisse a Engels: «La Germania rinuncia ai suoi possessi extra tedeschi. Non sostiene l’Austria. Il dispotismo francese è transitorio, quello austriaco permanente. Si permette a tutti e due i despoti di andare in malora. (È persino visibile una certa propensione per Bonaparte.) La Germania attua una neutralità disarmata. A un movimento rivoluzionario, come Vogt sa da ottima fonte, non c’è da pensare per tutto il tempo della nostra vita. Di conseguenza, appena l’Austria sarà messa a terra da Bonaparte, comincia automaticamente in patria un’evoluzione moderatamente nazional-liberale con una reggenza imperiale, e forse Vogt trova modo di diventare buffone di corte prussiano».X.14 Il sospetto che Marx accenna già in queste righe diventò per lui certezza prima ancora che Vogt cominciasse a pubblicare il progettato settimanale, quando uscirono i suoi Studi sull’attuale situazione dell’Europa, uno scritto nel quale non si poteva più disconoscere il nesso ideale con gli slogan bonapartisti.

Oltre che a Freiligrath, Vogt si era rivolto anche a Karl Blind, un esule del Baden che era stato in amicizia con Marx fin dagli anni della rivoluzione e aveva anche dato un contributo alla Neue Rheinische Revue, pur non essendo fra i suoi più stretti compagni d’opinioni. Blind era uno di quei repubblicani «seri» per i quali il «cantone badese» era sempre l’ombelico del mondo. Specialmente Engels si prendeva gioco allegramente di questi «uomini di stato» i cui principi, con tutta la loro tetra sublimità, si dissolvevano ordinariamente in una smisurata venerazione del proprio io. Blind si accostò ora a Marx con delle rivelazioni sulle manovre con cui Vogt tradiva il proprio paese, e affermò di averne delle prove. Disse che Vogt riceveva una sovvenzione bonapartista per la sua agitazione; che aveva cercato di corrompere uno scrittore della Germania meridionale con 30.000 fiorini; che anche a Londra si erano verificati da parte sua tentativi di corruzione; che già nell’estate del 1858 a Ginevra, in un incontro fra il principe Girolamo Napoleone, Fazy e consorti, era stata discussa la guerra italiana e il granduca russo Costantino era stato designato come futuro re d’Ungheria.

Marx accennò incidentalmente a queste comunicazioni quando Biskamp andò da lui per ottenere la sua collaborazione al Volk, e aggiunse che era caratteristico dei tedeschi meridionali di caricare parecchio le tinte. Senza interrogare Marx, Biskamp utilizzò alcune delle asserzioni di Blind per denunziare il «reggente dell’impero come traditore dell’impero» in un articolo motteggiante del Volk, e mandò a Vogt un esemplare di questo numero. Vogt rispose nello HandelskurierX.15 di Biel con un Avvertimento ai lavoratori, che si guardassero da quella «cricca di profughi» che un tempo erano stati noti nell’emigrazione svizzera sotto il nome di Bürstenheimer o di Schwefelbande,X.16 e ora si erano riuniti a Londra sotto il loro capo Marx, per mettersi a ordire congiure fra i lavoratori tedeschi, congiure che erano note fin da principio alle polizie segrete del continente e precipitavano i lavoratori nella rovina. Marx non si lascio turbare da questo «porco articoletto» e si limitò a farlo riprodurre nel Volk.

Quando però, al principio di giugno, si recò a Manchester a raccogliere contributi per il Volk presso quegli amici di partito, Liebknecht trovò nella tipografia del giornale le bozze di stampa di un opuscolo anonimo, diretto contro Vogt, che conteneva rivelazioni di Blind e che, come attestava il compositore Vögele, era stato consegnato da Blind per la stampa in un manoscritto di proprio pugno; e anche le correzioni delle bozze portavano la scrittura di Blind. Un paio di giorni dopo Liebknecht ottenne dallo stesso Hollinger una copia delle bozze e la mandò alla Allgemeine Zeitung di Augusta, della quale era corrispondente da qualche anno. Aggiungeva che l’opuscolo aveva per autore uno dei più rispettabili fra gli esuli tedeschi e che i fatti potevano tutti essere provati.

Quando l’opuscolo fu apparso nella Allgemeine Zeitung, Vogt sporse querela per diffamazione. La redazione allora chiese per la sua difesa le prove promesse da Liebknecht, e questi si rivolse a Blind. Ma Blind rifiutò di immischiarsi negli affari di un giornale a lui estraneo, e contestò addirittura di essere l’autore dello scritto, pur dovendo ammettere di aver comunicato a Marx l’effettivo contenuto dell’opuscolo, e di averne pubblicato una parte anche nella Free Press, organo di Urquhart. La cosa inizialmente non interessava affatto Marx e lo stesso Liebknecht era pienamente persuaso di essere sconfessato da lui. Nondimeno Marx credette di dover fare del suo meglio per smascherare Vogt, che lo aveva trascinato nella faccenda per i capelli. Ma anche i suoi tentativi di indurre Blind a confessare fallirono di fronte alla sua ostinazione, e Marx dovette contentarsi della testimonianza scritta del compositore Vögele, che attesta che il manoscritto dell’opuscolo era stato steso con la scrittura di Blind, da lui conosciuta, ed era stato composto e stampato nella tipografia di Hollinger. Con ciò certo ancora nulla era dimostrato della colpevolezza di Vogt.

Intanto, prima che si arrivasse al dibattito nel tribunale di Augusta, la celebrazione schilleriana del 10 novembre 1859, centesimo anniversario della nascita del poeta, portò a una nuova contesa fra gli emigrati londinesi. Si sa come questo giorno fu celebrato dai tedeschi in patria e all’estero, come testimonianza (per dirla con Lassalle) dell’«unità spirituale» del popolo tedesco e come un «pegno lieto della sua risurrezione nazionale». Anche a Londra fu progettata una festa. Essa doveva avere luogo al Palazzo di Cristallo, e coi proventi residui era stabilito che si fondasse un Istituto Schiller, con una sua biblioteca e con conferenze annuali che dovevano cominciare sempre il giorno della nascita di Schiller. Ma purtroppo il gruppo di Kinkel seppe impossessarsi dei preparativi della festa e approfittarne per sé con odiosa meschinità. Mentre invitava a parteciparvi un funzionario dell’ambasciata prussiana che si era fatto un pessimo nome al tempo del processo dei comunisti di Colonia, esso cercava di intimidire fra gli emigrati gli elementi proletari; un certo Bettziech, che si faceva chiamare lo scrittore Beta e fungeva da garzone letterario a Kinkel, faceva nella Gartenlaube la più insulsa réclame al suo padrone e maestro, e intanto scherniva in maniera altrettanto insulsa i membri dell’Associazione operaia che avevano intenzione di partecipare alla celebrazione schilleriana.

In questo stato di cose Marx ed Engels trovarono penoso che Freiligrath acconsentisse a presentarsi alla festa del Palazzo di Cristallo come poeta ufficiale, accanto o dopo l’oratore ufficiale Kinkel. Marx invitò il vecchio amico ad astenersi da ogni partecipazione alla «dimostrazione Kinkel». Freiligrath ammise anche che la cosa aveva i suoi aspetti delicati e che probabilmente doveva servire a qualche vanità personale, ma come poeta tedesco non riteneva conseguente tenersene del tutto fuori. Ma questo, diceva, si capiva da sé. E aggiungeva che, infine, in occasione della celebrazione schilleriana, non avevano importanza i secondi fini di una frazione, posto che essa ne avesse. Nei preparativi della festa egli però fece delle «notevoli esperienze» e credette (nonostante la sua radicata mania di prendere uomini e cose dal loro lato migliore) che Marx potesse avere ragione col suo avvertimento. Ma persisté nella convinzione che con la sua presenza e col solo segno della sua partecipazione avrebbe contribuito a impedire certi disegni più che se si fosse tenuto fuori.

In questo però Marx non era d’accordo e ancor meno Engels, che si espresse con parole molto irose sulla «vanità di poeta e ficchineria di letterato» di Freiligrath, «insieme al più gretto leccapiedismo».X.17 Questo passava i limiti. Quella festa schilleriana era in realtà qualche cosa di diverso dalle solite fiere con cui il filisteo tedesco usa celebrare i pensatori e i poeti che come le gru si sono levati a volo sopra il suo berretto da notte. Essa trovò risonanza anche nell’estrema sinistra.

Quando Marx si lagnò di Freiligrath presso Lassalle, questi rispose:

«Può darsi che avrebbe fatto meglio a non partecipare alla festa. Ma in ogni caso ha fatto bene a scrivere la cantata. Essa era di gran lunga la cosa migliore fra tutto ciò che è apparso in questa occasione».

A Zurigo Herwegh scrisse l’inno per la festa, e a Parigi Schily tenne il discorso ufficiale. A Londra anche l’Associazione operaia di cultura partecipò alla festa nel Palazzo di Cristallo, dopo aver messo a tacere la propria coscienza politica, il giorno precedente, con una celebrazione di Robert Blum, nella quale parlò Liebknecht. Anzi, a Manchester diresse la festa Siebel, un giovane poeta del Wuppertal, senza che Engels, che di lui era lontano parente, ci trovasse gran che da criticare. Pur affermando che lui non aveva nulla a che fare con tutta la faccenda, scrisse però a Marx che Siebel faceva l’epilogo, «naturalmente le solite declamazioni, ma con un certo decoro»; «inoltre questo ciondolone dirige la rappresentazione del Wallensteins Lager; sono stato due volte alla prova, se quei ragazzi avranno un po’ di faccia tosta, potrà essere discreta».X.18 In seguito Engels stesso diventò presidente dell’istituto Schiller, che fu fondato a Manchester in questa occasione, e Wilhelm Wolff nel suo testamento lasciò a quell’istituto un legato ragguardevole.

Negli stessi giorni durante i quali nasceva questa irritazione fra Freiligrath e Marx, il tribunale di Augusta discusse la querela di Vogt contro la Allgemeine Zeitung. Vogt fu condannato al pagamento delle spese, ma la sconfitta giuridica fu per lui un trionfo morale. I redattori accusati non poterono addurre la minima prova della corruttibilità di Vogt e si abbandonarono, come Marx giudicava troppo indulgentemente, a un «gergo politicamente privo di gusto», che meritava la più severa condanna non solo dal punto di vista politico ma anche morale. Essi se ne uscirono con la frase che l’onore personale di un avversario politico non riguardava la legge: come potevano dei giudici bavaresi dar ragione a un uomo che aveva attaccato violentemente il governo bavarese e che doveva vivere all’estero a causa delle sue manovre rivoluzionarie! L’intero partito socialistademocratico della Germania, che undici anni prima aveva consacrato i suoi rosei sogni mattutini di libertà con l’assassinio dei generali Latour, Gagern e Auerswald e del principe Lichnowsky, sarebbe esploso in un vero tripudio se i redattori accusati fossero stati condannati. Dicevano infine che se il tentativo di Vogt fosse riuscito, sarebbe sorta la consolante prospettiva di veder apparire come querelanti davanti al tribunale di Augusta anche Klapka, Kossuth, Pulski, Teleki, Mazzini.

Nonostante la bassa astuzia, o piuttosto proprio a causa di essa, questa difesa s’impose ai giudici. La loro coscienza giuridica invero arrivava ancora fino al punto da non assolvere gli accusati, che con le loro prove erano così completamente falliti, ma non arrivava tanto in là da dar ragione a un uomo che era estremamente odiato tanto dal governo che dal popolo bavarese. Così essi si aggrapparono avidamente all’espediente suggerito loro dal pubblico ministero: per motivi formali rinviarono la causa alla corte d’assise, dove Vogt poteva essere tanto più sicuro della sua condanna, in quanto qui non era ammessa alcuna prova della verità e i giurati non dovevano addurre le ragioni del proprio giudizio.

Non si poteva rimproverare Vogt se non si impegnò in questo impari gioco. Al contrario egli poté doppiamente cingersi dell’aureola del martire: non soltanto era stato incolpato a vuoto, ma gli era stata anche negata giustizia. Svariate circostanze accessorie si aggiunsero a ingrandire il suo trionfo. Un’impressione molto spiacevole si diffuse, quando al processo i suoi avversari produssero una lettera di Biskamp, nella quale questi, primo accusatore pubblico di Vogt, dopo aver confessato di non avere reali prove, faceva alcune vaghe allusioni, che coronava con la richiesta di essere assunto dopo la fine del Volk, come secondo corrispondente londinese della Allgemeine Zeitung, accanto a Liebknecht. E la redazione della Allgemeine Zeitung continuò, ancora dopo la fine del processo, con le sue baggianate: che Vogt era stato giudicato dai suoi pari, da Marx e Freiligrath; che da lungo tempo era noto che Marx era un pensatore più acuto e conseguente di Vogt e che Freiligrath era superiore a Vogt per moralità politica.

Già in una difesa scritta, che il direttore Kolb aveva rimesso al tribunale, era stato fatto il nome di Freiligrath, come collaboratore del Volk e accusatore di Vogt; Kolb aveva frainteso in questo senso una affermazione epistolare, non ben chiara, di Liebknecht. Appena il resoconto della Allgemeine Zeitung sul processo arrivò a Londra, Freiligrath mandò al giornale una breve dichiarazione per affermare che non era mai stato collaboratore del Volk e che il suo nome era stato incluso fra quelli degli accusatori di Vogt a sua insaputa e contro la sua volontà. Da questa dichiarazione si sono tratte spiacevoli conclusioni, in quanto Vogt apparteneva agli intimi di Fazy, dal quale dipendeva la posizione di Freiligrath nella Banca svizzera; ma queste conclusioni sarebbero state giustificate soltanto se Freiligrath fosse stato in qualche modo impegnato a intervenire contro Vogt. Questo però non si poté dire. Fino allora Freiligrath non si era affatto occupato di tutta la faccenda, e poteva chiedere con pieno diritto che Kolb non si nascondesse dietro il suo nome, quando le cose cominciavano ad andare per traverso. Certo nelle espressioni secche e laconiche di Freiligrath si poteva anche leggere, fra le righe, una rottura indiretta con Marx; Marx stesso sentì nella dichiarazione la mancanza di un sia pur minimo accenno che le togliesse l’apparenza di una rottura personale con lui o di un aperto distacco dal partito. E questa mancanza si poteva bene spiegare con un certo malumore di Freiligrath: Marx pretendeva di proibirgli per ragioni di partito di pubblicare una innocente poesia in onore di Schiller, e lui doveva esser subito pronto a farsi sotto non appena Marx si ingolfava in una lite alla quale nessuno l’aveva costretto.

La cattiva impressione fu ancora aggravata in seguito a una dichiarazione di Blind, pubblicata nella Allgemeine Zeitung, nella quale questi «condannava incondizionatamente» la politica di Vogt, ma dichiarava che l’asserzione secondo cui lui sarebbe stato l’autore dell’opuscolo contro Vogt era una bassa menzogna. Aggiungeva due testimonianze, in una delle quali Fidelio Hollinger chiamava «maligna invenzione» l’asserzione del tipografo Vögele, secondo cui l’opuscolo era stato stampato nella sua tipografia e scritto da Blind, nell’altra il tipografo Wiehe confermava come esatta la testimonianza di Hollinger.

Per di più un malaugurato caso accrebbe il materiale infiammabile che cominciava ad accumularsi fra Freiligrath e Marx. Proprio ora apparve nella Gartenlaube un articolo di Beta, in cui questo facchino letterario di Kinkel esaltava con stile tronfio il poeta Freiligrath, per finire con degli insulti volgari contro Marx: questo sciagurato virtuoso dell’odio invelenito aveva strappato a Freiligrath la voce, la libertà, il carattere; il poeta aveva cantato soltanto di rado, da quando era stato toccato dall’alito di Marx.

Tuttavia, dopo qualche battibecco epistolare fra Freiligrath e Marx, tutte queste cose parvero scomparire nel mare della dimenticanza con l’agitato anno 1859. Ma con l’anno nuovo riemersero, perché l’onesto Vogt volle assolutamente confermare l’antico proverbio, cioè che l’asino va a ballare sul ghiaccio quando sta troppo bene.

4. Intermezzi

Verso la fine dell’anno Vogt pubblicò uno scritto dal titolo Il mio processo contro l’Allgemeine Zeitung. Esso conteneva il resoconto stenografico dei dibattiti avvenuti di fronte al tribunale distrettuale di Augusta e una raccolta delle dichiarazioni o di altri documenti che erano venuti alla luce durante il processo, l’uno e l’altra integralmente e fedelmente riportati.

Ma frammezzo vi erano riportati, con maggiore profusione di particolari i vecchi pettegolezzi sulla Schwefelbande che Vogt aveva già pubblicato sullo Handelskurier di Biel. Marx, in particolare, era descritto come il capo di una banda di ricattatori che campava compromettendo delle «persone in patria», in modo che fossero costrette a pagare con denaro il silenzio della banda. «Non una – vi era detto testualmente – ma centinaia di lettere quest’uomo ha mandato in Germania contenenti l’aperta minaccia che si sarebbe denunciata la partecipazione al tale o al tal altro atto della rivoluzione se entro una data scadenza non fosse pervenuta una certa somma a un determinato indirizzo». Era questa la più perfida calunnia, senza essere affatto l’unica, che Vogt scagliava contro Marx. Ma per quanto fosse tutta una menzogna da cima a fondo, l’esposizione era così frammista di dati di ogni genere, per metà veri, presi dalla storia dell’emigrazione, che per non restare sconcertati a prima vista occorreva una precisa conoscenza di tutti i particolari, di cui il filisteo tedesco era l’ultimo a essere al corrente.

Lo scritto quindi fece un notevole chiasso e fu salutato in Germania con gran giubilo, specialmente dalla stampa liberale. La Nationalzeitung ci ricavò due lunghi articoli di fondo che, quando arrivarono a Londra, misero grande agitazione anche in casa Marx, e fecero una profonda impressione specialmente a sua moglie. Poiché a Londra l’opuscolo non si trovava, Marx si affrettò a chiedere a Freiligrath se ne avesse ricevuto una copia dal suo «amico» Vogt. Freiligrath rispose risentito che Vogt non era suo «amico», e che non possedeva una copia dell’opuscolo.

Fin da principio Marx si rese conto della necessità di una risposta, per quanto di solito fosse poco incline a rispondere agli insulti, anche se accumulati in misura così eccessiva; egli riteneva infatti che la stampa avesse il diritto di offendere scrittori, politicanti, istrioni e altri personaggi della vita pubblica. Ancor prima che l’opuscolo di Vogt arrivasse a Londra, Marx decise di procedere per vie legali contro la Nationalzeitung. Essa lo accusava di tutta una serie di azioni criminali e infamanti, e proprio davanti a un pubblico che, già incline per pregiudizi di partito a prestar fede alle peggiori mostruosità, mancava, in seguito agli undici anni di assenza dalla Germania, di ogni sia pur minimo fondamento per giudicare della sua persona. Non solo in base a considerazioni politiche, ma anche per la moglie e i figli egli doveva sottoporre a un giudizio legale le accuse diffamatorie della Nationalzeitung, riservandosi di pubblicare una risposta a Vogt.

Prima di tutto Marx fece i conti con Blind, sempre supponendo che Blind avesse in mano delle prove contro Vogt, e che non volesse tirarle fuori soltanto per un riguardo dovuto a ragioni di affinità spirituale, quel riguardo che in fin dei conti un democratico volgare doveva a un altro democratico volgare. A quanto sembra, in questo Marx si sbagliava, ed era nel giusto Engels, il quale supponeva che Blind si fosse inventato di sana pianta, tanto per darsi stupidamente dell’importanza, i particolari sui tentativi di corruzione di Vogt, e che si fosse messo a negare non appena la faccenda era diventata scottante, impelagandosi sempre di più. Il 4 febbraio Marx emanò una circolare in inglese, indirizzata al direttore della Free Press, nella quale definiva pubblicamente un’infame menzogna la dichiarazione di Blind, Wiehe e Hollinger, secondo cui l’opuscolo anonimo non sarebbe stato stampato nel locale di Hollinger, e definiva pure infame mentitore il suddetto Blind il quale, se si fosse sentito toccato da queste accuse, avrebbe potuto andare a farsi rendere giustizia da un tribunale inglese. Blind, giudiziosamente, se ne guardò bene, e tentò di cavarsi d’impiccio pubblicando un lungo avviso sulla Allgemeine Zeitung, in cui si esprimeva con durezza contro Vogt e fra le righe lo accusava di venalità, continuando però a negare come prima di essere l’autore dell’opuscolo.

Ciò non bastò affatto a Marx per ritenersi soddisfatto. Egli riuscì a condurre il compositore Wiehe davanti al tribunale di polizia e a indurlo a rilasciargli un affidavit (dichiarazione in luogo di giuramento che, se falsa, comportava tutte le conseguenze legali del falso giuramento), nel quale Wiehe finalmente attestava di avere ricomposto lui stesso l’impaginazione dell’opuscolo, per la ristampa nel Volk, nella tipografia di Hollinger, e di aver visto sulle bozze di stampa diversi errori corretti dalla mano di Blind, e dichiarava che la sua precedente opposta testimonianza gli era stata estorta da Hollinger e da Blind, da Hollinger con una promessa di denaro, da Blind con l’assicurazione della sua futura gratitudine. Così Blind cadeva sotto la giurisdizione inglese, e Ernst Jones si dichiarò pronto a ottenere un mandato d’arresto per Blind, in base all’affidavit di Wiehe, ma avvertì anche che una volta notificata la causa, in quanto azione penale, non si poteva più recedere e che lui stesso, come avvocato, si sarebbe reso punibile se avesse voluto tentare qualche accomodamento.

Per riguardo alla famiglia di Blind, Marx non volle che le cose andassero tanto in là. Mandò l’affidavit di Wiehe a Louis Blanc, che di Blind era amico, con una lettera nella quale diceva che sarebbe stato spiacente se fosse stato costretto a intentare un’azione penale contro Blind, non tanto per lui, che se lo sarebbe ampiamente meritato, ma per la sua famiglia. La cosa fece effetto. Il 15 febbraio 1860 sul Daily Telegraph, che pure aveva ripetuto le diffamazioni della Nationalzeitung, apparve una nota di un certo Schaible, intimo di Blind, che si diceva autore dell’opuscolo. A questo punto Marx lasciò correre, tanto la manovra era trasparente; adesso egli era libero da ogni responsabilità per il contenuto dell’opuscolo.

Prima di procedere contro lo stesso Vogt, cercò di riconciliarsi con Freiligrath, cui aveva mandato, senza ottenere risposta, tanto la circolare contro Blind quanto l’affidavit di Wiehe. Si rivolse a lui per l’ultima volta onde fargli presente l’importanza che il caso Vogt aveva assunto per rendere ragione al partito davanti alla storia e chiarire la sua posizione futura in Germania. Cercò di ribattere alle rimostranze che Freiligrath poteva muovergli;

«se in qualche modo ho mancato verso di te, sono pronto in qualsiasi momento a riconoscere i miei errori. Nulla di ciò che è proprio dell’umanità ritengo a me estraneo».

Diceva di capire bene che per Freiligrath la faccenda, così come stava allora, non poteva essere che ingrata, ma che Freiligrath avrebbe ben visto che era impossibile lasciarlo del tutto fuori causa.

«Se noi due abbiamo coscienza di aver fatto sventolare per anni, alta sopra la testa dei filistei, la bandiera della classe la plus laborieuse et la plus misérable, ciascuno a suo modo, trascurando ogni interesse privato e per i motivi più puri, qualora noi dovessimo guastarci a causa di inezie – tutte riducibili a malintesi – io riterrei ciò un peccato di grettezza verso la storia».

La lettera terminava con una assicurazione di sincera amicizia.

Freiligrath accettò l’offerta di pacificazione, ma non con la stessa cordialità con cui il «senza cuore» Marx si era rivolto a lui. Disse che intendeva restar fedele alla classe la plus laborieuse et la plus misérable, come sempre aveva fatto, e così pure comportarsi nei suoi rapporti personali con Marx, come amico e compagno di idee. Ma aggiungeva:

«Durante questi sette anni (trascorsi dalla fine della Lega dei Comunisti) io sono stato lontano dal partito, non ho frequentato le sue riunioni, sono rimasto all’oscuro delle sue risoluzioni e delle sue discussioni. Di fatto le mie relazioni col partito erano cessate da lungo tempo, su ciò non ci siamo mai ingannati a vicenda, c’era fra noi una specie di tacito accordo. E posso dire soltanto che me ne sono trovato bene. Alla mia natura, alla natura di ogni poeta, la libertà è necessaria. Anche il partito è una gabbia, e si canta meglio fuori che dentro, anche per il partito. Io sono stato poeta del proletariato e della rivoluzione, prima di essere membro della Lega e membro della direzione della Neue Rheinische Zeitung. Perciò anche in avvenire voglio essere indipendente, voglio appartenere solo a me stesso e voglio disporre da me di me stesso».

Questa lettera esprimeva vivacemente l’antica avversione di Freiligrath contro le meschinità dell’agitazione politica, che ora gli faceva anche credere cose che non erano mai state: le riunioni che pretendeva di non aver frequentato, le risoluzioni e i discorsi dei quali diceva di essere rimasto all’oscuro non erano mai esistiti.

A questo accennò Marx nella sua risposta, e dopo aver dissipato tutti i possibili malintesi, scrisse, prendendo lo spunto da un’espressione favorita di Freiligrath:

«Nonostante tutto e poi tutto, per noi “il filisteo addosso a me” sarà sempre una divisa migliore che “sotto al filisteo”. Io ho detto chiaro il mio parere, che tu speriamo sostanzialmente condividerai. Ho poi cercato di eliminare il malinteso, secondo cui io intenderei per partito un’associazione defunta da otto anni o una direzione di giornale sciolta da dodici anni. Per partito io intendo il partito nel suo grande senso storico».

Quelle parole erano tanto appropriate quanto concilianti, perché nel grande senso storico i due uomini (nonostante tutto e poi tutto) sono unici l’uno all’altro. Quelle parole facevano tanto più onore a Marx in quanto, dopo gli attacchi puerili che Vogt aveva diretto contro di lui, poteva ben pretendere che ormai Freiligrath dissipasse pubblicamente ogni parvenza di familiarità con Vogt. Invece Freiligrath si limitò a ristabilire i rapporti di amicizia con Marx; quanto al resto si ostinò nella sua riservatezza che poté mantenere facilmente proprio grazie a Marx, che da allora in poi evitò di tirare in causa il nome di Freiligrath.

Diverso esito ebbe uno scambio d’idee che Marx ebbe con Lassalle a proposito del caso Vogt. Marx aveva scritto per l’ultima volta a Lassalle nel novembre dell’anno precedente, in seguito alla loro controversia sulla questione italiana; gli aveva scritto, come lui stesso diceva, in maniera «villanissima», tanto che pensava che il silenzio di Lassalle, dopo questa lettera, fosse dovuto alla sua suscettibilità irritata. Dopo gli attacchi della Nationalzeitung, Marx naturalmente desiderava avere un collegamento con Berlino, e pregò Engels di rimettere a posto le cose con Lassalle, il quale in fin dei conti, a paragone di altri, era pur sempre un «cavallo-vapore». Il che si riferiva al fatto che un certo Fischel, assessore prussiano, si era presentato a Marx come urquhartista mettendosi a sua disposizione per quanto riguardava la stampa tedesca. Lassalle, al quale Fischel aveva portato i saluti di Marx, non voleva aver nulla a che fare con «quel soggetto incapace e ignorante», e disse che quest’uomo (che poco dopo morì in un incidente), comunque si fosse comportato a Londra, in Germania apparteneva in ogni modo alla guardia del corpo letteraria del duca di Coburgo, che a buon diritto godeva di una pessima fama. Ma prima che Engels potesse fare la sua commissione presso di lui, Lassalle scrisse a Marx, giustificando con la mancanza di tempo il suo lungo silenzio, e chiedendo vivacemente che nella «questione estremamente spiacevole» di Vogt si facesse qualche cosa, perché essa faceva grande effetto sull’opinione pubblica; diceva che le storie di Vogt non potevano nuocere alla considerazione che di Marx avevano quelli che lo conoscevano, ma che avrebbero avuto cattivo effetto presso coloro che non lo conoscevano, perché erano corredate abbastanza ingegnosamente di fatti per metà reali, tanto da far apparire tutto come pura verità a un occhio non abbastanza acuto. In particolare Lassalle sottolineava due punti. In primo luogo diceva che anche Marx non era esente da colpa, perché aveva preso per buone fino all’ultima parola le gravissime accuse contro Vogt, espresse da un così miserabile mentitore, quale Blind almeno in seguito si era dimostrato; e che se Marx non aveva nessun’altra prova, doveva cominciare la sua difesa col ritirare l’accusa di corruzione contro Vogt. Lassalle ammetteva che ci voleva un forte dominio di sé stesso, per render giustizia a uno dal quale si è attaccati senza ritegno e a torto, ma diceva che Marx doveva dare questa prova di buona fede, se non voleva rendere inefficace fin da principio la sua difesa. In secondo luogo Lassalle si diceva quanto mai urtato dal fatto che Liebknecht lavorasse per un giornale reazionario come la Allgemeine Zeitung; ciò avrebbe sollevato nel pubblico una tempesta di stupore e di sdegno contro il partito.

Quando ricevette questa lettera, Marx non aveva ancora avuto lo scritto di Vogt e quindi non poteva ancora valutare la questione nei termini giusti. Ma era comprensibile che non gli andasse molto a genio la pretesa di cominciare con una riparazione d’onore a favore di Vogt, per i cui intrighi bonapartistici aveva altre prove, oltre i pettegolezzi di Blind. E non poteva neppure concordare col duro giudizio sulla collaborazione di Liebknecht all’Allgemeine Zeitung. Non aveva nessuna simpatia per questo giornale, contro il quale aveva sostenuto una violenta lotta al tempo delle due gazzette renane, tuttavia il giornale di Augusta, che nel resto era controrivoluzionario, nel campo della politica estera almeno ammetteva i più diversi punti di vista. Sotto questo rapporto aveva occupato una posizione eccezionale nella stampa tedesca.

Dunque Marx rispose seccamente che a parer suo la Allgemeine Zeitung era altrettanto buona quanto la Volkszeitung; che avrebbe querelato la Nationalzeitung e avrebbe scritto contro Vogt, e che nella prefazione avrebbe dichiarato che non gliene importava un’acca del giudizio del popolo tedesco. Anche questa volta Lassalle dette troppo peso a queste parole irose: protestò perché un giornale democratico volgare come la Volkszeitung veniva messo sullo stesso piano del «più screditato e scandaloso giornale della Germania». Ma soprattutto ammoniva a non procedere legalmente contro la Nationalzeitung, almeno fin tanto che non fosse pronto lo scritto di confutazione contro Vogt, e infine diceva di sperare che Marx non si sentisse in alcun modo offeso dalla sua lettera, ma che riportasse soltanto l’impressione di una «leale, cordiale amicizia».

In questo Lassalle si sbagliava. Marx scrisse di questa lettera a Engels, usando le più forti espressioni, e tirò fuori contro Lassalle anche le «accuse ufficiali» che a suo tempo Lewy aveva portato a Londra. A dire il vero, lo fece in forma tale da voler dimostrare di non aver sospettato preventivamente. Marx voleva far credere di non essersi lasciato confondere da quelle «accuse ufficiali» e simili dicerie sul conto di Lassalle. Ma data l’entità delle denunce Lassalle non poteva scorgere nessun particolare merito in chi si limitava a ignorarle, e si vendicò in maniera degna di lui, tracciando un quadro tanto bello quanto convincente dell’abnegazione e della lealtà da lui mostrata verso i lavoratori renani nei giorni della reazione più selvaggia.

Lassalle era stato trattato da Marx non nello stesso modo che Freiligrath, ma agì anche non nello stesso modo che Freiligrath: consigliò secondo la sua scienza e coscienza migliore, ma se il suo consiglio fu disprezzato, non per questo egli rifiutò il suo aiuto.

5. «Herr Vogt»

L’ammonimento di Lassalle, di non ricorrere al tribunale prussiano si dimostrò subito giusto. Per mezzo di Fischel, Marx aveva incaricato il consigliere di giustizia Weber di presentare al tribunale di Berlino la sua querela contro la Nationalzeitung, ma non arrivò neppure a ottenere quanto Vogt aveva ottenuto dal tribunale distrettuale di Augusta, cioè che la sua querela fosse discussa.

Il tribunale dichiarò che la querela era da respingere per «insussistenza del fatto», poiché le osservazioni ingiuriose non erano state fatte dalla stessa Nationalzeitung, ma consistevano «esclusivamente in citazioni prese da altre persone». La corte d’appello ripudiò questa bassa idiozia, ma solo per superarla con un’idiozia maggiore, affermando che per Marx non era affatto un oltraggio l’essere descritto come il capo «dominatore e regolatore» di una banda di ricattatori e falsari. La corte suprema non riuscì a trovare alcun «errore giudiziario» in questa splendida interpretazione dei fatti, e così Marx con la sua querela fece fiasco in tutte le istanze.

Gli restava ancora la confutazione scritta contro Vogt, che lo tenne occupato quasi tutto l’anno. Per controbattere tutte le malignità e le balordaggini accumulate da Vogt, fu necessaria una vasta attività epistolare che si estese su tre continenti; solo il 17 novembre 1860 Marx poté condurre a termine il libro, che intitolò semplicemente Herr Vogt. È l’unico fra i suoi scritti usciti in volume che finora non sia stato più ristampato e non si può trovare che in pochi esemplari; ciò si spiega perché quello scritto (che è anche voluminoso: dodici fogli di fitta stampa, tanto che Marx stesso riteneva che a stampa normale avrebbe avuto una mole doppia) oggi richiederebbe per giunta un ampio commento, per essere inteso in tutte le sue allusioni e i suoi riferimenti.

Ma non ne vale del tutto la pena. Molte delle questioni sugli emigrati in cui Marx dovette addentrarsi, perché costretto da chi lo aveva assalito, sono oggi a ragione dimenticate, e difficilmente ci si può liberare da un senso di disagio, quando si è costretti a vedere quest’uomo che si difende da assalti calunniosi che non arrivavano a sporcargli la suola delle scarpe. Ma nello stesso tempo il libro offre anche un raro godimento per i buongustai di cose letterarie. Fin dalla prima pagina Marx imposta il tema, condotto con un’arguzia shakespeariana, del «prototipo di Karl Vogt, l’immortale sir John Falstaff, che nella sua rigenerazione zoologica non ci ha affatto rimesso quanto a materia». Ma sa guardarsi dalla monotonia: le sue enormi letture di letteratura antica e moderna gli fornivano frecce su frecce da scagliare con micidiale sicurezza sullo sfrontato calunniatore.

La Schwefelbande vi si rivelava come una piccola società di allegri studenti che, nell’inverno fra il 1849 e il 1850, dopo il fallimento della sollevazione del Baden e del Palatinato, con la sua allegria funebre aveva incantato le belle e spaventato i borghesucci di Ginevra, ma che si era dispersa da dieci anni. La sua innocente attività era descritta da uno che ne aveva fatto parte, Sigismund Borkheim (che ora aveva trovato una buona sistemazione, come commerciante, nella City di Londra), in un ameno quadretto che Marx inserì proprio nel primo capitolo del suo scritto. In Borkheim egli acquistò un fedele amico, e del resto ebbe la soddisfazione di vedersi offrire l’aiuto di molti emigrati, non solo in Inghilterra, ma anche in Francia e in Svizzera, che pure non erano in rapporto con lui o che addirittura gli erano del tutto sconosciuti, in particolare da Johann Philipp Becker, il provato veterano del movimento operaio svizzero.

Ma è impossibile qui raccontare particolareggiatamente come Marx mise a nudo le manovre e gli intrighi di Vogt, senza lasciarne ignorata neppure una briciola. Di maggiore importanza tuttavia era il contrattacco che egli lanciava, dimostrando che la propaganda di Vogt, tanto nella sua perfidia che nella sua ignoranza, riecheggiava gli slogan messi in giro dal falso Bonaparte. Nelle carte delle Tuileries, che furono pubblicate dal governo della Difesa nazionale dopo la caduta del Secondo Impero, si è trovata infatti anche la ricevuta dei mal guadagnati 40.000 franchi che nell’agosto del 1859 Vogt aveva ricevuto dai fondi segreti dell’uomo di dicembre: presumibilmente attraverso la mediazione di rivoluzionari ungheresi, se proprio si vuole prendere per buona l’interpretazione più benevola per Vogt. Egli era in rapporti particolarmente amichevoli con Klapka e non aveva capito che di fronte a Bonaparte il movimento democratico tedesco si trovava in una posizione diversa da quello ungherese. A quest’ultimo poteva esser concesso ciò che per quello era un infame tradimento.

Ma quali che fossero gli stimoli che spingevano Vogt, e anche se non avesse ricevuto denaro sonante dalle Tuileries, Marx comunque ha provato nella maniera più decisa e irrefutabile che la propaganda di Vogt era tutta impostata sugli slogan bonapartisti. Per la luce rivelatrice che gettano sulla situazione europea del tempo, questi capitoli sono la parte del libro che ha maggior valore, e che anche oggi offre ricchi insegnamenti; al loro apparire Lothar Bucher, che a quel tempo era in rapporti più ostili che amichevoli con Marx, li definì un compendio di storia contemporanea. Quanto a Lassalle, salutando lo scritto come «una cosa magistrale sotto tutti i rapporti», ammetteva di trovare ormai pienamente giustificato e naturale che Marx fosse convinto della venalità di Vogt; e disse che Marx aveva condotto la «dimostrazione interna con immensa evidenza». Engels poneva lo Herr Vogt persino al disopra del Diciotto Brumaio; diceva che era di stile più semplice e, se mai, di altrettanto effetto, senz’altro il miglior lavoro polemico che Marx avesse scritto. A dire il vero lo Herr Vogt oggi non è più, dal punto di vista storico, il più importante dei suoi scritti polemici; è caduto sempre più in dimenticanza, mentre il Diciotto Brumaio e indubbiamente anche l’opera polemica contro Proudhon sono venuti sempre più in luce. Ciò in parte dipende dalla materia, perché il caso Vogt in fondo non era altro che un episodio relativamente insignificante, ma in parte anche da Marx stesso, dalla sua grandezza e anche dalle sue piccole debolezze.

Non gli era dato di saper scendere al basso livello della polemica su cui si convince il filisteo, nonostante che in questo caso si trattasse proprio anche di dare un colpo ai pregiudizi del borghesuccio benpensante. Come diceva in una sua lettera la signora Marx, con un po’ d’ingenuità ma tanto più a proposito, il libro convinse soltanto «tutte le persone di qualche importanza», cioè, in altre parole, tutti coloro che non avevano affatto bisogno di dimostrazioni per essere convinti che Marx non era quel mascalzone che Vogt voleva far credete, e che avevano abbastanza gusto e intelligenza per godersi i pregi letterari dello scritto; «persino il vecchio nemico Ruge lo ha definito una cosa spassosa», diceva la signora Marx. Ma per i galantuomini in patria il libro era troppo elevato, e nei loro ambienti se n’ebbe appena sentore; ancora al tempo della legge contro i socialisti, degli scrittori pieni di pretese come Bamberger e Treitschke si servivano della «Schwefelbande» di Vogt come arma contro la socialdemocrazia tedesca.

A tutto ciò si aggiunse la straordinaria disdetta che Marx aveva in tutte le questioni d’affari, e non senza sua colpa, almeno in questo caso. Engels insisté perché il libro fosse fatto scampare e pubblicare in Germania, ciò che era concesso dai regolamenti sulla stampa di allora, e lo stesso consiglio dette Lassalle. Questi però adduceva come motivo soltanto le spese minori, mentre gli argomenti di Engels erano più convincenti:

«Abbiamo già fatto esperienza centinaia di volte con la letteratura dell’emigrazione, sempre senza nessuna riuscita, sempre denaro e lavoro buttati per niente e per di più la rabbia… A che ci serve una risposta a Vogt che nessuno riesce ad aver sotto gli occhi?».X.19

Tuttavia Marx persisté nel proposito di dare lo scritto a un giovane editore tedesco di Londra, con accordo di dividere il guadagno e la perdita e su anticipo di 25 sterline, al quale contribuirono Borkheim con 12 sterline e Lassalle con 8. Ma la nuova impresa editoriale poggiava su basi così deboli che non solo curò in maniera insoddisfacente lo smercio del libro in Germania, ma subito dopo addirittura si sciolse, e Marx oltre a non rivedere nemmeno un centesimo dell’anticipo dovette pagare quasi altrettanto in seguito a un’azione legale intentata contro di lui da un socio dell’editore, perché aveva trascurato di stendere un contratto scritto, e così fu fatto responsabile di tutte le spese dell’impresa.

Quando cominciò la polemica con Vogt, l’amico Imandt scrisse a Marx:

«Non vorrei essere condannato a scrivere su questo argomento, e mi meraviglierei moltissimo se tu fossi capace di metter le mani in questa broda».

Consigli analoghi rivolsero a Marx, per dissuaderlo, emigrati russi e ungheresi. Oggi si sarebbe tentati di desiderare che avesse dato ascolto a queste voci. La baruffa infernale gli procurò alcuni nuovi amici e lo fece tornare in rapporti amichevoli specialmente con l’Associazione operaia di cultura di Londra, che intervenne subito in suo favore con tutto il suo peso. Ma essa ostacolò, più che favorire, la grande opera della sua vita, nonostante o proprio a causa del costoso dispendio di forza e tempo che essa inghiottì senza reale guadagno, e procurò a Marx gravi avversità nella sua stessa casa.

6. Fatti domestici e personali

La moglie di Marx, che gli era legata con tutta l’anima, fu colpita più duramente di lui dalla «terribile arrabbiatura per l’attacco infame» di Vogt. Esso le costò molte notti insonni e, per quanto resistesse con coraggio e trascrivesse per la stampa il lungo manoscritto, alla fine subì un collasso, appena ebbe scritto l’ultima riga. Il medico chiamato dichiarò che aveva il vaiolo, e le bambine dovettero subito lasciare la casa.

Vennero giorni terribili. Le bambine furono accolte da Liebknecht, e Marx, insieme con Lenchen Demuth, si mise personalmente a curare la moglie. Ella soffrì indicibilmente per dolori intensi, insonnia, angoscioso timore per il marito che non si allontanava mai dal suo letto, per la perdita di tutti i sensi, mentre conservava la coscienza sempre lucida. Soltanto dopo una settimana si ebbe la crisi che la salvò, grazie alla circostanza che la signora Marx era stata vaccinata due volte. E infine il medico dichiarò che la terribile malattia era stata una fortuna. La sovreccitazione nervosa in cui aveva vissuto per parecchi mesi era stata la causa prima per cui aveva preso l’infezione in un omnibus, in un negozio o altrove, ma senza questa malattia il suo stato di nervi avrebbe portato a una patologia nervosa o ad altro del genere, con suo maggior pericolo.

Appena ella entrò in convalescenza, Marx stesso fu costretto a mettersi a letto malato, dalla soverchia inquietudine, da preoccupazioni e tribolazioni di ogni sorta. Anche in questo caso il medico vide che la causa prima stava nell’eterna agitazione. Senza aver ricavato un centesimo dal faticoso lavoro dello Herr Vogt, Marx fu rimesso a mezza paga dalla Tribune di New York, e i creditori tempestavano intorno alla casa. Dopo la sua guarigione, Marx decise di «andare a cercar bottino in Olanda – come scrisse sua moglie alla signora Weydemeyer – nel paese degli avi, del tabacco e del formaggio», per vedere se riusciva a strappare un po’ di quattrini a suo zio.

Questa lettera è dell’11 marzo 1861X.20 e, tutta penetrata com’è da lieto humour, offre una testimonianza eloquente della «nativa vitalità di temperamento», di cui Jenny Marx era dotata non meno di suo marito. I Weydemeyer ai quali, nell’esilio americano, era pure toccata la loro parte di guai, si erano nuovamente fatti vivi dopo lunghi anni di silenzio, e la signora Marx aprì subito tutti i suoi sentimenti a una «coraggiosa e fedele compagna di sventura, a una combattente e martire». Ciò che la sosteneva sempre nella miseria e nelle tribolazioni, «l’aspetto più splendente della nostra esistenza, il lato più luminoso della nostra vita», era la gioia che le procuravano le sue figlie. La sedicenne Jenny somigliava più al padre, «con la sua abbondante e lucente capigliatura scura, con i suoi occhi miti, altrettanto scuri e lucenti, e con la carnagione calda da creola, che però ha assunto tinte fiorenti del tutto inglesi». La quindicenne Laura era piuttosto il ritratto della madre, «con la sua capigliatura castana, ondulata e nociuta» e con i «lucenti occhi glauchi sempre festosamente scintillanti». «Una carnagione davvero fiorente distingue le due sorelle, entrambe così poco vanitose che spesso mi meraviglio tra di me, tanto più che nulla di simile posso riferire sul conto della loro mamma quando era ancora giovane e portava le vesti corte».

Ma per quanto grande fosse la gioia che le due sorelle maggiori procuravano ai genitori, «l’idolo e la beniamina di tutta la casa» era la figlioletta minore, Eleanor o Tussy come era il suo vezzeggiativo.

«La bambina nacque proprio quando il mio povero, caro Edgar ci lasciò, e tutto l’amore per il fratellino, tutta la tenerezza per lui passarono ora alla piccola sorellina, per cui le ragazze maggiori ebbero premure quasi materne. È raro trovare una bambina così bella, ingenua e piena di brio. La bambina si fa notare specialmente per il modo assai grazioso con cui parla e racconta. Lo ha appreso dai suoi fratelli Grimm, che l’accompagnano giorno e notte. Noi tutti leggiamo queste novelle fino a rimanere intontiti, ma guai a noi se nel racconto di Tremotino, del re Barba di Tordo o di Biancaneve omettiamo anche soltanto una sillaba. Attraverso queste fiabe, la bambina ha imparato oltre all’inglese che è nell’aria, anche il tedesco, che sa parlare con particolare correttezza grammaticale e con precisione. La bambina è la grande preferita di Karl, e spesso il suo ridere e cinguettare gli fa dimenticare le sue preoccupazioni».

Poi è ricordata anche Lenchen, il vero genio domestico.

«Chieda di lei al suo caro amico; egli le dirà quale tesoro posseggo in lei. Durante sedici anni essa ci ha accompagnati attraverso tutte le burrasche e peripezie».

La splendida lettera si chiude con le notizie sugli amici che, quando non si sono dimostrati fedeli a Karl, vengono trattati, in modo tutto femminile, più duramente che da Marx stesso. «Non mi piacciono le mezze misure»; così la signora Jenny ruppe del tutto con la parte femminile della famiglia Freiligrath.

Frattanto la «spedizione» in Olanda, dallo zio Philips, era riuscita passabilmente. Di qui Marx andò a Berlino, per realizzare un piano che Lassalle aveva ripetutamente sollecitato, la fondazione di un proprio organo di partito, la cui necessità si era resa particolarmente sensibile con la crisi del 1859, e per il quale si era creata la possibilità grazie all’amnistia che nel gennaio del 1861 Guglielmo, ora re, aveva promulgato. L’amnistia era assai stretta, piena di trabocchetti e di tranelli, ma tuttavia permetteva agli ex redattori della Neue Rheinische Zeitung di rientrare in Germania.

A Berlino Marx fu accolto da Lassalle «con grande amicizia», ma il «posto» gli restò «personalmente odioso». Niente alta politica, ma soltanto beghe con la polizia, e l’antagonismo fra militari e civili.

«Il tono prevalente a Berlino è sfrontato e frivolo. Le Camere sono disprezzate».X.21

Anche in paragone con i conciliatori del 1848, che pure non erano stati davvero dei titani, Marx vide nella Camera dei deputati prussiana, con i suoi Simson e Vincke, «uno strano miscuglio fra l’ufficio e l’aula scolastica»,X.22 e disse che le sole figure che avessero un aspetto almeno decoroso, in quella stalla di pigmei, erano da una parte Waldeck e dall’altra don Chisciotte von Blankenburg. Ma nonostante tutto Marx credette di poter trovare traccia di un generale desiderio di chiarificazione e una grande insoddisfazione, in gran parte del pubblico, per la stampa borghese. Gente di ogni rango considerava ineluttabile una catastrofe. Nelle imminenti elezioni dell’autunno sarebbero stati senz’altro eletti i conciliatori di un tempo, che il re temeva come repubblicani rossi, e la faccenda dei progetti di legge militari avrebbe potuto prendere una piega seria. Perciò Marx ritenne che il progetto di Lassalle per un giornale fosse in sé e per sé degno di considerazione.

Ma non accettava di attuarlo così come Lassalle l’aveva pensato. Lassalle voleva essere redattore capo accanto a Marx, e ammettere anche Engels come terzo redattore capo, a condizione che Marx ed Engels non avessero diritto a più voti di lui, perché altrimenti il suo voto sarebbe stato sempre sopraffatto. Probabilmente Lassalle aveva soltanto accennato, nel corso di un rapido colloquio, alle grandi linee di questo piano avventuroso, che avrebbe fatto nascere bell’e morto il giornale progettato; nondimeno questo non ha alcuna importanza, in quanto Marx non era in nessun caso incline a concedergli di avere un qualche influsso determinante.

«Lassalle, abbagliato dalla considerazione di cui gode in certi circoli dotti per il suo Eraclito e in un altro cerchio di scrocconi per il buon vino e la cucina, naturalmente non sa che presso il grande pubblico è screditato. Inoltre la sua prepotenza, il suo impigliarsi nel concetto speculativo (il giovanotto sogna persino di voler scrivere una nuova filosofia hegeliana alla seconda potenza), l’essere infetto di vecchio liberalismo francese, la sua penna prolissa, la sua importunità e la mancanza di tatto ecc. Lassalle, tenuto sotto una stretta disciplina, potrebbe render servigi come uno dei redattori. Altrimenti solo compromettere le cose».X.23

In questi termini Marx informò Engels sulle trattative con Lassalle, aggiungendo che, per non offendere il suo ospite, aveva differito la decisione definitiva, finché si fosse consigliato con Engels e Wilhelm Wolff. Anche Engels aveva analoghi scrupoli, e rispose in senso negativo.

Tutto il progetto del resto era un castello in aria, come una volta, con giusto presentimento, l’aveva definito Lassalle. Fra le astuzie dell’amnistia prussiana c’era anche questa, che pur concedendo agli esuli degli anni della rivoluzione di rimpatriare impunemente, sotto condizioni in parte accettabili, non restituiva loro però il diritto di cittadinanza, che secondo le leggi prussiane avevano perduto dopo aver soggiornato all’estero per più di dieci anni. Chi oggi rimpatriava, poteva domani esser ricacciato oltre il confine per il cattivo umore di qualsiasi pascià della polizia. Nel caso di Marx si aggiungeva che era uscito dalla comunità statale prussiana, in ogni caso spinto dalle angherie della polizia prussiana, anzi proprio su esplicito invito già parecchi anni prima della rivoluzione. In qualità di suo rappresentante con pieni poteri, Lassalle mise in moto mari e monti per fargli riavere il diritto di cittadinanza prussiana; a questo scopo usò tutte le sue arti presso il presidente della polizia di Berlino von Zedlitz e presso il conte Schwerin, ministro degli interni e uno dei pilastri della nuova era, ma inutilmente. Zedlitz dichiarò che non vi era altro motivo che si opponesse alla naturalizzazione di Marx, se non i suoi «sentimenti repubblicani, o per lo meno non monarchici», e Schwerin, quando Lassalle gli fece osservare con energia che non poteva praticare «l’inquisizione delle idee e la persecuzione a causa delle idee politiche» che lui stesso aveva rimproverato così duramente ai suoi predecessori Manteuffel e Westphalen, replicò seccamente che non vi era «per il momento assolutamente nessun particolare motivo a favore del conferimento della naturalizzazione al nominato Marx». Uno stato come quello prussiano non poteva certo tollerare il nominato Marx: su questo quegli oscuri ministri, sia il conte Schwerin, che i suoi predecessori Kühlwetter e Manteuffel, avevano ragione.

Da Berlino Marx fece anche una scappata in Renania fece visita a vecchi amici a Colonia e alla vecchia madre a Treviri, che ormai si approssimava alla morte; e nei primi giorni di maggio era di nuovo a Londra. Ora sperava di por fine alla vita agitata della famiglia e di portare a termine il suo libro. A Berlino gli era riuscito il tentativo più volte fallito in passato di mettersi in relazione con la Wiener Presse che gli promise di compensargli con una sterlina gli articoli di fondo, e con mezza sterlina le corrispondenze. Anche i rapporti con la New York Tribune parvero riprendere vita. Essa stampò più volte i suoi articoli con espliciti accenni ai loro pregi; «strano modo di questi yankees – diceva Marx – di distribuire testimonia ai loro propri corrispondenti».X.24 Anche la Wiener Presse faceva «molto chiasso attorno ai suoi articoli». Ma i vecchi debiti non erano stati del tutto liquidati, e la mancanza di entrate nei giorni della malattia e del viaggio in Germania contribuì a far «venire di nuovo a galla il vecchio sudiciume»;X.25 Marx mandò a Engels gli auguri per l’anno nuovo in forma di imprecazione: se l’anno nuovo avesse dovuto essere uguale al vecchio, per parte sua avrebbe desiderato piuttosto l’inferno.

L’anno 1862 non solo fu simile al precedente, ma anzi lo vinse in orrori. La Wiener Presse, nonostante tutta la réclame che fece a proposito di Marx, si dimostrò anche più spilorcia, se possibile, del giornale americano. Già in marzo Marx scrisse a Engels:

«Per me è indifferente che non stampino gli articoli migliori (quantunque io scriva sempre in modo che possano venir stampati). Ma pecuniariamente non va che stampino un articolo su quattro o cinque, e ne paghino uno solo. Questo mi abbassa assai al di sotto d’uno scribacchino a un soldo la riga».X.26

Con la New York Tribune cessò ogni relazione nel corso dell’anno per motivi che non si possono più accertare nei particolari, ma che in complesso sono da riportare alla guerra di secessione americana.

Nonostante che questa guerra lo mettesse nei peggiori guai, Marx la salutò con la più viva simpatia.

«Non dobbiamo illuderci in proposito», scrisse qualche anno dopo nella prefazione del suo capolavoro scientifico. «Come la guerra d’indipendenza americana del secolo XVIII ha suonato a martello per la classe media europea, così la guerra civile americana del secolo XIX suona a martello per la classe operaia europea».X.27

Nel suo carteggio con Engels egli seguiva il corso della guerra con profondo interesse. Ma sui dettagli militari si faceva volentieri istruire da Engels, perché si considerava soltanto un profano della scienza militare, e ciò che Engels ebbe da dire in proposito resta ancora oggi di altro interesse, non solo storico, ma anche politico; per esempio, egli illuminava a fondo la questione di un esercito permanente o di una milizia volontaria con queste profonde parole:

«Solo una società organizzata ed educata comunisticamente potrà avvicinarsi molto al sistema della milizia, e anch’essa senza arrivarci del tutto».X.28

Il detto che il maestro lo si scorge soltanto nel limite si è dimostrato vero qui in un senso diverso da come lo intendeva il poeta.

Engels era un maestro in fatto di giudizi militari, ma ciò limitava il suo orizzonte generale. La pietosa condotta di guerra degli stati del Nord gli fece credere talvolta che sarebbero stati sconfitti. Nel maggio del 1862 scrisse:

«Quel che mi confonde le idee a ogni successo degli yankees, non è la situazione militare in sé e per sé. Essa non è che il risultato della torpidezza e dell’ottusità che si mostra in tutto il Nord. Dov’è dunque l’energia rivoluzionaria del popolo? Si lasciano battere e sono regolarmente superbi delle batoste ricevute. Dov’è in tutto il Nord un solo sintomo che la gente prende qualcosa sul serio? Io non ho mai veduto niente di simile in Germania nemmeno nei tempi peggiori. Gli yankees sembra che invece si rallegrino soprattutto di questo, che potranno abbindolare i loro creditori di stato».X.29

Perciò in luglio pensava che per il Nord tutto fosse finito, e in settembre che quei tipi del Sud, che perlomeno sapevano quel che volevano, apparivano degli eroi di fronte alla fiacca condotta del Nord.

Invece Marx continuava a credere fermamente nella vittoria del Nord. In settembre rispose:

«Per quanto riguarda gli yankees, resto saldo nell’opinione che alla fine vincerà il Nord… Il modo con cui conduce la guerra non è che quello che era da attendersi da una repubblica borghese, dove l’intrigo domina sovrano da lunghissimo tempo. In queste cose si trova meglio il Sud che è un’oligarchia e in particolare un’oligarchia dove tutto il lavoro produttivo ricade sui niggers e i quattro milioni di “white trashX.30 sono filibusters di professione. Tuttavia scommetterei la testa che quei giovinetti finiranno per avere la peggio».X.31

Il giudizio di Marx era superiore in virtù della sua convinzione che anche la guerra, in ultima analisi, è determinata dalla situazione economica in cui vivono i belligeranti.

Questa meravigliosa chiarezza era tanto più da ammirare in quanto la stessa lettera fa vedere in quale opprimente miseria vivesse Marx a quel tempo. Come scriveva a Engels, egli si era deciso a un passo al quale né prima né dopo di allora si era mai potuto decidere: aveva cercato di ottenere un impiego borghese, e aveva qualche prospettiva di essere assunto in un ufficio ferroviario inglese. La cosa andò a monte – lui stesso non sapeva se chiamarla fortuna o sfortuna – a causa della sua scrittura illeggibile. Ma la miseria diventava sempre più grave. Marx stesso era continuamente malato; oltre a nuovi attacchi del suo vecchio mal di fegato cominciò a essere tormentato, per lunghi anni, da dolorosi antraci e foruncoli, e per la situazione completamente disperata sua moglie minacciava di cadere in una nuova crisi. Le figlie mancavano persino dei vestiti e delle scarpe necessari per frequentare la scuola; mentre nell’anno dell’Esposizione Mondiale le loro compagne si divertivano, esse, ogni volta che dovevano andare a scuola, erano in angustie per la loro miseria. La figlia maggiore, che era abbastanza grande per intendere tutta la situazione, cominciò a soffrirne assai; all’insaputa dei genitori, tentò di prendere lezioni per darsi al teatro.

Così Marx si abituò a un’idea meditata da tempo, che aveva sempre rimandato pensando all’educazione delle figlie. Voleva lasciare i mobili al landlord, che gli aveva già mandato in casa l’usciere, dichiarare fallimento di fronte a tutti gli altri creditori, sistemare le due figlie maggiori come governanti per mezzo di una famiglia inglese amica, licenziare Lenchen Demuth e collocarla in un altro servizio, e traslocare, lui e sua moglie con la bambina più piccola, in uno di quei casamenti a pagamento istituiti per sopperire ai bisogni delle classi più povere.

Engels impedì questa soluzione estrema. Nella primavera del 1860 aveva perduto il padre, e in seguito a ciò aveva ottenuto una posizione migliore, quantunque con grandi spese di rappresentanza, nella ditta Ermen & Engels, con in più la prospettiva di diventare socio. Ma il peso della crisi americana fu grave, e ridusse sensibilmente le sue entrate. Nei primi giorni del 1863 lo colpì la sventura della perdita di Mary Burns, la giovane popolana irlandese con la quale da dieci anni era legato da libero amore. Profondamente scosso scrisse a Marx:

«Non ti posso dire quale animo sia il mio. La povera ragazza mi ha amato con tutto il cuore».X.32

Ma Marx non dimostrò nella sua risposta quella partecipazione che Engels poteva aspettarsi (e questa sua freddezza indicava più di ogni altra cosa come avesse l’acqua fino alla gola); con alcune parole intimamente fredde accennava alla disgrazia, e quindi descriveva minutamente la situazione disperata in cui si trovava: se non poteva riscuotere una grossa somma, la casa non sarebbe andata avanti altre due settimane. È vero che lui stesso trovava «terribilmente egoistico» raccontare cose del genere in simile momento.

«Ma in fin dei conti, che cosa debbo fare? In tutta Londra non v’è un uomo col quale possa aprir l’animo e in casa mia io recito la parte dello stoico taciturno, per fare il contrappeso agli sfoghi dell’altra parte».X.33

Tuttavia Engels si sentì urtato dalla «fredda accoglienza» con cui Marx aveva preso la sua disgrazia, e non ne fece mistero nella sua risposta, che ritardò di alcuni giorni. Disse anche di non poter disporre di una grossa somma, ma faceva diverse proposte per togliere Marx dai guai.

Questi a sua volta ritardò la sua risposta, ma solo per lasciar calmare gli spiriti, non perché si irrigidisse nel suo torto. Anzi lo riconobbe lealmente, respingendo però l’accusa di «mancanza di cuore»; in questa e in una successiva lettera raccontò sinceramente quel che gli aveva fatto perdere la testa, usando in pari tempo una forma conciliante e piena di tatto, perché era ovvio che Engels doveva sentirsi offeso nel più profondo, poiché la signora Marx non gli aveva fatto pervenire neppure una parola di condoglianza per la morte della sua amata.

«Le donne sono strane creature, anche quelle provviste di molta intelligenza. Al mattino mia moglie piangeva su Mary e sulla tua perdita, così da dimenticare del tutto la sua propria disgrazia, che per l’appunto arrivò al suo culmine nella giornata, e alla sera credeva che, all’infuori di noi, al mondo non potesse soffrire nessuno fuorché chi ha il perito dei pignoramenti in casa e chi ha figli».X.34

Ma per riconciliare Engels bastava una parola di pentimento:

«Non è possibile esser vissuti tanti anni insieme con una donna, senza esser colpiti terribilmente dalla sua morte. Sentii che con lei seppellivo l’ultima parte della mia giovinezza. Quando ricevetti la tua lettera, non era ancora sepolta. Io ti dico, la tua lettera mi rimase fissa in capo per tutta una settimana, non potevo dimenticarla. Non importa, la tua ultima compensa quella, e sono lieto di non aver perduto con Mary anche il mio più vecchio e migliore amico».X.35

Fu questo il primo ma anche l’ultimo momento di tensione nei rapporti fra i due amici.

Con un «colpo arrischiatissimo» Engels riuscì a mettere insieme cento sterline, grazie alle quali Marx fu tenuto a galla, tanto da rinunciare al trasloco in quei casamenti. Per il 1863 tirò avanti, e verso la fine dell’anno sua madre morì. Ciò che ereditò da lei non poteva esser certo rilevante. Qualche tranquillità gli procurarono soltanto le otto o novecento sterline che Wilhelm Wolff gli lasciò per testamento, nominandolo suo principale erede.

Wolff morì nel maggio del 1864, profondamente compianto da Marx ed Engels. Non aveva ancora 55 anni; nelle tempeste di una vita agitata non si era mai risparmiato e, come lamentava Engels, aveva affrettato la sua fine con l’ostinata fedeltà al dovere della sua professione d’insegnante. Dopo che l’esilio, in un primo tempo, lo aveva ridotto a mal partito, Wolff si era venuto a trovare, per l’affetto che gli tributavano i tedeschi di Manchester, in condizioni di vita agiate, e pare anche che l’eredità paterna non gli sia toccata che poco prima di morire. Più tardi Marx dedicò «al suo indimenticabile amico, all’ardito, fedele, nobile pioniere del proletariato» il primo volume del suo capolavoro immortale, al quale poté lavorare indisturbato grazie all’ultimo servigio che l’amico Wolff gli aveva reso. Le preoccupazioni non erano certo scacciate per sempre, ma non pesarono più su Marx in forma così angosciosa, e opprimente, perché nel settembre 1864 Engels concluse con gli Ermen un contratto che lo faceva comproprietario della ditta, e così poté aiutare chi aveva bisogno di aiuto, sempre con la stessa instancabile generosità, ma ora con mezzi maggiori a disposizione.

7. L'agitazione di Lassalle

Nel luglio del 1862, nei giorni delle maggiori tribolazioni, Lassalle andò a Londra a restituire la visita. «Per mantenere di fronte a lui certi dehors, mia moglie aveva dovuto portare al Monte dei pegni perfino quasi tutto l’impegnabile!»,X.36 scrisse Marx a Engels. Lassalle non aveva nessun sospetto di questa situazione dolorosa; prese per realtà l’apparenza che Marx e sua moglie diffondevano attorno a sé; la premurosa economa della casa, Lenchen Demuth, non dimenticò mai l’ottimo appetito di questo ospite. Si creò così una «situazione schifosa»; e non c’è nulla di male se Marx, specialmente di fronte al contegno di Lassalle che non soffriva di eccessiva modestia, non fu del tutto lontano dal provare quel sentimento che una volta fece dire a Schiller, di Goethe: come tutto è stato facile per quest’uomo, e io come devo lottare duramente per tutto! Soltanto al momento della separazione, dopo un soggiorno di parecchie settimane, parve che Lassalle avesse intuito il vero stato delle cose. Offrì il suo aiuto e voleva lasciare 15 sterline in prestito fino alla fine dell’anno; disse anche che Marx poteva trarre cambiali su di lui, per qualsiasi somma, purché il pagamento fosse garantito da Engels o da altri. Con l’aiuto di Borkheim, Marx cercò di procurarsi in questo modo 400 talleri, ma a questo punto Lassalle avvertì per lettera che «per qualsiasi evenienza di vita o di morte, escludendo tutti gli imprevisti», condizionava la sua accettazione a un impegno scritto di Engels, il quale si doveva obbligare a metterlo in possesso della somma otto giorni prima della scadenza della cambiale. La mancanza di fiducia nella sua assicurazione personale non poté fare gradita impressione a Marx, ma Engels lo pregò di non prendersela per «queste asinerie», e rilasciò subito la garanzia richiesta.

Il seguito di questo affare finanziario non è del tutto chiaro; il 29 ottobre Marx scrisse a Engels che Lassalle era «adiratissimo» con lui, e che chiedeva che la copertura fosse inviata a lui personalmente, e il 4 novembre scrisse che Freiligrath era disposto a inviare i 400 talleri a Lassalle. Il giorno dopo Engels rispose che «domani» avrebbe mandato 60 sterline a Freiligrath. Ma nello stesso tempo parlano entrambi di un «rinnovo» della cambiale, e qui devono esservi state in qualche modo delle difficoltà; per lo meno il 24 aprile 1864 Lassalle riferiva a una terza persona di non avere scritto più a Marx da due anni, perché «per motivi finanziari» non era in buoni rapporti con lui. Effettivamente Lassalle scrisse per l’ultima volta a Marx alla fine del 1862, e gli mandò il suo opuscolo E adesso? .X.37 La lettera non è conservata, però Marx scrisse a Engels, il 2 gennaio 1863, che suo contenuto era la richiesta di restituire un libro, e il 12 giugno, dopo una dura critica dell’agitazione di Lassalle, scrisse sempre a Engels: «Dal principio dell’anno non ho saputo ancora decidermi a scrivere a questo bel tipo».X.38 Se si sta a queste parole, Marx interruppe la corrispondenza per ostilità politica.

Fra le due asserzioni può non esservi alcuna vera contraddizione; potrebbe darsi appunto che al primo motivo di contrasto si sia aggiunto il secondo. Le circostanze estremamente spiacevoli in cui i due si erano incontrati personalmente l’ultima volta avevano parecchio contribuito ad acuire le divergenze nelle loro opinioni politiche. Queste divergenze d’opinione oltre tutto non erano diminuite in seguito alla visita che Marx aveva fatto a Berlino.

Nell’autunno del 1861 Lassalle aveva fatto un viaggio in Svizzera e in Italia, aveva conosciuto Rüstow a Zurigo e Garibaldi a Caprera; anche a Londra visitò Mazzini. Sembra essersi interessato a un piano del Partito d’azione italiano, fantastico e mai realizzato, secondo il quale Garibaldi avrebbe dovuto passare in Dalmazia con i suoi volontari e quindi provocare l’insurrezione dell’Ungheria. Da parte di Lassalle stesso non esistono documenti in proposito, e nel peggiore dei casi può essersi trattato soltanto di un’idea momentanea. Lassalle infatti aveva tutt’altre cose per la testa, e prima di andare a Londra aveva già cominciato a trattarne in due discorsi. Più che tutte le questioni italiane, a Lassalle importava di guadagnarsi l’alleanza di Marx per quei progetti. Invece Marx si dimostrò ancora più inaccostabile dell’anno precedente. Per un giornale che Lassalle voleva ancora fondare disse che avrebbe lavorato come corrispondente inglese, dietro buon pagamento, ma senza assumersi assolutamente responsabilità di nessun genere, poiché non concordava in nulla con Lassalle, fuor che in alcuni scopi finali alquanto distanti. Non meno negativo fu il suo atteggiamento di fronte al piano per un’agitazione operaia, che Lassalle gli espose. Il suo giudizio era che Lassalle si lasciava troppo dominare dalle circostanze immediate; che voleva porre al centro della sua agitazione un contrasto contro un nano come Schulze-Delitzsch: accettare l’aiuto dello stato invece che aiutarsi da sé; che Lassalle ripeteva così la parola d’ordine con cui negli anni tra il 40 e il 50 il socialista cattolico Buchez aveva combattuto in Francia il vero movimento operaio; che riprendendo l’appello cartista per il suffragio universale non teneva conto delle differenze fra la situazione tedesca e quella inglese, né degli insegnamenti del Secondo Impero a proposito del suffragio universale. Infine che rinnegando ogni naturale continuità col precedente movimento tedesco incorreva negli errori dei fondatori di sette, nell’errore di Proudhon, che consisteva nel non cercare la base reale negli elementi concreti del movimento di classe, ma di voler prescrivere a esso il suo corso secondo una data ricetta dottrinaria.

Lassalle non si lasciò scoraggiare da queste critiche, e continuò invece la sua agitazione, dalla primavera del 1863, come agitazione dichiaratamente operaia. Tuttavia non rinunciò mai alla speranza di convincere Marx della bontà della sua causa; infatti, anche dopo che la loro corrispondenza fu interrotta, continuò a mandare regolarmente a Marx i suoi opuscoli di agitazione. Essi però erano accolti in una maniera che Lassalle non si sarebbe aspettato. Marx li giudicava, nelle sue lettere a Engels, con un’asprezza tale che finiva per diventare anche ingiustizia durissima. Non occorre entrare negli spiacevoli particolari che si possono leggere nel carteggio fra Marx ed Engels; basti dire che Marx si sbarazzava di quegli scritti, che da allora hanno dato una nuova vita a centinaia di migliaia di lavoratori tedeschi, trattandoli da plagi da ginnasiale, quando li leggeva, oppure, quando non li leggeva, da compitini scolastici, che non valeva la pena di leggere perdendo del tempo.

Solo un superficiale fariseismo può passar sopra a questi fatti con la vuota frase che Marx poteva parlare così nella sua qualità di maestro di Lassalle. Marx non era un superuomo, e lui stesso non voleva essere niente più che un uomo, al quale nulla era estraneo di ciò che è proprio dell’umanità; la ripetizione meccanica era proprio ciò che non poteva sopportare. Seguendo i suoi principi, gli si rende più onore riparando i torti da lui fatti che riparando quelli da lui subiti. Egli stesso ci acquista di più se si esaminano a fondo, con critica spregiudicata, i suoi rapporti con Lassalle, che se si seguono coloro che ciecamente ripetono tutto alla lettera e che, secondo l’immagine di Lessing, si avviano tranquillamente con le sue pantofole in mano per la strada da lui aperta.

Marx era il maestro di Lassalle, e nello stesso tempo non lo era. Sotto un certo punto di vista avrebbe potuto dire di Lassalle quello che Hegel, sul letto di morte, avrebbe detto dei suoi scolari: uno solo mi ha capito, e quel solo mi ha frainteso. Lassalle fu il seguace incomparabilmente più geniale che Marx ed Engels abbiano acquistato, ma non ha mai appreso l’alfa e l’omega della nuova concezione del mondo, il materialismo storico. Egli infatti non si liberò mai del «concetto speculativo» della filosofia hegeliana, e per quanto comprendesse il significato storico della lotta di classe del proletariato, questa comprensione si attuò soltanto nelle forme di pensiero idealistiche che erano eminentemente proprie dell’età borghese, nella filosofia e nel diritto.

A ciò si aggiunga che, come economista, fra lui e Marx ci correva parecchio e che egli capiva in maniera inadeguata le idee economiche di Marx, o anche le fraintendeva del tutto. A questo proposito lo stesso Marx talvolta lo giudicava con troppa indulgenza, ma, più spesso, con troppa durezza. Marx trovava soltanto «notevoli malintesi»X.39 nell’esposizione della sua teoria del valore fatta da Lassalle, ma si potrebbe dire piuttosto che Lassalle non aveva affatto capito questa teoria. Lassalle prendeva da essa soltanto ciò che conveniva alla sua concezione del mondo fondata sulla filosofia del diritto: la dimostrazione che l’insieme del tempo di lavoro sociale, che forma il valore, rende necessaria la produzione comune della società per assicurare all’operaio il pieno prodotto del suo lavoro. Ma per Marx la teoria del valore da lui sviluppata era la soluzione di tutti gli enigmi che racchiude il modo di produzione capitalistico, un filo dietro al quale si poteva seguire la formazione del valore e del plusvalore come processo storico universale che dovrà rivoluzionare la società capitalistica in società socialista. A Lassalle sfuggiva la differenza fra il lavoro in quanto produce valori d’uso e il lavoro in quanto produce valori di scambio, quella duplice natura del lavoro contenuto nelle merci, che per Marx era il punto centrale sul quale gravitava l’intendimento dell’economia politica. Su questo punto decisivo si apriva quella profonda divergenza che esisteva fra Lassalle e Marx, la divergenza fra la concezione della filosofia del diritto e la concezione economico-materialistica.

A proposito di altre questioni economiche Marx ha dato un giudizio troppo aspro sulle debolezze di Lassalle, in particolare sui pilastri economici sui quali Lassalle appoggiava la sua agitazione: quella che lui aveva battezzato legge bronzea del salario e le associazioni produttive con credito di stato. Marx pensava che Lassalle avesse preso a prestito la prima dagli economisti inglesi Malthus e Ricardo, le seconde dal socialista cattolico francese Buchez. In realtà Lassalle aveva ricavato l’una e le altre dal Manifesto comunista.

Dalla teoria della popolazione di Malthus, secondo cui gli uomini si moltiplicano sempre più rapidamente dei mezzi di sostentamento, Ricardo aveva fatto derivare la legge secondo cui il salario medio era limitato al fabbisogno occorrente abitualmente in un popolo per il mantenimento dell’esistenza e per la riproduzione. Lassalle non ha mai ripreso questa maniera di fondare la legge del salario per mezzo di una pretesa legge naturale; egli ha combattuto la teoria malthusiana della popolazione altrettanto aspramente quanto Marx ed Engels. Soltanto per la società capitalistica «negli attuali rapporti, sotto il dominio della domanda e dell’offerta di lavoro», Lassalle rilevava il carattere «bronzeo» della legge del salario, e seguiva in questo le orme del Manifesto comunista.

Soltanto tre anni dopo la morte di Lassalle, Marx dimostrò il carattere elastico della legge del salario, così come si configura nel momento culminante della società capitalistica, quando trova i suoi limiti in alto nel bisogno di valorizzare il capitale e in basso nella misura di miseria che l’operaio può sopportare senza morire immediatamente di fame. Entro questi limiti il livello del salario è determinato non dal movimento naturale della popolazione, ma dalla resistenza che gli operai oppongono alla costante tendenza del capitale a spremere il più possibile di lavoro non pagato dalla loro forza-lavoro. Quindi l’organizzazione sindacale della classe operaia assume un significato tutto diverso, per la lotta di emancipazione del proletariato, da quello che Lassalle le voleva assegnare.

Fin qui i giudizi di Lassalle in materia economica erano soltanto arretrati, rispetto a Marx; ma con le sue associazioni produttive egli incorse in un grave equivoco. Non le aveva riprese da Buchez e non le considerava neppure una panacea, ma solo un inizio di socializzazione della produzione, che è il punto di vista sotto il quale l’accentramento del credito in mano allo stato e l’istituzione di fabbriche nazionali sono nominati nel Manifesto comunista. Nel Manifesto se ne parla accanto a una serie di altre misure, delle quali è detto che esse «sono economicamente insufficienti e insostenibili, ma nel corso del movimento sorpassano sé stesse e spingono in avanti, e sono inevitabili mezzi per rivoluzionare l’intero modo di produzione».X.40 Lassalle, al contrario, nelle sue associazioni produttive vedeva «il granello di senapa organico, che irresistibilmente spinge a ogni ulteriore sviluppo e dal suo stesso seno lo fa dispiegare». In questo Lassalle rivelava senza dubbio una «infezione di socialismo francese», in quanto supponeva che le leggi della produzione delle merci si potessero levar di mezzo nell’ambito stesso della produzione delle merci.

Le debolezze di Lassalle in fatto di economia, che qui si sono potute accennare solo in un paio di punti principali, erano fatte apposta per mettere di malumore Marx. Ciò che lui aveva messo in chiaro da molto tempo veniva rimesso in dubbio. Era senz’altro giustificabile qualche parola brusca in proposito. Ma nella sua comprensibile irritazione Marx non riconobbe che Lassalle praticava sostanzialmente la sua politica, nonostante tutti gli spropositi teorici. Quella di collegarsi con l’ala estrema di un movimento già esistente, per spingerlo così in avanti, era la prassi che Marx stesso aveva sempre raccomandato e alla quale si era pure attenuto nel 1848. Lassalle non si lasciò dominare dalle «circostanze immediate» più di quanto avesse fatto Marx negli anni della rivoluzione. Che Lassalle, come fondatore di una setta, abbia rinnegato ogni rapporto naturale col movimento precedente, è vero solo in quanto nella sua agitazione non ha mai nominato la Lega dei Comunisti e il Manifesto comunista. Ma anche nelle parecchie centinaia di numeri della Neue Rheinische Zeitung si cercherebbe inutilmente una menzione della Lega e del Manifesto.

Dopo la morte di Lassalle e di Marx, Engels ha giustificato la tattica di Lassalle, sia pure indirettamente, ma con efficacia tanto maggiore. Quando, negli anni 1886 e 1887, cominciò a svilupparsi negli Stati Uniti un movimento proletario di massa, con un programma assai confuso, Engels scrisse al vecchio amico Sorge: «Il primo gran passo che importa compiere in ogni paese appena entrato nel movimento è che gli operai si costituiscano in partito politico indipendente, non importa quale, purché sia un partito specificamente operaio». E aggiungeva che se il primo programma di questo partito è ancora confuso ed estremamente manchevole, questi sono inconvenienti inevitabili ma nello stesso tempo passeggeri. Analogamente scriveva ad altri amici di partito in America. La teoria marxista – diceva – non è un dogma dell’unica vera religione, ma la descrizione di un processo di svolgimento; non si deve aggravare l’inevitabile confusione della prima marcia costringendo la gente a inghiottire cose che per il momento non potrebbe capire, ma che imparerebbe presto.

Engels si richiamava qui all’esempio che lui e Marx avevano dato negli anni della rivoluzione.

«Quando, nella primavera del 1848, ritornammo in Germania, aderimmo al Partito democratico, perché questa era l’unica possibilità di essere ascoltati dalla classe operaia; eravamo l’ala più avanzata del partito, ma pur sempre un’ala di esso».

E come la Neue Rheinische Zeitung non aveva parlato del Manifesto comunista, anche ora Engels metteva in guardia dal lanciarlo nel movimento americano, osservando che il Manifesto, come quasi tutte le cose minori di Marx e sue, era ancora troppo difficile da capire per l’America, e che gli operai americani entravano solo allora nel movimento ed erano sempre assolutamente grezzi, enormemente indietro soprattutto dal punto di vista teorico; «la leva deve essere applicata direttamente alla pratica, e inoltre è necessaria una letteratura del tutto nuova. Quando la gente è in certa misura sulla via giusta, allora il Manifesto non mancherà il suo effetto, ora agirebbe solo su pochi». E quando Sorge obiettò che il Manifesto al suo apparire aveva avuto un effetto profondo su di lui, ancora ragazzo, Engels replicò:

«Quarant’anni fa voi eravate tedeschi, con un senso teorico tedesco, e perciò il Manifesto fece effetto, mentre invece, per quanto tradotto in francese, in inglese, in fiammingo, in danese ecc., presso gli altri popoli rimase assolutamente inefficace».

Nel 1863, dopo lunghi anni di plumbea oppressione, di questo senso teorico era rimasto poco nella classe operaia tedesca; anch’essa aveva bisogno di una lunga educazione per tornare a capire il Manifesto.

Proprio in quello che Engels con costante e preciso richiamo a Marx, indicava come la «cosa principale» di un movimento operaio agli inizi, l’agitazione di Lassalle era irreprensibile. Anche se come economista egli restava un bel pezzo indietro rispetto a Marx, come rivoluzionario gli stava alla pari, a meno che gli si voglia far rimprovero perché la continua irruenza dell’energia rivoluzionaria in lui prevaleva sulla pazienza instancabile del ricercatore scientifico. Tutti i suoi scritti – con la sola eccezione dell’Eraclito – erano calcolati per un’efficacia pratica immediata.

Egli quindi costruì la sua agitazione sulle larghe e salde fondamenta della lotta di classe, e le assegnò come obiettivo irremovibile la conquista del potere politico da parte della classe operaia. Al movimento inoltre non impose affatto un corso ricavato da una determinata ricetta dottrinaria, come gli rimproverava Marx, ma prese le mosse invece dagli «elementi reali» che già di per sé avevano dato origine a un movimento fra gli operai tedeschi: il suffragio universale e la questione delle associazioni. Almeno in quel tempo Lassalle valutò molto più giustamente di Marx ed Engels il suffragio universale, come leva della lotta proletaria di classe, e le sue associazioni produttive con credito statale, nonostante tutto quello che contro di esse si può opporre, erano fondate sul principio giusto che (per citare alcune parole scritte da Marx stesso qualche anno più tardi) «il lavoro cooperativo, per salvare le masse lavoratrici, dovrebbe svilupparsi in dimensioni nazionali e, per conseguenza, dovrebbe essere alimentato con mezzi della nazione».X.41 L’apparenza del «fondatore di una setta» Lassalle poteva averla tutt’al più esteriormente, per la venerazione qualche volta esagerata che gli tributavano i suoi seguaci, ma almeno di questo la vera e prima colpa non era sua. Si dette molta pena per evitare che «il movimento assumesse, di fronte agli imbecilli, la figura di una sola persona»; cercò di attirare nel suo movimento non solo Marx ed Engels, ma anche Bucher e Rodbertus e ancora parecchi altri; se non riuscì però ad acquistarsi un compagno spiritualmente pari a lui, era naturale che la gratitudine degli operai assumesse le forme non sempre simpatiche di un culto personale. Certo non era neppure uomo da nascondere la sua fiaccola sotto il moggio: Lassalle non era dotato dell’abnegazione di Marx, che teneva sempre in ombra la propria persona.

Bisogna anche considerare un altro punto di vista decisivo: la lotta apparentemente violenta della borghesia liberale contro il governo prussiano, dalla quale si sviluppò l’agitazione di Lassalle. Dal 1859 Marx ed Engels avevano dedicato maggiore attenzione alle cose tedesche ma, come mostrano per più riguardi le loro lettere fino al 1866, non ne avevano acquistato un senso esatto. Nonostante le loro esperienze degli anni della rivoluzione, contavano sempre sulla possibilità di una rivoluzione borghese e persino militare, e mentre sopravvalutavano la borghesia tedesca sottovalutavano la politica grande-prussiana. Non superarono mai le impressioni della loro giovinezza, di quando la loro patria renana, nell’orgogliosa coscienza della sua cultura moderna, guardava con disprezzo dall’alto in basso le antiche province prussiane, e quanto più la loro attenzione si rivolgeva ai piani zaristi di conquista mondiale, tanto più vedevano nello stato prussiano un semplice pascialicco russo. Anche in Bismarck tendevano a vedere soltanto lo strumento di uno strumento russo, di quel «misterioso uomo delle Tuileries» del quale già nel 1859 avevano detto che obbediva soltanto alla bacchetta della diplomazia russa; non pensarono mai che la politica grande-prussiana, con tutto quel che aveva di discutibile, potesse portare a risultati che avrebbero fatto una sorpresa ugualmente sgradevole tanto a Parigi che a Pietroburgo. Ma se ritenevano ancora possibile una rivoluzione borghese in Germania, la levata di scudi lassalliana doveva apparir loro del tutto intempestiva, e, nel caso che avessero giudicato bene, nessuno sarebbe stato più disposto di Lassalle a dar loro ragione.

Ma Lassalle vedeva le cose da vicino e giudicava con maggiore esattezza. Prese le mosse proprio da questa convinzione (e in questo segno vinse): che il movimento filisteo della borghesia progressiva non può condurre mai a nulla, «anche se volessimo aspettare per secoli, per intere ere geologiche». Ma mentre veniva a mancare la possibilità di una rivoluzione borghese, Lassalle prevedeva che l’unificazione nazionale della Germania, per quanto era ancora possibile, sarebbe stata opera di un rivolgimento dinastico nel quale, a suo modo di vedere, il nuovo partito operaio avrebbe dovuto agire come cuneo avanzato. È vero però che nei suoi negoziati con Bismarck, per quanto cercasse di mettere in difficoltà la politica grande-prussiana, trasgredì tuttavia i dettami della discrezione politica, sia pure senza offendere alcun principio, e di ciò giustamente Marx ed Engels potevano essere e furono irritati.

Quel che li divideva da Lassalle negli anni 1863 e 1864 erano in ultima analisi, come nel 1859, «giudizi opposti su presupposti di fatto», e con ciò cade quella parvenza di animosità personale che pesa sui duri giudizi che proprio in questo tempo Marx pronunciava sul conto di Lassalle. Però Marx non superò mai del tutto i suoi pregiudizi contro l’uomo che nella storia della socialdemocrazia tedesca comparirà sempre a fianco suo e di Engels. Questa volta neppure il potere riconciliante della morte ha avuto un effetto duraturo.

Marx ebbe per mezzo di Freiligrath la notizia della morte di Lassalle e il 3 settembre la telegrafò a Engels, che il giorno dopo rispose:

«Puoi immaginare quanto mi abbia sorpreso la notizia. Del resto Lassalle può esser stato, dal punto di vista personale, letterario, scientifico, quello che era, ma è indubitato che politicamente era uno degli uomini più notevoli della Germania. Rispetto a noi egli era attualmente un amico molto dubbio, nell’avvenire quasi certamente un nemico, ma d’altra parte ci sentiamo duramente colpiti dal vedere perire in Germania tutti i migliori uomini dei partiti estremi. Qual giubilo si diffonderà fra i proprietari di fabbriche e i porci progressisti; Lassalle era infatti nella stessa Germania l’unico uomo di cui avessero paura».X.42

Marx lasciò passare qualche giorno, e il 7 settembre scrisse:

«La sventura di Lassalle mi s’è maledettamente rigirata per il cervello in tutti questi giorni. Egli era pur sempre uno della vecchia guardia e nemico dei nostri nemici… Con tutto ciò mi dispiace che i nostri rapporti fossero negli ultimi anni alquanto turbati, certamente per colpa sua. D’altra parte mi è assai caro l’aver resistito alle istigazioni da diverse parti e di non averlo attaccato durante il suo “anno giubilare”. Sa il diavolo, la schiera si assottiglia, di nuovi non se ne vedono».X.43

Alla contessa di Hatzfeldt Marx scrisse per consolarla: «È morto giovane, combattendo, come Achille». Poco dopo, quando quel chiacchierone di Blind si volle dare dell’importanza a spese di Lassalle, Marx gli dette il fatto suo con queste rudi parole:

«Non penso affatto a voler far capire un uomo come Lassalle e la reale tendenza della sua agitazione a un grottesco pagliaccio, che dietro di sé non ha altro che la propria ombra. Sono convinto, al contrario, che calpestando il leone morto il signor Karl Blind segua la vocazione che la natura gli ha assegnato».

E ancora qualche anno più tardi, in una lettera a Schweitzer, Marx riconosceva «l’immortale merito di Lassalle» di aver ridestato il movimento operaio tedesco dopo quindici anni di sopore, nonostante i «grandi errori» da lui commessi nella sua agitazione.

Ma tornarono anche dei giorni che Marx giudicò il morto Lassalle con maggiore asprezza e ingiustizia di quando era vivo. Ciò resta un fatto doloroso, confortato però dal pensiero che il moderno movimento operaio è tanto grandioso che anche l’intelligenza più grande non poté comprenderlo fino in fondo.

XI - Gli inizi dell’Internazionale

1. La fondazione

Qualche settimana dopo la morte di Lassalle, il 28 settembre 1864, in un grande meeting in St. Martin’s Hall, a Londra, fu fondata l’Associazione Internazionale degli Operai.

Non era opera di un singolo, non era un «piccolo corpo con una grossa testa», non era una banda di congiurati senza patria; non era né una vana ombra né un mostro spaventoso, come asseriva, con grazioso avvicendarsi, la fantasia degli araldi capitalisti punta da cattiva coscienza. Corrispondeva piuttosto a uno stadio transitorio della lotta di emancipazione del proletariato, e la sua essenza storica determinò tanto la sua necessità quanto la sua transitorietà.

Il modo di produzione capitalistico, che è in sé stesso contraddittorio, genera gli stati moderni e insieme li distrugge. Accentua al massimo i contrasti nazionali, ma trasforma anche tutte le nazioni secondo la propria immagine. Sul suo terreno questo contrasto è insolubile, e per causa sua sempre ha fatto fallimento la fratellanza dei popoli tanto proclamata e decantata dalla rivoluzione borghese. Mentre predicava libertà e pace fra le nazioni, la grande industria faceva di questo mondo un campo di battaglia quale nessun periodo precedente della storia aveva mai visto. Ma al modo di produzione capitalistico è strettamente unita anche la sua contraddizione interna. Senza dubbio la lotta di emancipazione del proletariato può svilupparsi soltanto sul terreno nazionale: poiché il processo di produzione capitalistico si compie all’interno di barriere nazionali, ogni proletariato si trova anzitutto di fronte alla propria borghesia.

Ma il proletariato non soggiace alla lotta inesorabile della concorrenza, che prepara una fine così rapida e repentina a tutti i sogni di libertà e di pace internazionale della borghesia. Appena gli operai comprendono che devono far cessare la concorrenza nelle loro stesse file, per opporre una resistenza efficace al dominio del capitale (e questo lo comprendono appena si desta la loro coscienza di classe) resta ormai solo un passo per arrivare alla cognizione più profonda che anche la concorrenza fra le classi operaie dei diversi paesi deve cessare, e anzi è necessario il loro comune concorso per infrangere il dominio internazionale della borghesia.

La tendenza internazionale si affermò quindi assai presto nel movimento operaio moderno. Ciò che l’intelletto borghese, barricato nel suo interesse economico, non poteva interpretare che come sentimento antipatriottico e mancanza di istruzione e di intelletto, non era altro che una condizione vitale della lotta di emancipazione del proletariato. Ma se questa lotta può e deve risolvere anche il dissidio fra tendenza nazionale e internazionale, nel quale si contorce eternamente la borghesia, non per questo essa dispone di una bacchetta magica, per trasformare la sua ascesa aspra e dura in una strada piana e facile. La classe operaia moderna lotta in condizioni che le sono imposte dallo sviluppo storico, che non possono essere oltrepassate di slancio con un assalto violento, ma solo esser superate attraverso la loro comprensione, nel senso del motto hegeliano: comprendere significa superare.

Questa comprensione fu resa estremamente difficile dal vario coincidere e sovrapporsi degli inizi del movimento operaio europeo, in cui subito si espresse la sua tendenza internazionale, con la costituzione di grandi stati nazionali, creati proprio dal modo capitalistico di produzione. Poche settimane dopo che il Manifesto comunista ebbe proclamato l’unità d’azione del proletariato in tutti i paesi civili come presupposto indispensabile per la sua emancipazione, scoppiò la rivoluzione del 1848, che in Inghilterra e in Francia mise già di fronte borghesia e proletariato come potenze nemiche, ma in Germania e in Italia fece divampare soltanto lotte d’indipendenza nazionale. È vero che allora il proletariato con la sua partecipazione attiva riconobbe, com’era perfettamente giusto, che queste lotte d’indipendenza, se non erano affatto il suo fine ultimo erano però una tappa verso di esso; il proletariato dette ai movimenti nazionali in Germania e in Italia i combattenti più coraggiosi, e questi movimenti non hanno mai ricevuto suggerimenti migliori di quelli della Neue Rheinische Zeitung, che era pubblicata dagli autori del Manifesto comunista. Ma la lotta nazionale naturalmente ricacciò indietro l’idea internazionale, soprattutto quando in Germania e in Italia la borghesia cominciò a rifugiarsi sotto la protezione di baionette reazionarie. In Italia si organizzarono società operaie di mutuo soccorso sotto la bandiera tutt’altro che socialista, ma almeno repubblicana, di Mazzini, e nella più progredita Germania, dove gli operai già dai tempi di Weitling non erano ignari dei legami internazionali della loro causa, si arrivò a una decennale guerra civile, appunto a motivo della questione nazionale.

Diversamente stavano le cose in Francia e in Inghilterra, dove l’unità nazionale era da lungo tempo assicurata quando cominciò il movimento proletario. Qui l’idea internazionale era molto vitale già prima del Quarantotto: Parigi era considerata la capitale della rivoluzione europea, e Londra era la metropoli del mercato mondiale. Eppure anche qui, dopo le sconfitte del proletariato, l’idea internazionale perse più o meno terreno.

Lo spaventoso salasso della battaglia di giugno paralizzò la classe operaia francese, e la ferrea oppressione del dispotismo bonapartista impedì la sua organizzazione, tanto sindacale che politica. Essa ricadde nella confusione prequarantottesca delle sette, donde emersero con più chiarezza due tendenze fra le quali in certa misura si ripartiva l’elemento rivoluzionario e l’elemento socialista. La prima tendenza si ricollegava a Blanqui, che non aveva un programma propriamente socialista, ma voleva conquistare il potere politico mediante il colpo di mano di una minoranza decisa. L’altra tendenza – ed era incomparabilmente la più forte – era sotto l’influenza ideologica di Proudhon, che con le sue banche di scambio per istituire un credito gratuito e simili esperimenti dottrinari si allontanava dal movimento politico; di questo movimento Marx aveva già detto, nel Diciotto brumaio, che esso rinunciava a trasformare il vecchio mondo con i grandi mezzi collettivi che gli erano propri, e cercava piuttosto di conseguire la propria emancipazione alle spalle della società, in via privata, entro i limiti delle sue meschine condizioni d’esistenza. XI.1

Uno sviluppo per molti aspetti simile si compì nella classe operaia inglese dopo il fallimento del cartismo. Il grande utopista Owen viveva ancora, in età molto avanzata, ma la sua scuola s’insabbiò nei problemi della libertà del pensiero religioso. Inoltre sorse il socialismo cristiano dei Kingsley e Maurice il quale, quantunque non vada messo in un sol fascio con le sue caricature continentali, con tutte le sue aspirazioni culturali e sociali non voleva però saperne di lotta politica. Ma anche le associazioni sindacali delle Trade Unions, per cui l’Inghilterra era più avanzata della Francia, si ostinavano nell’indifferenza politica e si limitavano a soddisfare i propri immediati bisogni, ciò che per esse era facilitato dalla febbrile attività industriale degli anni fra il ’50 e il ’60 e dalla supremazia inglese sul mercato mondiale.

Ma nonostante tutto, in Inghilterra il movimento operaio internazionale non si era assopito che molto gradualmente. Se ne possono seguire le ultime tracce fino alla fine del quinto decennio del secolo. I Fraternal Democrats avevano trascinato la loro esistenza fino ai giorni della guerra di Crimea e anche quando essi ebbero cessato di dar segni di vita sorse un Comitato Internazionale e poi una Associazione Internazionale, che furono soprattutto oggetto degli sforzi di Ernest Jones. Certo non avevano acquistato grande importanza, ma pure mostravano che l’idea internazionale non era del tutto spenta, e che invece sopravviveva in deboli faville che delle vigorose folate di vento avrebbero potuto ravvivare, fino a far divampare in fiamme splendenti.

Le ventate che ebbero questo effetto furono, successivamente, la crisi commerciale del 1857, la guerra del 1859 e soprattutto la guerra civile che era scoppiata nel 1860 fra gli stati del Nord e gli stati del Sud dell’Unione nordamericana. Dopo che la crisi commerciale del 1857 aveva inferto il primo duro colpo allo splendore bonapartista in Francia, il tentativo di parare questo colpo grazie a una riuscita avventura di politica estera era completamente fallito. La macchina che l’uomo di dicembre aveva messo in moto gli era sfuggita dalle mani da un pezzo. Il movimento per l’unità italiana era diventato più grande di lui, e la borghesia francese non si era lasciata soddisfare dai magri allori delle battaglie di Magenta e di Solferino. Per smorzare la crescente arroganza, veniva più che naturale il pensiero di accordare un più largo campo d’azione alla classe operaia; anzi, la possibilità d’esistenza del Secondo Impero dipendeva proprio dal riuscire a tenere in scacco reciproco borghesia e proletariato.

Naturalmente Bonaparte non pensava a concessioni politiche, ma sindacali. Proudhon, che negli ambienti operai francesi godeva di un’influenza relativamente grande, era un avversario dell’Impero, per quanto parecchie delle sue trovate paradossali potessero dar l’impressione del contrario, ma era anche un avversario dello sciopero. Questo però era il punto che sembrava urtare di più gli operai francesi. Nonostante i tentativi di dissuasione di Proudhon e il rigoroso divieto di coalizione, dal 1853 al 1866 non meno di 3.909 operai furono condannati per avere partecipato a 749 coalizioni. Il falso Cesare cominciò con il graziare i condannati. Poi appoggiò l’invio di operai francesi all’Esposizione Mondiale di Londra del 1862, e anzi non si può negare che abbia realizzato quest’idea ingegnosa in maniera molto più sostanziale di quanto abbia fatto nello stesso tempo l’Unione nazionale tedesca. I delegati dovevano essere eletti dai loro compagni di categoria professionale; a Parigi furono creati 50 uffici elettorali per 150 categorie che in complesso mandarono a Londra 200 rappresentanti; a parte una sottoscrizione volontaria, le spese furono sostenute dalla cassa imperiale e dalla cassa municipale, ciascuna con 20.000 franchi. Al loro ritorno i delegati poterono diffondere per mezzo della stampa dei resoconti particolareggiati, che per lo più andavano parecchio al di fuori del campo professionale. Data la situazione di allora, questo era un affare di stato, che all’animo presago del prefetto di polizia di Parigi strappò la lagnanza che piuttosto di darsi a scherzi di questo genere l’imperatore doveva abolire il divieto di coalizione.

In realtà i lavoratori non manifestarono al loro interessato benefattore la gratitudine che pretendeva, ma soltanto quella che si meritava. Alle elezioni del 1863 furono dati soltanto 82.000 voti per i candidati del governo, e 153.000 per i candidati dell’opposizione, mentre alle elezioni del 1857 il governo aveva avuto dalla sua ancora 111.000 elettori, e la opposizione soltanto 96.000. Si ritenne generalmente che il cambiamento fosse da attribuire solo in piccola parte allo spostamento della borghesia, ma soprattutto al mutato atteggiamento della classe operaia, che, proprio mentre il falso Bonaparte civettava con i suoi interessi, volle affermare la propria indipendenza, anche se per il momento continuava a marciare sono la bandiera del radicalismo borghese. Questa interpretazione fu confermata quando, per alcune elezioni suppletive che ebbero luogo a Parigi nel 1864, sessanta operai presentarono come loro candidato l’incisore Tolain, e pubblicarono un manifesto nel quale annunciavano il risveglio del socialismo. Esso diceva che i socialisti avevano senza dubbio imparato dalle esperienze del passato; che nel 1848 gli operai non erano ancora arrivati a un programma chiaro; che avevano seguito questa o quella teoria sociale più per istinto che per riflessione. Ora essi si tenevano lontani da esagerazioni utopistiche e miravano a riforme sociali. Di queste riforme Tolain chiedeva libertà di stampa e di associazione, abolizione del divieto di coalizione, istruzione obbligatoria e gratuita e soppressione del bilancio del culto.

Ma Tolain non riuscì a raccogliere che qualche centinaio di voti. Proudhon, che pure era d’accordo sul contenuto del manifesto, era però contrario alla partecipazione alle elezioni, perché gli pareva che deporre le schede bianche fosse una protesta più energica contro l’Impero; per i blanquisti il manifesto era troppo moderato, e la borghesia, nelle sue sfumature liberali e radicali, a parte singole eccezioni, si scagliò con scherno e disprezzo contro la partecipazione indipendente degli operai, nonostante che il programma elettorale di Tolain non le desse ancora proprio nessun motivo d’inquietudine. La cosa aveva un aspetto molto simile alla situazione tedesca contemporanea. Incoraggiato da ciò, Bonaparte osò compiere un altro passo avanti; con una legge del maggio 1864, senza abolire il divieto delle associazioni professionali (ciò che avvenne solo quattro anni dopo), soppresse i paragrafi del Code pénal che proibivano la coalizione degli operai per il miglioramento delle condizioni di lavoro.

In Inghilterra i divieti di coalizione erano già stati aboliti nel 1825, ma l’esistenza delle Trade Unions non era per questo garantita, né di diritto né di fatto, e la massa dei loro membri era priva del diritto di voto politico, che avrebbe permesso loro di eliminare gli ostacoli legali che rendevano difficile la loro lotta per un più alto livello di vita. L’ascesa del capitalismo continentale, che troncò un numero enorme di esistenze, creò loro il pericolo di una sporca concorrenza. Ogni volta che gli operai inglesi muovevano all’attacco per l’aumento dei salari o per la riduzione delle ore di lavoro, i capitalisti minacciavano di importare operai francesi, belgi, tedeschi o di altri paesi. Poi una scossa particolarmente efficace fu provocata dalla guerra civile americana: essa causò una crisi del cotone che ridusse alla più grave miseria gli operai dell’industria tessile inglese.

Allora le Trade Unions furono scosse dalla loro esistenza contemplativa. Sorse un nuovo unionismo che era rappresentato specialmente da provati funzionari delle maggiori Trade Unions: Allan dei meccanici, Applegarth dei carpentieri, Lucraft dei falegnami, Cremer dei muratori, Odger dei calzolai e altri. Questi uomini riconobbero la necessità della lotta politica anche per i sindacati. Essi si posero come obiettivo una riforma elettorale; furono le forze motrici di un gigantesco meeting che ebbe luogo in St. Martin’s Hall, sotto la presidenza del radicale Bright, ed elevò una tempesta di proteste contro il piano di Palmerston per un intervento nella guerra civile americana a favore degli stati schiavisti del Sud, preparando poi una festosa accoglienza a Garibaldi quando egli, nella primavera del 1864, si recò in visita a Londra.

Il risveglio politico della classe operaia inglese e francese ridestò l’idea internazionale. Già in occasione dell’Esposizione Mondiale del 1862 aveva avuto luogo una «festa dell’affratellamento» fra i delegati francesi e gli operai inglesi. Il legame si strinse ancora di più in seguito alla sollevazione polacca del 1863. La causa polacca era sempre stata popolarissima fra gli elementi rivoluzionari dei popoli civili dell’Europa occidentale; l’oppressione e lo smembramento della Polonia faceva delle tre potenze orientali una forza reazionaria; la restaurazione della Polonia era un colpo al cuore per l’egemonia russa sull’Europa. I Fraternal Democrats in passato avevano celebrato regolarmente gli anniversari della rivoluzione polacca del 1830, con entusiastiche manifestazioni a favore della nazione polacca, ma anche con il sentimento che la restaurazione di una Polonia libera e democratica era un presupposto necessario per l’emancipazione del proletariato. Così fu anche nel 1863. Al meeting polacco di Londra, al quale gli operai francesi avevano mandato i loro rappresentanti, il motivo sociale fu sentito in maniera acuta, e costituì anche la nota fondamentale di un indirizzo rivolto da un comitato di operai inglesi, sotto la presidenza di Odger, agli operai francesi per ringraziarli della loro partecipazione al meeting polacco. In particolare l’indirizzo sottolineava che la sporca concorrenza che il capitale inglese faceva al proletariato inglese mediante l’importazione di operai stranieri era possibile soltanto perché mancava un collegamento sistematico fra le classi operaie di tutti i paesi.

Esso fu tradotto in francese dal professor Beesly (uno studioso, per più aspetti benemerito della causa operaia, che insegnava storia all’Università di Londra) e suscitò un movimento vivace nelle fabbriche di Parigi, che culminò nella decisione di inviare una deputazione a Londra, a rispondere personalmente. Per accogliere la delegazione il comitato inglese convocò per il 28 settembre 1864 un meeting in St. Martin’s Hall, che si riunì sotto la presidenza di Beesly ed era affollato da soffocare. Tolain lesse l’indirizzo francese di risposta, che prendeva le mosse dalla sollevazione polacca («Ancora una volta la Polonia è stata soffocata con il sangue dei suoi figli, e noi siamo rimasti spettatori impotenti») per chiedere poi che fosse ascoltata la voce del popolo in tutte le grandi questioni politiche e sociali. Seguitava affermando che il potere dispotico del capitale doveva essere spezzato; che la divisione del lavoro aveva fatto dell’uomo uno strumento meccanico, e che il libero commercio senza la solidarietà degli operai avrebbe portato una servitù industriale più crudele e nefasta della servitù infranta nei giorni della Grande Rivoluzione. Infine che gli operai di tutti i paesi dovevano unirsi per opporre una barriera insuperabile a un sistema nefasto.

Dopo un vivace dibattito, durante il quale Eccarius parlò per i tedeschi, su proposta del tradunionista Wheeler il meeting decise di nominare un comitato con facoltà di aumentare il numero dei propri membri e di stendere gli statuti per una associazione internazionale che avrebbero avuto un valore provvisorio, finché un congresso internazionale, da tenersi in Belgio l’anno seguente, non avesse preso delle decisioni definitive in proposito. Il comitato fu eletto: era composto di numerosi tradunionisti e rappresentanti stranieri della causa operaia. Fra i rappresentanti tedeschi (il resoconto giornalistico lo nomina per ultimo) c’era Karl Marx.

2. Indirizzo inaugurale e statuti

Fino allora Marx non aveva preso parte attiva al movimento. Era stato invitato dal francese Le Lubez a intervenire in rappresentanza degli operai tedeschi, e in particolare a designare un operaio tedesco quale oratore. Egli propose pertanto Eccarius, mentre per parte sua assisté dalla tribuna senza prender la parola.

Marx aveva un concetto abbastanza alto del suo lavoro scientifico, per anteporlo a qualsiasi affaccendarsi per creare associazioni che apparisse fin dall’inizio privo di prospettive; ma lo rimandava volentieri quando c’era da fare del lavoro utile per il proletariato. Questa volta capì che erano in gioco delle «forze effettive». Scrisse a Weydemeyer (e in termini simili ad altri amici):

«Il Comitato internazionale degli operai, di recente costituito, non è privo di importanza. I suoi membri inglesi sono per lo più capi delle Trade Unions, quindi i veri sovrani londinesi degli operai, le stesse persone che prepararono la grandiosa accoglienza a Garibaldi e che con il gigantesco meeting di St. James Hall (presieduto da Brighe) impedirono a Palmerston di dichiarare guerra agli Stati Uniti, come era sul punto di fare. I membri francesi sono insignificanti, ma sono organi diretti dell’avanguardia operaia di Parigi. Esiste pure un collegamento con le associazioni italiane, che di recente hanno tenuto il loro congresso a Napoli. Quantunque io abbia rifiutato per anni sistematicamente di partecipare a qualsiasi “organizzazione”, questa volta ho accettato perché si tratta di una faccenda in cui si può esercitare un’azione considerevole».

Marx vedeva che «evidentemente era in corso una rinascita delle classi lavoratrici», e ritenne suo primo dovere aprire loro nuove strade.

Si aggiunse il caso fortunato che per circostanze esterne la direzione ideologica toccò a lui. Il comitato eletto s’integrò con l’aggiunta di nuove forze: era costituito da una cinquantina di membri, per metà operai inglesi. Dopo gli inglesi, la più forte era la Germania, rappresentata da una decina di membri che, come Marx, Eccarius, Lessner, Lochner, Pfänder, avevano già appartenuto alla Lega dei Comunisti. La Francia aveva nove rappresentanti, l’Italia sei, la Polonia e la Svizzera due ciascuna. Dopo la sua costituzione il comitato nominò un sottocomitato che doveva redigere il programma e gli statuti.

In questo sottocomitato fu eletto anche Marx ma, indisposto o informato troppo tardi, fu impedito più volte di partecipare alle deliberazioni. Nel frattempo il maggiore Wolff, segretario privato di Mazzini, l’inglese Weston e il francese Le Lubez avevano provato inutilmente ad assolvere il compito che era stato assegnato al comitato. Per quanto a quel tempo fosse popolare fra gli operai inglesi, Mazzini conosceva troppo poco il movimento operaio moderno per imporsi con il suo programma a esperti tradunionisti. La lotta di classe del proletariato gli era incomprensibile, e perciò invisa. Il suo programma arrivava tutt’al più a una fraseologia socialistica che ormai il proletariato, dopo il ’60, aveva superato da tempo. Anche i suoi statuti traevano parimenti la loro origine dallo spirito di un tempo passato: redatti alla maniera rigidamente centralistica delle società di cospirazione politica, non tenevano conto in particolare delle condizioni di vita delle Trade Unions, e in generale delle condizioni di vita di una lega internazionale degli operai che non doveva creare un nuovo movimento, ma soltanto collegare il movimento di classe del proletariato che già esisteva in diversi paesi ma era ancora disperso. Anche i programmi proposti da Le Lubez e Weston non andavano al di là di un generico vaniloquio.

La cosa era quindi assai imbrogliata quando Marx la prese nelle sue mani. Egli decise che «possibilmente non dovesse restare di quella roba una sola riga»,XI.2 e per sbarazzarsene del tutto redasse un Indirizzo alle classi lavoratrici, specie di rassegna delle loro vicende dopo il 1848 (che non era stato previsto nel meeting di St. Martin’s Hall) per poi stendere gli statuti nella forma più chiara e più breve. Il sottocomitato accettò subito le sue proposte, inserendo però nell’introduzione degli statuti qualche frase su «diritto, dovere, verità, morale e giustizia», che però Marx seppe collocare, come scrisse a Engels,XI.3 in modo che non arrecassero nessun danno. Di poi anche il comitato generale accettò Indirizzo e statuti all’unanimità e con grande entusiasmo.

Dell’Indirizzo inauguraleXI.4 disse una volta Beesly che era probabilmente l’esposizione più potente e precisa della causa operaia contro la classe media che fosse mai stata scritta, concentrata in una dozzina di paginette. L’Indirizzo cominciava con il sottolineare l’importante dato di fatto che la miseria della classe operaia non era diminuita dal 1848 al 1864, sebbene questo periodo non avesse avuto l’uguale per lo sviluppo dell’industria e per l’incremento del commercio. Dimostrava questo fatto contrapponendo, con prove documentate, da una parte la spaventosa statistica dei libri azzurri ufficiali sulla miseria del proletariato inglese, dall’altra le cifre che il Cancelliere dello Scacchiere Gladstone aveva prodotto, nel suo discorso sul bilancio, sull’incremento di potenza e ricchezza che si sarebbe verificato in quello spazio di tempo, incremento inebriante ma in tutto e per tutto limitato alle classi possidenti. L’Indirizzo svelava questo contrasto riferendosi alle condizioni inglesi, perché l’Inghilterra marciava alla testa dell’Europa commerciale e industriale, ma aggiungeva che esso esisteva, con altre sfumature locali e su scala un poco ridotta, in tutti i paesi del continente dove si sviluppava la grande industria.

L’incremento inebriante di potenza e ricchezza si limitava dovunque alle classi possidenti, se si eccettua un piccolo numero di operai, come in Inghilterra, che aveva avuto un certo aumento di salario, ma compensato di nuovo da un generale aumento dei prezzi.

«Dappertutto la grande massa delle classi lavoratrici è caduta più in basso, almeno nella stessa misura in cui le classi che stanno sopra di esse sono salite nella scala sociale. In tutti i paesi d’Europa è ora diventata verità dimostrabile a ogni intelletto libero da pregiudizi, che viene contestata solo da coloro che hanno interesse a rinchiudere gli altri in una felicità illusoria, che nessun perfezionamento delle macchine, nessuna applicazione della scienza alla produzione, nessun progresso dei mezzi di comunicazione, nessuna nuova colonia, nessuna emigrazione, nessuna apertura di nuovi mercati, nessun libero scambio, né tutte queste cose prese insieme elimineranno la miseria delle masse lavoratrici; che, anzi, sulla falsa base presente, ogni nuovo sviluppo delle forze produttive del lavoro inevitabilmente deve tendere a rendere più profondi i contrasti sociali, e più acuti gli antagonismi sociali. La morte per inanizione in questa inebriante epoca di progresso economico si è quasi elevata, nella metropoli dell’Impero britannico, al grado di un’istituzione permanente. Questa epoca è contrassegnata, negli annali del mondo, dal ritorno sempre più frequente, dall’estensione sempre più larga, dagli effetti sempre più mortali di quella peste sociale che si chiama crisi economica e industriale».XI.5

L’Indirizzo accennava poi alla sconfitta subita dal movimento operaio negli anni fra il ’50 e il ’60 e rilevava che questo periodo in compenso aveva avuto anche degli aspetti favorevoli. Erano messi in speciale rilievo due fatti importanti. Prima di tutto la giornata legale di dieci ore con le sue conseguenze così salutari per il proletariato inglese. La lotta per la limitazione legale del tempo di lavoro toccava direttamente la grave controversia tra il cieco dominio delle leggi dell’offerta e della domanda, che costituiscono l’economia politica della borghesia, e la produzione sociale regolata dalla previdenza sociale,XI.6 che è l’economia politica della classe operaia.

«Perciò la legge delle dieci ore non fu soltanto un grande successo pratico; fu la vittoria di un principio. Per la prima volta, alla chiara luce del giorno, l’economia politica della borghesia soggiaceva all’economia politica della classe operaia».XI.7

Una vittoria ancora maggiore l’economia politica del proletariato riportò con il movimento cooperativo, specialmente con le fabbriche cooperative create dagli sforzi di pochi lavoratori intrepidi non aiutati da nessuno.

«Il valore di questi grandi esperimenti sociali non può mai essere apprezzato abbastanza. Con i fatti, invece che con argomenti, queste cooperative hanno dimostrato che la produzione su grande scala e in accordo con le esigenze della scienza moderna, è possibile senza l’esistenza di una classe di padroni che impieghi una classe di lavoratori; che i mezzi di lavoro non hanno bisogno, per dare i loro frutti, di essere monopolizzati come uno strumento di asservimento e di sfruttamento del lavoratore; e che il lavoro salariato, come il lavoro dello schiavo, come il lavoro del servo della gleba, è solo una forma transitoria e inferiore, destinata a sparire dinanzi al lavoro associato, che impugna i suoi strumenti con mano volenterosa, mente alacre e cuore lieto».XI.8

Tuttavia il lavoro cooperativo, limitato all’angusta cerchia di tentativi occasionali, non può rompere il monopolio capitalistico.

«Forse appunto per questa ragione è avvenuto che aristocratici pieni di buone intenzioni, filantropi borghesi chiacchieroni e persino economisti d’ingegno sottile hanno coperto improvvisamente di complimenti stucchevoli quello stesso sistema cooperativo, che invano avevano cercato di soffocare in germe deridendolo come utopia di sognatori e bollandolo come sacrilegio di socialisti».XI.9

Soltanto lo sviluppo del lavoro cooperativo su scala nazionale – continuava l’Indirizzo – poteva salvare le masse; ma i signori della terra e del capitale utilizzeranno sempre i loro privilegi politici per perpetuare i loro monopoli economici. Perciò il grande compito della classe operaia è diventato la conquista del potere politico.

Gli operai sembravano aver compreso questo dovere, come dimostrava il loro simultaneo risveglio in Inghilterra, in Francia, in Germania e in Italia, i loro sforzi simultanei per riorganizzare politicamente il partito operaio.

«La classe operaia possiede un elemento del successo, il numero; ma i numeri pesano sulla bilancia solo quando sono uniti dall’organizzazione e guidati dalla conoscenza. L’esperienza del passato ha insegnato come il dispregio di quel legame fraterno, che dovrebbe esistere tra gli operai dei diversi paesi e spronarli a sostenersi gli uni con gli altri in tutte le loro lotte per l’emancipazione, venga punito inesorabilmente con la sconfitta comune dei loro sforzi incoerenti».XI.10

Questa idea aveva spinto i partecipanti al meeting di St. Martin’s Hall a fondare l’Associazione Internazionale degli Operai.

Anche un’altra convinzione animava quest’assemblea: se l’emancipazione della classe operaia richiedeva la sua fraterna unione e cooperazione, come poteva essa adempiere questa grande missione sino a che una politica estera che perseguiva disegni criminosi puntava su pregiudizi nazionali, e profondeva in guerre di rapina il sangue e la ricchezza del popolo?

«Non la saggezza della classe dominante, ma l’eroica resistenza della classe operaia inglese alla sua delittuosa follia, fu ciò che salvò l’Europa occidentale dall’esser gettata nell’avventura di un’infame crociata per eternare e propagare la schiavitù sull’opposta riva dell’Oceano. Il plauso spudorato, la simpatia ipocrita o l’indifferenza idiota, con cui le classi superiori dell’Europa hanno veduto la fortezza montuosa del Caucaso essere preda della Russia e l’eroica Polonia essere assassinata dalla Russia stessa… hanno insegnato alle classi lavoratrici che è loro dovere dominare anch’esse i misteri della politica internazionale, vigilare gli atti diplomatici dei loro rispettivi governi, opporsi a essi, all’occorrenza, con tutti i mezzi in loro potere, e che, ove siano nell’impossibilità di prevenire, è loro dovere unirsi, per smascherare simultaneamente questa attività, e per rivendicare come leggi supreme nei rapporti fra le nazioni le semplici leggi della morale e del diritto che dovrebbero regolare i rapporti fra privati. La lotta per una tale politica estera è una parte della lotta generale per l’emancipazione della classe operaia».XI.11

L’Indirizzo si chiudeva, come già il Manifesto comunista, con le parole: «Proletari di tutti i paesi, unitevi!».

Gli Statuti cominciavano con dei «considerando» che si possono riassumere come segue: l’emancipazione della classe operaia deve essere opera della classe operaia stessa, e questa lotta non è una lotta per nuovi privilegi di classe, ma per abolire ogni dominio di classe; la soggezione economica del lavoratore a colui che gode del monopolio dei mezzi di lavoro, cioè delle fonti della vita, forma la base della servitù in tutte le sue forme, la base di ogni miseria sociale, di ogni degradazione spirituale e dipendenza politica; l’emancipazione economica della classe operaia è il grande fine cui deve essere subordinato, come mezzo, ogni movimento politico; tutti gli sforzi per raggiungere questo fine sono finora falliti per la mancanza di solidarietà tra le molteplici categorie di operai in ogni paese, e per l’assenza di una unione fraterna tra le classi operaie dei diversi paesi; l’emancipazione degli operai non è un problema locale né nazionale, ma un problema sociale che abbraccia tutti i paesi in cui esiste la società moderna, e la cui soluzione dipende dalla collaborazione pratica e teorica di questi paesi.XI.12 A queste proposizioni chiare e acute erano poi aggiunti quei luoghi comuni morali sulla giustizia e la verità, sui doveri e i diritti, che Marx accolse solo con riluttanza nel suo testo.

L’organizzazione dell’Associazione culminava in un Consiglio Generale che doveva essere composto da operai dei diversi paesi rappresentati nell’Associazione. Fino al primo congresso il comitato eletto in St. Martin’s Hall si assumeva le attribuzioni del Consiglio Generale. Esse consistevano nel fungere da collegamento fra le organizzazioni operaie dei diversi paesi, tenere costantemente informati gli operai di ogni paese sul movimento della loro classe in ogni altro paese, condurre ricerche statistiche sulle condizioni delle classi lavoratrici, far discutere in tutte le società operaie questioni d’interesse generale, suscitare un’azione unitaria e simultanea delle associazioni aderenti in caso di conflitti internazionali, pubblicare bollettini periodici, e altri compiti simili. Il Consiglio Generale veniva eletto dal congresso che si riuniva una volta l’anno. Il congresso fissava la sede del Consiglio Generale e il luogo e la data per il congresso successivo. Il Consiglio Generale era autorizzato ad aggregarsi nuovi membri e in caso di necessità a spostare la sede del congresso, ma non a differire la data della sua convocazione. Le società operaie dei singoli paesi che aderivano all’Internazionale conservavano intatta la loro organizzazione. A nessuna associazione locale indipendente era impedito di aver rapporti diretti con il Consiglio Generale, ma era richiesto, come condizione necessaria per l’efficace attività del Consiglio Generale, che le associazioni isolate dei singoli paesi si riunissero, per quanto possibile, in associazioni nazionali rappresentate da organi nazionali centrali XI.13.

Per quanto sia errato affermare che l’Internazionale fu l’invenzione di una «grande mente», la sua fortuna fu però ugualmente di aver trovato, al suo sorgere, una grande mente che indicandole la via giusta le risparmiò di avviarsi su strade sbagliate. Più di questo Marx non fece, né volle fare. La genialità incomparabile dell’Indirizzo e degli Statuti stava appunto nel fatto che essi si ricollegavano interamente allo stato presente delle cose e nello stesso tempo, come una volta disse giustamente Liebknecht, contenevano fino alle ultime conseguenze i principi del comunismo, non meno del Manifesto comunista.

Dal Manifesto essi non differivano soltanto per la forma: «occorre tempo», scrisse Marx a Engels, «prima che il movimento ridestato consenta l’antica audacia di parola. Necessario fortiter in re, suaviter in modo».XI.14 La cosa aveva uno scopo diverso. Ora importava fondere in un grande esercito tutto l’elemento operaio combattivo d’Europa e d’America, stabilire un programma che, secondo un’espressione di Engels, non chiudesse la porta alle Trade Unions inglesi, ai proudhoniani francesi, belgi, italiani, spagnoli, ai lassalliani tedeschi. Per la vittoria finale del socialismo scientifico, com’era impostato nel Manifesto comunista, Marx faceva assegnamento unicamente sullo sviluppo intellettuale della classe operaia, quale doveva risultare dalla sua azione unita.

Ben presto la sua attesa fu sottoposta a una dura prova: aveva appena cominciato il lavoro di propaganda per l’Internazionale, quando entrò in grave conflitto con quella classe operaia europea che prima di ogni altra avrebbe dovuto accettare i principi dell’Internazionale.

3. La rottura con Schweitzer

Una tradizione non bella né vera vuol far credere che i lassalliani tedeschi abbiano rifiutato di entrare nell’Internazionale e che abbiano assunto nei suoi confronti una posizione del tutto ostile. Prima di tutto non si vede che motivo ne avrebbero avuto. La loro rigida organizzazione, alla quale attribuivano un grande valore, non era neppur lontanamente toccata dagli Statuti dell’Internazionale, e l’Indirizzo inaugurale poteva esser sottoscritto da loro dall’a alla zeta; e particolarmente soddisfacente era per loro la parte sul lavoro cooperativo, del quale era detto che avrebbe potuto salvare le masse solo se esteso su dimensioni nazionali e alimentato con mezzi statali.

In realtà i lassalliani tedeschi furono fin da principio ottimamente disposti verso l’Internazionale, nonostante che a quel tempo avessero abbastanza da fare in casa propria. Dopo la morte di Lassalle e per sua raccomandazione testamentaria, Bernhard Becker era stato eletto presidente dell’Associazione Generale degli Operai tedeschi, ma si dimostrò talmente incapace che ne nacque una disperata confusione. Quel che teneva ancora insieme l’Associazione era il suo organo, il Sozialdemokrat, che usciva dalla fine del 1864 sotto la direzione ideologica di Johann Baptist von Schweitzer. Quest’uomo energico e capace si era dato la massima cura per avere la collaborazione di Marx e di Engels, aveva accolto Liebknecht nella direzione, cosa a cui nessuno lo obbligava, e subito nel secondo e terzo numero del suo giornale aveva riportato l’Indirizzo inaugurale.

Ora Moses Hess, che da Parigi scriveva corrispondenze per il giornale, aveva avanzato dei sospetti sull’indipendenza di Tolain, definendolo amico del Palais Royal dove Girolamo Bonaparte si atteggiava a demagogo rosso; ma Schweitzer aveva pubblicato la lettera soltanto in seguito all’espresso consenso di Liebknecht. Quando Marx se ne lagnò, fece anche di più, e dispose che Liebknecht redigesse da sé tutto ciò che si riferiva all’Internazionale; anzi, il 15 febbraio 1865 scrisse a Marx che avrebbe proposto una risoluzione in cui l’Associazione Generale degli Operai tedeschi avrebbe affermato il suo pieno accordo con i principi dell’Internazionale, avrebbe promesso di partecipare ai congressi, e avrebbe rinunciato ad aderire formalmente soltanto a motivo delle leggi tedesche, che vietavano l’unione di associazioni diverse. Schweitzer non ebbe più alcuna risposta a questa offerta; anzi, Marx ed Engels annunciarono in una dichiarazione pubblica di cessare la collaborazione al Sozialdemokrat.

Da questi fatti risulta a sufficienza che la spiacevole rottura non aveva nulla a che fare con dissensi sorti a proposito dell’Internazionale. Il motivo che l’aveva determinata era espresso chiarissimamente da Marx ed Engels nella loro dichiarazione, in questi termini: essi non avevano in nessun momento disconosciuto la difficile posizione del Sozialdemokrat e non avevano avanzato alcuna pretesa che fosse inopportuna per il meridiano di Berlino; ma avevano chiesto ripetutamente che nei confronti del ministero e del partito feudale-assolutista fosse usato un linguaggio almeno tanto ardito quanto quello usato nei confronti dei progressisti. La tattica seguita dal Sozialdemokrat escludeva ogni loro ulteriore partecipazione al giornale. Il giudizio sul regio socialismo governativo prussiano e sulla posizione del partito operaio di fronte a tale opera ingannatrice (da essi formulato un tempo nella Deutsche Brüsseler Zeitung, in risposta al Rheinischer Beobachter, che aveva proposto una «alleanza» del «proletariato» con il «governo» contro la «borghesia liberale») lo sottoscrivevano ancora parola per parola.

La tattica del Sozialdemokrat non aveva niente a che fare con una simile «alleanza» o con un «socialismo governativo prussiano». Dopo che la speranza di Lassalle, di ridestare la classe operaia tedesca con uno slancio potente, si era dimostrata fallace, l’Associazione Generale degli Operai tedeschi con le sue migliaia di aderenti era rinserrata fra due avversari, ciascuno dei quali era abbastanza forte per schiacciarla. Così come stavano allora le cose il giovane partito operaio non poteva aspettarsi proprio nulla dall’odio ottuso della borghesia, mentre da quello scaltro diplomatico di Bismarck almeno poteva aspettarsi che non potesse condurre la sua politica grande-prussiana senza certe concessioni alle masse popolari. Tanto sul valore che sullo scopo di simili concessioni Schweitzer non si è mai abbandonato a illusioni; ma in un tempo in cui alla classe operaia tedesca mancavano affatto le premesse legali per potersi organizzare, in un tempo in cui essa non aveva un effettivo diritto di voto, e le libertà di stampa, di associazione e di riunione erano abbandonate all’arbitrio burocratico, il Sozialdemokrat non poteva spingersi fino al punto di condurre attacchi di pari violenza contro ambedue gli avversari, ma doveva limitarsi a servirsi di uno degli avversari per giocare l’altro. Condizione indispensabile per una politica di questo genere era che restasse salvaguardata da tutti i lati l’indipendenza del giovane partito operaio e che la coscienza di questa indipendenza fosse mantenuta sempre desta nelle masse operaie.

Ciò riuscì a Schweitzer con fatica ma anche con successo, e inutilmente nel Sozialdemokrat si cercherebbe anche una sola sillaba che potesse far nascere il sospetto di una «alleanza» con il governo contro il partito progressista. Se si segue l’attività pubblica svolta a quel tempo da Schweitzer in rapporto con lo sviluppo politico generale, si riscontrano parecchi errori, che del resto lo stesso Schweitzer ha ammesso, ma in sostanza ci si trova di fronte a una politica accorta e conseguente che mirava sempre soltanto agli interessi della classe operaia, e non poteva esser dettata da Bismarck né da qualsiasi altro reazionario.

Di fronte a Marx ed Engels, Schweitzer se non altro aveva il vantaggio di una precisa conoscenza della situazione prussiana. Essi vedevano sempre questa situazione attraverso idee preconcette, e Liebknecht non riuscì nella sua attività di informazione e di mediazione che le circostanze gli avevano assegnato. Era tornato in Germania nel 1862, chiamato dal repubblicano rosso Brass, che era pure rimpatriato dall’esilio, per fondare la Norddeutsche Allgemeine Zeitung. Liebknecht era appena entrato nella redazione, quando si seppe che Brass aveva venduto il giornale al ministero Bismarck. Liebknecht ne uscì subito; ma questa prima esperienza sul suolo tedesco fu ugualmente per lui un incidente disgraziatissimo. Non soltanto materialmente, nel senso che si trovò un’altra volta per la strada, come nei lunghi anni dell’esilio. Questo era ciò che lo preoccupava meno: gli interessi della causa erano per lui sempre al di sopra dei suoi interessi personali. Ma la sua esperienza con Brass gli impedì di orientarsi obiettivamente sulla nuova situazione che trovò in Germania.

Quando ritornò sul suolo tedesco, Liebknecht era ancora sostanzialmente il vecchio uomo del quarantotto. L’uomo del quarantotto nel senso della Neue Rheinische Zeitung, nella quale la teoria socialista e la stessa lotta di classe del proletariato restavano ancora in seconda linea rispetto alla lotta rivoluzionaria della nazione contro il dominio di classi arretrate. La teoria socialista nella sua ossatura scientifica non fu mai posseduta da Liebknecht, per quanto ne comprendesse i concetti fondamentali; quel che aveva imparato da Marx, negli anni dell’esilio, era specialmente la tendenza a considerare i vasti campi della politica internazionale in base ai germi rivoluzionari che vi si sviluppavano. Ora lo stato prussiano era tenuto in considerazione troppo bassa da Marx ed Engels, che, renani per nascita, guardavano con eccessivo disprezzo tutto ciò che stava a oriente dell’Elba, e più ancora da Liebknecht che, nato nella Germania meridionale, negli anni del movimento aveva svolto la sua attività in territorio badese e svizzero, patria originaria della politica dei piccoli cantoni. Per lui la Prussia era sempre lo stato prequarantottesco vassallo dello zarismo, che con i mezzi odiosi della corruzione resisteva al progresso della storia e che anzitutto si doveva cominciare ad abbattere, prima che in Germania si potesse pensare alla lotta moderna delle classi. Liebknecht non si avvide che lo sviluppo economico degli anni dopo il ’50 aveva trasformato anche lo stato prussiano e vi aveva creato delle condizioni per effetto delle quali era diventata una necessità storica la liberazione della classe operaia dalla democrazia borghese.

Perciò un accordo durevole fra Liebknecht e Schweitzer era impossibile, e fu troppo per Liebknecht quando Schweitzer pubblicò cinque articoli sul ministero Bismarck, che in sostanza tracciavano un felicissimo parallelo fra la politica grande-prussiana e la politica proletaria rivoluzionaria nella questione dell’unità tedesca, ma commettevano l’«errore» di dipingere con tanta eloquenza il pericoloso slancio della politica grande-prussiana che pareva quasi la si esaltasse. In compenso Marx commise l’«errore» di spiegare a Schweitzer, in una lettera del 13 febbraio, che dal governo prussiano ci si poteva aspettare ogni specie di trucchi, con le sue associazioni produttive, ma non l’abolizione del divieto di coalizione, che avrebbe spezzato il burocratismo e il dispotismo poliziesco. Marx dimenticava qui quel che una volta aveva spiegato così diffusamente contro Proudhon, cioè che i governi non comandano alle condizioni economiche, ma che all’inverso le condizioni economiche comandano ai governi. Ancora pochi anni e il ministero Bismarck, volente o nolente, dovette abolire i divieti di coalizione. Nella sua risposta del 15 febbraio (quella stessa lettera in cui Schweitzer prometteva di promuovere l’adesione dell’Associazione Generale degli Operai tedeschi all’Internazionale, e sottolineava ancora una volta che Liebknecht era incaricato di curare da sé la pubblicazione di tutto ciò che si riferiva all’Internazionale) Schweitzer affermava che avrebbe accettato volentieri, da parte di Marx, tutti i chiarimenti teorici, ma che per decidere opportunamente sulle questioni pratiche di tattica quotidiana occorreva trovarsi al centro del movimento e conoscere esattamente la situazione. Dopo di che Marx ed Engels la ruppero definitivamente con lui.

Questi errori e malintesi però si spiegano del tutto soltanto tenendo conto delle manovre nefaste della contessa di Hatzfeldt. In questo tempo la vecchia amica di Lassalle commise le colpe più gravi contro la memoria dell’uomo che un tempo aveva salvato la sua vita dalla morte civile. Voleva fare della creatura di Lassalle una setta ortodossa, che giurasse sulle parole di Lassalle, e neppure così come lui le aveva pronunciate, ma come le interpretava la contessa di Hatzfeldt. Della confusione che essa provocava si ha un’idea da una lettera scritta il 10 marzo da Engels a Weydemeyer. Dopo alcune parole sulla fondazione del Sozialdemokrat vi è detto:

«Ma ora nel giornaletto è venuto fuori un insopportabile culto lassalliano, mentre noi intanto siamo venuti a sapere in modo positivo (la vecchia Hatzfeldt l’ha raccontato a Liebknecht, e gli ha chiesto di agire in questo senso) che Lassalle era con Bismarck in contatto molto più stretto di quanto noi avessimo mai saputo. Fra i due esisteva un’alleanza formale che era arrivata a tal punto che Lassalle doveva andare nello Schleswig-Holstein e là adoprarsi per l’annessione dei ducati, mentre Bismarck aveva fatto alcune promesse poco definite in favore dell’introduzione di una specie di suffragio universale, e altre più definite in favore del diritto di coalizione e di concessioni sociali, di appoggio statale per associazioni operaie ecc. Lo sciocco Lassalle non aveva assolutamente nessuna garanzia da parte di Bismarck, al contrario sarebbe stato gettato in gattabuia appena fosse diventato incomodo. I signori del Sozialdemokrat tutto questo e nonostante tutto hanno continuato con veemenza sempre maggiore a sostenere il culto di Lassalle. Per giunta questi tipi si sono lasciati indurre, intimiditi dalle minacce di Wagener (della Kreuzzeitung), a fare la corte a Bismarck, a civettare con lui ecc. Noi abbiamo fatto pubblicare una dichiarazione e ne siamo usciti, e anche Liebknecht ne è uscito».

È difficile capire come Marx ed Engels e Liebknecht, che avevano conosciuto Lassalle e leggevano il Sozialdemokrat, credessero alle favole della contessa di Hatzfeldt, ma una volta che vi ebbero creduto era comprensibilissimo che si allontanassero dal movimento avviato da Lassalle.

Il loro distacco non ebbe effetti pratici su quel movimento. Anche vecchi membri della Lega dei Comunisti, come Röser, che un tempo, di fronte alle Assise di Colonia, aveva difeso i principi del Manifesto comunista, si dichiararono in favore della tattica di Schweitzer.

4. La prima Conferenza di Londra

Mentre i lassalliani rompevano così i rapporti con la nuova associazione, anche il lavoro di reclutamento fra i sindacati inglesi e i proudhoniani francesi procedeva lentamente.

Solo una ristretta cerchia di dirigenti sindacali aveva capito la necessità della lotta politica, e anch’essi vedevano nell’Internazionale più che altro un mezzo per i loro fini sindacali. Ma se costoro almeno erano dotati di una vasta esperienza pratica in tutte le questioni organizzative, ai proudhoniani francesi mancava addirittura un’idea chiara sull’essenza storica del movimento operaio. Era appunto un compito enorme, quello che la nuova associazione si era posto, e per assolverlo occorreva un enorme impegno unito a un’enorme forza.

Marx si applicò con impegno e con forza, nonostante che fosse continuamente tormentato da malattie dolorose e gli urgesse di portare a una certa conclusione il suo capolavoro scientifico. Una volta si lagnava: «La cosa peggiore in tale movimento è che, appena uno vi prenda qualche parte, ha grandi fastidi»,XI.15 oppure diceva che l’Internazionale, con tutti gli annessi e connessi, pesava su di lui «come un incubo» e che sarebbe stato contento di liberarsene. Ma aggiungeva che neppur questo era giusto, e che chi ha cominciato bisogna che continui, e in fondo Marx non sarebbe stato sé stesso se non fosse stato più lieto e felice di portare questo peso che di liberarsene.

Si vide subito che egli era il vero «capo» di tutto il movimento. Non che si sia fatto avanti in qualche modo; aveva uno sconfinato disprezzo per qualsiasi popolarità a buon mercato e lavorando dietro le quinte, senza comparire pubblicamente, voleva distinguersi dalla maniera di fare democratica di darsi importanza in pubblico senza far nulla. Ma fra tutti coloro che lavoravano nella piccola associazione, nessuno come lui possedeva, neppur lontanamente, le rare qualità che erano necessarie per la sua così estesa agitazione: la visione chiara e profonda delle leggi dello sviluppo storico, l’energia di volere ciò che era necessario e la pazienza di contentarsi del possibile, la tollerante indulgenza per l’errore fatto in buona fede e l’imperiosa inflessibilità contro l’ignoranza ostinata. In un campo incomparabilmente più vasto della Colonia rivoluzionaria di un tempo, ora Marx poteva dispiegare la sua ineguagliabile attività nel dominare gli uomini, ammaestrandoli e guidandoli.

«Un tempo enorme» gli costarono fin da principio i litigi e le contese personali che sono sempre inevitabili agli inizi di movimenti di questo genere; i membri italiani e specialmente i francesi creavano molte difficoltà inutili. Fin dagli anni della rivoluzione a Parigi esisteva una profonda antipatia fra i «lavoratori del braccio e della mente»: i proletari non potevano dimenticare i tradimenti troppo frequenti dei letterati, e i letterati scomunicavano qualsiasi movimento operaio che non volesse saper di loro. Ma anche all’interno della stessa classe operaia fiorivano i sospetti d’imbrogli bonapartisti, tanto più che mancava ogni mezzo di chiarificazione mediante associazioni o giornali. Il ribollire di questo «minestrone francese» costò al Consiglio Generale parecchie nottate e parecchie lunghe risoluzioni.

Più grate e più fruttuose erano per Marx le attività che lo mettevano in relazione con il ramo inglese dell’Internazionale. Dopo essersi opposti all’intervento del governo inglese in favore degli stati americani ribelli del Sud, gli operai avevano il buon diritto di felicitarsi con Abraham Lincoln per la sua rielezione a presidente. Marx redasse l’indirizzo al «semplice figlio della classe operaia, al quale è toccato il compito di guidare il suo paese nella nobile lotta per la liberazione di una classe asservita»; finché i lavoratori bianchi dell’Unione non avevano compreso che la schiavitù disonorava la loro Repubblica – diceva l’indirizzo – finché essi, di fronte al negro che veniva venduto senza il suo proprio consenso, avevano continuato ad andare orgogliosi dell’alto privilegio, riservato al lavoratore bianco, di vendersi da sé e di potersi eleggere il padrone, per tutto questo tempo essi erano stati incapaci di conseguire la vera libertà di appoggiare la lotta di emancipazione dei loro fratelli europei. Ma il rosso mare di sangue della guerra civile aveva spazzato via questa barriera. L’indirizzo era scritto con evidente compiacimento e amore per l’oggetto, benché Marx, che come Lessing amava parlare in tono noncurante dei propri lavori, scrivesse a Engels che doveva «di nuovo stenderlo (cosa ben più difficile di un lavoro di contenuto), perché la fraseologia a cui si restringe tal sorta di scritti si distingua almeno dall’abusata fraseologia democratica».XI.16 Lincoln avvertì benissimo la differenza; rispose in tono molto amichevole e cordiale, con meraviglia della stampa londinese, perché agli indirizzi di felicitazioni di parte borghese-democratica il «vecchio» rispose con un paio di complimenti convenzionali.

«Come contenuto» senza dubbio era molto più importante un saggio su Salario, prezzo e profitto che Marx lesse il 26 giugno 1865 al Consiglio Generale dell’Internazionale, per controbattere l’opinione, sostenuta da qualche membro, secondo cui un aumento generale del salario non gioverebbe per niente agli operai, e quindi l’azione delle Trade Unions sarebbe stata dannosa. Questa opinione derivava dalla concezione errata secondo cui il salario determinerebbe il valore delle merci e i capitalisti, se oggi pagassero 5 scellini di salario invece di 4, domani venderebbero le loro merci per 5 scellini invece di 4 in conseguenza dell’aumento di domanda. Per quanto ciò fosse sciocco – diceva Marx – e si attenesse soltanto alla pura apparenza esteriore, non era tuttavia facile spiegare agli ignoranti tutte le questioni economiche che vi si accumulavano intorno: non si poteva condensare un corso di economia politica in un’ora.XI.17 Ciò nonostante vi riuscì ottimamente, e le Trade Unions gli furono grate del sostanziale servigio.

Ma l’Internazionale dovette i suoi primi notevoli successi all’energico movimento per la riforma elettorale inglese. Già il 1° maggio 1865 Marx informava Engels:

«La Reform League è opera nostra. Nel comitato ristretto di 12 (6 della classe media e 6 della classe operaia) gli operai sono tutti membri del nostro Consiglio Generale (fra i quali Eccarius). Abbiamo frustrato tutti i tentativi dei borghesi medi di far deviare gli operai… Se riesce questa rigalvanizzazione del movimento politico della classe operaia inglese, la nostra Associazione, senza chiasso di sorta, ha già fatto per la classe operaia europea più di quanto fosse possibile per qualsiasi altra via. Ed esistono tutte le prospettive di successo».XI.18

A questa lettera, il 3 maggio Engels rispose:

«L’Associazione Internazionale in breve tempo e con poco chiasso ha effettivamente conquistato un terreno vastissimo; però è bene che essa adesso si adoperi in Inghilterra, invece di doversi occupare eternamente di tutte le brighe francesi. Qua almeno ottieni qualche cosa in cambio della tua perdita di tempo».XI.19

Ben presto però si sarebbe visto che anche questo successo aveva il suo lato negativo.

Tutto considerato, Marx ritenne che la situazione non fosse ancora abbastanza matura per un congresso pubblico, che era previsto per l’anno 1865 a Bruxelles. Egli temeva, e non a torto, che ne sarebbe venuto fuori un caos di linguaggi diversi. Con gran fatica, soprattutto contro la resistenza dei francesi, riuscì a trasformare il congresso in una conferenza provvisoria riservata a Londra, alla quale dovevano venire soltanto dei rappresentanti dei comitati direttivi, per preparare il successivo congresso. Per giustificare la necessità di questo incontro preliminare, Marx addusse come motivi il movimento elettorale in Inghilterra e lo sciopero che cominciava in Francia, e infine una legge sugli stranieri da poco promulgata in Belgio, che avrebbe reso impossibile la riunione di un congresso a Bruxelles.

Questa Conferenza tenne le sue sedute dal 25 al 29 settembre 1865. Dal Consiglio Generale furono delegati, oltre al presidente Odger, al segretario generale Cremer e qualche altro membro inglese, Marx e i suoi due principali collaboratori negli affari dell’Internazionale, Eccarius e Jung, un orologiaio svizzero che risiedeva a Londra e parlava ugualmente bene tedesco, inglese e francese. Dalla Francia erano venuti Tolain, Fribourg, Limousin, che in seguito non restarono fedeli all’Internazionale, e poi Schily, vecchio amico di Marx fin dal 1848, e Varlin, il futuro eroe e martire della Comune di Parigi. Dalla Svizzera il legatore di libri Dupleix, per gli operai della Svizzera romanza, e Johann Philipp Becker, ex spazzolaio e ora agitatore infaticabile, per gli operai della Svizzera tedesca. Dal Belgio César de Paepe, che da apprendista tipografo si era dato allo studio della medicina ed era arrivato a diventare medico.

Prima di tutto la Conferenza si occupò delle finanze dell’Associazione. Risultò che per il primo anno erano state raccolte non più di 33 sterline circa. Non ci fu ancora nessun accordo su un contributo regolare dei membri, fu soltanto deciso di raccogliere 150 sterline destinate alla propaganda e alle spese del congresso: 80 dall’Inghilterra, 40 dalla Francia, e 10 sterline rispettivamente dalla Germania, dal Belgio e dalla Svizzera. Ma il bilancio non diventò mai realtà, perché il «nervo di tutte le cose» non fu mai il nervo dell’Internazionale. Anni dopo Marx notava ironicamente che le finanze del Consiglio Generale erano grandezze in continuo aumento, ma negative, e decenni dopo Engels scrisse che invece dei famosi «milioni dell’Internazionale» il Consiglio Generale per lo più non aveva avuto a disposizione altro che debiti: mai si era fatto tanto con così poco denaro.

Sulla situazione inglese riferì il segretario generale Cremer. Disse che sul continente si ritenevano molto ricche le Trade Unions, tanto da poter appoggiare una causa che era anche la loro causa, ma che esse erano legate da statuti severi, che le costringevano entro limiti ristretti; che a eccezione di pochi, i loro membri non sapevano nulla di politica, e che sarebbe stato difficile fare intendere loro qualche cosa di politica; che però si notava un certo progresso: pochi anni prima non si sarebbe neppur dato ascolto a dei delegati dell’Internazionale, mentre ora si accoglievano amichevolmente, si ascoltavano e si accettavano i loro principi. Era la prima volta che un’associazione che aveva in qualche modo a che fare con la politica era riuscita così a introdursi presso le Trade Unions.

Fribourg e Tolain riferirono che in Francia l’Internazionale aveva incontrato accoglienza favorevole, che, a parte Parigi, si erano reclutati membri a Rouen, Nantes, Elbeuf, Caen e in altre città, ed erano state vendute tessere in numero considerevole, per l’ammontare annuale di franchi 1,25, ma il ricavato era stato esaurito per istituire un ufficio centrale a Parigi e per le spese di viaggio dei delegati: il Consiglio Generale avrebbe potuto contare sulla vendita delle 400 tessere che non erano state ancora distribuite. I delegati francesi si rammaricavano del rinvio del congresso, che era un grave ostacolo per lo sviluppo dell’associazione, e lamentavano le vessazioni subite dagli operai da parte del governo poliziesco bonapartista; dissero infine che s’imbattevano continuamente nell’obiezione: mostrate che sapete agire, e noi aderiremo.

Molto favorevole fu la relazione di Becker e Dupleix sulla Svizzera, nonostante che là l’agitazione fosse cominciata soltanto sei mesi prima. A Ginevra avevano 400 membri, a Losanna 150 e altrettanti a Vevey. Il contributo mensile ammontava a 50 pence, ma i membri avrebbero pagato anche il doppio: essi erano perfettamente convinti della necessità di versare un contributo per il Consiglio Generale. È vero che i delegati per il momento non portavano ancora denaro; ma potevano assicurare, a titolo di consolazione, che se non ci fossero state le loro spese di viaggio avrebbero portato un avanzo netto.

In Belgio l’agitazione esisteva soltanto da un mese. Ma Paepe informò che erano già stati reclutati 60 iscritti, che si erano impegnati a pagare annualmente almeno 3 franchi, un terzo dei quali sarebbe stato devoluto al Consiglio Generale.

Quanto al congresso, Marx propose a nome del Consiglio Generale che si tenesse a Ginevra nel settembre od ottobre del 1866. La sede fu approvata all’unanimità, ma la data fu anticipata all’ultima settimana di maggio in seguito alla vivace pressione dei francesi. I francesi chiesero anche che potesse partecipare con pieni diritti al congresso chiunque avesse presentato la tessera d’iscritto: affermarono che per loro era una questione di principio, e che il suffragio universale andava inteso così. Soltanto dopo un dibattito infocato fu fatto passare il principio della rappresentanza per mezzo di delegati, sostenuto particolarmente da Cremer e da Eccarius.

L’ordine del giorno fissato dal Consiglio Generale era assai vasto: attività dell’associazione; riduzione dell’orario di lavoro; lavoro delle donne e dei fanciulli; passato e futuro dei sindacati; influsso dell’esercito permanente sugli interessi delle classi lavoratrici ecc. Tutto fu accettato all’unanimità, eccetto due punti che provocarono dei dissensi.

Il primo di essi non fu proposto dal Consiglio Generale, ma dai francesi. Essi chiedevano, come punto particolare dell’ordine del giorno: idee religiose e loro influenza sul movimento sociale, politico e spirituale. Il modo in cui essi ci arrivarono e la posizione di Marx in proposito risultano forse con la maggior concisione da alcune frasi del necrologio per Proudhon, che Marx aveva pubblicato qualche mese prima sul Sozialdemokrat, e che fra l’altro fu il suo unico contributo a quel giornale:

«Gli attacchi di Proudhon contro la religione e la chiesa avevano una grande importanza locale, in un’epoca in cui i socialisti francesi si vantavano dei loro sentimenti religiosi come di una superiorità sul volterrianesimo dei secolo XVIII e sull’ateismo tedesco del secolo XIX. Se Pietro il Grande aveva abbattuto la barbarie russa con la barbarie, Proudhon fece del suo meglio per demolire la frase francese con la frase».XI.20

Anche dei delegati inglesi misero in guardia contro questo «pomo della discordia», ma i francesi riuscirono a far passare la loro proposta con 18 voti contro 13.

L’altro punto dell’ordine del giorno che suscitò discussione fu proposto dal Consiglio Generale, e riguardava una questione di politica europea che aveva particolare importanza per Marx, cioè «la necessità di impedire il progressivo influsso della Russia in Europa, restaurando una Polonia indipendente su base democratica e socialista, in conformità con il diritto di autodecisione delle nazioni». Anche in questo caso furono specialmente i francesi a non volerne sapere: perché mescolare questioni politiche alle questioni sociali, perché perdersi dietro a cose tanto lontane quando c’era da lottare contro un’oppressione così grave in casa propria, perché impedire l’influsso del governo russo quando l’influsso dei governi prussiano, austriaco, francese e inglese non era meno nefasto? Con particolare energia parlò in questo senso anche il delegato belga. César de Paepe sostenne che la restaurazione della Polonia poteva giovare soltanto a tre classi: all’alta nobiltà, alla bassa nobiltà e al clero.

L’influsso di Proudhon è qui perfettamente riconoscibile. Proudhon si era ripetutamente pronunciato contro la restaurazione della Polonia, da ultimo anche al tempo della sollevazione polacca del 1863, in un libro nel quale, come scrisse Marx nel suo necrologio, aveva professato in onore dello zar un cinismo da cretino.XI.21 La medesima sollevazione invece aveva ravvivato le vecchie simpatie per la causa polacca che Marx ed Engels avevano manifestato negli anni della rivoluzione; in quell’occasione essi volevano stendere insieme un manifesto, di cui però non fecero più nulla.

La loro simpatia per la Polonia non era affatto cieca; il 23 aprile 1863 Engels scrisse a Marx:

«Devo dire che per entusiasmarsi dei polacchi del 1772 ci vuole un bufalo. Nella massima parte d’Europa l’aristocrazia allora cadeva, ma con dignità, talvolta con esprit, anche se la sua massima universale era che il materialismo consiste nel mangiare, nel bere, nel fottere, nel vincere al gioco o nel venir pagati per compiere infamie; ma così stupida nel metodo di vendersi ai russi, come fecero i polacchi, non ci fu nessun’altra nobiltà».XI.22

Ma fin tanto che non c’era da pensare a una rivoluzione in Russia, la restaurazione della Polonia offriva l’unica possibilità di bloccare l’influsso zarista sulla civiltà europea, e di conseguenza nella crudele repressione della sollevazione polacca e nella contemporanea avanzata del dispotismo zarista sul Caucaso Marx vedeva i più importanti avvenimenti europei dopo il 1815. A questi avvenimenti aveva dato il massimo rilievo nella parte dell’Indirizzo inaugurale riguardante la politica estera del proletariato, e anche molto tempo dopo si espresse con asprezza sulla resistenza che questo punto dell’ordine del giorno aveva incontrato presso Tolain, Fribourg e altri. Ma intanto riuscì a spezzare questa resistenza con l’aiuto dei delegati inglesi: la questione polacca rimase all’ordine del giorno.

La Conferenza si riuniva al mattino in sedute riservate, presiedute da Jung, e la sera in riunioni semipubbliche, presiedute da Odger. In queste assemblee un pubblico operaio più largo discuteva le questioni che erano già state chiarite nelle sedute private. I delegati francesi pubblicarono un resoconto sulla Conferenza e il programma preparato per il Congresso, che ebbe larga risonanza nella stampa parigina. Con evidente soddisfazione Marx osservò:

«I nostri parigini sono alquanto sbalorditi per il fatto che il paragrafo sulla Russia e Polonia, che essi non volevano, abbia prodotto proprio la maggior impressione».XI.23

E ancora una dozzina di anni più tardi Marx si richiamava volentieri al «commento entusiastico» che Henri Martin, il noto storico francese, aveva fatto a quel paragrafo in particolare, e al programma per il Congresso in generale.

5. La guerra tedesca

L’attività spesa per l’Internazionale, interrompendo ogni lavoro che gli procurava da vivere, ebbe per Marx personalmente la spiacevole conseguenza di risuscitare tutte le miserie.

Già il 31 luglio egli dovette scrivere, a Engels, che da due mesi viveva esclusivamente del Monte dei pegni.

«Ti assicuro che avrei preferito farmi tagliare il pollice piuttosto che scriverti questa lettera. È veramente cosa che ti accascia, per metà della vita restar dipendenti. L’unico pensiero che mi sostiene in tali circostanze è questo, che noi due conduciamo un affare in società in cui io do il mio tempo per il lato teorico e di partito del business. È vero, ho un alloggio troppo caro per le mie condizioni, e inoltre quest’anno abbiamo vissuto meglio che dianzi. Ma questa è l’unica via per cui le ragazze, non parlando del molto che hanno patito e di cui esse almeno per breve tempo sono state compensate, possono allacciare relazioni e amicizie adatte ad assicurare loro un avvenire. Credo che anche tu sarai dell’avviso che, perfino considerando la cosa da un punto di vista commerciale, qui sarebbe fuor di luogo un tenore di vita strettamente proletario, che andrebbe bene se fossimo mia moglie e io soltanto o se le ragazze fossero ragazzi».XI.24

Engels venne subito in soccorso; ma cominciò ancora una volta la miseria con le ordinarie preoccupazioni della vita.

Qualche mese dopo si presentò a Marx una nuova fonte di guadagno, grazie a un’offerta tanto strana quanto inaspettata che gli arrivò in una lettera di Lothar Bucher del 5 ottobre 1865. Negli anni di esilio che Bucher aveva passato a Londra, fra i due non c’erano state relazioni di nessun genere, e meno che mai di amicizia; anche dopo che nella massa degli emigrati Bucher aveva cominciato ad assumere una posizione indipendente ed era diventato il più entusiasta dei seguaci di Urquhart, Marx mantenne verso di lui un atteggiamento molto critico. Invece Bucher aveva parlato a Borkheim in modo molto favorevole dello scritto polemico che Marx aveva diretto contro Vogt, e voleva recensirlo sulla Allgemeine Zeitung, ciò che però non avvenne, o che Bucher non abbia scritto la recensione o che il giornale di Augusta l’abbia rifiutata. In seguito Bucher era rimpatriato, dopo la concessione dell’amnistia prussiana, e a Berlino aveva stretto amicizia con Lassalle; con lui si era recato a Londra nel 1862, per l’Esposizione Mondiale, e per mezzo di Lassalle aveva conosciuto personalmente Marx, che disse di aver trovato in lui «un ometto gentilissimo, anche se un poco strambo»XI.25 e di non crederlo capace di condividere la «politica estera» di Lassalle. Dopo la morte di Lassalle, Bucher si era messo al servizio del governo prussiano, e quindi Marx, in una lettera a Engels, aveva liquidato lui e Rodbertus con questo energico motto:

«Branco di manigoldi, tutto questo canagliume di Berlino, della Marca e della Pomerania!».XI.26

Ora Bucher scrisse a Marx:

«Prima di tutto business! Lo Staatsanzeiger desidera mensilmente un resoconto sul movimento del mercato finanziario (e naturalmente anche sul mercato delle merci, in quanto non si possono separare). Mi è stato chiesto se potevo raccomandare qualcuno, e ho risposto che nessuno l’avrebbe fatto meglio di Lei. Quindi sono stato pregato di rivolgermi a Lei. Riguardo alla lunghezza degli articoli non Le sono posti limiti, quanto più saranno condotti a fondo ed estesi, tanto meglio. Riguardo al contenuto s’intende che Lei si atterrà soltanto alle Sue convinzioni scientifiche; tuttavia sarebbe conveniente, per riguardo alla cerchia dei lettori (haute finance), non alla redazione, che Lei lasciasse intravvedere la sostanza più intima delle questioni soltanto ai competenti, ed evitasse la polemica».

Seguivano ancora un paio d’osservazioni d’affari, il ricordo di una passeggiata fatta insieme con Lassalle, la cui fine restava per lui ancora un «enigma psicologico», e la notizia che egli, come Marx sapeva, era tornato al suo primo amore, agli archivi.

«Io fui sempre di parere diverso da Lassalle, che s’immaginava uno sviluppo così rapido. Il partito progressista muterà pelle ancora molte volte, prima di morire: dunque chi durante la sua vita vuole operare ancora nell’ambito dello stato, deve stringersi attorno al governo».

Dopo i complimenti alla signora Marx e i saluti alle signorine, specialmente alla piccola, la lettera si chiudeva con i soliti fioretti: devotissimo e affezionatissimo.

Marx rispose rifiutando, ma mancano indicazioni più precise su ciò che scrisse e su quel che pensava della lettera di Bucher. Subito dopo averla ricevuta partì per Manchester, dove avrà discusso la cosa con Engels; nel loro carteggio non se ne parla e per il resto Marx vi accenna una sola volta di sfuggita, nelle lettere all’amico, per quanto esse finora sono note. Ma quattordici anni dopo, quando a Berlino si scatenò la caccia rabbiosa ai socialisti, dopo gli attentati di Hödel e di Nobiling,XI.27 egli scagliò la lettera di Bucher nel campo dei provocatori, dove essa esplose con la forza distruttrice di una bomba. A quel tempo Bucher era segretario del Congresso di Berlino, e aveva redatto, secondo quanto assicura il suo biografo ufficioso, il progetto della prima legge contro i socialisti, che dopo l’attentato di Hödel era stata presentata al Reichstag, ma da questo respinta.

Da allora si è scritto molto sulla questione se Bismarck, con la lettera di Bucher, abbia tentato di comprare Marx. È vero che nell’autunno del 1865, quando il trattato di Gastein aveva a stento saldato la rottura con l’Austria, Bismarck era certamente disposto a «mettere in libertà tutti i cani che volevano abbaiare», per usare la sua immagine venatoria. Era indubbiamente uno Junker di razza troppo pura per amoreggiare con la questione operaia alla maniera di un Disraeli o anche di un Bonaparte; è risaputo che buffe idee egli si facesse di Lassalle, con cui pure aveva trattato più volte personalmente. Ora egli aveva molto vicino a sé due persone che su questa questione delicata la sapevano più lunga, appunto Lothar Bucher e Hermann Wagener, e Wagener a quel tempo si dava molto da fare per adescare il movimento operaio tedesco, e ci sarebbe anche riuscito, per quanto dipendeva dalla contessa di Hatzfeldt. Ma come capo ideale del partito degli Junker e come vecchio amico di Bismarck, già da prima del ’48, Wagener occupava una posizione incomparabilmente più indipendente di Bucher, che restava in tutto affidato alla benevolenza di Bismarck, perché la burocrazia guardava di traverso questo intruso importuno, e anche il re non voleva sapere di lui per i trascorsi del ’48. Oltretutto Bucher era un carattere debole, «un pesce senza lisca», come soleva definirlo il suo amico Rodbertus.

Dunque se Marx doveva essere comprato con la lettera di Bucher, ciò non è certo avvenuto all’insaputa di Bismarck. C’è soltanto da chiedersi se tale tentativo di corruzione ha avuto realmente luogo. Il modo come Marx si valse della lettera di Bucher, contro la caccia ai socialisti del 1878, era una mossa tanto lecita quanto abile, ma con ciò non è neppure provato che fin da principio Marx abbia considerato la lettera di Bucher come un tentativo di corruzione, e tanto meno che tale tentativo vi fosse. Bucher sapeva benissimo che per il momento Marx aveva un cattivo credito presso i lassalliani, dopo la sua rottura con Schweitzer, e per di più un resoconto mensile sul mercato internazionale delle valute e delle merci, nel più noioso fra tutti i giornali tedeschi, non era davvero il mezzo più appropriato per sedare il malumore generale contro la politica di Bismarck, o addirittura per cattivarsi il favore degli operai verso questa politica. Inoltre l’assicurazione di Bucher, di aver raccomandato senza nessun secondo fine politico il vecchio compagno d’esilio all’amministratore dello Staatsanzeiger, ha molto di verosimile, ammesso che l’amministratore abbia potuto rimettersi al parere di un liberale progressista. Dopo che il tentativo con Marx fu andato a vuoto, Bucher si rivolse a Dühring, che accettò l’incarico ma subito dopo vi rinunciò, perché l’amministratore non dette affatto prova di quel rispetto per le «convinzioni scientifiche» che Bucher aveva lodato in lui.

Ancora peggiori delle difficoltà economiche in cui Marx si venne a trovare in conseguenza della sua attività estenuante per l’Internazionale e del suo lavoro scientifico, furono le crescenti scosse subite dalla sua salute. Il 10 febbraio 1866 Engels gli scrisse:

«Davvero devi deciderti a far qualche cosa di giudizioso, per venir fuori da questa faccenda dei foruncoli… Tralascia per qualche tempo di lavorare di notte e conduci una vita un poco più regolare».XI.28

Marx rispose il 13 febbraio:

«Ieri ero di nuovo a terra, perché era scoppiato un vigliacchissimo favo al fianco sinistro. Se avessi denaro abbastanza per la mia famiglia, e se fosse finito il mio libro, mi sarebbe del tutto indifferente se oggi o domani fossi gettato allo scorticatoio, alias se crepassi. Ma nelle menzionate circostanze questo non va ancora».XI.29

E una settimana dopo Engels ricevette la allarmante notizia:

«Questa volta ne è andato della pelle. La mia famiglia non ha saputo quanto il caso fosse serio. Se la cosa si ripete ancor tre o quattro volte nella medesima forma, sono spacciato. Sono straordinariamente deperito e ancora maledettamente debole, non di cervello, ma di reni e di gambe. I medici hanno ragione, l’esagerato lavoro di notte è la causa principale di questa ricaduta. Ma io non posso dire a quei signori le ragioni che mi costringono a questa stravaganza, il che del resto sarebbe anche inutile».XI.30

Ma ora finalmente Engels ottenne che Marx si concedesse qualche settimana di distrazione e andasse a Margate sul mare.

Qui Marx ritrovò subito il suo buonumore. In una lettera scherzosa alla figlia Laura scriveva:

«Sono proprio contento di aver preso alloggio in una casa privata e non in un albergo, dove si tormenta la gente con la politica locale, gli scandali familiari e i pettegolezzi sul vicinato. Eppure non posso cantare con il mugnaio del Dee: non m’importa di nessuno e nessuno si cura di me. Perché qui c’è pur sempre la mia padrona, che è sorda come un piuolo, e sua figlia che è affetta da raucedine cronica. Io stesso mi sono trasformato in un bastone da passeggio ambulante, vado attorno trottando la maggior parte del giorno, prendo aria, vado a letto alle dieci, non leggo nulla, scrivo ancora meno, e soprattutto mi sprofondo in quello stato d’animo del nulla che il buddismo considera come il culmine della beatitudine umana».

E alla fine, canzonando, aggiunse un’allusione a eventi che si preparavano:

«Questo maledetto briccone di Lafargue mi tormenta con il suo proudhonismo e non starà tranquillo finché non avrò bastonato ben bene quel suo cranio di creolo».

Proprio in quei giorni, mentre Marx si tratteneva a Margate, si scaricavano i primi lampi del temporale di guerra che si era addensato sulla Germania. L’8 aprile Bismarck aveva concluso con l’Italia un’alleanza aggressiva contro l’Austria, e il giorno dopo presentò alla Dieta federale la proposta di convocare un parlamento tedesco, sulla base del suffragio universale, per discutere una riforma della Confederazione, su cui i governi tedeschi dovevano accordarsi. La posizione che Marx ed Engels assunsero di fronte a questi eventi dimostrò che essi avevano perso di vista la situazione tedesca. Il loro giudizio fu oscillante. Il 10 aprile, a proposito della proposta di Bismarck per un parlamento tedesco, Engels scrisse:

«Che razza di somaro deve esser costui per credere che questo gli gioverebbe sia pur di una briciola!… Se davvero si arriverà a soluzioni estreme, per la prima volta nella storia lo sviluppo degli avvenimenti dipenderà da Berlino. Se i berlinesi ingaggiano battaglia al tempo debito, tutto può andar bene, ma chi può fidarsi di loro?».XI.31

Tre giorni dopo scrisse di nuovo, con singolare preveggenza:

«Da quel che sembra, il borghese tedesco dopo qualche impennata finirà per piegar la testa, perché il bonapartismo è in effetti la vera religione della borghesia moderna. Mi si rivela sempre più chiaramente che la borghesia non ha la stoffa per dominare essa stessa direttamente, e che quindi dove un’oligarchia non può, come qui in Inghilterra, assumersi la guida dello stato e della società, contro buon pagamento, nell’interesse della borghesia, una semidittatura bonapartista è la forma normale; essa attua gli interessi materiali della borghesia perfino contro la borghesia, ma non le lascia nessuna partecipazione al potere. D’altra parte anche questa dittatura è costretta a sua volta ad abbracciare contro voglia questi interessi materiali della borghesia. Così noi vediamo adesso il signor Bismarck che adotta il programma dell’Unione nazionale. Il portarlo a compimento è di certo tutt’altra cosa, ma di fronte al borghese tedesco, Bismarck difficilmente fallisce».XI.32

Ma quel che lo avrebbe fatto fallire, secondo Engels, era la forza militare austriaca: perché Benedek era in ogni caso un generale migliore del principe Federico Carlo; perché l’Austria poteva ben costringere la Prussia alla pace, ma la Prussia non poteva costringervi l’Austria con le sue sole forze; e quindi ogni successo prussiano sarebbe stato per Bonaparte un incoraggiamento a intromettersi.XI.33

Quasi con le stesse parole Marx esponeva la situazione di quel tempo in una letteraXI.34 a un amico di recente acquistato, il medico Kugelmann di Hannover, che sin da ragazzo, nel 1848, era stato preso da entusiasmo per Marx ed Engels, aveva raccolto con cura tutti i loro scritti, ma soltanto nel 1862, per mezzo di Freiligrath, si era rivolto direttamente a Marx, con il quale entrò presto in intima dimestichezza. In tutte le questioni militari Marx accettava i giudizi pronunziati da Engels, rinunziando, cosa quanto mai insolita in lui, a qualsiasi critica propria.

Ancora più sorprendente della sopravvalutazione della potenza austriaca, era il giudizio dato da Engels sulle condizioni interne dell’esercito prussiano. Più sorprendente soprattutto perché in un suo ottimo scritto egli aveva esposto, con una perspicacia di molto superiore alle chiacchiere democratico-borghesi, la riforma dell’esercito per la quale era divampato il conflitto per la Costituzione prussiana. Il 25 maggio scrisse:

«Se gli austriaci sono abbastanza abili da non attaccare, certamente si comincerà a ballare nell’esercito prussiano. La gente non fu mai tanto ribelle come in questa mobilitazione. Purtroppo si sa soltanto la minima parte di quello che succede, ma è già sufficiente per dimostrare che con questo esercito è impossibile una guerra offensiva».XI.35

E ancora, l’11 giugno:

«In questa guerra la milizia territoriale sarà tanto pericolosa quanto furono pericolosi nel 1806 i polacchi, che formavano oltre un terzo dell’esercito e disorganizzarono ogni cosa. Solo che la territoriale, invece di disperdersi, dopo la sconfitta si ribellerà».XI.36

Tutto ciò era scritto tre settimane prima di Sadowa.

Sadowa dissipò tutte le nebbie, e il giorno dopo la battaglia Engels già scriveva:

«Che cosa ne dici dei prussiani? Lo sfruttamento dei primi successi è avvenuto con estrema energia… Una così decisiva battaglia condotta a termine in 8 ore è cosa mai prima d’ora accaduta; in altre circostanze sarebbe durata due giorni. Ma il fucile ad ago è un’arma spiccata, e poi quella gente si batte veramente con un valore quale non ho mai visto in tali truppe di pace»XI.37.

Engels e Marx potevano sbagliarsi e si sono spesso sbagliati, ma non rifiutavano mai di riconoscere il proprio errore quando gli avvenimenti stessi lo imponevano. La vittoria prussiana era per loro un boccone difficile da trangugiare, ma essi non aspettarono di restarne soffocati. Engels, la cui autorità aveva la prevalenza in tale questione, il 25 luglio riassunse così la situazione:

«La storia in Germania mi sembra adesso abbastanza semplice. Dal momento in cui Bismarck ha attuato con l’esercito prussiano e con così colossale successo il piano piccolo tedesco della borghesia, lo sviluppo degli avvenimenti in Germania ha preso questa direzione così decisamente, che noi alla stessa maniera di altri dobbiamo riconoscere il fatto compiuto, ci piaccia o non ci piaccia… La cosa ha questo di buono, che semplifica la situazione, con ciò facilita la rivoluzione, elimina le sommosse delle piccole capitali ed affretta in ogni caso lo sviluppo degli avvenimenti. In fin dei conti un Parlamento tedesco è tutt’altra cosa che una Camera prussiana. La massa dei piccoli staterelli verrà gettata nel vortice, cesseranno le peggiori influenze di carattere locale e finalmente i partiti diventeranno nazionali invece che puramente locali».XI.38

Due giorni dopo Marx rispose con laconica tranquillità:

«Sono perfettamente della tua opinione che bisogna prendere questa sozzura così com’è. Però è bello, durante questo primo periodo dell’amore in boccio, essere lontani».XI.39

Contemporaneamente Engels scrisse, non in senso elogiativo, che «frate Liebknecht si è ficcato a capo fitto in una fanatica austrofilia»; che delle «corrispondenze furiose» da Lipsia nella Neue Frankfurter Zeitung venivano evidentemente da lui; che questo giornale sterminatore di principi era arrivato al punto di rimproverare ai prussiani il loro vergognoso trattamento all’«onorabilissimo principe elettore dell’Assia» e a entusiasmarsi per il povero Guelfo cieco.XI.40 Invece a Berlino Schweitzer assunse la medesima posizione che Marx ed Engels a Londra, sulla base degli stessi motivi e con le stesse parole, e per questa sua politica «opportunistica» questo infelice deve subire ancor oggi lo sdegno morale degli importanti uomini politici che adorano Marx ed Engels senza capirli.

6. Il Congresso di Ginevra

A differenza di quanto stabilito, quando la battaglia di Sadowa decise delle sorti tedesche il primo Congresso dell’Internazionale non aveva ancora avuto luogo. Il Congresso aveva dovuto essere ancora una volta rimandato al settembre di quell’anno, nonostante che nel secondo anno di vita l’Associazione avesse compiuto, rispetto al primo, un’ascesa incomparabilmente più rapida.

Sul continente il suo nucleo più importante cominciò a essere Ginevra, dove tanto la sezione romanza che la tedesca procedettero alla fondazione di propri organi di partito. Quello tedesco era il Vorbote, un mensile fondato e diretto dal vecchio Becker, le cui sei annate costituiscono ancora oggi una delle fonti più importanti per la storia dell’Internazionale. Il Vorbote uscì dal gennaio del 1866 e si denominava «Organo centrale del gruppo di sezioni di lingua tedesca», perché anche i membri tedeschi dell’Internazionale, tanti o pochi che fossero, dipendevano da Ginevra, dato che le leggi tedesche sulle associazioni impedivano la formazione di sezioni all’interno della Germania. Per motivi simili la sezione romanza di Ginevra estese profondamente la propria influenza in Francia.

Anche in Belgio il movimento si era già creato un giornale proprio, la Tribune du peuple, che Marx riconosceva come organo ufficiale della Internazionale, alla pari dei due giornali ginevrini. Ma non considerava tali uno o due giornaletti che uscivano a Parigi e che difendevano a modo loro la causa operaia. Il movimento prese un buon avvio anche in Francia, ma più come un fuoco di paglia che come qualche cosa di duraturo. A causa della completa mancanza di libertà di stampa e di riunione, era difficile creare dei veri e propri centri del movimento, e la tolleranza ambigua della polizia bonapartista aveva l’effetto piuttosto di addormentare che di destare le energie degli operai. Anche il forte predominio del proudhonismo non era adatto per alimentare la forza organizzativa del proletariato.

Il proudhonismo si faceva sentire specialmente nella «giovane Francia», che viveva in esilio a Bruxelles o a Londra. Nel febbraio del 1866 una sezione francese, che si era formata a Londra, fece una violenta opposizione al Consiglio Generale perché aveva messo la questione polacca nel programma del Congresso di Ginevra. Riecheggiando idee proudhoniane essa chiedeva come si potesse pensare ad arginare l’influsso russo mediante la restaurazione della Polonia, in un momento nel quale i servi della gleba russi erano liberati dalla Russia, mentre i nobili e i preti polacchi si erano sempre rifiutati di dare la libertà ai loro servi della gleba. Anche allo scoppio della guerra tedesca i membri francesi dell’Internazionale e persino quelli del Consiglio Generale sollevarono inutili contese con il loro «stirnerianismo proudhonizzato», come una volta disse Marx, affermando che tutte le nazionalità erano superate e chiedendo il loro scioglimento in piccoli «gruppi», che avrebbero dovuto formare di nuovo una «unione», ma non uno stato.

«E dunque questa “individualizzazione” dell’umanità e il corrispondente “mutualisme” debbono aver luogo mentre la storia in tutti gli altri paesi si ferma, e tutto il mondo aspetta che la gente sia matura per compiere una rivoluzione sociale. Poi ci metteranno davanti agli occhi il loro esperimento, e il resto del mondo, soggiogato dalla forza del loro esempio, farà come loro».XI.41

Con questa canzonatura Marx colpiva prima di tutto i suoi «ottimi amici» Lafargue e Longuet, che dovevano diventare suoi generi, ma intanto, come «credenti di Proudhon», gli causavano molte seccature.

Il nucleo principale dell’Internazionale erano sempre le Trade Unions. Così giudicava anche Marx: il 15 gennaio 1866, in una lettera a Kugelmann,XI.42 esprimeva la sua soddisfazione per essere riuscito ad attirare nel movimento l’unica organizzazione operaia veramente grande; una gioia particolare gli aveva procurato una colossale assemblea che si era tenuta alcune settimane prima in St. Martin’s Hall a favore della riforma elettorale, sotto la direzione ideale dell’Internazionale. Quando poi il ministero whig Gladstone ebbe presentato, nel marzo 1866, un progetto di riforma elettorale che parve troppo radicale a una parte del suo stesso partito, e cadde in seguito alla scissione di questi suoi membri, per essere sostituito dal ministero tory Disraeli, che cercò di tirare per le lunghe la riforma elettorale, il movimento assunse forme tempestose. Il 7 luglio Marx scrisse a Engels:

«Le dimostrazioni operaie londinesi, spettacolose se paragonate con ciò che abbiamo veduto in Inghilterra dal 1849, sono pura opera dell’Internazionale. Lucraft, per esempio, il capitano in Trafalgar Square, fa parte del nostro Consiglio».XI.43

A Trafalgar Square, dove erano riunite 20.000 persone, Lucraft convocò la riunione di un meeting in White Hall Gardens, dove «qualche volta abbiamo tagliato la testa a uno dei nostri re», subito dopo si arrivò già quasi all’aperta rivolta in Hyde Park, dove erano riunite 60.000 persone.

Le Trade Unions riconobbero pienamente i servigi resi dall’Internazionale a questo movimento che si estendeva a tutto il paese. Una conferenza a Sheffield, alla quale erano rappresentate tutte le Trade Unions, dichiarò in una risoluzione:

«Mentre la Conferenza tributa il suo pieno riconoscimento all’Associazione Internazionale degli Operai per gli sforzi da essa compiuti per unire con un legame di fratellanza gli operai di tutti i paesi, essa raccomanda caldamente a tutte le società qui rappresentate di entrare a far parte di questa Associazione, con la convinzione che ciò sia di estrema importanza per il progresso e il benessere dell’intera classe operaia».

Allora un buon numero di sindacati entrò a far parte dell’Internazionale, ma questo successo morale e politico non rappresentò un pari successo materiale. Ai sindacati aderenti fu accordato di pagare un contributo a piacere, o anche nessun contributo, e anche quando lo versavano era in misura molto modesta. Così i calzolai, con 5.000 membri pagavano annualmente cinque sterline, i falegnami con 9.000 membri due sterline, i muratori con 3 o 4.000 membri addirittura una sterlina sola.

Marx si accorse anche molto presto che nel «Reformmovement» si manifestava di nuovo «il maledetto carattere tradizionale di tutti i movimenti inglesi». Già prima della fondazione dell’Internazionale le Trade Unions si erano messe in relazione con i radicali borghesi per la riforma elettorale. Questi rapporti diventarono ancora più stretti via via che il movimento prometteva di far maturare frutti tangibili; degli «acconti» che prima sarebbero stati respinti con indignazione, erano considerati ora degne ricompense per la lotta sostenuta: Marx arrivava a rimpiangere lo spirito ardente dei vecchi cartisti. Biasimava l’incapacità degli inglesi di fare due cose in una volta: quanto più il movimento per la riforma elettorale andava avanti, tanto più si raffreddavano i capi inglesi «nel nostro movimento più circoscritto»;

«in Inghilterra il movimento per la riforma, che era stato chiamato in vita da noi, ci ha quasi ammazzato».XI.44

Un forte ostacolo a questo andazzo venne a mancare per la malattia e il soggiorno a Margate di Marx, che gli impedirono di intervenire personalmente.

Grande fatica e preoccupazioni gli procurò anche il giornale The Workman’s Advocate, che la Conferenza del 1865 aveva proclamato organo ufficiale dell’Internazionale, e che nel febbraio del 1866 fu ribattezzato The Commonwealth. Marx faceva parte del consiglio d’amministrazione del giornale, che era costantemente alle prese con difficoltà finanziarie e quindi doveva ricorrere agli aiuti di borghesi fautori della riforma elettorale; egli si dava gran da fare per mantenere un contrappeso agli influssi borghesi, e inoltre proteggere dalle meschine invidie il posto di direttore; Eccarius diresse temporaneamente il giornale e vi pubblicò il suo noto scritto contro Stuart Mill, al quale Marx diede un forte contributo. Ma alla fine Marx non poté impedire che il Commonwealth «per il momento si trasformasse in un puro organo per la riforma», come scrisse in una lettera a Kugelmann,XI.45 «per ragioni in parte economiche e in parte politiche».

Questo stato generale delle cose spiega a sufficienza i grandi timori con cui Marx guardava al primo Congresso dell’Internazionale, perché temeva che esso finisse in «una figuraccia di fronte a tutta l’Europa». Poiché i parigini restavano fermi alla decisione della Conferenza di Londra, secondo cui il Congresso avrebbe dovuto tenersi alla fine di maggio, Marx voleva andare di persona sul continente per convincerli dell’impossibilità di questo termine, ma Engels era del parere che tutta la faccenda non meritava il rischio che Marx correva di finire fra gli artigli della polizia bonapartista, dove non sarebbe stato protetto da nessuno; e disse che era cosa secondaria che il Congresso decidesse qualche cosa di buono, purché potesse essere evitato ogni scandalo, e questo sarebbe stato ben possibile; e che in un certo senso ogni dimostrazione del genere – per lo meno di fronte a sé stessi – sarebbe stata una cattiva figura senza tuttavia essere necessariamente una cattiva figura di fronte all’Europa.XI.46

La difficoltà fu superata perché gli stessi ginevrini, che non erano pronti con la loro preparazione, decisero di rimandare il Congresso fino a settembre, e questa decisione trovò consenso dovunque, meno che a Parigi. Marx non aveva intenzione di partecipare personalmente al Congresso, perché il lavoro per la sua opera scientifica non permetteva più altre interruzioni prolungate; gli pareva che questo suo lavoro fosse molto più importante per la classe operaia di quanto egli avrebbe potuto fare personalmente a qualsiasi congresso. Ma spese molto tempo per assicurare al Congresso uno svolgimento favorevole; per i delegati londinesi stese un memorandum che limitò di proposito a quei punti «che consentono un’intesa e una collaborazione immediata tra gli operai e forniscono un alimento e uno stimolo immediato ai bisogni della lotta di classe e all’organizzazione degli operai come classe».XI.47 A questo memorandum si può fare lo stesso elogio che Beesly aveva fatto all’Indirizzo inaugurale: le rivendicazioni immediate del proletariato internazionale vi sono riassunte in maniera quanto mai profonda ed efficace. Come rappresentanti del Consiglio Generale andarono a Ginevra il presidente Odger e il segretario generale Cremer, e con loro Eccarius e Jung, della cui intelligenza Marx poteva fidarsi più che di altri.

Il Congresso tenne le sedute dal 3 all’8 settembre, sotto la presidenza di Jung e alla presenza di 60 delegati. Marx trovò che «era andato meglio di quanto fosse da aspettarsi». Soltanto sui «signori parigini» si espresse con molta asprezza.

«Essi avevano la testa piena delle più vane frasi proudhoniane. Essi cianciano di scienza e non sanno nulla. Disdegnano ogni azione rivoluzionaria, cioè ogni azione che scaturisca dalla lotta di classe stessa, ogni movimento sociale concentrato, tale che si possa attuare anche con mezzi politici (come p.e. riduzione della giornata di lavoro per legge). Con il pretesto della libertà e dell’antigovernativismo o dell’individualismo antiautoritario – questi signori che da 16 anni hanno sopportato e sopportano tanto tranquillamente il più miserabile dispotismo! – predicano in realtà la volgare economia borghese, soltanto proudhonianamente idealizzata!»XI.48

E così seguitava, in termini anche più duri.

Questo giudizio è molto severo, quantunque alcuni anni dopo Johann Philipp Becker, che era stato presente al Congresso come dirigente, si esprimesse con una durezza anche maggiore, se possibile, sulla gazzarra che vi aveva dominato. Solo che Becker oltre i francesi non dimenticava i tedeschi, e oltre i proudhoniani non dimenticava i seguaci di Schulze-Delitzsch. «Quante cortesie si dovettero prodigare a quella buona gente, per scampare decentemente al pericolo delle loro aggressive felicitazioni!». Diverso era certo il tono dei resoconti del Vorbote, che vanno letti con qualche riserva.

I francesi avevano una rappresentanza relativamente forte, disponevano di circa un terzo dei mandati, e non facevano mancare l’oratoria, ma non ottennero molto. La loro proposta di accogliere nell’Internazionale soltanto lavoratori del braccio e non lavoratori della mente fu respinta, e la stessa sorte subì la loro proposta di ammettere nel programma dell’Associazione le questioni religiose, e così questa idea malnata fu eliminata per sempre. Fu accettata invece una proposta abbastanza inoffensiva, da loro presentata, per degli studi sul credito internazionale, che miravano, secondo le idee proudhoniane, a portare in seguito a una banca centrale dell’Internazionale. Di maggior peso fu l’approvazione di una proposta, presentata da Tolain e Fribourg, che condannava il lavoro delle donne come «principio di degenerazione» e indicava la famiglia come posto destinato alla donna. Ma essa trovò obiezioni già da parte dello stesso Varlin e di altri francesi, e fu accettata solo unitamente alle proposte del Consiglio Generale sul lavoro delle donne e dei bambini, che la soffocarono. Quanto al resto, i francesi riuscirono soltanto a introdurre di contrabbando qua e là nelle risoluzioni qualche riempitivo proudhoniano, ciò che spiega come Marx fosse parecchio indispettito per questi difetti esteriori, che sfiguravano la sua opera faticosa, senza però disconoscere di poter essere ben soddisfatto per tutto lo svolgimento del Congresso.

Solo su un punto Marx aveva avuto una delusione che poteva rincrescergli e gli rincrebbe assai: sulla questione polacca. Dopo le esperienze della Conferenza di Londra questo punto era stato motivato con cura nel memorandum inglese. Esso affermava che gli operai europei dovevano sollevare questa questione, perché le classi dominanti la mettevano a tacere, nonostante tutti i loro entusiasmi per ogni sorta di nazionalità, perché aristocrazia e borghesia consideravano la tenebrosa potenza asiatica come l’ultimo mezzo di salvezza contro l’avanzare della classe operaia; che questa potenza sarebbe stata resa inoffensiva soltanto mediante la restaurazione della Polonia su fondamenta democratiche; che sarebbe dipeso da questo se la Germania doveva essere un avamposto della Santa Alleanza o un alleato della Francia repubblicana; che il movimento operaio sarebbe stato arrestato, interrotto e ritardato finché questa grande questione europea non fosse risolta. Gli inglesi sostennero energicamente questa proposta, ma i francesi e una parte degli svizzeri romanzi si opposero con energia non minore; infine, per suggerimento di Becker, che parlò lui stesso in favore della proposta ma voleva evitare una scissione aperta su questa questione, fu raggiunto un accordo su una risoluzione evasiva secondo cui l’Internazionale, essendo contraria a ogni dominazione violenta, si adoperava anche per eliminare l’influsso imperialistico della Russia e per la restaurazione della Polonia su basi democratico-sociali.

Quanto al resto, il memorandum inglese vinse su tutta la linea. Gli statuti provvisori furono convalidati, salvo alcune modifiche; l’Indirizzo inaugurale non fu discusso, ma da allora fu sempre citato come documento ufficiale nelle risoluzioni e nelle dichiarazioni dell’Internazionale. Il Consiglio Generale fu rieletto, con sede in Londra; esso doveva preparare un’ampia statistica sulla situazione della classe operaia internazionale, e redigere un bollettino su tutto ciò che interessava l’Associazione Internazionale degli Operai, ogni volta che i suoi mezzi glielo permettessero. Per coprire le spese fu imposto a ogni membro, per l’anno seguente, un contributo straordinario di 30 centesimi (24 Pfennig); come contributo ordinario annuale per la cassa del Consiglio Generale il Congresso raccomandò di fissare mezzo penny o un penny (8,5 Pfennig), oltre al prezzo della tessera.

Fra le dichiarazioni programmatiche del Congresso vi erano in primo luogo le risoluzioni sulle leggi per la protezione degli operai e sulle associazioni sindacali. Il Congresso affermò il principio che la classe operaia deve conquistarsi leggi per la protezione degli operai.

«Riuscendo a ottenere tali leggi, la classe operaia non rafforza il potere del governo. Al contrario, essa trasforma in proprio strumento quel potere, che ora è impiegato contro di essa».

Con una legge generale essa realizzava ciò che sarebbe stato un inutile tentativo voler realizzare mediante sforzi individuali isolati. Il Congresso raccomandò la limitazione della giornata lavorativa come una condizione senza la quale sarebbero falliti tutti gli altri sforzi del proletariato per la propria emancipazione; ciò era necessario per garantire energia e salute fisica alla classe operaia, per assicurarle la possibilità di sviluppo spirituale, di relazioni sociali e di attività sociale e politica. Come limite legale della giornata lavorativa il Congresso propose otto ore, che dovevano essere fissate in un determinato spazio di tempo della giornata, in modo tale che questo spazio di tempo comprendesse le otto ore di lavoro e le interruzioni per i pasti. La giornata di otto ore doveva valere per tutti i maggiorenni, uomini e donne, fissando la maggiorità a partire dal compimento del diciottesimo anno d’età. Il lavoro notturno era da respingere per ragioni di salute, le eccezioni indispensabili dovevano essere regolate per legge. Le donne dovevano essere escluse con il massimo rigore dal lavoro notturno e da qualsiasi altro lavoro che fosse pericoloso per la salute femminile o che fosse sconveniente per il sesso femminile.

Nella tendenza dell’industria moderna a introdurre bambini e giovani dei due sessi a collaborare alla produzione sociale, il Congresso vedeva un progresso utile e legittimo, per quanto esecrabile fosse la forma in cui esso era attuato sotto il dominio del capitale. In una situazione sociale razionalmente ordinata, ogni ragazzo maggiore di nove anni, senza distinzione, doveva diventare un lavoratore produttivo, allo stesso modo che nessun adulto doveva sottrarsi alla generale legge di natura: lavorare, cioè, per poter mangiare, e lavorare non soltanto con il cervello, ma con le mani. Nella società attuale – proseguiva la risoluzione – s’impone di ripartire i ragazzi e i giovanotti in tre classi e di trattarli differenziatamente: ragazzi da 9 a 12 anni, ragazzi da 13 a 15 anni, giovanotti e ragazze da 16 a 17 anni. Il tempo di lavoro per la prima classe, in qualsiasi posto di lavoro o lavoro a domicilio, doveva essere limitato a due ore, per la seconda classe a quattro, per la terza a sei ore, dovendo restare riservata, per quest’ultima classe, un’interruzione del tempo di lavoro di almeno un’ora per i pasti e per la ricreazione. Ma il lavoro produttivo dei ragazzi e dei giovani poteva esser permesso soltanto se congiunto all’educazione, intendendo con ciò tre cose: educazione spirituale, educazione fisica e infine istruzione tecnica, che impartisse i principi scientifici generali di ogni processo di produzione e nello stesso tempo iniziasse la giovane generazione all’uso pratico degli strumenti più elementari.

Sulle associazioni di mestiere il Congresso decise che la loro attività era non solo legittima, ma anche necessaria. Esse erano il mezzo per opporre al potere sociale concentrato del capitale l’unico potere sociale che il proletariato avesse in suo possesso: il numero. Finché esisteva il modo di produzione capitalistico, delle associazioni di mestiere non si poteva fare a meno, anzi esse avrebbero reso generale la loro attività mediante collegamenti internazionali. Resistendo coscientemente agli incessanti soprusi del capitale, esse sarebbero diventate inconsciamente dei centri d’attrazione per l’organizzazione della classe operaia, così come i comuni medioevali erano diventati analoghi centri d’attrazione per la classe borghese. Ingaggiando incessanti azioni di guerriglia nella lotta quotidiana fra capitale e lavoro, le associazioni di mestiere sarebbero diventate ancora molto più importanti come strumenti organizzati per l’abolizione del lavoro salariato. Fino allora le associazioni di mestiere avevano avuto di mira troppo esclusivamente la lotta immediata contro il capitale, in avvenire esse non dovevano tenersi al di fuori del generale movimento politico e sociale della loro classe. Si sarebbero estese con il massimo vigore se la gran massa del proletariato si fosse convinta che il loro scopo, lungi dall’essere limitato ed egoistico, mirava invece alla liberazione di milioni di oppressi.

Subito dopo il Congresso di Ginevra, Marx intraprese un tentativo nel senso espresso da questa risoluzione, dal quale si riprometteva molto. Il 13 ottobre 1866 scrisse a Kugelmann:

«Il Consiglio Londinese delle Trade Unions (il suo segretario è il nostro presidente Odger) sta esaminando in questo momento se dichiararsi Sezione Inglese dell’Associazione Internazionale. Qualora lo facesse, la direzione della classe operaia passerebbe qui, in un certo senso, a noi, e noi potremmo spingere innanzi il movimento».XI.49

Ma il Consiglio non prese questa decisione, e con tutta la sua amicizia per l’Internazionale risolse di mantenere la propria indipendenza e rifiutò, anche se le informazioni degli storici delle Trade Unions sono giuste, di far partecipare alle sue sedute un rappresentante dell’Internazionale per riferire brevemente su tutti gli scioperi del continente.

Sin dai primi anni l’Internazionale si accorse che grandi successi l’attendevano, ma che questi successi avevano i loro determinati limiti. Per ora però poteva rallegrarsi dei suoi successi, e Marx registrò con viva soddisfazione nella sua opera, alla quale dava giusto ora l’ultima mano, che contemporaneamente al Congresso di Ginevra, un Congresso generale degli operai a Baltimora aveva indicato la giornata di otto ore come prima rivendicazione, per liberare il lavoro dai ceppi del capitalismo.

Marx osservava che il lavoro della pelle bianca non poteva emanciparsi in un paese dove veniva marchiato a fuoco il lavoro della pelle nera. Ma il primo frutto della guerra civile americana, che aveva ucciso la schiavitù, era stato l’agitazione per le otto ore, che camminò con gli stivali delle sette leghe della locomotiva dall’Atlantico al Pacifico, dalla Nuova Inghilterra alla California.XI.50

XII - Il Capitale

1. I dolori del parto

Quando Marx si rifiutava di partecipare al Congresso di Ginevra perché il portare a termine la sua opera principale (egli riteneva di aver fatto fino allora soltanto cose da poco) gli sembrava più importante, per la classe operaia, che il partecipare a qualsiasi congresso, aveva presente di aver cominciato fin dal primo gennaio la ricopiatura e la limatura del primo volume. E la cosa procedeva alla svelta, perché per lui «naturalmente era un divertimento leccare e lisciare il figliolino, dopo tanti dolori di parto».XII.1

Queste doglie erano durate all’incirca un numero di anni doppio rispetto al numero dei mesi che la natura impiega per la generazione di una creatura umana. Marx poteva dire con ragione che forse mai un’opera di questa specie era stata scritta in condizioni più difficili. Si era fissato continuamente un nuovo termine per arrivare in fondo, «in cinque settimane» come nel 1851, o «in sei settimane» come nel 1859, ma questi propositi riuscivano sempre vani di fronte alla sua autocritica spiccata e alla sua scrupolosità, che lo spingevano sempre a nuove ricerche e non potevano essere scosse neppur dalle sollecitazioni impazienti del suo più fedele amico.

Alla fine del 1865 aveva portato a termine il lavoro, ma solo nella forma di un gigantesco manoscritto, che così come si presentava allora non poteva essere pubblicato da nessuno, neppure da Engels, tranne che da Marx stesso. Da questa enorme mole, fra il gennaio 1866 e il marzo 1867, Marx estrasse il primo volume del Capitale nella sua classica redazione, come un «tutto artistico», ciò che fornisce anche la prova più luminosa della sua favolosa capacità di lavoro. Infatti questi quindici mesi furono anche occupati da infermità continue e anche pericolosissime, come nel febbraio del 1866; da una accumulazione di debiti che gli «opprimevano il cervello», e da ultimo, dai lavori preparatori per il Congresso di Ginevra dell’Internazionale, che gli portarono via molto tempo.

Nel novembre del 1866 il primo fascio di manoscritti fu spedito a Otto Meissner di Amburgo, un editore di scritti democratici presso il quale Engels aveva già fatto pubblicare il suo opuscolo sulla questione militare prussiana. Alla metà di aprile del 1867 Marx portò di persona ad Amburgo il resto del manoscritto, e trovò in Meissner un «tipo ammodo», con cui, dopo brevi trattative, tutto fu sistemato. Per aspettare le prime bozze della stampa, che veniva fatta a Lipsia, Marx andò a Hannover, a far visita al suo amico Kugelmann, che lo accolse ospitalmente nella sua amabile famiglia. Qui trascorse delle settimane felici, che annovera fra «le più belle e più piacevoli oasi nel deserto della vita».XII.2 Un po’ contribuirono al suo lieto umore anche il rispetto e la simpatia con cui i circoli colti di Hannover gli andarono incontro, cosa a cui non era affatto abituato; il 24 aprile scrisse a Engels: «Noi due abbiamo però una posizione del tutto diversa da quella che conosciamo, specialmente fra il ceto impiegatizio “colto”».XII.3 Ed Engels rispose, il 27 aprile:

«Ho sempre pensato che questo maledetto libro, a cui hai dedicato così lunga fatica, fosse il nocciolo di tutte le tue disgrazie, da cui non saresti uscito né mai avresti potuto uscire fino a quando non te lo fossi scrollato di dosso. Questa eterna cosa incompiuta ti schiacciava fisicamente, spiritualmente e finanziariamente, e posso benissimo concepire che dopo la liberazione da questo incubo a te sembri adesso di essere completamente un altro uomo, specialmente perché il mondo, non appena vi farai di nuovo il tuo ingresso, non t’apparirà così nero come prima».XII.4

A ciò Engels faceva seguire la sua speranza di essere presto liberato dal «bestiale commercio». Finché vi era dentro – scriveva – non era capace di niente; specialmente da quando era lui il principale, le cose erano peggiorate per via della maggiore responsabilità.

Marx gli rispose il 7 maggio:

«Spero e credo fiduciosamente che fra un anno sarò un uomo talmente assestato che porrò mutare da cima a fondo le mie condizioni economiche e finalmente reggermi da solo sulle gambe. Senza di te non avrei mai potuto portare a compimento la mia opera, e ti assicuro che mi ha sempre pesato sulla coscienza come un incubo il fatto che tu dovessi lasciar disperdere e arrugginire nel commercio la tua straordinaria energia specialmente per causa mia e per giunta dovessi vivere di continuo con le mie stesse piccole miserie».XII.5

In realtà Marx non diventò un «uomo assestato» né l’anno successivo né mai, ed Engels dovette sopportare il «bestiale commercio» ancora per alcuni anni, ma l’orizzonte cominciò a rischiararsi.

In questi giorni trascorsi a Hannover Marx, rispondendo con molto ritardo a un suo seguace, l’ingegnere minerario Siegfried Meyer, che fino a quel tempo aveva vissuto a Berlino e in quel periodo si era trasferito negli Stati Uniti, scriveva in questi termini, che mettono ancora una volta in chiara luce la sua «mancanza di cuore»:

«Voi dovete avere una pessima opinione di me, tanto più se vi dico che le vostre lettere non soltanto mi hanno procurato una grande gioia, ma erano per me un vero conforto nel periodo tormentoso in cui le ho ricevute. Il sapere che un uomo di valore, di alti principi, è assicurato al nostro partito, mi ricompensa di mali peggiori. Le vostre lettere inoltre erano piene della più gentile amicizia per me personalmente, e comprenderete che io, che mi trovo nella più aspra lotta col mondo (quello ufficiale), meno di ogni altro posso sottovalutare questa gentilezza. Perché dunque non vi ho risposto? Perché ero continuamente sull’orlo della tomba. Per questo dovevo utilizzare ogni momento che potevo dedicare al lavoro, per terminare la mia opera cui ho sacrificato la salute, la felicità della vita e la famiglia. Spero che a questa spiegazione non occorra aggiungere altro. Mi fanno ridere i cosiddetti uomini pratici e la loro saggezza. Se uno sceglie di essere bue, allora può naturalmente voltare le spalle alle sofferenze dell’umanità e occuparsi solo dei fatti propri. Ma io mi considererei veramente un incapace se fossi morto senza avere completamente finito il mio libro, almeno in manoscritto».

Quando un certo avvocato Warnebold, altrimenti sconosciuto, comunicò a Marx il preteso desiderio di Bismarck di mettere a profitto lui e il suo grande talento nell’interesse del popolo tedesco, nel suo umore sollevato di questi giorni Marx prese seriamente la cosa. Non che provasse entusiasmo per questo allettamento, su cui sarà stato dello stesso parere di Engels: «È caratteristico del modo di pensare e delle vedute di quel tipo che egli giudichi tutte le persone da sé stesso»;XII.6 ma giudicando con la freddezza abituale, difficilmente Marx avrebbe creduto all’ambasciata di Warnebold. Nelle condizioni ancora instabili della Confederazione della Germania del Nord, dopo che a stento era stato scongiurato il pericolo di una guerra con la Francia per il commercio del Lussemburgo, era impossibile che Bismarck pensasse di prendere al suo servizio l’autore del Manifesto comunista, offendendo così ancora una volta la borghesia che era appena passata dalla sua parte e che vedeva già di malocchio i suoi aiutanti Bucher e Wagener.

Non con Bismarck, ma con una parente di Bismarck, Marx ebbe una piccola avventura al suo ritorno a Londra, e la raccontò a Kugelmann con un certo diletto. Sul piroscafo gli si rivolse una signorina, che aveva già notato per il suo portamento militaresco, chiedendogli precise informazioni sulle stazioni ferroviarie londinesi, e risultò che essa doveva aspettare per diverse ore il suo treno; Marx l’aiutò cavallerescamente a ingannare tutto quel tempo, passeggiando per Hyde Park.

«Risultò che era Elisabeth von Puttkamer, nipote di Bismarck, presso il quale aveva passato alcune settimane a Berlino. Aveva con sé il ruolo completo dell’armata, poiché questa famiglia provvede abbondantemente il nostro esercito di uomini d’onore e di bella presenza. Era una ragazza vispa e colta, ma aristocratica e nero-bianca fino alla punta delle dita. Rimase non poco stupita quando venne a sapere di esser caduta in mani rosse».XII.7

Ma la signorina non perse per questo il buonumore. In una graziosa letterina, piena di «filiale rispetto», esprimeva la sua «cordialissima gratitudine» al suo cavaliere per tutte le premure che aveva avuto per lei, «creatura inesperta», e anche i suoi genitori facevano scrivere per mezzo di lei di essere lieti di sapere che in viaggio si trovavano ancora persone gentili.

A Londra Marx finì le correzioni del suo libro. Anche questa volta non mancò, all’occasione, una lagnanza per la lentezza della stampa, ma il 16 agosto 1867, alle due di notte, poté già annunciare a Engels di aver finito proprio allora di correggere l’ultimo (49°) foglio di stampa.

«Dunque questo volume è pronto. Debbo soltanto a te, se questo fu possibile! Senza il tuo sacrificio non avrei potuto compiere il mostruoso lavoro dei tre volumi. Ti abbraccio, pieno di gratitudine! Salute, mio caro, caro amico!»XII.8

2. Il primo volume

Nel primo capitolo della sua opera Marx riassunse di nuovo ciò che aveva esposto nella sua opera del 1859 sulla merce e il denaro. Ciò fece non solo per desiderio di completezza, ma perché anche delle persone di talento non avevano del tutto capito le cose, e quindi doveva esservi qualche difetto nell’esposizione, specialmente nell’analisi della merce.

Nel numero di quelle persone di talento non c’erano certo i dotti tedeschi che hanno condannato proprio il primo capitolo del Capitale per la sua «mistica oscura».

«A prima vista, una merce sembra una cosa triviale, ovvia. Dalla sua analisi, risulta che è una cosa imbrogliatissima, piena di sottigliezza metafisica e di capricci teologici. Finché è valore d’uso, non c’è nulla di misterioso in essa… Quando se ne fa un tavolo, la forma del legno viene trasformata. Ciò non di meno, il tavolo rimane legno, cosa sensibile e ordinaria. Ma appena si presenta come merce, il tavolo si trasforma in una cosa sensibilmente sovrasensibile. Non solo sta con i piedi per terra, ma, di fronte a tutte le merci, si mette a testa in giù, e sgomitola dalla sua testa di legno dei grilli molto più mirabili che se cominciasse spontaneamente a ballare».XII.9

Di ciò si ebbero a male tutte le teste di legno che producono in gran quantità sottigliezze metafisiche e capricci teologici, ma che non sanno produrre una cosa così sensibile come può essere un ordinario tavolo di legno.

In realtà questo primo capitolo, considerato da un punto di vista puramente letterario, è fra le cose più notevoli che Marx abbia scritto. Seguiva poi la ricerca su come il denaro si trasforma in capitale. Se nella circolazione delle merci si scambiano fra loro valori uguali, com’è possibile che il possessore di denaro compri delle merci al loro valore e le venda al loro valore e ricavi tuttavia più valore di quanto ne aveva impiegato? Ciò è possibile poiché negli attuali rapporti sociali egli trova sul mercato una merce di un carattere così singolare che il suo consumo è fonte di nuovo valore. Questa merce è la forza-lavoro.

Essa esiste nella forma del lavoratore vivente, che per la sua esistenza e per il mantenimento della sua famiglia, che assicura la continuità della forza-lavoro anche dopo la sua morte, ha bisogno di una certa somma di mezzi di sussistenza. Il tempo di lavoro necessario per la produzione di questi mezzi di sussistenza rappresenta il valore della forza-lavoro. Ma questo valore pagato nel salario è molto inferiore al valore che il compratore della forza-lavoro da essa può trarre. Il pluslavoro del lavoratore, compiuto oltre il tempo necessario per compensare il suo salario, è la fonte del plusvalore, dell’ingrossamento sempre crescente del capitale. Il lavoro non pagato del lavoratore mantiene tutti i membri della società che non lavorano; su di esso poggia l’intera situazione sociale nella quale noi viviamo.

Il lavoro non pagato non è, in sé, una particolarità della moderna società borghese. Da quando esistono classi possidenti e classi non possidenti, la classe che non possiede ha sempre dovuto fornire lavoro non pagato. Da quando una parte della società possiede il monopolio dei mezzi di produzione, il lavoratore, libero o non libero, deve aggiungere al tempo di lavoro necessario al suo sostentamento un tempo di lavoro eccedente, per produrre i mezzi di sussistenza per i proprietari dei mezzi di produzione. Il lavoro salariato è soltanto una particolare forma storica del sistema del lavoro non pagato, che domina fin da quando esiste la divisione in classi, una particolare forma storica che deve essere presa in esame come tale, per essere rettamente intesa.

Per trasformare il denaro in capitale, il possessore di denaro deve incontrare sul mercato il lavoratore libero, libero nel duplice senso che disponga come persona libera della sua forza-lavoro come propria merce e che non abbia da vendere altre merci, che sia libero da tutte le cose necessarie per realizzare la sua forza-lavoro. Questo non è un rapporto risultante dalla storia naturale, perché la natura non produce da una parte possessori di denaro o di merci e dall’altra puri e semplici possessori della propria forza-lavoro. E non è neppure un rapporto sociale che sia comune a tutti i periodi della storia, ma il risultato di un lungo svolgimento storico, il prodotto di molti rivolgimenti economici, del tramonto di tutta una serie di formazioni più antiche della produzione sociale.

La produzione delle merci è il punto di partenza del capitale. La produzione delle merci, la circolazione delle merci e la circolazione sviluppata delle merci, cioè il commercio, costituiscono i presupposti storici del suo nascere. Dalla creazione del commercio mondiale e del mercato mondiale moderno nel secolo XVI data la storia moderna della vita del capitale. L’illusione dell’economista volgare, che vi fossero una volta un’élite operosa che accumulava ricchezze, e una massa di straccioni oziosi, che alla fine non avevano altro da vendere che la loro propria pelle, è una sciocca puerilità: una puerilità tanto sciocca quanto la semioscurità in cui gli storici borghesi rappresentano la dissoluzione del modo feudale di produzione come emancipazione del lavoratore, e non come trasformazione, in pari tempo, del modo di produzione feudale nel modo di produzione capitalistico. Quando i lavoratori cessarono di far parte direttamente dei mezzi di produzione, come schiavi e servi, i mezzi di produzione cessarono di appartenere a loro, come al contadino e all’artigiano indipendente. Mediante una serie di metodi violenti e crudeli, che Marx descrive diffusamente, desumendoli dalla storia inglese, nel capitolo sull’accumulazione originaria, la gran massa del popolo fu privata della terra, dei mezzi di sussistenza e degli strumenti di lavoro. Così sorsero i lavoratori liberi di cui il modo di produzione capitalistico ha bisogno: venne al mondo il capitale, grondante sangue e lordura da tutti i pori, da capo a piedi. Appena poté reggersi da sé, esso non soltanto ottenne la separazione fra il lavoratore e la proprietà delle condizioni di realizzazione del lavoro, ma la riprodusse su scala sempre crescente.

Il lavoro salariato si distingue dalle specie più antiche di lavoro non pagato per il fatto che il movimento del capitale non conosce limiti, la sua bramosia di pluslavoro è insaziabile. Nelle formazioni economiche delle società in cui prevale il valore d’uso e non il valore di scambio del prodotto, il pluslavoro è limitato da una cerchia più o meno larga di bisogni, ma dal modo di produzione non deriva una necessità illimitata di pluslavoro. Diversamente vanno le cose là dove prevale il valore di scambio. Come produttore di laboriosità altrui, come pompatore di pluslavoro e sfruttatore di forza-lavoro, il capitale sopravanza per energia, smisuratezza e vigore tutti i precedenti processi di produzione fondati direttamente sul lavoro forzato. A esso non interessa il processo lavorativo, la creazione dei valori d’uso, ma il processo di valorizzazione, la produzione di valori di scambio, da cui può cavare più valore di quanto ne abbia immesso. La fame di plusvalore non conosce sazietà; per la produzione dei valori di scambio non esistono quei limiti che per la produzione dei valori d’uso sono fissati nella soddisfazione dei bisogni.

Come la merce è unità di valore d’uso e valore di scambio, così il processo di produzione della merce è unità di processo lavorativo e processo di formazione di valore. Il processo di formazione di valore dura fino al momento in cui il valore della forza-lavoro pagato con il salario è sostituito da un valore equivalente. Da questo punto in poi diventa processo di formazione del plusvalore, processo di valorizzazione. Come unità di processo lavorativo e di processo di valorizzazione, esso diventa processo di produzione capitalistico, forma capitalistica di produzione delle merci. Nel processo lavorativo concorrono forza-lavoro e mezzi di produzione; nel processo di valorizzazione le stesse parti costitutive del capitale appaiono come capitale costante e capitale variabile. Il capitale costante si converte in mezzi di produzione, in materia prima, materiali ausiliari e mezzi di lavoro, e non cambia la propria grandezza di valore nel processo di produzione. Il capitale variabile si converte in forza-lavoro e cambia il suo valore nel processo di produzione; riproduce il suo equivalente e inoltre produce un’eccedenza, il plusvalore, che a sua volta può variare, può essere più grande o più piccolo. Così Marx si apre la strada per la ricerca sul plusvalore, di cui trova due forme, il plusvalore assoluto e il plusvalore relativo, che hanno avuto una parte diversa ma parimenti decisiva nella storia del modo di produzione capitalistico.

Il plusvalore assoluto è prodotto quando il capitalista prolunga il tempo di lavoro oltre il tempo necessario per la riproduzione della forza-lavoro. Se le cose andassero secondo i suoi desideri, la giornata lavorativa sarebbe di ventiquattro ore, dato che egli produce un plusvalore tanto maggiore quanto più lunga è la giornata lavorativa. Il lavoratore, viceversa, sente giustamente che ogni ora di lavoro da lui compiuta di là dalla compensazione del salario gli è illegittimamente sottratta; egli è costretto a provare sul suo stesso corpo che cosa significa lavorare per un tempo troppo lungo. La lotta per la durata della giornata lavorativa dura dal primo apparire di liberi lavoratori fino al giorno d’oggi. Il capitalista lotta per il suo profitto, ed è costretto dalla concorrenza (non importa se egli sia come individuo una nobile persona o un cattivo soggetto) a protrarre la giornata lavorativa fino ai limiti estremi della resistenza umana. Il lavoratore lotta per la sua salute, per qualche ora di riposo quotidiano, per poter vivere da uomo anche altrimenti che lavorando, mangiando, dormendo. Marx descrive in maniera efficacissima la guerra civile di mezzo secolo che la classe dei capitalisti e la classe operaia hanno combattuto in Inghilterra, a cominciare dalla nascita della grande industria, che spinse i capitalisti a infrangere tutti i limiti che la natura e i costumi, l’età e il sesso, il giorno e la notte opponevano allo sfruttamento del proletariato, fino alla promulgazione del bill delle dieci ore, che gli operai si conquistarono come potentissima barriera sociale che impedisce a loro stessi di vender sé e la loro schiatta alla morte e alla schiavitù, per mezzo di un volontario contratto con il capitale.

Il plusvalore relativo è prodotto quando il tempo di lavoro necessario per la riproduzione della forza-lavoro è abbreviato a vantaggio del pluslavoro. Il valore della forza-lavoro viene abbassato facendo salire la forza produttiva del lavoro in quei rami dell’industria i cui prodotti determinano il valore della forza-lavoro. A questo scopo è necessario un continuo rivoluzionamento del modo di produzione, delle condizioni tecniche e sociali del processo lavorativo. Le indagini storiche, economiche, tecnologiche, social-psicologiche che Marx offre a questo punto, in una serie di capitoli che trattano della cooperazione, della divisione del lavoro e della manifattura, delle macchine e della grande industria, sono state riconosciute anche da parte borghese come una miniera di scienza.

Marx non soltanto dimostra che le macchine e la grande industria hanno creato una miseria più spaventosa di qualsiasi precedente modo di produzione, ma dimostra anche che esse nel loro ininterrotto rivoluzionamento della società capitalistica preparano una forma sociale superiore. La legislazione sulle fabbriche è la prima reazione consapevole e pianificata della società alla forma innaturale assunta dal suo processo di produzione. Regolando il lavoro nelle fabbriche e nelle manifatture, essa appare soltanto, in un primo tempo, come un intervento nei diritti di sfruttamento del capitale.

Ma la forza dei fatti la costringe subito a regolare anche il lavoro a domicilio e a intervenire contro l’autorità dei genitori, riconoscendo in tal modo che la grande industria, dissolvendo il fondamento economico della vecchia famiglia e del lavoro familiare che a esso corrispondeva, dissolve anche i vecchi rapporti familiari.

«Per quanto terribile e repellente appaia la dissoluzione della vecchia famiglia entro il sistema capitalistico, cionondimeno la grande industria crea il nuovo fondamento economico per una forma superiore della famiglia e del rapporto fra i due sessi, con la parte decisiva che essa assegna alle donne, agli adolescenti e ai bambini d’ambo i sessi nei processi di produzione socialmente organizzati al di là della sfera domestica. Naturalmente è altrettanto sciocco ritenere assoluta la forma cristiano-germanica della famiglia, quanto ritenere assoluta la forma romana antica o la greca antica, oppure quella orientale, che del resto formano fra di loro una serie storica progressiva. È altrettanto evidente che la composizione del personale operaio combinato con individui d’ambo i sessi e delle età più differenti, benché nella sua forma spontanea e brutale cioè capitalistica, dove l’operaio esiste in funzione del processo di produzione e non il processo di produzione per l’operaio, sia pestifera fonte di corruzione e di schiavitù, non potrà viceversa non rovesciarsi, in circostanze corrispondenti, in fonte di sviluppo di qualità umane».XII.10

La macchina, che degrada l’operaio fino a farne un suo semplice accessorio, crea nello stesso tempo la possibilità di far salire le forze produttive della società fino a un punto che renderà possibile uno sviluppo ugualmente umano per tutti i membri della società, per il quale tutte le forme sociali precedenti erano troppo povere.

Dopo aver preso in esame la produzione del plusvalore assoluto e relativo, Marx dà la prima teoria razionale del salario che la storia della economia politica conosca. Il prezzo di una merce è il suo valore espresso in denaro, e il salario è il prezzo della forza-lavoro. Sul mercato delle merci si presenta non il lavoro, ma il lavoratore, che offre in vendita la sua forza-lavoro, e il lavoro ha origine soltanto con il consumo della merce forza-lavoro. Il lavoro è la sostanza e la misura immanente dei valori, ma di per sé non ha alcun valore. Eppure sembra che nel salario venga pagato il lavoro, perché il lavoratore ottiene il suo salario soltanto dopo aver compiuto il lavoro. La forma del salario dissolve ogni traccia della divisione della giornata lavorativa in lavoro pagato e non pagato. È il contrario di ciò che avviene con gli schiavi. Lo schiavo sembra lavorare soltanto per il suo padrone, anche in quella parte della giornata lavorativa in cui non fa che reintegrare il valore dei propri mezzi di sussistenza; tutto il suo lavoro appare come lavoro non pagato. Nel lavoro salariato, al contrario, anche il lavoro non pagato appare come lavoro pagato. Là il rapporto di proprietà cela il lavoro che lo schiavo compie per sé stesso, qui il rapporto monetario cela il lavoro che l’operaio salariato compie senza alcuna retribuzione. Si comprende quindi – dice Marx – l’importanza decisiva che ha la metamorfosi del valore e del prezzo della forza-lavoro nella forma di salario, ossia in valore e prezzo del lavoro stesso. Su questa forma fenomenica, che rende invisibile il rapporto reale e mostra precisamente il suo opposto, si fondano tutte le idee giuridiche dell’operaio e del capitalista, tutte le mistificazioni del modo di produzione capitalistico, tutte le illusioni sulla libertà, tutte le chiacchiere apologetiche dell’economia volgare.

Le due forme fondamentali del salario sono il salario a tempo e il salario a cottimo. A proposito delle leggi del salario a tempo, Marx dimostra in particolare la vacuità interessata delle frasi secondo cui in seguito alla limitazione della giornata lavorativa il salario dovrebbe essere abbassato. È vero proprio l’opposto. Una riduzione momentanea della giornata lavorativa abbassa il salario, ma una riduzione duratura lo aumenta; quanto più lunga è la giornata lavorativa, tanto più basso è il salario. Il salario a cottimo non è altro che una forma mutata del salario a tempo: è la forma di salario che più corrisponde al modo di produzione capitalistico. Esso acquista un campo d’azione maggiore durante il periodo della manifattura vera e propria, e negli anni di impeto e slancio della grande industria inglese servì di leva per il prolungamento del tempo di lavoro e per le riduzioni del salario.

Il salario a cottimo è vantaggiosissimo per il capitalista, perché rende in gran parte superflua la sorveglianza del lavoro e per di più offre le più svariate occasioni di detrazioni sul salario e simili truffe. Per gli operai invece porta con sé grandi svantaggi: consunzione per eccesso di lavoro, che dovrebbe far salire il salario, mentre in realtà tende a farlo diminuire, aumentata concorrenza fra i lavoratori e indebolimento del loro senso di solidarietà, inserimento di parassiti fra capitalisti e lavoratori, di intermediari che sottraggono una parte considerevole del salario pagato, e altro ancora.

Il rapporto fra plusvalore e salario fa sì che il modo di produzione capitalistico non solo riproduce continuamente al capitalista il suo capitale, ma anche riproduce sempre di nuovo la miseria degli operai: da una parte i capitalisti che sono i possessori di tutti i mezzi di sussistenza, di tutti i prodotti grezzi e di tutti gli strumenti di lavoro, dall’altra parte l’enorme massa degli operai, che è costretta a vendere a questi capitalisti la sua forza-lavoro, per un quantum di mezzi di sussistenza che nel migliore dei casi basta giusto per conservarli idonei al lavoro e per allevare una nuova generazione di proletari idonei al lavoro. Ma il capitale non si riproduce semplicemente, ma s’ingrandisce e si moltiplica continuamente; a questo «processo di accumulazione» Marx dedica l’ultima sezione del primo volume.

Non soltanto il plusvalore scaturisce dal capitale, ma il capitale scaturisce anche dal plusvalore. Una parte del plusvalore prodotto annualmente viene consumata come reddito dalle classi possidenti fra cui esso è ripartito, ma un’altra parte è accumulata come capitale. Il lavoro non pagato che è stato pompato dalla classe operaia, serve ora come mezzo per pompare da essa sempre più lavoro non pagato. Nella corrente della produzione ogni capitale originariamente anticipato diventa una grandezza impercettibile, se confrontato con il capitale direttamente accumulato, cioè con il plusvalore o con il plusprodotto ritrasformato in capitale, venga esso impiegato dalla mano che l’ha accumulato o da altre mani. La legge della proprietà privata che si fonda sulla produzione e sulla circolazioni delle merci, si cambia per la propria interna, inevitabile dialettica nel suo diretto contrario. Le leggi della produzione delle merci sembrano fondare il diritto di proprietà sul proprio lavoro. Si avevano di fronte possessori di merci con eguali diritti; il mezzo di appropriarsi la merce altrui era soltanto l’alienazione della propria merce, e la propria merce poteva essere prodotta soltanto per mezzo del lavoro. Ora la proprietà, dalla parte del capitalista, appare come il diritto di appropriarsi lavoro altrui non pagato o il suo prodotto; dalla parte dell’operaio, come l’impossibilità di appropriarsi il proprio prodotto.

Quando i proletari moderni cominciarono a scoprire questi nessi, quando il proletariato urbano di Lione suonò la campana a martello, e in Inghilterra il proletariato rurale fece spiccare il volo al «gallo rosso», allora gli economisti volgari scoprirono la «teoria dell’astinenza», secondo cui il capitale ha origine per l’«astinenza volontaria» dei capitalisti, teoria che Marx sferzò così spiccatamente come Lassalle aveva fatto prima di lui. Ma quello che in realtà contribuisce all’accumulazione del capitale è l’«astinenza» forzata degli operai, l’abbassamento violento del salario al disotto del valore della forza-lavoro, allo scopo di trasformare in parte il necessario fondo di consumo degli operai in un fondo di accumulazione di capitale. Qui hanno la loro vera origine gli alti lamenti sulla vita «sontuosa» degli operai, le litanie senza fine su quella bottiglia di spumante che dei muratori avrebbero una volta bevuto a colazione, le ricette a buon mercato dei riformatori sociali cristiani e tutto ciò che appartiene a questo campo della polemica capitalistica.

La legge generale dell’accumulazione capitalistica è la seguente. L’aumento del capitale comprende l’aumento della sua parte variabile, ossia quella convertita in forza-lavoro. Se la composizione del capitale resta invariata, e una determinata quantità di mezzi di produzione richiede sempre la stessa quantità di forza-lavoro per essere messa in movimento, evidentemente la richiesta di lavoro e il fondo di sussistenza degli operai aumentano in proporzione con il capitale, e cioè con tanto maggiore rapidità quanto più rapidamente aumenta il capitale. Come la riproduzione semplice riproduce continuamente lo stesso rapporto capitalistico, l’accumulazione riproduce il rapporto capitalistico in grado allargato: più capitalisti o più grandi capitalisti da questa parte, più salariati dall’altra. Accumulazione di capitale dunque è incremento di proletariato, che nel caso supposto avviene nelle condizioni più favorevoli per gli operai. Del loro crescente plusprodotto, che si trasforma in misura sempre crescente in nuovo capitale, una parte più grande ritorna a loro in forma di mezzi di pagamento, così che essi estendono la cerchia dei loro godimenti, e possono rifornire meglio il loro fondo di consumo di vestiti, mobili ecc. Ma ciò non tocca il rapporto di dipendenza in cui si trovano, né più né meno di quanto uno schiavo ben vestito e ben nutrito cessi di essere uno schiavo. Essi debbono sempre fornire un determinato quantum di lavoro non retribuito, che può ridursi, ma mai fino al punto da mettere in serio pericolo il carattere capitalistico del processo di produzione. Se i salari salgono oltre a questo punto, ottundono il pungolo del guadagno e si rilassa l’accumulazione di capitale, finché i salari scendono di nuovo fino a un livello che corrisponda ai suoi bisogni di valorizzazione.

Ma la catena d’oro che l’operaio si fabbrica da sé si allenta e si alleggerisce solo quando nell’accumulazione del capitale resta invariato il rapporto fra la sua parte costante e la variabile. Ma in realtà con il progresso dell’accumulazione si compie una grande rivoluzione in quella che Marx chiama composizione organica del capitale. Il capitale costante aumenta a spese del capitale variabile; la crescente produttività del lavoro fa sì che la massa dei mezzi di produzione cresca più rapidamente della massa di forza-lavoro in essi incorporata; la richiesta di lavoro non cresce di pari passo con l’accumulazione del capitale, ma in proporzione diminuisce. Lo stesso effetto ha in forma diversa la concentrazione del capitale che si compie, indipendentemente dalla sua accumulazione, per il fatto che le leggi della concorrenza capitalistica portano all’inghiottimento del piccolo capitale da parte del grande capitale. Mentre il capitale addizionale formato nel procedere dell’accumulazione impiega sempre meno operai, in proporzione alla sua grandezza, il vecchio capitale riprodotto nella nuova composizione respinge da sé un numero sempre maggiore degli operai che esso prima impiegava. Così ha origine una sovrappopolazione relativa, vale a dire eccedente i bisogni di valorizzazione del capitale, un esercito industriale di riserva che viene impiegato irregolarmente in periodi di affari cattivi o mediocri e pagato al disotto del valore della sua forza-lavoro, o viene affidato alla carità pubblica, ma che in tutti i casi serve a paralizzare la forza di resistenza degli operai occupati e a tener bassi i loro salari.

Oltre a essere un prodotto necessario dell’accumulazione ossia dello sviluppo della ricchezza su base capitalistica, l’esercito industriale di riserva diventa anche, all’inverso, la leva del modo di produzione capitalistico. Insieme con l’accumulazione e lo sviluppo della forza produttiva del lavoro che l’accompagna, cresce la forza improvvisa d’espansione del capitale, che ha bisogno di grandi masse umane, per gettarle all’improvviso e senza detrimento della scala produttiva in altre sfere, su nuovi mercati o in nuovi rami di produzione. Il caratteristico corso dell’industria moderna, la forma di un ciclo decennale, interrotto da piccole fluttuazioni, di periodi di media vitalità, di produzione ad alta pressione, di crisi e stagnazione, poggia sulla formazione costante, sul maggiore o minore assorbimento e sulla riformazione dell’esercito industriale di riserva. Quanto maggiore la ricchezza sociale, il capitale in funzione, le dimensioni e l’energia della sua crescita, e per conseguenza anche la grandezza assoluta della popolazione operaia e la produttività del suo lavoro, tanto maggiore la sovrappopolazione relativa o esercito industriale di riserva. La sua grandezza relativa cresce di pari passo con la potenza della ricchezza. Ma quanto maggiore è l’esercito industriale di riserva in rapporto all’esercito dei lavoratori attivi, tanto più numerosi sono gli strati operai la cui miseria sta in rapporto inverso con le tribolazioni del loro lavoro. Infine quanto maggiore è lo strato di lazzari nella classe operaia e l’esercito industriale di riserva, tanto maggiore è il pauperismo ufficiale. Questa è la legge generale assoluta dell’accumulazione capitalistica.

Da essa deriva anche la sua tendenza storica. Di pari passo con la accumulazione e la concentrazione del capitale si sviluppa in gradi sempre crescenti la forma cooperativa del processo lavorativo, l’impiego tecnologico cosciente della scienza, lo sfruttamento comune e pianificato della terra, la trasformazione dei mezzi di lavoro in mezzi di lavoro impiegabili solo in comune e l’economizzazione di tutti i mezzi di produzione mediante il loro impiego come mezzi comuni di produzione di lavoro sociale combinato. Mentre diminuisce continuamente il numero di magnati capitalisti, che usurpano e monopolizzano tutti i vantaggi di questo processo di trasformazione, cresce la massa della miseria, dell’oppressione, dell’asservimento, della degradazione, dello sfruttamento, ma anche la ribellione della classe operaia sempre più numerosa e disciplinata, unica e organizzata essa stessa dal meccanismo del processo di produzione capitalistico. Il monopolio capitalistico diventa la catena che si stringe intorno al modo di produzione capitalistico, che con esso e sotto di esso è fiorito. La concentrazione dei mezzi di produzione e la socializzazione del lavoro arrivano a un punto in cui diventano incompatibili con il loro involucro capitalistico. Scocca l’ora della proprietà privata capitalistica, gli espropriatori vengono espropriati. La proprietà individuale, fondata sul proprio lavoro, viene restaurata, ma sulla base delle conquiste dell’era capitalistica: come cooperazione di liberi lavoratori e come loro proprietà collettiva della terra e dei mezzi di produzione prodotti con il lavoro stesso. Naturalmente la trasformazione in proprietà collettiva della proprietà capitalistica, che di fatto è già fondata su un esercizio produttivo collettivo, è di gran lunga meno penosa, dura e difficile della trasformazione in proprietà capitalistica della proprietà dispersa, fondata sul proprio lavoro individuale. Qui si trattava dell’espropriazione delle grandi masse popolari da parte di pochi usurpatori, là si tratterà dell’espropriazione di pochi usurpatori da parte delle masse popolari.

3. Il secondo e terzo volume

Il secondo e il terzo volume del Capitale subirono le stesse vicende che erano toccate al primo: Marx sperava di poterli pubblicare subito dopo che era uscito il primo, ma passarono lunghi anni, e non gli riuscì più portarli al punto da poter essere stampati.

Studi sempre nuovi e sempre più profondi, malattie penose e infine la morte gli impedirono di terminare tutta l’opera, e così Engels mise insieme i due volumi dei manoscritti incompiuti che il suo amico aveva lasciato. Erano minute, abbozzi, appunti, ora parti estese e continue, ora brevi annotazioni, quali uno studioso fa per proprio uso: un lavoro teorico immenso che si estese, con prolungate interruzioni, per il lungo periodo di tempo fra il 1861 e il 1878.

Queste circostanze ci fanno capire che nei due ultimi volumi del Capitale dobbiamo cercare non una soluzione pronta e compiuta di tutti i più importanti problemi di economia politica, ma in parte soltanto l’impo stazione di questi problemi, e inoltre indicazioni sulla direzione da seguire per cercarne la soluzione. Come tutta la concezione del mondo di Marx, anche la sua opera principale non è una Bibbia, con verità inappellabili pronte e valide una volta per sempre, ma una fonte inesauribile di incitamento ad ulteriore lavoro teorico, a ulteriori ricerche e lotte per la verità.

Quelle stesse circostanze ci spiegano come mai anche esteriormente, nella forma letteraria, il secondo e terzo volume non sono così compiuti come il primo, non hanno lo stesso spirito lampeggiante e scintillante. Eppure proprio come nuda elaborazione di pensiero, incurante di ogni forma, essi offrono a molti lettori un godimento ancora più alto del primo volume. Nonostante che fino ad ora, purtroppo, non si sia tenuto conto di essi in nessuna opera di divulgazione, e quindi siano rimasti sconosciuti alla grande massa degli operai colti, per il loro contenuto questi due volumi costituiscono un’integrazione essenziale e un ulteriore sviluppo del primo volume, indispensabile per la comprensione di tutto il sistema.

Nel primo volume Marx tratta della questione cardinale dell’economia politica: donde ha origine l’arricchimento, dov’è la fonte del profitto? La risposta a questa domanda, prima dell’intervento di Marx, era data secondo due direzioni diverse.

I difensori «scientifici» del migliore dei mondi nel quale viviamo, uomini che in parte, come Schulze-Delitzsch, godevano considerazione e fiducia anche presso gli operai, spiegavano la ricchezza capi talistica mediante tutta una serie di giustificazioni più o meno plausibili, e di astute manipolazioni: come il frutto di un sistematico aumento di prezzo sulle merci, a titolo di «risarcimento» dell’imprenditore per il capitale da lui generosamente «ceduto» per la produzione, come indennità per il «rischio» che corre ogni imprenditore, come compenso per la «direzione spirituale» dell’impresa, e così via. Secondo queste spiegazioni ciò che importava era solo di presentare la ricchezza degli uni, e quindi anche la povertà degli altri, come qualche cosa di «legittimo», e dunque di immutabile.

Dall’altra parte i critici della società borghese, cioè la scuola dei socialisti venuti prima di Marx, spiegavano l’arricchimento dei capitalisti per lo più come schietta truffa, anzi come furto a danno degli operai, reso possibile per l’intervento del denaro o per mancanza di organizzazione del processo di produzione. Pren dendo le mosse da questi giudizi, quei socialisti arrivarono a formulare diversi piani utopistici, sul modo di abolire lo sfruttamento mediante l’abolizione del denaro, mediante l’«organizzazione del lavoro», e così via.

Nel primo volume del Capitale Marx scopre la reale radice dell’arricchimento capitalistico. Non è questione per lui di motivi di giustificazione per i capitalisti, né di accuse contro la loro ingiustizia: Marx mostra per la prima volta come ha origine il profitto e come va a finire nelle tasche dei capitalisti. Ciò egli spiega mediante due decisivi dati di fatto economici: primo, che la massa degli operai è costituita di proletari, che devono vendere la loro forza-lavoro come merce; secondo, che questa merce forza-lavoro possiede oggi un grado di produttività così alto che può fornire, in un determinato tempo, un prodotto molto maggiore di quanto è necessario al proprio sostentamento durante questo tempo. Questi due dati di fatto, puramente economici e in pari tempo forniti dall’obiettivo sviluppo storico, portano con sé che il frutto prodotto dal lavoro del proletario cade spontaneamente in tasca al capitalista, si accumula meccanicamente col perdurare del sistema del salario fino a diventare un patrimonio capitalistico sempre più immenso.

Marx dunque spiega l’arricchimento capitalistico non come una qualche indennità del capitalista per immaginari sacrifici e benefici, e neppure come truffa e furto nel senso corrente della parola, ma come un affare, uno scambio fra capitalista e operaio, pienamente legittimo secondo il diritto penale, che è regolato proprio con le stesse leggi che regolano qualsiasi altra compra e vendita di merci. Per mettere bene in chiaro questo affare irreprensibile, che reca frutti doro al capitalista, Marx dovette svolgere a fondo e applicare alla merce forza-lavoro la legge del valore fissata dai grandi classici inglesi alla fine del XVIII secolo e al principio del XIX, cioè la spiegazione delle leggi interne dello scambio delle merci. La legge del valore, da cui è dedotto il salario e il plusvalore, cioè la spiegazione di come il prodotto del lavoro salariato si ripartisca da sé, senza truffa violenta, in un tenore di vita miserevole per l’operaio e nella ricchezza senza lavoro del capitalista: questo è il contenuto principale del primo volume del Capitale. E in questo sta il grande significato storico di questo volume: esso ha dimostrato che lo sfruttamento potrà essere eliminato soltanto ed esclusivamente con l’abolizione della vendita della forza-lavoro, vale a dire del sistema del salario.

Nel primo volume del Capitale ci troviamo per tutto il tempo sul luogo del lavoro: in una singola fabbrica, nella miniera o in una moderna azienda agricola. Ciò che qui viene spiegato, vale per ogni impresa capi talistica. È il singolo capitale come tipo dell’intero modo di produzione col quale soltanto abbiamo a che fare. Quando chiudiamo il libro, il quotidiano nascere del profitto ci è chiaro, il meccanismo dello sfrutta mento è illuminato in profondità. Stanno di fronte a noi montagne di merci di ogni sorta, come escono direttamente dalla fabbrica, ancora umide del sudore degli operai, e in tutte possiamo nettamente distin guere la parte del loro valore che proviene dal lavoro non pagato del proletario e che finisce in possesso del capitalista legittimamente, come tutta la merce. Qui noi tocchiamo con mano la radice dello sfruttamento.

Ma con ciò la messe del capitalista non è ancora stata messa nel granaio. Il frutto dello sfruttamento esiste, ma ancora in forma tale che l’imprenditore non ne può godere. Finché lo possiede sotto forma di merci ammucchiate, il capitalista non può rallegrarsi dello sfruttamento. Egli non è, appunto, il proprietario di schiavi del mondo antico, grecoromano, né il signore feudale del Medio Evo, che angariavano il popolo lavoratore soltanto per il proprio lusso e per le loro grandi corti. Il capitalista ha bisogno della sua ricchezza in denaro sonante, onde ingrossare continuamente il suo capitale, oltre che per mantenere il «tenore di vita conforme alla sua condizione». Per questo è necessario vendere le merci prodotte dal salariato, insieme col plusvalore che vi è riposto. La merce deve essere portata dal magazzino della fabbrica o dal granaio dell’azienda agricola al mercato, il capitalista la segue dall’ufficio alla borsa, nelle botteghe, e noi seguiamo lui nel secondo volume del Capitale.

Nel campo dello scambio delle merci, in cui si svolge il secondo capitolo della vita del capitalista, sorgono per lui parecchie difficoltà. Nella sua fabbrica, nella sua fattoria, il padrone era lui. Dominavano là la più rigida organizzazione, disciplina e pianificazione. Sul mercato delle merci invece domina anarchia comple ta, la cosiddetta libera concorrenza. Qui nessuno si occupa dell’altro, e nessuno si occupa dell’insieme. Eppure proprio attraverso questa anarchia il capitalista sente di dipendere sotto tutti i rispetti da altri, dalla società.

Deve stare al passo con tutti i suoi concorrenti. Se fino alla vendita definitiva delle sue merci perde più tempo di quello che sarebbe strettamente richiesto, se non si provvede di denaro sufficiente per acquistare al momento giusto le materie prime e tutto il necessario affinché l’impresa nel frattempo non subisca interruzioni, se non ha cura che il suo denaro, appena lo ha ripreso in mano dopo la vendita delle merci, non resti inattivo, ma sia messo a profitto da qualche parte, se non fa tutto questo il capitalista è sorpassato dagli altri. L’ultimo è morso dai cani, e il singolo imprenditore che non fa attenzione che i suoi affari, nel continuo andare e venire dalla fabbrica al mercato delle merci, vadano bene come nella fabbrica stessa, per quanto possa sfruttare coscienziosamente i suoi operai non potrà però arrivare al profitto usuale. Una parte del suo profitto «ben acquistato» andrà a finire chissà dove, ma non certo nelle sue tasche.

Non basta. Il capitalista può accumulare ricchezze soltanto se produce merci d’uso. Ma deve produrre proprio quelle specie e quei tipi di cui la società ha bisogno, e solo nella quantità di cui la società ha bisogno. Altrimenti le merci restano invendute e il plusvalore che vi è riposto va di nuovo in fumo. Ma come può sapere tutto ciò il singolo capitalista? Nessuno gli dice di quali e quanti beni di consumo la società volta per volta ha bisogno, appunto perché nessuno lo sa. Noi viviamo appunto in una società disordinata, anarchica! Ogni singolo imprenditore si trova nella stessa situazione. Eppure da questo caos, da questa confusione deve sorgere un qualche insieme che renda possibile tanto il singolo affare dei capitalisti e il loro arricchimento, quanto il soddisfacimento dei bisogni della società nel suo complesso e la continuazione della sua esistenza.

In termini più precisi, dalia confusione che regna nel caos del mercato si deve ricavare prima di tutto la pos sibilità della rotazione costante del capitale, la possibilità di produrre, di vendere, di comprare e di tornare a produrre, processo in cui il capitale muta continuamente la sua forma, da denaro a merce e viceversa: queste fasi devono armonizzarsi luna con l’altra, il denaro deve essere a disposizione come riserva, per approfittare di ogni congiuntura del mercato favorevole alla compera, per coprire le spese ordinarie dell’a zienda; d’altra parte il denaro che progressivamente rifluisce a misura che le merci vengono vendute deve poter ritornare subito ad essere attivo. A questo punto i singoli capitalisti, che in apparenza sono del tutto indipendenti fra loro, si stringono già, di fatto, in una grande fratellanza, anticipandosi continuamente l’un l’altro il denaro necessario mediante il sistema del credito, delle banche, assorbendo il denaro di riserva e rendendo così possibile, per i singoli come per la società, il processo ininterrotto della produzione e della vendita delle merci. Il credito, che l’economia politica borghese non sa spiegare che come accorta istitu zione per «agevolare il movimento delle merci», Marx lo presenta nel secondo volume della sua opera, ma proprio di passaggio, come un semplice modo di vita del capitale, come legame fra le due fasi della vita del capitale: fra la produzione e il mercato delle merci, e come legame fra i movimenti apparentemente autonomi dei singoli capitali.

In secondo luogo, nella confusione dei singoli capitali deve essere mantenuta in moto la rotazione co stante della produzione e del consumo della società nel suo complesso, e ciò deve avvenire in modo che restino assicurate le condizioni della produzione capitalistica: fabbricazione dei mezzi di produzione, man tenimento della classe operaia, arricchimento progressivo della classe capitalistica, vale a dire crescente accumulazione e attivizzazione del capitale complessivo della società. Come l’insieme risulti dagli innu merevoli movimenti divergenti dei singoli capitali, come questo movimento dell’insieme attraverso continue deviazioni ora nella sovrabbondanza della congiuntura più favorevole, ora nel collasso della crisi, venga però sempre ricondotto nei suoi giusti rapporti per ritornare subito dopo ad uscirne; come da tutto ciò risulti su scala sempre più vasta quello che per la società attuale è solo il mezzo: il proprio mantenimento congiunto col progresso economico, e quello che è il suo scopo: la progressiva accumulazione di capitale; tutti questi punti sono stati se non risolti definitivamente da Marx nel secondo volume della sua opera, certo da lui impostati, per la prima volta dopo cento anni, dopo Adam Smith, sulle solide basi di leggi sicure.

Ma con tutto ciò il compito spinoso del capitalista non è ancora esaurito. Infatti, dopo che il profitto è diventato e mentre diventa oro in misura crescente, sorge la grossa questione di come la preda debba essere ripartita. Gruppi affatto diversi avanzano le loro pretese: oltre l’imprenditore il commerciante, il capitalista del credito, il proprietario fondiario. Tutti costoro hanno reso possibile, ciascuno per la sua parte, lo sfruttamento dell’operaio salariato e la vendita delle merci da lui prodotte, e ora richiedono la loro parte di profitto. Ma questa ripartizione è un compito molto più complicato di quello che potrebbe sembrare a prima vista. Infatti anche fra gli imprenditori, secondo la specie dell’impresa, esistono grandi differenze nel profitto realizzato, così come esso esce, per così dire, appena attinto dalla fabbrica.

In un ramo di produzione la fabbricazione delle merci e la loro vendita vengono effettuate molto rapidamente, e il capitale ritorna aumentato in brevissimo tempo; si può impiegare alla svelta per nuovi affari e nuovi profitti. In un altro ramo il capitale è immobilizzato per anni nella produzione e non porta profitto che dopo lungo tempo. In certi rami l’imprenditore deve investire la massima parte del suo capitale in mezzi di produzione morti: edifici, macchine costose ecc., che di per sé non producono nulla, non generano profitto, per quanto siano necessari per produrre il profitto. In altri rami l’imprenditore può impiegare il suo capita le, con una spesa modestissima, principalmente per reclutare operai, ciascuno dei quali è per lui la brava gallina che gli depone uova d’oro.

Così nella stessa produzione del profitto sorgono grandi differenze fra i singoli capitali, che agli occhi della società borghese rappresentano una «ingiustizia» molto più clamorosa della singolare «ripartizione» fra il capitalista e l’operaio. Come si può arrivare a un accomodamento, a una «giusta» ripartizione della preda, in modo che ad ogni capitalista tocchi «il suo»? E tutti questi compiti per di più devono essere risolti senza nessuna regola cosciente, pianificata. Infatti la distribuzione nella società odierna è anarchica come la produzione; anzi, non avviene alcuna vera e propria «distribuzione», secondo una qualsiasi disposizione sociale: avviene solo lo scambio, solo la circolazione delle merci, solo la compra e vendita. Come fa dunque ogni strato di sfruttatori, e fra loro ogni singolo, ad ottenere col solo mezzo del cieco scambio delle merci una porzione «giusta» (dal punto di vista del dominio capitalistico) della ricchezza attinta dalla forza-lavoro del proletariato?

A queste domande Marx risponde nel suo terzo volume. Dopo aver analizzato, nel primo volume, la pro duzione del capitale e con ciò il segreto della produzione del profitto, dopo aver mostrato, nel secondo volume, il movimento del capitale fra la fabbrica e il mercato delle merci, fra la produzione e il consumo della società, nel terzo volume esamina la divisione del profitto. L’esame è sempre condotto, anche qui, tenendo fermi tre presupposti fondamentali: che tutto ciò che avviene nella società capitalistica si svolge in maniera non arbitraria, cioè secondo determinate leggi, che agiscono regolarmente, anche se a completa insaputa degli interessati; in secondo luogo che i rapporti economici non sono fondati sui metodi violenti della rapina e del furto; e infine che nessuna ragione sociale esercita la sua influenza sull’insieme nel senso di una pianificazione. Con perspicua logica e chiarezza Marx svolge successivamente tutti i fenomeni e i rapporti dell’economia capitalistica, muovendo esclusivamente dal meccanismo dello scambio, cioè dalla legge del valore e dal plusvalore da essa dedotto.

Se si considera la grande opera nel suo complesso, si può dire che il primo volume con la spiegazione della legge del valore, del salario e del plusvalore mette a nudo le fondamenta della società odierna, il secondo e il terzo volume mostrano i piani dell’edificio che su di essa poggia. Oppure, con un’immagine del tutto diversa, si potrebbe anche dire che il primo volume ci mostra il cuore dell’organismo sociale, in cui è prodotta la linfa vitale, il secondo e il terzo volume mostrano la circolazione del sangue e il nutrimento di tutto l’organismo fino alle estreme cellule epidermiche.

Per quanto riguarda il contenuto, il secondo e terzo volume ci fanno muovere su un piano diverso dal primo. Qui si scopriva la fonte dell’arricchimento capitalistico nella fabbrica, nella profonda miniera sociale del lavoro. Nel secondo e terzo volume ci muoviamo alla superficie, sulla scena ufficiale della società. Magazzini, banche, borsa, affari finanziari, «agrari bisognosi» con le loro preoccupazioni affollano qui il proscenio. Qui l’operaio non ha alcuna parte. E anche nella realtà egli non si preoccupa di queste cose che si svolgono dietro le sue spalle, dopo che gliele hanno da ce di santa ragione; e anche nella realtà, nella ressa chiassosa della gente occupata, noi incontriamo gli operai soltanto quando, sul far dell’alba, si affrettano in frotte alle loro fabbriche e quando, sul far della sera, le fabbriche li risputano fuori in lunghe file.

Può darsi quindi che non appaia chiaro quale interesse possano avere per gli operai le svariate preoccupazioni private dei capitalisti nella corsa al profitto, e le loro contese per la divisione della preda. Ma in realtà il secondo e il terzo volume del Capitale sono necessari quanto il primo per conoscere esaurientemente l’odierno meccanismo economico. Essi non hanno certo, come il primo, un valore storico così decisivo e fondamentale per il movimento operaio moderno; ma contengono un grandissimo numero di osservazioni penetranti che hanno un valore inestimabile anche per la preparazione ideologica del proletariato alla lotta pratica. Ne diamo soltanto un paio di esempi.

Nel secondo libro, accanto alla questione di come dal dominio caotico dei singoli capitali possa risultare il mantenimento regolare della società, Marx tocca naturalmente anche la questione delle crisi. Non ci si può attendere qui una trattazione sistematica e dottrinale delle crisi, ma solo qualche rapida ossservazione: ma il trarne partito sarebbe di grande utilità per gli operai illuminati e coscienti. Tra i temi di propaganda più radicati nell’agitazione socialdemocratica e soprattutto sindacale c’è la affermazione secondo cui le crisi hanno origine prima di tutto per la miopia dei capitalisti che non vorrebbero assolutamente capire che le masse dei loro operai sono i loro migliori clienti, e che basterebbe pagare loro i salari più alti per conservarsi una clientela che avrebbe possibilità di comprare e per sventare il pericolo di crisi.

Per quanto popolare sia questa idea, essa è completamente sbagliata, e Marx la confuta con le seguenti parole:

«È una pura tautologia, dire che le crisi hanno origine per la mancanza di consumo in grado di pa gare, o di consumatori in grado di pagare. Il sistema capitalistico non conosce altri consumatori che quelli che pagano, eccettuati quelli mantenuti dalla carità pubblica e i ladri. Se delle merci sono invendibili, ciò non significa altro se non che per esse non si sono trovati compratori in grado di pagare, dunque consumatori. Ma se a questa tautologia si vuol dare l’apparenza di un fondamento più profondo, affermando che la classe operaia riceve una parte troppo limitata del prodotto del proprio lavoro e che quindi l’inconveniente sarebbe riparato se essa ne ottenesse una parte maggiore e il suo salario di conseguenza aumentasse, allora basta osservare che ogni crisi è sempre preparata da un periodo in cui il salario generalmente sale e la classe operaia ottiene una partecipazione relativamente maggiore alla parte del prodotto annuo che è destinata al consumo. Dal punto di vista di questi paladini del sano e “semplice” buon senso, quel periodo dovrebbe, al contrario, allontanare le crisi. Sembra dunque che la produzione capitalistica racchiuda in sé condizioni indipendenti dalla buona o cattiva volontà, che consentono solo momentaneamente quella relativa prosperità della classe operaia, che poi non è mai altro che la procellaria che annuncia una crisi».

Le dimostrazioni del secondo e terzo volume conducono infatti a vedere più addentro nell’essenza delle crisi, che risultano essere niente altro che conseguenze inevitabili del movimento del capitale, di un movi mento che nel suo slancio impetuoso e implacabile verso l’accumulazione e l’accrescimento, suol tendere subito a superare ogni barriera del consumo, anche se questo consumo viene molto allargato mediante l’aumento delle capacità d’acquisto di un singolo strato sociale o la conquista di mercati di vendita completamente nuovi. Allora deve essere abbandonata l’idea, che fa capolino dietro quel diffuso motivo d’agitazione sindacale, dell’armonia d’interesse fra capitale e lavoro, idea che verrebbe disconosciuta solo per la miopia degli imprenditori, e deve essere pure abbandonata ogni speranza di assestare e attenuare l’anarchia caotica del capitalismo. La lotta per l’elevamento materiale dei proletari salariati ha a disposi zione infinite armi teoriche troppo buone per avere bisogno di un argomento teoricamente insostenibile e praticamente equivoco.

Un altro esempio. Nel terzo volume Marx dà per la prima volta una spiegazione scientifica di quel fenomeno, osservato con meraviglia e perplessità dall’economia politica fin dal suo sorgere, per cui in tutti i rami di produzione i capitali, per quanto investiti sotto diverse condizioni, rendono di solito il cosiddetto profitto «usuale». A prima vista questo fenomeno sembra contraddire una spiegazione che lo stesso Marx ha dato, cioè la spiegazione della ricchezza capitalistica come derivante unicamente dal lavoro non pagato del proletariato salariato. Come accade infatti che il capitalista che deve investire, in mezzi di produzione morti, relativamente grosse porzioni del suo capitale, ottiene lo stesso profitto del suo collega che ha meno spese di questo genere e può quindi mettere all’opera più lavoro vivo?

Marx risolve questo enigma con semplicità sorprendente, dimostrando come per la vendita di una sorta di merce al di sopra del suo valore, e di un’altra al di sotto del suo valore, le differenze del profitto si pareggi no e ne risulti un «profitto medio» uguale per tutti i rami della produzione. Senza che i capitalisti ne abbiano il sospetto, senza nessun accordo cosciente fra loro, nello scambio delle loro merci essi agiscono in modo da portare allo stesso mucchio, in un certo senso, il plusvalore che ciascuno di loro ha attinto dal lavoro dei suoi operai, e da dividere fraternamente fra loro tutto il raccolto dello sfruttamento, dando a ciascuno secondo la grandezza del suo capitale. Il singolo capitalista dunque non gode del profitto da lui prodotto personalmente, ma soltanto della quota che gli spetta dei profitti conseguiti da tutti i suoi colleghi. «I singoli capitalisti si comportano in questo, per quel che riguarda il profitto, come semplici soci azionisti di una società per azioni, in cui le partecipazioni al profitto vengono ripartite in percentuali uguali e quindi sono diverse per i diversi capitalisti soltanto in base alla grandezza del capitale che ciascuno ha investito nell’impresa complessiva, secondo la sua relativa partecipazione all’impresa complessiva».

Questa legge del «tasso medio del profitto», apparentemente così arida, come permette di penetrare profondamente con lo sguardo nelle solide fondamenta materiali della solidarietà di classe dei capitalisti che, per quanto nella pratica quotidiana siano come fratelli in guerra fra loro, di fronte alla classe operaia formano però come una lega di massoni nel modo più vivo e personale interessata al suo sfruttamento totale! Senza che i capitalisti, come naturale, siano minimamente consapevoli di queste leggi economiche obiettive, nel loro istinto infallibile di classe dominante si manifesta però un senso dei loro interessi di classe e della loro opposizione al proletariato, che purtroppo si conserva attraverso tutte le tempeste della storia più fermo della coscienza di classe del proletariato, illuminata e fondata scientificamente proprio grazie alle opere di Marx ed Engels.

Questi due esempi, brevi e presi a caso, possono dare un’idea di quanti nascosti tesori di stimolo intellettuale e di approfondimento per gli operai progrediti si trovino ancora negli ultimi due volumi del Capitale e attendano un’esposizione divulgativa. Incompiuti come sono, offrono qualche cosa di infinitamente più prezioso di ogni compiuta verità: l’incitamento al pensare, alla critica e all’autocritica, che è l’elemento più originale della dottrina che Marx ha lasciato.

4. Le accoglienze al «Capitale»

La speranza espressa da Engels dopo il compimento del primo volume, che Marx una volta «liberatosi dall’incubo» si sarebbe sentito un altro, si compì solo in parte.

La salute di Marx non ebbe un miglioramento stabile, e anche le sue condizioni economiche rimasero in uno stato di penosa incertezza. In quel tempo egli meditò seriamente il progetto di trasferirsi a Ginevra, dove poteva vivere con una spesa molto minore, ma il destino lo legò per il momento a Londra, ai tesori del British Museum; sperava in un editore per una traduzione inglese della sua opera e non poteva né voleva cedere la direzione teorica dell’Internazionale prima che essa si fosse avviata su binari sicuri.

Una gioia familiare gli procurò il matrimonio della sua seconda figlia Laura con Paul Lafargue, il suo «studente di medicina creolo». I due giovani si erano già fidanzati nell’agosto del 1866, ma prima di pensare al matrimonio il fidanzato doveva terminare i suoi studi di medicina. Per aver partecipato a un congresso di studenti a Liegi, Lafargue era stato espulso per due anni dall’università di Parigi ed era andato a Londra per conto dell’Internazionale; come seguace di Proudhon non aveva alcuna relazione stretta con Marx e si era presentato in casa sua per una pura cortesia, con un biglietto di raccomandazione di Tolain. Tuttavia accadde come spesso suole accadere.

«Il giovane s’era attaccato prima a me – scrisse Marx a Engels dopo il fidanzamento – ma presto l’attrazione passò dal vecchio alla figlia. Le sue condizioni economiche sono di livello medio, poiché è l’unico figlio di una famiglia di ex piantatori». XII.11

Marx lo descrisse all’amico come un bel giovane, intelligente, energico e fisicamente ben sviluppato, un tipo buono come il pane, soltanto viziato e troppo selvaggio.

Lafargue era nato a Santiago nell’isola di Cuba, ma fin dall’età di nove anni era venuto in Francia. Da parte della madre di suo padre, una mulatta, aveva sangue negro nelle vene, e di questo particolare, di cui egli stesso parlava volentieri, davano testimonianza il colore opaco della sua pelle e il bianco dei grandi occhi sul viso che del resto aveva un taglio regolare. Questa mescolanza di sangue era forse il motivo di una certa testardaggine che induceva Marx a farsi spesso beffe, tra irritato e scherzoso, del suo «cranio di negro». Ma il tono di bonaria canzonatura con cui si trattavano a vicenda dimostrava soltanto che s’intendevano perfettamente. In Lafargue Marx non aveva trovato soltanto il genero che faceva la felicità della figlia, ma anche un capace e valido aiuto, un fedele custode della sua eredità spirituale.

Ma la sua preoccupazione principale rimase il successo del suo libro. Il 2 novembre 1867 egli scriveva a Engels:

«Il destino del mio libro mi rende inquieto. I tedeschi sono buona gente. Le loro prestazioni servili agli inglesi, ai francesi e perfino agli italiani in questo campo li autorizzano in effetti a ignorare la mia storia. I nostri di laggiù di agitazione non capiscono un’acca. Pertanto si dovrà fare come i russi: aspettare. La pazienza è il nocciolo della diplomazia e dei successi russi. Ma noialtri, che si vive solo una volta, possiamo creparci sopra».XII.12

L’impazienza che traspare da queste righe era comprensibilissima, ma non del tutto giustificata.

Quando Marx scriveva così, non erano ancora passati due mesi da quando il libro era uscito, e in un termine di tempo così breve non si poteva scrivere una critica a fondo. Però, per quanto si trattava non del lavoro in profondità, ma del «far chiasso», che per Marx era, in un primo tempo, anche la cosa più necessaria per le ripercussioni in Inghilterra, Engels e Kugelmann si dettero tutto il da fare umanamente possibile, senza che si potesse far loro il rimprovero di un eccesso di zelo. Ebbero invero successi non trascurabili. Essi riuscirono a collocare annunci della prossima pubblicazione del libro e a far riprodurre la prefazione in un considerevole numero di giornali anche borghesi. Avevano pronta persino una bomba reclamistica, secondo le idee del tempo, un articolo biografico su Marx con il suo ritratto, da pubblicare sulla Gartenlaube, quando Marx stesso li pregò di astenersi da questo «spasso».

«Ritengo simili cose piuttosto dannose che utili, e al di sotto del carattere di un uomo di scienza. Per esempio, il Meyers Konversationslexikon da parecchio tempo mi ha richiesto per iscritto una biografia. Non solo non l’ho fornita, ma non ho nemmeno risposto alla lettera. Ognuno deve andare in paradiso a modo suo».XII.13

L’articolo di Engels destinato alla Gartenlaube – che l’autore stesso definì «foglio di carta raffazzonato nella maggior fretta in forma il più possibile da Beta»XII.14 – apparve quindi nella Zukunft, l’organo di Johann Jacoby, che Guido Weiss pubblicava a Berlino dal 1867, ma ebbe poi la sorte singolare di essere riprodotto, abbreviato, da Liebknecht sul Demokratisches Wochenblatt, tanto che Engels osservò stizzosamente:

«Wilhelm ora è caduto tanto in basso che non gli è più neanche permesso di dire che Lassalle ti ha copiato e copiato male. Con ciò tutta la biografia ha avuto i testicoli tagliati, e a che scopo la stampi poi ancora, lo può sapere solo lui».XII.15

Come è noto, le frasi omesse contenevano precisamente l’opinione dello stesso Liebknecht; solo che non voleva offendere un certo numero di lassalliani che si erano appunto staccati da Schweitzer e giusto allora contribuivano a formare la frazione eisenachiana. Si vede che non soltanto i libri, ma anche gli articoli hanno il loro destino.

Tuttavia, se non proprio nei primi mesi, poco tempo dopo Marx ebbe alcune buone recensioni del suo libro. Una di Engels sul Demokratisches Wochenblatt, poi di Schweitzer sul Sozialdemokrat e di Joseph Dietzgen, ancora sul Demokratisches Wochenblatt. A parte Engels, sul cui giudizio non occorre dir niente, Marx riconobbe che anche Schweitzer, nonostante alcuni errori, s’era sgobbato il libro e sapeva dove si trovavano i punti decisivi, e in Dietzgen, di cui sentì parlare per la prima volta solo dopo la pubblicazione del libro, salutò, senza per altro sopravvalutarlo, una mente dotata di capacità filosofiche.

Sempre nel 1867 si fece sentire anche il primo «specialista». Era Dühring, che recensì il libro negli ErgänzungsblätterXII.16 di Meyer; non aveva capito, come disse Marx, gli elementi del tutto nuovi del libro, ma la critica era tale da non lasciare insoddisfatto Marx. La definì persino «assai decente», pur supponendo che Dühring avesse scritto non tanto per interesse e intelligenza dell’argomento, quanto per odio contro Roscher e altri grandi dell’università. Engels dette fin dal primo momento un giudizio più sfavorevole dell’articolo di Dühring, e ben presto si vide che aveva l’occhio più acuto, quando Dühring fece un voltafaccia e si mise con tutte le forze a denigrare il libro.

Con altri «specialisti» Marx fece delle esperienze altrettanto tristi; ancora otto anni dopo, uno di questi galantuomini, che per prudenza tenne celato il suo nome, sputò questa edificante sentenza oracolare: che Marx, come «autodidatta», non si era accorto del lavoro scientifico di tutta una generazione. Date queste e simili uscite, l’asprezza con cui Marx soleva parlare di questa gente era pienamente giustificata. Solo che forse attribuiva troppo alla loro cattiva volontà, e troppo poco alla loro ignoranza. Il suo metodo dialettico infatti era incomprensibile per loro. Ciò si vedeva soprattutto nel fatto che anche uomini che non mancavano di buona volontà né di conoscenze economiche si raccapezzavano con difficoltà nel libro, mentre, all’inverso, uomini che non erano per niente pratici di questioni economiche ed erano più o meno ostili al comunismo, ma che avevano qualche nozione della dialettica hegeliana, ne parlavano con grande entusiasmo.

Quindi Marx giudicava con durezza ingiustificata la seconda edizione dell’opera di F. A. Lange sulla questione operaia, in cui l’autore si occupava estesamente del primo volume del Capitale: «Il signor Lange mi fa grandi elogi, ma allo scopo di darsi lui stesso dell’importanza».XII.17 Questo non era certamente lo scopo di Lange, il cui sincero interesse per la questione operaia era superiore a qualsiasi dubbio. Invece Marx aveva certamente ragione nel dire che in primo luogo Lange non capiva niente del metodo hegeliano e che quindi, in secondo luogo, tanto meno capiva il modo critico con cui Marx lo applicava. In effetti Lange capovolgeva le cose, quando affermava che, quanto alla base speculativa, Lassalle era più libero e indipendente rispetto a Hegel di quanto fosse Marx, che per la forma speculativa si sarebbe attenuto strettamente alla maniera del modello filosofico e in parecchie parti dell’opera – come nella teoria del valore, alla quale Lange non voleva assegnare alcuna importanza duratura – sarebbe riuscito a fatica a farvela penetrare.

Ancora più curioso fu il giudizio di Freiligrath sul primo volume, che Marx gli aveva mandato in regalo. I rapporti di amicizia fra i due erano continuati dal 1859, anche se occasionalmente erano stati turbati per colpa di terze persone. Freiligrath era in procinto di far ritorno in Germania, dove la nota raccolta di denaro gli aveva assicurato una vecchiaia senza preoccupazioni, dopo che, quasi sessantenne, era stato ridotto alla fame dallo scioglimento della filiale di banca da lui diretta. L’ultima lettera che egli mandò al vecchio amico (dopo non si sono più scritti) era un cordiale augurio per le nozze del giovane Lafargue e un ringraziamento non meno cordiale per il primo volume del Capitale. Freiligrath assicurava di avere attinto dallo studio del libro i più diversi insegnamenti, il più ampio godimento; aggiungeva che il successo forse non sarebbe stato né troppo rapido né troppo clamoroso, ma che l’effetto intimo sarebbe stato perciò tanto più profondo e duraturo.

«So che sul Reno molti giovani commercianti e proprietari di fabbriche si entusiasmano del libro. In questi ambienti adempirà al suo vero scopo, inoltre sarà indispensabile allo scienziato come opera di consultazione».XII.18

Freiligrath definiva se stesso «economista con il cuore» e non gli erano mai andate a genio le «hegelianerie» ma per quasi due decenni aveva vissuto in mezzo al traffico mondiale di Londra, e quindi fu un’uscita assai sorprendente, questa affermazione di non vedere altro, nel primo volume del Capitale, che un manuale per giovani commercianti o al massimo un’opera scientifica di consultazione.

Completamente diverso fu il giudizio di Ruge, che era nemico dichiarato del comunismo e non aveva conoscenze di economia, ma che un tempo si era fatto le ossa come giovane hegeliano.

«È un’opera che fa epoca e spande una luce brillante, spesso penetrante, sullo sviluppo, sulle rovine e le doglie e sui giorni di tremendo dolore dei periodi della società. Le dimostrazioni sul plusvalore attraverso il lavoro non pagato, sull’espropriazione degli operai che lavoravano per conto proprio e sull’imminente espropriazione degli espropriatori sono classiche. Il libro supera l’orizzonte di molti uomini e giornalisti; ma esso si affermerà certamente ed eserciterà, nonostante l’ampia impostazione, anzi proprio per questa, un effetto potente».XII.19

Un giudizio simile dette Ludwig Feuerbach, solo che data la sua formazione, non s’interessava tanto della dialettica dell’autore quanto dell’«opera ricca di dati di fatto incontestabili, di una specie quanto mai interessante ma anche atroce», che doveva comprovare la sua filosofia morale: dove manca il necessario per vivere, manca anche la necessità morale.

La prima traduzione del primo volume apparve in Russia. Già il 12 ottobre del 1868 Marx annunciò a Kugelmann che un libraio di Pietroburgo l’aveva sorpreso con la notizia che la traduzione era già in corso di stampa, e gli aveva chiesto la sua fotografia per il frontespizio. Marx aggiungeva che non poteva rifiutare questa piccolezza ai suoi «buoni amici», i russi; e che era un’ironia del destino che i russi, da lui combattuti senza tregua da 25 anni, e non solo in tedesco, ma anche in francese e in inglese, fossero sempre stati suoi «fautori»: anche il suo scritto contro Proudhon e la sua Critica dell’economia politica non